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Lunedì, 26 Ottobre 2020

Venerdì, 27 Dicembre 2019 - nelPaese.it

Attraverso un ciclo di analisi paleomagnetiche, un team di ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), ha ricostruito il movimento del polo geomagnetico nell'Olocene, ovvero nell'attuale epoca geologica che ha avuto inizio circa 11700 anni fa.

Un movimento variabile ed imprevedibile del polo geomagnetico in Artide è quanto emerge dai dati dello studio 'A refined age calibrated paleosecular variation and relative paleointensity stack for the NW Barents Sea: Implication for geomagnetic field behavior during the Holocene', recentemente pubblicato sulla rivista Quaternary Science Reviews. 

Infatti, in alcuni periodi prolungati - costituiti da diversi secoli - la posizione dell'antico polo geomagnetico (paleopolo) è stata sostanzialmente stabile, restando confinata in regioni piuttosto limitate. In altri periodi, invece, il moto del polo geomagnetico ha subito una accelerazione significativa, coprendo in poco tempo regioni molto estese. 

Questo fenomeno è collegato ai complessi processi che avvengono all'interno della Terra, in una zona al confine tra il mantello terrestre ed il nucleo esterno fluido dove si origina il campo magnetico terrestre.

Il comportamento del polo geomagnetico nel passato è molto importante per aggiungere informazioni ed aiutare a comprendere i fenomeni che avvengono oggi. In particolare, il movimento odierno dei poli magnetici vede una brusca accelerazione, con un veloce spostamento del polo nord magnetico verso la Siberia e di quello sud verso la costa della Terra Vittoria in Antartide. L'attuale rapido cambiamento della posizione dei poli magnetici (punti della superficie terrestre in cui il campo magnetico è verticale) sembra essere compatibile con quanto emerge dai dati sull'Olocene, che indicano che la posizione dei poli geomagnetici (punti in cui il dipolo magnetico interseca la superficie terrestre; generalmente non corrispondono ai poli magnetici) nel recente passato geologico è stata contraddistinta da periodi di relativa stabilità e periodi di rapida variazione.

La circostanza che l'accelerazione subita dal moto dei poli magnetici negli ultimi anni abbia costretto - nel 2019 - ad un aggiornamento anticipato del modello magnetico globale (World Magnetic Model - WMM), è legata a caratteristiche del nostro pianeta che operano secondo modalità già verificate nel passato.

Lo studio dei ricercatori dell'INGV e dell'OGS è stato condotto su quattro carote di sedimenti marini prelevate nella regione artica al largo delle isole Svalbard (Mare di Barents) nel corso degli ultimi anni durante 3 crociere scientifiche oceanografiche condotte in una collaborazione internazionale che ha coinvolto diversi istituti di ricerca ed università tedesche, spagnole, norvegesi e danesi.

A cura dell'INGV è stata la misura e le successive analisi dei dati relativi al magnetismo fossile (cd. paleomagnetismo) preservato nei sedimenti.

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Si chiama soft power un particolare ed ineffabile esercizio del potere. Quello di chi riesce a determinare gli eventi in modo coercitivo usando mezzi intangibili, come i valori, la cultura, l′informazione. Noi non vogliamo credere che le mafie siano arrivate a questo livello di raffinatezza. Mettere in atto strategie di soft power è infatti molto più difficile che usare la violenza brutale.

Non a caso questa locuzione è stata coniata nella teoria delle relazioni internazionali per descrivere programmi complessi portati avanti dai governi di superpotenze come gli Stati Uniti e la Cina, i quali, grazie a think tank, servizi di intelligence, sistemi informativi e apparati senza uguali per capacità di influenza, hanno elaborato una nuova modalità di dominio e di sopraffazione che non dispiace alle opinioni pubbliche. Perché, semplicemente, non si vede. E quindi non provoca reazioni da chi ne è danneggiato.

Il dubbio però ci è venuto quando abbiamo appreso che il ristorante Nco di Casal di Principe, gestito dalla Cooperativa sociale Agropoli, dovrà chiudere forzatamente i battenti il prossimo 7 gennaio.

