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Mercoledì, 20 Novembre 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 07 Ottobre 2019 - nelPaese.it

Amnesty International ha denunciato che dal 20 settembre le autorità egiziane hanno lanciato la più ampia campagna repressiva dalla salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Le persone arrestate sono oltre 2300, tra le quali almeno 111 minorenni.

Tra gli arrestati vi sono centinaia di manifestanti pacifici così come "bersagli" più specifici, quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici. La vasta maggioranza delle persone arrestate è indagata nell'ambito di una inchiesta che, se si arriverà a giudizio, darà luogo al più grande procedimento penale della storia egiziana per fatti relativi a manifestazioni di piazza.

"Il governo del presidente al-Sisi ha orchestrato questa campagna repressiva per abbattere il minimo segnale di dissenso e ridurre al silenzio ogni dissidente. L'ondata senza precedenti di arresti di massa, che ha riguardato anche persone non coinvolte nelle proteste, invia un messaggio chiaro: chiunque sia considerato una minaccia per il governo sarà colpito", ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull'Africa del Nord di Amnesty International.

Secondo un comunicato emesso il 26 settembre dall'ufficio della procura egiziana, "meno di 1000 persone" sono state interrogate in relazione alla loro pacifica partecipazione alle proteste. La dichiarazione conferma che i profili social degli arrestati sono stati visionati per cercare prove di "incitamento alla protesta", che costituirebbero secondo le autorità giudiziarie egiziane il "reato" di "manifestazione non autorizzata".

Gli avvocati delle organizzazioni per i diritti umani quali il Centro egiziano per i diritti economici e sociali e la Commissione egiziana per i diritti e le libertà hanno documentato finora oltre 2300 arresti. Decine degli arrestati sono stati successivamente rilasciati ma molti continuano a comparire in procura.

Minorenni

Secondo l'Ong "Belady" per i diritti e le libertà almeno 111 minorenni di età compresa tra 11 e 17 anni sono stati arrestati e in diversi casi sottoposti a sparizione forzata per periodi di tempo che vanno da due a 10 giorni. Almeno 69 di loro rischiano di essere incriminati per "appartenenza a un gruppo terrorista" e "uso inappropriato dei social media", anche se molti di loro non hanno neanche un telefono cellulare.

Amnesty International ha documentato l'arresto di cinque minorenni: tre stavano comprando materiali scolastici e grembiuli nel centro del Cairo, due stavano tornando a casa da scuola a Suez. Osama Abdallah, 16 anni, risulta ancora scomparso dopo l'arresto avvenuto il 21 settembre: ha bisogno di medicinali e in quei giorni doveva subire un intervento chirurgico di emergenza. Amnesty International ha anche visionato immagini nelle quali "informatori" in borghese picchiano e arrestano un ragazzo di 17 anni al Cairo. La maggior parte dei minorenni arrestati non è in grado di comunicare coi genitori ed è detenuta insieme agli adulti in violazione degli standard internazionali.

Avvocati, giornalisti ed esponenti politici

Amnesty International ha documentato l'arresto di 10 giornalisti, la maggior parte dei quali paradossalmente lavora per organi d'informazione filogovernativi, soprattutto a Suez e Mahalla, e di almeno 25 accademici ed esponenti politici di quattro diversi partiti. A queste categorie appartengono il giornalista ed ex segretario del partito Dostour (di ispirazione liberale) Khaled Dawoud e i docenti di scienze politiche Hassan Nefea e Hazem Hosny.

Gli avvocati arrestati sono almeno 16

Il 29 settembre Mohamed el-Baqer, avvocato e direttore del Centro "Adalah" per i diritti e le libertà è entrato nel palazzo della procura suprema per la sicurezza dello stato per assumere la difesa dell'attivista Alaa Abdel Fattah ed è stato raggiunto dalle stesse infondate accuse mosse al suo cliente: "appartenenza a un gruppo illegale" e "diffusione di notizie false". Almeno sette cittadini stranieri sono stati arrestati e costretti a "confessare", di fronte a una videocamera, di cospirare contro l'Egitto. Tali dichiarazioni sono state trasmesse da un canale televisivo privato.

