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Lunedì, 06 Luglio 2020

Venerdì, 06 Dicembre 2019 - nelPaese.it

Nel secondo capitolo del Rapporto annuale del Censis si affrontano i temi del cambiamento d'epoca del Paese. Dalla crisi demografica al divario strutturale Nord-Sud fino alle ricadute sul welfare e sul sistema produttivo. 

Le responsabilità collettive eluse: lo tsunami demografico e il grande esodo dal Sud

Rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite: così appare l’Italia vista attraverso la lente degli indicatori demografici.

 Dal 2015 ‒ anno di inizio della flessione demografica, mai accaduta prima nella nostra storia ‒ si contano 436.066 cittadini in meno, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 i nati sono stati 439.747, cioè 18.404 in meno rispetto al 2017. Nel 2018 anche i figli nati da genitori stranieri sono stati 12.261 in meno rispetto a cinque anni fa. La caduta delle nascite si coniuga con l’invecchiamento demografico.

 Nel 1959 gli under 35 erano 27,9 milioni (il 56,3% della popolazione complessiva) e gli over 64 erano 4,5 milioni (il 9,1%). Tra vent’anni, su una popolazione ridotta a 59,7 milioni di abitanti, gli under 35 saranno 18,6 milioni (il 31,2%) e gli over 64 saranno 18,8 milioni (il 31,6%).

Sulla diminuzione della popolazione giovanile hanno un effetto anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni.

I territori del ripiegamento e l’attrattività dell’area milanese e dell’asta emiliana.

Il declino demografico non è uniforme. Dal 2015 il Mezzogiorno ha perso quasi 310.000 abitanti (-1,5%), contro un calo della popolazione dello 0,6% nell’Italia centrale, dello 0,3% nel Nord-Ovest, dello 0,1% nel Nord-Est e dello 0,7% a livello nazionale.

Oggi l’Italia che attrae, e che cresce anche in termini demografici, è fatta di un numero limitato di aree. Su 107 province, 21 non hanno perso popolazione: 6 sono in Lombardia, 9 nel Nord-Est. In quattro anni Bologna ha guadagnato 10.000 residenti, l’area milanese (3,2 milioni di abitanti) ha aumentato la sua popolazione dell’equivalente di una città come Siena (53.000 abitanti in più), cui si aggiungono i quasi 10.000 residenti in più della contigua provincia di Monza.

Nell’area romana invece è crollato l’arrivo di stranieri (20.000 in meno tra il 2012 e il 2018) e sono diminuite le iscrizioni dal resto del Lazio e dalle altre regioni, a riprova dell’appannamento dell’appeal della capitale.

L’enorme peso della ricomposizione sociale che grava sul sistema di welfare

 Le dinamiche demografiche incidono pesantemente sugli equilibri del sistema di welfare. L’aspettativa di vita alla nascita nel 2018 è di 85,2 anni per le donne e 80,8 per gli uomini. Le previsioni al 2041 salgono rispettivamente a 88,1 e 83,9 anni. Oggi gli over 80 rappresentano già il 27,7% del totale degli over 64 e saranno il 32,4% nel 2041. Nonostante i miglioramenti complessivi dei livelli di salute della popolazione, l’80,1% degli over 64 è affetto da almeno una malattia cronica, il 56,9% da almeno due. Questi ultimi aumenteranno di 2,5 milioni di qui al 2041. Già oggi la quota di non autosufficienti è pari al 20,8% tra gli over 64, a fronte del 6,1% riferito alla popolazione complessiva, e supera il 40% tra gli ultraottantenni.

I soggetti più vulnerabili nelle maglie larghe del sistema formativo

 Pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di competenze tra i giovani e gli adulti: sono queste le criticità del sistema educativo italiano. Il 52,1% dei 60-64enni si è fermato alla licenza media (a fronte del 31,6% medio nell’Unione europea). Ma anche tra i 25-39enni il 26,4% non ha conseguito un titolo di studio superiore (contro il 16,3% medio della Ue). Il 14,5% dei 18-24enni (quasi 600.000 persone) non possiede né il diploma, né la qualifica e non frequenta percorsi formativi.

Nel 2018 ha partecipato ad attività di apprendimento permanente solo l’8,1% della popolazione 25-64enne (appena il 2% di chi possiede al massimo la licenza media). L’insufficiente comprensione della lingua inglese parlata riguarda il 64,3% degli studenti dell’ultimo anno delle scuole secondarie di secondo grado. Il 68% degli adulti non possiede sufficienti conoscenze finanziarie di base.