Agropoli è un esempio nazionale di valorizzazione dei beni confiscati alle mafie. Nella villa-bunker confiscata a Mario Caterino ha realizzato un′attività economica (il ristorante), un′occasione unica di inserimento lavorativo (perché vi impiega persone socialmente fragili che non hanno la possibilità d′un altro recupero), un luogo di istruzione (il centro di avviamento professionale intitolato a don Lorenzo Milani), un servizio di cura (grazie ai piani terapeutici personalizzati assicurati dai budget di salute).

Ma soprattutto ne ha fatto un avamposto e un baluardo di legalità, una pietra d′angolo su cui fondare per un intero territorio la speranza di riscatto, un luogo di pensiero e di riappropriazione anche semantica di una tradizione di convivenza che rischia di andare perduta anche a causa del distorto uso delle parole.

«Casalese - ci hanno spiegato i soci della cooperativa fondata da Peppe Pagano e ora guidata da Antonio De Rosa - è don Peppe Diana non meno di Nunzio De Falco che ne ha ordinato l′omicidio. I Casalesi non sono gli appartenenti al clan Schiavone! Casalesi siamo noi perché siamo, fieramente, di Casal di Principe. Punto». Così la cooperativa ha sfidato l′omertà e la paura, non solo rintroducendo nel vocabolario i significati originari delle parole rubate dalla camorra ma cambiando il significato anche a quelle nate dentro la criminalità organizzata.

Nco, acronimo della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, lo è diventato prima di Nuova cucina organizzata, cioè del ristorante, e poi di Nuova cooperazione organizzata, il consorzio che riunisce in un unico organismo altre sei cooperative casertane che hanno reso produttivi i beni confiscati a Sessa Aurunca, a Teano, ad Aversa, valorizzando le risorse naturali, culturali e sociali di una comunità che è stata impoverita dalla sopraffazione delle economie criminali. Sono i soci di queste cooperative ad aver ideato il Pacco alla camorra, che raccoglie i prodotti agricoli delle cooperative di inserimento lavorativo e che viene venduto in più di 7.000 esemplari ogni anno nel periodo natalizio.

Ora, dove non hanno potuto le minacce, le intimidazioni, i furti, i boicottaggi, gli incendi e i colpi di pistola, può la burocrazia. Nco, il ristorante, chiuderà per crediti. La cooperativa sociale Agropoli assiste da due anni ad un paradossale scaricabarile tra comuni, Asl e Regione Campania, col risultato che da due anni non viene pagata.

«Nessuno degli attori istituzionali coinvolti - dicono dalla cooperativa - ha la reale intenzione di risolvere la questione, anzi si sta conducendo il sistema dei budget di salute al suicidio». Nella speranza che il Presidente della Repubblica risponda all′appello lanciato da Nco, noi del Consorzio Parsifal esprimiamo la nostra solidarietà a tutti i soci della cooperativa.

Ancora una volta la cooperazione sana, e con essa un sistema che andrebbe esportato in tutta Italia e in Europa come quello dei budget di salute, è messa in pericolo nella sua stessa possibilità di sopravvivenza, non soltanto per colpa di inefficienza ed inettitudine amministrativa, ma grazie ad un sottile disegno volto a smantellare un sistema di riabilitazione degli individui e delle comunità che sta funzionando.

E che perciò dà fastidio e non piace a chi vuole che le cose restino così come sono. 

Consorzio Parsifal

Pubblicato in Economia sociale

Time for Humanity. Tre parole per dire che è tempo di riscoprire la nostra umanità. Tre parole che segneranno una nuova iniziativa per la pace in Medio Oriente della Tavola della pace e del Coordinamento Nazionale degli Enti per la pace e i diritti umani.

Time for Humanity. Un viaggio di conoscenza e di solidarietà che, a partire da oggi, porterà oltre centro rappresentanti di Comuni, scuole, associazioni e semplici cittadini a Betlemme e Gerusalemme, in Palestina e in Israele.

“Sono passati trent’anni da quando, il 31 dicembre 1989, insieme a oltre trentamila italiani, europei, palestinesi e israeliani - ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace - organizzammo una grande catena umana di pace attorno alle mura di Gerusalemme. Era ‘Time for Peace’: il tempo della pace e della speranza. Da allora non abbiamo mai smesso di sostenere il processo di pace che stava nascendo. E oggi, mentre tutto si è fatto drammaticamente più difficile, ritorniamo in quella terra per capire con gli occhi e cercare ancora, testardamente, la via della pace”.