Ex prigionieri

Un aspetto particolarmente grave e irregolare è stato l'arresto di ex prigionieri sottoposti a misure cautelari come la permanenza notturna nelle stazioni di polizia. In alcuni casi queste persone non si trovavano neanche nei pressi delle manifestazioni.
Alaa Abdel Fattah, attivista politico e ingegnere informatico salito alla ribalta durante la rivolta del 2011, è stato arrestato il 29 settembre. Aveva già scontato un'ingiusta condanna a cinque anni per aver preso parte, nel 2013, a una protesta pacifica. Al momento dell'arresto era sottoposto alla misura cautelare della permanenza notturna di 12 ore per cinque anni nella stazione di polizia di Dokki, al Cairo. Ciò nonostante è stato accusato di "appartenenza a un gruppo illegale" e "diffusione di notizie false".

Mohamed Ibrahim, fondatore del noto blog "Ossigeno Egitto" è stato nuovamente arrestato il 21 settembre per aver postato video delle proteste mentre era sottoposto alla medesima misura cautelare in una stazione di polizia del Cairo.

Fermi e perquisizioni a caso

Per impedire nuove proteste il 27 settembre, le forze di polizia hanno istituito posti di blocco informali nel centro del Cairo e di Alessandria: "informatori" in borghese e agenti di polizia hanno fermato persone a caso ordinando loro di consegnare gli smartphone per controllare i contenuti dei loro profili social. In alcuni casi questi controlli hanno dato luogo ad arresti. Sempre al Cairo, le forze di polizia hanno effettuato perquisizioni senza mandato in diverse abitazioni. Un uomo è stato arrestato solo per aver scaricato sul suo telefono un'app di notizie che pubblica articoli critici nei confronti delle autorità.

Indagini profondamente irregolari

Amnesty International ritiene che la maggior parte degli arresti sia stata irregolare in quanto basata solo sulla partecipazione o sulla richiesta di partecipazione a proteste pacifiche. Secondo il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, almeno 2285 arrestati sono oggetto di sei separate inchieste ma ben 2268 di loro sono indagati nell'ambito del caso 1338/2019 per "assistenza a un gruppo terrorista" e "diffusione di notizie false".

Inizialmente, molti degli arrestati sono stati trasferiti in campi provvisori delle Forze centrali di sicurezza ed è stato loro vietato di contattare familiari e avvocati. Le autorità hanno rifiutato di fornire informazioni su dove si trovassero molte delle persone arrestate. Dopo alcuni giorni, molte persone arrestate sono state interrogate in assenza dei loro avvocati. Si sono verificati interrogatori contemporanei di ampi gruppi di detenuti, col risultato che centinaia di loro sono stati posti in detenzione preventiva per le medesime accuse senza un approfondimento delle circostanze individuali.

Rappresaglie contro le organizzazioni per i diritti umani

Dall'inizio delle proteste il presidente, il procuratore generale, il Servizio statale per le informazioni e svariati organi di stampa filogovernativi hanno cercato di screditare manifestanti ed esponenti politici definendoli "islamisti" o "terroristi". Comunicati stampa di organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra cui la stessa Amnesty International, sono stati definiti "politicizzati" e infondati rispetto alle denunce di violazioni dei diritti umani ai danni di centinaia di cittadini egiziani. Il Centro "El Nadeem" per la riabilitazione delle vittime della violenza ha dichiarato di aver subito intimidazioni da parte delle forze di sicurezza.

Pubblicato in Dal mondo

Il volontariato è stato il tema trasversale di tutta la XIX conferenza nazionale di CSVnet che si è svolta a Trento fino al 6 ottobre. In particolare è stata incentrata sui primi risultati dell’indagine “Immigrati e volontariato in Italia”.