Il calvario quotidiano di cittadini e imprese: i fattori di pressione sul ceto medio produttivo

Della Pubblica Amministrazione si fida solo il 29% degli italiani. Nell’Unione europea (valore medio: 51%) peggio di noi solo Grecia e Croazia. Erano 3.443.105 i procedimenti civili pendenti nel 2018. Di questi, il 16,1% era a rischio, ovvero procedimenti non risolti entro i termini di legge e per i quali gli interessati possono richiedere un risarcimento allo Stato. Alla fine del 2018 si quantificano in 26,9 miliardi di euro i debiti commerciali residui delle amministrazioni pubbliche fatturati nell’anno, scaduti e non pagati. Per il 60% dei commercialisti le loro aziende clienti subiscono ritardi nella riscossione di crediti dalla Pa.

I grumi di nuovo sviluppo: le aggregazioni per stili di vita che fanno identità

Sempre più spesso la costruzione di relazioni significative avviene nella vita quotidiana: fuori dai grandi progetti di mobilità sociale e dagli investimenti sul futuro professionale o familiare, ma dentro circuiti di costruzione identitaria legati alla coltivazione delle passioni. Gli italiani dispongono mediamente di 4 ore e 54 minuti al giorno di tempo libero (il 20,4% delle giornate feriali). E ne sono molto (13,6%) o abbastanza (52,6%) soddisfatti. Nel 2018 la spesa delle famiglie per attività ricreative e culturali è stata pari a 71,5 miliardi di euro (il 6,7% della spesa complessiva).

Gli italiani che prestano attività gratuite in associazioni di volontariato sono aumentati del 19,7% negli ultimi dieci anni, del 31,1% quelli che hanno visitato monumenti o siti archeologici, del 14% quelli che hanno visitato un museo. E sono 20,7 milioni le persone che praticano attività sportive.

Automazione, robotica e intelligenza artificiale cambiano l’impresa e il lavoro

Nel 2018 in Italia sono stati installati 9.800 nuovi robot: meno della metà della Germania (26.700), ma quasi il doppio di Francia (5.800) e Spagna (5.300). Nel nostro Paese nell’industria sono stati installati 200 robot ogni 10.000 addetti, il doppio della media mondiale. Ma siamo in ritardo rispetto ai grandi protagonisti della produzione industriale, in particolare di autoveicoli, come Germania (338) e Giappone (327), e rispetto a economie con una manifattura altamente tecnologica, come Singapore (831) e Corea del Sud (774).

Pubblicato in Nazionale

Il furore di vivere degli italiani ha vinto su tutto. Sfuggiti a fatica al mulinello della crisi, adesso l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista. Ma come siamo arrivati a questo punto?

Gli italiani avevano dovuto prima metabolizzare la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria, destinando risorse crescenti a strumenti privati di autotutela e introiettando l’ansia del dover fare da soli rispetto a bisogni non più coperti come in passato. Poi avevano dovuto fare i conti con la rottura dell’ascensore sociale, assumendo su di sé anche l’ansia provocata dal rischio di un possibile declassamento sociale. Anche perché la nuova occupazione creata negli ultimi anni è stata segnata da un andamento negativo di retribuzioni e redditi.

Oggi il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata. Il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Infine, gli italiani hanno dovuto rinunciare perfino ai due pilastri storici della sicurezza familiare, il mattone e i Bot, di fronte a un mercato immobiliare senza più le garanzie di rivalutazione di una volta e a titoli di Stato dai rendimenti infinitesimali.

Stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro

 Mattone e Bot erano inscritti nel codice genetico degli italiani: erano gli strumenti che rispondevano materialmente alla domanda sociale di futuro, il veicolo per salire verso livelli più alti di benessere. Ma oggi è cambiata la percezione sociale della proprietà immobiliare, considerata un costo più che un investimento. Dal 2011 la ricchezza immobiliare delle famiglie ha subito una decurtazione del 12,6% in termini reali. E il 61% degli italiani non comprerebbe più i Bot, visti i rendimenti microscopici.

Venuti meno i pilastri del modello tradizionale di sviluppo, agli italiani non è arrivata però l’offerta di percorrere insieme nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro. Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Contando di fatto solo sulle proprie forze, gli italiani hanno quindi messo in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro, in una solitaria difesa di se stessi, in assenza di grandi strategie da generali d’armata, di certo non avvistati all’orizzonte in questi anni. Hanno cercato di porre una diga per arrestare la frana verso il basso.