“Vogliamo iniziare il nuovo decennio dal punto più basso della Terra – continua Lotti - per riflettere sulla strada che dobbiamo percorrere per uscire dallo sprofondo di disumanità in cui siamo finiti. Vogliamo reagire alla sfiducia, alla rassegnazione e al cinismo che stanno inaridendo le nostre vite per affrontare concretamente le piccole e grandi sfide del nostro tempo: dalle disuguaglianze al cambiamento climatico, dalle guerre alle migrazioni. La pace e la giustizia che tante volte abbiamo invocato per Gerusalemme non possono essere riposte nel cassetto delle illusioni come la stanchezza ci spingerebbe a fare. Anche perché, come diceva il Card. Martini, “Non ci sarà pace nel mondo finché non regnerà in quelle terre piena pace. E tutti gli sforzi di pace in quelle terre avranno una ripercussione straordinaria sul pianeta intero”.

Pubblicato in Dal mondo

Dopo recente decisione delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione sulla coltivazione domestica ad uso personale di piante di cannabis interviene Forum Droghe, la storica associazione che si occupa di politiche sulle droghe a livello nazionale ed internazionale (con status consultivo all'ONU).

Per Stefano Vecchio, il presidente di Forum Droghe "la decisione della Cassazione è importante perchè mette nero su bianco che è insensato colpire penalmente condotte che sono evidentemente volte al consumo personale. Dovremmo tutti prendere atto che il fenomeno del consumo, ma anche dell'autoproduzione di cannabis per uso personale, è ormai normalizzato nella società e che quindi è compito dello Stato regolarlo per limitarne i danni sulle persone. Purtroppo la politica è sorda agli appelli che in questi anni abbiamo fatto più volte per un intervento legislativo di riforma complessiva del DPR 309/90 che compie ormai 30 anni”.

“Un primo passo potrebbe essere – prosegue Vecchio - in attesa di una riforma complessiva, che il parlamento discuta ed approvi la proposta Magi di riforma del 73 e dei fatti di lieve entità, da non confondersi con quella assurda e crimonogena di Salvini. Manca però un luogo di confronto: la Conferenza nazionale da troppi anni non viene convocata, mentre si parla di droghe, anzi di "DROGA" al singolare, solo per collegarla nei titoli a tragici fatti di cronaca o per generare allarmi per lo più generici e senza alcun approfondimento. Le organizzazioni della Società Civile, gli operatori del settore insieme alle persone che usano sostanze - conclude Vecchio - hanno però ha deciso di autoconvocare a fine febbraio a Milano (28-29 febbraio) una grande Conferenza in cui discutere di come governare il fenomeno sociale del consumo di droghe dopo 30 anni di fallimentare guerra alla droga."

Per Leonardo Fiorentini, direttore di Fuoriluogo.it "è la quarta volta che i giudici intervengono in sostituzione della politica per adeguare la legge italiana sulle droghe al dettato costituzionale e al buon senso giuridico. Per 3 volte la Corte Costituzionale ha prima dichiarato illeggitima la Fini-Giovanardi, poi cassato al'art 75 bis sulle sanzioni amministrative ed infine adeguato il minimo di pena per le sostanze cosiddette pesanti ad un minimo principio di proporzionalità della pena. Oggi è la Cassazione che fa suo un principio già diffuso in molte Corti italiane, ovvero che fosse insensato colpire come uno spacciatore chi coltiva poche piante di cannabis per il proprio consumo personale. Si arrivava all'assurdo che si colpiva pesantemente chi si coltivava la propria pianta in casa proprio per non foraggiare le narcomafie”.

“La grande assente di oggi è la politica – sottolinea Fiorentini - che è ancora ostaggio dell'ideologia proibizionista. Ne è dimostrazione le risposte troppo timide di molti politici rispetto all'ultima crociata dell'ex Ministro della Paura Salvini, addirittura in guerra (senza quartiere) anche contro sostanze che non hanno effetti psicoattivi, come la cannabis light. Per iniziare però 30 anni di pesante proibizionismo in Italia, quasi 60 nel mondo, non hanno fatto altro che riempire le carceri di spacciatori e persone che usano sostanze (rispettivamente il 35% e il 28% dei detenuti), mentre il mercato illegale delle droghe è più libero, florido e variegato che mai. Oggi è il momento del coraggio per affrontare di petto il fallimento delle politiche proibizioniste a livello nazionale ed internazionale, a partire dalla sostanza più diffusa e normalizzata fra quelle nelle tabelle delle convenzioni internazionali. Al pari di paesi come Uruguay, Canada ed 11 stati USA è il tempo di avviare anche in Italia una riforma per la regolamentazione legale della cannabis."