Si tratta di uno studio unico nel suo genere su scala nazionale, che per la prima volta ribalta il punto di vista delle analisi esistenti sul tema, focalizzando l’attenzione non sulle forme di intervento a favore delle persone di origine straniera, ma sul loro impegno in prima persona come volontari.
L’indagine è stata promossa da CSVnet e realizzata dal centro studi Medì di Genova con la direzione scientifica del sociologo Maurizio Ambrosini, che era già intervenuto alla conferenza di CSVnet dello scorso anno sfatando gli stereotipi sui cittadini di origine straniera rispetto alla realtà. Ambrosini ha accompagnato all’illustrazione dei dati anche alcune testimonianze intervistando tre donne straniere impegnate da anni in associazioni, tra cui la mamma del calciatore ventenne della nazionale Moise Kean, di origine ivoriana e residente ad Asti.
 
I risultati

Grazie al supporto dei centri di servizio per il volontariato, tra il 2018 e i 2019 sono stati raccolti 658 questionari e più di 100 interviste approfondite in 163 città italiane coinvolgendo migranti provenienti da 80 diversi paesi.
 
Pienamente inseriti nella società, istruiti, prevalentemente donne

Dai questionari emerge che il 52 per cento dei volontari immigrati è donna; il 42 per cento è giovane con un’età media tra 20 e 35 anni (il 31 per cento ha tra i 35 e i 50 anni). Vivono in Italia da circa 15 anni – il 4 per cento è nato nel nostro paese. Sono pienamente inseriti nella società: il 42 per cento possiede la cittadinanza italiana, 6 su 10 lavorano e 8 su 10 hanno un livello di istruzione medio alto; il 41 per cento possiede una laurea mentre i diplomati si attestano al 36 per cento.

Partecipano in modo stabile e in varie forme

Il 55 per cento dei volontari di origine straniera s’impegna in modo continuativo con una media di circa 6 anni di attivismo. A questa categoria appartengono soprattutto disoccupati, studenti e giovani che vivono nella famiglia di origine. I più saltuari rappresentano il 28 per cento del campione, con un’esperienza di volontariato di circa 3-4 anni. Si tratta soprattutto di casalinghe oppure persone che lavorano in modo occasionale o che hanno un impiego part-time. Per il restante 17 per cento aver trovato lavoro è la ragione per cui ha smesso fare volontariato, ma accetterebbe forme di volontariato “occasionale”.

Il passa parola

Il passa parola, tra amici connazionali o italiani, è il modo più frequente con cui i cittadini immigrati hanno trovato l’associazione in cui impegnarsi. L’invito da persone già volontarie in un’organizzazione è un’altra risposta che ricorre spesso insieme al cercare in autonomia l’associazione più adatta ai propri interessi. In alcuni casi sono gli stessi immigrati ad aver fondato l’associazione in cui operano.

Gli ambiti d’impegno

L’impegno sociale dei cittadini immigrati si concentra soprattutto in quattro settori: attività culturali (176 risposte) – come la promozione del patrimonio, organizzazione di mostre e visite guidate; progetti educativi con bambini e ragazzi (173 casi), ad esempio nel doposcuola o per il sostegno scolastico. Seguono, con 165 risposte, le iniziative ricreative e di socializzazione – feste, eventi, sagre – insieme ai servizi di assistenza sociale negli sportelli di accoglienza e ascolto, mensa sociale, distribuzione di vestiario o di pacchi alimentari.
Un tipo di attività, quest’ultima, che li vede molto coinvolti anche negli empori solidali, dove persone e famiglie in difficoltà economica possono fare la spesa gratuitamente. Secondo il primo rapporto di Caritas Italiana e CSVnet sul fenomeno, i volontari stranieri sono presenti in un terzo degli empori con una media di quattro unità per servizio.
 