La loro reazione vitale ha generato una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei e molecolari degli interessi personali, a dispetto di proclami pubblici e decreti: il severo scrutinio nei consumi, il cash accumulato in chiave difensiva, anche il «nero» di sopravvivenza. Così non si è fermata la corsa alla liquidità: +33,6% di contante e depositi bancari nel decennio 2008-2018 (contro il -0,4% delle attività finanziarie complessive delle famiglie). È il segno di un legame profondo con il contante che rinvia alle sue valenze psicologiche, oltre che funzionali.

La società ansiosa di massa macerata dalla sfiducia

 Nell’eccezionale cambiamento epocale, condensato in pochissimi anni, il furore di vivere degli italiani li ha riportati tenacemente ai loro stratagemmi individuali. Finché l’ansia è riuscita a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non è scomparso dai loro volti, non c’è stato alcun crollo. Ma ora c’è un prezzo da pagare. Lo stress esistenziale, logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro, si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico.

Nel corso dell’anno il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. Al 55% è capitato talvolta di parlare da solo (in auto, in casa). E secondo il 69% l’Italia è ormai un Paese in stato d’ansia (il dato sale al 76% tra chi appartiene al ceto popolare). Del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 di più di tre anni fa).

Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada.

Il suicidio in diretta della politica italiana e le pulsioni antidemocratiche

 L’altro prezzo da pagare sono le crescenti pulsioni antidemocratiche. Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia. Sono i segnali dello smottamento del consenso, che coinvolge soprattutto la parte bassa della scala sociale. E apre la strada a tensioni che si pensavano riposte per sempre nella soffitta della storia, come l’attesa messianica dell’uomo forte che tutto risolve.

Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

Un’agenda condivisa contro l’epica del disincanto

 Le cronache della politica nazionale registrano l’interesse del 42% della popolazione e superano le voci classiche dei palinsesti come lo sport (29%) o la cronaca nera (26%) e rosa (18%). Nelle diete informative una importanza ancora minore è attribuita alle notizie economiche (15%) e soprattutto alla politica estera (10%). Ma questo ritrovato interesse nasce dalle ceneri di un disincanto generalizzato: si guarda la politica in tv come fosse una fiction.

Lo dimostra la continua espansione dell’area del non voto alle elezioni politiche (astenuti, schede bianche e nulle): il 9,6% degli aventi diritto nel 1958, l’11,3% nel 1968, il 13,4% nel 1979, il 18% nel 1992, il 24,3% nel 2001, fino al 29,4% nel 2018. E non esiste nessun altro soggetto come i politici che gli italiani vorrebbero vedere di meno nei programmi televisivi: vale per il 90% dei telespettatori. La domanda di politiche non trova un riscontro adeguato nell’attuale offerta politica. Al di fuori di retorica e propaganda, il lavoro e la disoccupazione preoccupano il 44% degli italiani (contro la media del 21% dei cittadini europei), il doppio rispetto all’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto alle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e dei problemi ambientali e climatici (8%).

Pubblicato in Nazionale

Sono scelte determinanti per il futuro del gioco d'azzardo lecito in Italia quelle che la politica è chiamata ad assumere nel corso delle prossime settimane. La legge di Bilancio per il 2020 e la conversione in legge del Decreto Fiscale contengono al loro interno numerosi provvedimenti sul tema, in grado di incidere profondamente sulle ricadute economico-sociali del gioco d'azzardo nel nostro paese. In particolare, preoccupa l'articolo 92 della Legge di Bilancio che prevede un incremento del 2% delle licenze per VLT (VideoLottery), che determinerebbe un aumento dell'offerta portando il numero delle licenze a 58mila.

Resta sul tavolo anche il tema dell'Intesa sulla legge di riordino nazionale del settore, raggiunta nel settembre del 2017 tra Stato e Regioni in sede di Conferenza Unificata e rimasta sulla carta per la mancata emanazione dei decreti attuativi. Sull'Intesa, già nel 2017, abbiamo sollevato perplessità, in particolare sulle limitazioni degli orari di accesso al gioco d'azzardo stabilite dagli Enti locali. Da tempo, infatti, la giurisprudenza di TAR e Consiglio di Stato è pressoché concorde nell'affermare che le 8 ore massime di apertura rappresentano un buon compromesso tra produttività del comparto e tutela della salute dei cittadini. L'Intesa, su questo tema, ribalta tale affermazione e prevede che i Comuni possano limitare il gioco per un massimo di sei ore (a fronte di 18 ore di apertura).