Forum Droghe, fondata nel 1995, si occupa di politiche sulle droghe a livello nazionale ed internazionale. E membro dell'International Drug Policy Consortium e della Coalizione Italiana per i Diritti e le Libertà Civili ed è ONG accreditata con status consultivo all'ONU. Fuoriluogo.it è la testata edita da Forum Droghe.

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Riceviamo e pubblichiamo

 

“I malati in genere, e i malati psichici in particolare, rappresentano i modo peculiare ciò che noi, nel nostro mondo fondato sul progresso e sulla capacità di imporsi, di mostrare la propria potenza, cerchiamo di espellere dalla nostra coscienza” ( Hageenmaier).

Le persone psichicamente sofferenti non necessitano solo di esperti o terapeuti ultra specializzati. Hanno bisogno in realtà del loro prossimo e di una comunità di persone che diano loro la possibilità di sentirsi ne più e ne meno che esseri umani tra altri esseri umani. È solo una comunità che sa prendersi cura delle proprie differenze senza espellerle o emarginarle, l’orizzonte possibile perché la persona malata ritrovi la propria dimensione integrale e la sua dignità, otre ogni pregiudizio. Una comunità che include e che accoglie e fa sentire “pensate” ogni persona insieme alle sue fragilità.

Tale necessità è oggi confortata anche progressi della ricerca psicobiologica che evidenziano come la complessità dell’interazione tra fattori sociali e biologici sono alla base della genesi dei disturbi mentali e che il confine tra ciò che è biologico e ciò che è sociale è sempre più labile. Tutto questo non può non avere una ricaduta anche sull’organizzazione dei servizi, previsti e ancora non completamente attuati, dalla legge 180. In particolare per quanto attiene il riconoscimento e gestione precoce della sofferenza psichica, soprattutto negli adolescenti, la presenza nelle scuole e nei luoghi di lavoro, ma anche per promuovere la salute mentale e favorire l’inclusione dei soggetti fragili. 

La malattia mentale dovremmo poterla incontrare soprattutto fuori dalle istituzioni, non solo quelle psichiatriche ma ogni istituzione la cui funzione è quella di etichettare, fissare ruoli rigidi. Occorre incontrarla sul proprio territorio lì dove la sofferenza emerge, coinvolgendo reti sociali e risorse che la stessa comunità contiene in sé. È solo nella comunità che la persona vulnerabile può riaffermare la propria identità di persona e non “malato” o “paziente psichiatrico”, è nella comunità che può realizzarsi il pieno riconoscimento della persona anche in una situazione di cura in cui la vulnerabilità sembra giustificare la perdita di autonomia e libertà. Solo in una comunità consapevole e critica si può essere accettati e accolti senza pregiudizi superando la discriminazione e l’isolamento del sofferente psichico. 

Un grande lavoro e un processo da generare, per creare e ricreare un territorio finalmente  “felice”, che accoglie le persone con problematiche psichiche, puntando e investendo sulle loro capacità dando loro credito.

Nel cuore di Napoli, in uno dei suoi quartieri più popolosi e difficili, che si è aperta una sfida significativa, dove associazioni, sofferenti psichici e le loro famiglie, il Centro di Salute Mentale del Centro Storico, il forum sulla salute mentale di Napoli, provano ad aprire un percorso di quartiere. Una sfida impegnativa e immensa, che nasce dalla critica ai limiti di una psichiatria solo prescrittiva, fatta di ambulatori e di SPDC, avulsa sostanzialmente dalla comunità in cui opera.  

Qui in un contesto di profondo disagio sociale spesso animato da faide di camorra, vi è un centro culturale di grandissimo valore, nato da una reazione civile ad un omicidio di Camorra, quello della sedicenne Annalisa Durante. Una biblioteca lì dove una volta vi era un cinema fatiscente. una presenza di una trentina di associazioni, la rete di Forcella, e la voglia concreta di rispondere con la le armi della cultura alla violenza e alla cultura della morte.