Insieme agli amici o da soli fanno volontariato “perché ci credono”

L’impegno individuale – senza far parte di un gruppo o associazione – riguarda il 25 per cento dei volontari immigrati, stessa percentuale di chi sceglie di fare volontariato più strutturato.
La maggior parte (50 per cento) non aveva mai fatto volontariato nel proprio paese e in Italia ha fatto la sua prima esperienza. Rispetto alle motivazioni che spingono al volontariato – a cui si poteva dare più di una risposta - la spinta più forte sembra essere “credere nella causa” per cui opera l’associazione (196 risposte) seguita dalla possibilità di “svolgere l’attività con gli amici” (192 preferenze) oltre alla possibilità di incontrare altre persone (164 preferenze).
 
Gli effetti: il volontariato che fa bene (anche a se stessi)

Impegnarsi nel sociale per “farsi nuovi amici” e allargare la rete dei rapporti sociali (259 risposte) ma anche per sentirsi integrati nella società (233 risposte), sono le ricadute personali a cui gli immigrati volontari hanno dato il maggior numero di preferenze. Seguono il sentirsi meglio con se stessi (149 preferenze) insieme all’essere più informati e acquisire un modo nuovo di vedere le cose (145 preferenze). Fare volontariato non lascia quasi mai indifferenti: solo 10 sono state le preferenze di chi ritiene di non aver avuto nessun tipo di cambiamento nella vita personale dopo un’esperienza di attivismo.

Molte luci qualche ombra

Per il 29 per cento dei cittadini stranieri coinvolti nell’indagine il volontariato è un’esperienza positiva senza nessuna criticità. Tra gli aspetti che possono ostacolare l’impegno nella solidarietà c’è la scarsa conoscenza delle proposte di volontariato (17 per cento) e poca dimestichezza con la lingua italiana (14 per cento) mentre l’11 per cento dei casi segnala possibilità di discriminazione e razzismo insieme a una generale chiusura delle associazioni rispetto a chi è diverso.
 

Pubblicato in Nazionale

Con una proiezione in esclusiva a Catania, giovedì 10 ottobre 2019 a Palazzo Platamone saranno presentati i 14 videoclip realizzati dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) per raccontare i vulcani e il loro impatto sul territorio.

I video sono stati girati nell'ambito del progetto internazionale VolFILM, finanziato dalla Banca Mondiale e patrocinato dall'Associazione Internazionale di Vulcanologia e Chimica dell'Interno della Terra (IAVCEI). La versione in italiano del progetto, che si aggiunge alle altre lingue tra cui l'inglese, il francese, lo spagnolo e l'indonesiano, è stata curata dall'INGV con la collaborazione di una voce narrante d'eccezione, il Maestro Leo Gullotta, attore e doppiatore catanese che ha entusiasticamente aderito al progetto a titolo gratuito.

Alla presenza del Sindaco di Catania Salvo Pogliese, dell'Assessore alla Cultura Barbara Mirabella, e del Dirigente Generale della Protezione Civile Siciliana Calogero Foti, il Direttore dell'Osservatorio Etneo dell'INGV (OE-INGV) Stefano Branca, rappresenterà l'importanza dell'iniziativa nella terra catanese.

Gli interventi scientifici del Direttore del Dipartimento Vulcani dell'INGV Augusto Neri e dei vulcanologi dell'Istituto Daniele Andronico e Micol Todesco saranno moderati da Silvia Mattoni, giornalista del CNR, e si alterneranno alla visione dei video esperienziali.

"L'INGV ha tra le sue missioni quella della divulgazione dei rischi e delle risorse naturali" spiega Carlo Doglioni, Presidente dell'Istituto. "I vulcani sono l'espressione del respiro della Terra, sono elementi vivi della natura e rialimentano l'atmosfera, ma sono anche fonte di grande pericolo: conoscerli è il primo passo per difenderci. La produzione di video di grande impatto visivo è diretta a rappresentare con la forza delle immagini i vari aspetti dell'attività dei vulcani, affinché la loro bellezza diventi non solo ammirazione della forza della natura, ma stimolo a costruire una società resiliente di cittadini consapevoli".