Una recente sentenza del TAR Lazio – in contrapposizione alla giurisprudenza amministrativa maggioritaria – ha stabilito la valenza di "norma di indirizzo" degli orari di funzionamento degli apparecchi da gioco stabiliti dall'Intesa. Tale sentenza è stata recentemente ripresa dal Ministero dell'Interno in una circolare inviata alle Prefetture e alle Questure del Paese. L'Intesa in questa circolare viene indicata come norma di indirizzo per l'azione degli Enti locali, costituendo un parametro di legittimità dei provvedimenti adottati. È chiaro come tale "indirizzo" del Viminale, seppur non vincolante, possa creare smarrimento sui territori, considerando che la quasi totalità delle ordinanze oggi applicate dagli Enti locali prevede una fascia oraria di limitazione del gioco superiore alle sei ore indicate dall'Intesa.

Un altro fronte estremamente delicato è relativo alle normative regionali. È fortissima la pressione che viene esercitata sulle Giunte e i Consigli allo scopo di indirizzare le scelte politiche verso soluzioni "al ribasso", agitando l'arma della perdita dei posti di lavoro. Un tema reale, quello dell'impiego nel settore, che tuttavia deve misurarsi necessariamente con il diritto alla salute dei cittadini sancito dalla Costituzione.

Riteniamo che lo Stato debba fare una scelta difficile, ma non più procrastinabile: iniziare un percorso che lo porti gradualmente a non considerare più il gettito da gioco d'azzardo come "riserva" per far quadrare i conti e finanziare provvedimenti una tantum. È, questa, una visione di cortissimo respiro e che non considera i danni – occulti, ma assolutamente reali – che l'indiscriminata offerta di gioco d'azzardo ha prodotto e continua a produrre a livello sociale, culturale, di sicurezza ed economico.

Auspichiamo, quindi, che l'accordo raggiunto oltre due anni fa in Conferenza Unificata Stato-Regioni venga ripreso, aggiornato, migliorato e, se possibile, ampliato. È un tema complesso e come tale richiede dialogo e soluzioni ragionate, senza dimenticare la necessità di stabilire un ordine delle priorità: la salute dei cittadini, la tutela dei lavoratori, i conti dello Stato. Priorità che non sono necessariamente contrapposte le une alle altre.

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Oltre 300 partecipanti alle celebrazioni della Giornata Internazionale del volontariato del 5 dicembre organizzata a Roma da Forum Nazionale del Terzo SettoreCaritas italiana e CSVnet. Ad intervenire alle celebrazioni anche il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, che ha portato il suo saluto e il ringraziamento all’impegno degli oltre 6 milioni di volontari nel nostro paese.

Nel suo discorso, Conte ha sottolineato l’importanza del ruolo e della figura dei volontari, ispirati responsabilmente ai valori della Costituzione e che contribuiscono a rafforzare la coesione sociale. Il presidente ha anche assunto due impegni di fronte ai rappresentanti del terzo settore italiano: valutare di introdurre nella Legge di Bilancio 10 milioni di euro per il 5 per mille e attivare il registro unico del terzo settore entro il prossimo giugno, in modo da introdurre dal 2021 i nuovi regimi fiscali. Conte ha spiegato che il Governo si sta adoperando per stringere i tempi per mandare la richiesta di autorizzazione alla Commissione europea in modo da avere in tempo il via libera.

Nonostante il quadro di finanza pubblica renda difficile gestire alcuni capitoli di spesa, l’impegno preso davanti alla platea della giornata del volontariato è di lavorare per dare maggiore chiarezza sulle agevolazioni fiscali per il terzo settore. Il Presidente del Consiglio ha così ribadito l’attenzione del governo alle richieste delle oltre 350mila organizzazioni che aspettano risposte ormai da troppo tempo. Un discorso puntuale e appassionato quello di Conte, che ha ricordato i valori fondanti del volontariato che costituisce ‘un modo di essere della persona nell’ambito dei rapporti sociali’, così come definito nella sentenza della Corte Costituzionale n. 75 nel 1992 ma anche un atto di libertà che pone le persone davanti alle proprie responsabilità.