Ed è da qui che parte oggi la nostra scommessa, la liberazione delle persone con problemi psichici restituendo loro l’autonomia, non può non essere parte di una sfida più grande, la liberazione di un quartiere simbolo della criminalità.

Martedì 17 dicembre la prima tappa di un lungo percorso che prevede l’avvio di attività riabilitative e integrative aperte al quartiere, una festa di comunità a porte aperte, promossa dal CSM e dall’Associazione Annalisa Durante, presenti cittadini del quartiere, utenti dei servizi, le famiglie, le associazioni e le istituzioni sanitarie. Una festa come un gesto simbolico per esprimere sul piano anche artistico e musicale la necessità di sentirci “pensati” e parte di una comunità. Ed è stata questa straordinaria e peculiare presenza di tutti i protagonisti intorno alla Salute Mentale a far emergere come sia oggi più che mai necessario un nuovo patto tra tutti gli attori, ognuno con il suo privilegiato vertice di osservazione, per promuovere un nuovo e radicale percorso nella città metropolitana di Napoli.      

Giuseppe Auriemma, psichiatra – Unità operativa salute mentale 31 di Napoli

 

Pubblicato in Salute

Stefano, Mare e Anna sono i soci fondatori della cooperativa Smart. Dopo aver lavorato per anni nel punto vendita Divani & Divani di Bastia Umbra, quando il loro negozio ha chiuso non si sono persi d’animo ed hanno deciso di rilevarlo. Hanno costituito una cooperativa e si sono trasformati da dipendenti in imprenditori valorizzando in questo moto l’esperienza e le competenze acquisite.

“A gennaio 2019, il negozio, - afferma il Presidente Stefano Ciaccini - pur raggiungendo i propri obbiettivi in maniera serena, ha terminato la propria attività e quindi noi abbiamo preso la palla al balzo e ci siamo candidati per rilevare il marchio”.

La loro idea è stata sposata dal gruppo Natuzzi, impresa leader nella produzione dei divani made in Italy presente in tutto il mondo con oltre 300 punti vendita, che per la prima volta dal 1959 ha affidato un proprio negozio ad una cooperativa di lavoratori.

“Quando abbiamo incontrato la Presidenza per esporre il nostro progetto – sottolinea il VicePresidente Mare Barabani – la tensione era tanta, e vuoi per lo stress o la tensione di quei momenti ci siamo subito commossi. Il Presidente che ci era venuto a conoscere ci ha abbracciati e con le lacrime agli occhi ha detto stemperando la tensione: aiutate questi ragazzi!”.

Per realizzare il loro sogno hanno investito nella cooperativa l’indennità di disoccupazione ed una parte dei loro risparmi necessari per coprire una parte dei 200 mila euro spesi per aprire il punto vendita. In questo percorso sono stati affiancati da Legacoop Umbria che li ha supportati nella fase di start-up mettendogli a disposizione esperienza, consulenze specialistiche e strumenti finanziari specializzati per supportare le cooperative.

“Di difficoltà ce ne sono – prosegue Mare Barabani – la cosa fondamentale è quella di affidarsi a sostenitori competenti come la Lega delle cooperative che ci ha accompagnato, passo dopo passo, nella realizzazione di questo nostro sogno”.

Dal 23 dicembre, dopo 6 mesi di preparazione, finalmente il sogno si è realizzato e dopo un anno Stefano, Mare e Anna sono tornati lavorare nel loro negozio. “Finalmente torniamo a fare ciò che ci piace fare – dice Anna - non abbiamo mai pensato di prendere altre strade. È la nostra rivincita.”

“La storia della cooperativa Smart – afferma Andrea Bernardoni di Legacoop Umbria – è molto importante perché apre una strada nuova che può salvare centinaia di posti di lavoro. Per la prima volta, infatti, un grande marchio simbolo del made in Italy ha affidato la gestione del proprio negozio ai dipendenti uniti in cooperativa che altrimenti sarebbero rimasti senza lavoro. Questo modello è estremamente interessante e può essere replicato nelle tante crisi che interessano il commercio. Noi di Legacoop ci siamo e speriamo di riuscire a supportare la nascita di tante altre cooperative come Smart”.

Pubblicato in Lavoro
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