"L'Italia è una delle nazioni maggiormente esposte al rischio vulcanico" sottolinea Augusto Neri, curatore del progetto per l'INGV insieme ai colleghi Daniele Andronico e Micol Todesco. "I vulcani italiani, in particolare quelli campani, Vesuvio e Campi Flegrei, costituiscono un potenziale pericolo per milioni di persone e quelli siciliani, Etna e Stromboli, sono tra i più attivi al mondo.

L'obiettivo del progetto è quello di favorire, a livello globale, una migliore comprensione dei fenomeni vulcanici da parte delle popolazioni esposte, in modo da accrescere la conoscenza del rischio vulcanico, soprattutto nelle aree dove tale rischio è più alto o dove manca una memoria storica degli effetti delle eruzioni".

I videoclip in versione italiana saranno presentati nei prossimi mesi anche in altre città italiana e sono disponibili sui canali di comunicazione dell'INGV, sul canale YouTube "INGVvulcani" https://bit.ly/2pIlxnl e sulle pagine VolFilm di Vimeo.com

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Rafforzare le sinergie tra il mondo accademico e quello produttivo consolidando la collaborazione tra Università di Siena e Legacoop Toscana in una pluralità di ambiti: dallo sviluppo di iniziative formative all’orientamento ai percorsi formativi e al lavoro, dai progetti di ricerca e innovazione al trasferimento tecnologico, dalla formazione all’imprenditorialità all’avvio di start up innovative.
È l’obiettivo del protocollo siglato questa mattina, lunedì 7 ottobre, a Siena dal rettore dell’Ateneo senese, Francesco Frati, e dal presidente di Legacoop Toscana, Roberto Negrini.

“Con la firma di oggi - sottolinea il rettore Francesco Frati - proseguiamo nel lavoro di consolidamento dei rapporti con il tessuto economico e produttivo del territorio per offrire opportunità concrete per il futuro professionale dei nostri studenti e laureati. Non a caso l’accordo con Legacoop viene firmato nella prima giornata della Career week, una settimana di iniziative dedicate proprio all’orientamento al lavoro. Siamo infatti convinti che l’Università possa avere un ruolo di facilitatore e guida nell’incontro dei giovani con il mondo del lavoro e l’apprendistato di alta formazione e ricerca rappresenta una formula efficace che permette ai ragazzi di affinare le proprie competenze in risposta alle richieste di un mercato sempre più competitivo”.

 “Vogliamo far conoscere agli studenti che stanno frequentando l’Università o che si sono appena laureati le opportunità che la cooperazione può offrire loro - afferma il presidente di Legacoop Toscana Roberto Negrini - Le nostre cooperative, attive in moltissimi ambiti, possono rappresentare una risorsa per i giovani sul piano dell’occupazione e in certi casi la creazione di una start up cooperativa potrebbe rivelarsi la soluzione ‘giusta’ per dare forma a una propria idea imprenditoriale”. Legacoop Toscana è impegnata sui diversi territori per promuovere il modello cooperativo e i valori della cooperazione tra le nuove generazioni: “Il percorso che abbiamo intrapreso – conclude Negrini - non può che partire da una sempre più stretta collaborazione con gli Atenei, che sono i luoghi della ricerca e dell’innovazione per eccellenza”.

L’accordo avrà una durata di cinque anni, e verranno stipulate convenzioni di dettaglio su specifici progetti e iniziative. Le cooperative aderenti a Legacoop Toscana potranno innanzitutto stipulare contratti di Apprendistato di Alta Formazione e Ricerca; potranno inoltre essere attivate Esperienze in Cooperativa attraverso la partecipazione degli studenti a tirocini curriculari e non curriculari, di formazione e di orientamento, di inserimento al lavoro, e a Project work.

Si potranno attivare anche iniziative di Co-Teaching, in cui esperti del mondo cooperativo svolgeranno attività didattica nell’ambito di seminari o giornate tematiche di introduzione all’impresa cooperativa, così come l’università, in un proficuo scambio, organizzerà workshop mirati all’aggiornamento di manager di cooperative su tematiche innovative. La collaborazione sarà mirata al placement degli studenti e neolaureati dell’Università di Siena, a supporto della loro occupabilità nel mercato del lavoro al termine della carriera formativa.