A riempire l’Aula Magna della facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre, i principali rappresentanti del terzo settore italiano insieme alle istituzioni, docenti ed esperti e soprattutto e tanti volontari impegnati ogni giorno per costruire una società più aperta e inclusiva.

“Svolgiamo una funzione indispensabile su cui le istituzioni dovrebbero investire – dice Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore –. Pensiamo ai 6 milioni di volontari italiani che tutte le mattine si mettono a disposizione degli altri. Una relazione umana che genera fiducia civile nel prossimo e nella comunità contro la diffidenza, basata sulla gratuita di chi offre e di chi riceve. Si tratta di un bene non facilmente quantificabile in termini monetari, ma che ha un valore sociale immenso, di cui le nostre istituzioni dovrebbero tener conto. La presenza del Presidente del Consiglio Conte dimostra che in chi governa le nostre istituzioni si sta facendo largo la consapevolezza che il ruolo del volontariato non solo è utile ma anche indispensabile e che quindi la relazione fra mondo del volontariato e istituzioni pubbliche deve diventare sempre più continua e strutturata”.

Chi si impegna gratuitamente per la comunità ha anche la responsabilità di farsi portavoce delle storture nella nostra società. Su questo è intervenuto don Marco Pagniello in rappresentanza di Caritas italiana, rivendicando la capacità del volontariato di dare speranza alle persone più fragili.

“Dobbiamo essere folli, capaci di gesti coraggiosi e saper denunciare in modo consapevole e costruttivo ciò che non va. Viviamo un momento delicato in cui non si può dare nulla per scontato: scoprirci tutti vulnerabili potrebbe contribuire a ricucire i legami per costruire comunità sempre più solidali. Questo compito non è delegabile a nessuno, neanche alla politica, rimanendo capaci non solo di sottolineare ciò che non va ma impegnandosi sempre per la costruzione del bene comune”.

Tra le relazioni iniziali, quelli di Stefano Tabò, presidente di CSVnet, che ha ribadito la necessità di riflettere sulla qualità dall’impegno gratuito per la comunità. “Abbiamo parlato di follia del volontariato, ma dovremmo parlare invece di piena consapevolezza di sé. Non si tratta di un fenomeno sporadico ma endemico e vogliamo che diventi un’epidemia. È un atto di libertà e nonostante la sua pluralità di forme, mantiene una visione unitaria. Basti pensare che la nuova normativa lo considera uno degli elementi unitari di tutto questo sistema. È fonte di una comunità viva e sensibile ma è importante che la sua ricchezza non sia mai utilizzata per dividere l’Italia. C’è un senso comune da difendere anche se con diverse peculiarità”.

Tabò ha anche evidenziato con forza l’importanza di un articolo del codice del terzo settore ancora poco conosciuto, il numero 19, in cui si stabilisce che la pubblica amministrazione si faccia promotrice della cultura del volontariato. È una delle sfide che nei prossimi anni il sistema dovrà affrontare. Il presidente di CSVnet ha anche ricordato che nel 2020 per la prima volta una città italiana, Padova, sarà Capitale europea del volontariato.

Ma non solo. Come ha ribadito Francesco Profumo, presidente dell’Acri, intervenuto anche lui alle celebrazioni del 5 dicembre sul tema “Ricostruire una comunità solidale: il ruolo del volontariato nel terzo settore”, riconoscendo al volontariato un ruolo insostituibile, anche a causa della progressiva riduzione degli investimenti nel welfare pubblico.

“Il volontariato ha quattro caratteristiche fondamentali: è un fenomeno spontaneo – ha specificato Profumo – perché è effetto di una benefica pulsione sociale; è ispirato dal concetto di bene comune ed è capace di coniugare il principio di sussidiarietà con la fratellanza. I volontari – ha aggiunto – sanno cogliere i bisogni della società prima e meglio degli altri”. Al suo fianco operano le fondazioni il cui contributo “non è meramente economico – ha dichiarato – ma vuole concorrere allo sviluppo della società. Continuare a far crescere la capacity building del terzo settore – ha detto – è la strada maestra per produrre un reale cambiamento della società”.

Il presidente di Acri ha voluto poi ricordare l’importanza degli esperimenti nazionali di compartecipazione paritetica di fondazioni, istituzioni e volontariato che già esistono: la Fondazione CON IL SUD, il Fondo per il contrasto alla povertà educativa e l’Organismo nazionale di controllo per la “regia” dei fondi destinati ai centri di servizio per il volontariato.