La collaborazione potrà riguardare anche la progettazione dei percorsi universitari, per preparare le figure professionali necessarie sulla base dei reali fabbisogni delle cooperative (inserimento di nuove materie all’interno dei percorsi esistenti o creazione di percorsi formativi ad hoc). Si potranno altresì promuovere eventi specifici su temi vicini al mondo della cooperazione e di rilevanza scientifica e interesse per il mondo accademico, così come indagini, ricerche o studi di interesse comune.

Infine, Legacoop si impegna a finanziare borse di studio per tesi di laurea svolte su argomenti che riguardano il mondo della cooperazione.

 

 

 

Pubblicato in Toscana

Dopo un decennio di forti impegni per combattere le epidemie di HIV e Tubercolosi, la riduzione dei fondi internazionali e l'improvviso spostamento dell'onere finanziario sui paesi più colpiti rischiano di ribaltare importanti successi ottenuti e causare una ripresa di queste epidemie in diversi paesi. È l'allarme lanciato nel nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF) alla vigilia della conferenza di rifinanziamento del Fondo Globale per la lotta contro Aids, tubercolosi e malaria, a Lione dal 9 al 10 ottobre.

L'obiettivo di eliminare HIV e TB è ancora lontano dall'essere raggiunto: insieme, le due malattie uccidono fino a due milioni di persone ogni anno. Nonostante questo, i fondi allocati per i programmi HIV nel 2018 si sono ridotti – per la prima volta in più di dieci anni – di 1 miliardo di dollari per i paesi a basso e medio reddito, mentre il gap dei fondi per i programmi TB ha raggiunto i 3,5 miliardi di dollari all'anno, stando ai dati delle Nazioni Unite. E mentre si tagliano i fondi internazionali, sempre di più si chiede ai paesi colpiti di finanziare con fondi propri la risposta contro HIV e TB, anche se spesso si tratta di paesi tra i più poveri al mondo. 

"L'attuale riduzione dei finanziamenti avviene in un momento cruciale per la risposta all'HIV e alla TB" dichiara la dott.ssa Mit Philips di MSF, una delle autrici del rapporto. "Se rischiamo di perdere importanti successi ottenuti in paesi come il Mozambico, c'è un rischio ancora più alto che nei paesi dell'Africa occidentale o centrale, già molto indietro nella risposta all'HIV e TB e senza le risorse sufficienti per compensare la riduzione dei fondi, la situazione possa peggiorare ulteriormente."

In base a studi realizzati in nove paesi dove MSF gestisce programmi HIV e TB, il rapporto "Burden sharing, not burden shifting (Condividere l'onere, non trasferire l'onere)" documenta come i tagli dei fondi internazionali e le insufficienti risorse nazionali disponibili stiano già causando ampi gap nella diagnosi, prevenzione e trattamento di HIV e TB, provocando l'esaurimento delle scorte di farmaci essenziali e minacciando programmi che coinvolgono persone con bisogni specifici, come popolazioni chiave (uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini, persone transgender, lavoratori del sesso, persone che assumono droghe per via endovenosa...), migranti e pazienti HIV in stadio avanzato.

"Ogni giorno le équipe di MSF vedono pazienti soffrire e morire per queste malattie che possono essere trattate" dice il dott. Ruggero Giuliani, vicepresidente di MSF. "Il numero di persone sotto trattamento a vita per l'HIV continua ad aumentare, ma i soldi disponibili per supportarle continuano a diminuire. Senza farmaci o servizi di supporto sufficienti, molte persone non iniziano il trattamento in tempo o sono costretti ad abbandonarlo repentinamente. Altre devono attingere ai loro risparmi per pagare i farmaci e continuare il trattamento. L'epidemia da virus HIV può essere tenuta sotto controllo solo se viene garantita una terapia adeguata, ma se il trattamento viene interrotto o non somministrato, l'infezione riprenderà a diffondersi, con un aumento dei contagi, della mortalità, dei fallimenti terapeutici e anche della resistenza ai farmaci, con conseguente aumento del costo delle cure."

Urge fare i conti con la realtà

Secondo il rapporto di MSF, l'impatto della riduzione dei fondi per l'HIV e la TB è sottostimato e verosimilmente aumenterà, perché i paesi vulnerabili non riescono a compensare il ridotto supporto finanziario esterno. Anche quando c'è la volontà politica di contribuire di più, molti paesi non possono assumersi questa responsabilità nel breve termine. "Alcuni dei paesi analizzati nel rapporto – come la Repubblica Democratica del Congo, la Guinea e il Mozambico – sono nel pieno di un conflitto o di problemi politici ed economici" spiega la dott.ssa Mit Philips di MSF. "Eppure vengono messi sotto pressione perché mobilitino velocemente risorse per l'HIV e la TB, a fronte di budget ridotti e fondi insufficienti dei donatori. Urge fare i conti con la realtà."

In vista delle sfide economiche e fiscali attuali, gli autori del rapporto chiedono che venga valutata la reale capacità dei paesi di aumentare nel breve termine le risorse destinate alla salute, dato l'impatto della riduzione dei fondi sulla vita delle persone che convivono con HIV e TB e la capacità degli operatori sanitari di prendersi cura di loro.

"Condividere l'onere dei fondi HIV e TB può essere positivo, perché mostra che tutti devono contribuire a un fondo più consistente" dice la dott.sa Philips di MSF. "Ma questo approccio deve adattarsi alla realtà di ogni paese. La condivisione dell'onere non deve diventare uno spostamento dell'onere. Quando le proiezioni sulla capacità di un paese di aumentare le risorse sanitarie si rivelano troppo ottimiste, i programmi sanitari e la vita delle persone sono a rischio."

"I paesi donatori devono urgentemente ripristinare i finanziamenti per HIV e TB e adattare il loro approccio alle sfide che i paesi devono affrontare, oggi e negli anni a venire" dice il dott. Ruggero Giuliani di MSF. "In caso contrario i successi del passato verranno compromessi e potrebbe verificarsi una ripresa epidemiologica che costerà molte vite. La conferenza di rifinanziamento del Fondo Globale deve essere un momento cruciale nel mobilitare le risorse necessarie a impedire che la risposta a queste malattie finisca ancora più fuori strada. Anche l'Italia, che pure quest'anno ha aumentato il proprio impegno finanziario per il Fondo Globale portandolo a 161 milioni di euro nel prossimo triennio, deve continuare a fare la sua parte e incrementare ulteriormente il proprio contributo nell'immediato futuro".

L'accesso alle cure per HIV e TB è una delle principali sfide attuali della lotta per l'accesso ai farmaci, di cui MSF celebra quest'anno i 20 anni (www.msf.it/spazioallecure).

 

 

Pubblicato in Salute

Domenica 6 ottobre, al Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara, con il supporto e la partecipazione della cooperativa CIDAS, nell'ambito del programma del festival Internazionale a Ferrara, si è tenuto l'incontro "L’ultimo tabù", per approfondire i temi dell'affettività e della sessualità nel mondo della disabilità.

All'incontro, moderato da Nadia Ferrigo de La Stampa, sono intervenuti Maximiliano Ulivieri presidente del comitato Love Giver per la promozione in Italia della figura dell'assistente sessuale per le persone disabili, Fabrizio Giorgeschi, psicologo, e Aurelio Zenzaro, educatore per la disabilità di CIDAS. 

Come emerso dall'incontro, al centro del lavoro di CIDAS ci sono sempre i diritti di cura e i bisogni degli ospiti e delle loro famiglie, per questo è importante affrontare anche tematiche considerate

Pubblicato in Diritti&Inclusione
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