A chiusura della giornata, una tavola rotonda con alcune testimonianze dei veri protagonisti di questa celebrazione: i volontari. Sul tavolo dei relatori, Ilaria, Yacine, Marco e Ana Maria, che hanno raccontato le loro storie di impegno quotidiano per la costruzione di comunità solidali. Insieme a loro, esperti del terzo settore che hanno discusso sulla sua dimensione costituzionale, il suo radicamento nei territori e la sua capacità di riscostruire legami solidali. 

Don Armando Zappolini del Cnca – Coordinamento nazionale comunità di accoglienza ha parlato dell’importanza di continuare a innamorarsi del proprio impegno, “rimanendo ancora persone capaci di commuoversi e provare rabbia”. 

Andrea Volterrani docente dell’Università Tor Vergata di Roma, ha, invece, ribadito la necessaria relazione tra comunità e volontariato: “non bisogna limitarsi a offrire servizi, ma diventare parte della struttura e progettare insieme alle persone”. Infine, Luca Gori della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha chiuso la giornata sottolineando il profondo legame con la Costituzione, “per riconoscere il volontariato in tutte le sue forme, preservarne l’autonomia e lavorare alla relazione con il potere in un’ottica di collaborazione”.

Pubblicato in Economia sociale

Mentre la grave crisi politica ed economica ad Haiti mette a dura prova l’intero sistema di cure nel paese, Medici Senza Frontiere (MSF) apre un nuovo ospedale traumatologico nell’area di Tabarre, a Port-au-Prince. L’ospedale è specializzato nel trattamento di pazienti con ferite potenzialmente letali, incluse fratture esposte e ferite da armi da fuoco. Nei primi cinque giorni di attività, riprese il 27 novembre, l’ospedale ha ricoverato 21 pazienti, metà dei quali con ferite causate dalla violenza.

“Con l’apertura dell’ospedale traumatologico d’emergenza a Tabarre stiamo rispondendo ad un bisogno essenziale, ma non basta” dichiara Jane Coyne, capo missione di MSF ad Haiti. “Il paese sta affrontando una grave crisi economica e politica, e gli ospedali faticano a rimanere aperti”.

MSF ha aperto un ospedale a Tabarre la prima volta nel 2012 per fornire cure di emergenza alle persone con ferite da trauma negli anni successivi al terremoto nel paese. L’ospedale, chiamato “Nap Kenbe”, ha progressivamente ridotto le attività e ammesso l’ultimo paziente a fine 2018. Da settembre 2019, con l’aggravarsi della crisi economica e politica ad Haiti, MSF ha deciso di avviare un nuovo progetto per i pazienti con ferite potenzialmente letali che il sistema sanitario di Haiti ora non riesce più a coprire. Il nuovo ospedale, aperto nella stessa area di Tabarre, impiega uno staff medico di 170 persone, tra cui otto chirurghi. Ha aperto con 25 posti letto, ma si prepara a raddoppiare a breve la propria capacità.

Con l’intensificarsi delle tensioni politiche ed economiche, le strutture mediche, incluse quelle gestite da MSF, faticano a rispondere ai bisogni dei pazienti. Da settembre, le strade sono state regolarmente bloccate da barricate di penumatici incendiati, cavi e addirittura muri costruiti nottetempo. Questo ha reso complicato per le ambulanze muoversi e per le strutture sanitarie ricevere benzina, ossigeno, sangue, farmaci e altre forniture.

Nell’ambito della crisi in corso, le strutture sanitarie di MSF ad Haiti stanno riscontrando un aumento dei bisogni medici. Nel 2019, il centro di MSF per la stabilizzazione delle emergenze nell’area di Martissant, a Port-au-Prince, ha ricevuto in media 230 pazienti al mese con ferite da arma da fuoco, lacerazioni o altre ferite causate dalla violenza. L’ospedale di MSF nell’area di Drouillard, sempre nella capitale, ha visto un picco delle attività a settembre, con un totale di 141 pazienti ricoverati con gravi ustioni, causate principalmente da incidenti.

L’insicurezza colpisce anche gli operatori sanitari. Per mesi, il servizio nazionale delle ambulanze di Haiti ha subito diversi incidenti che hanno compromesso la sua capacità di rispondere alle emergenze mediche. Per garantire il funzionamento delle proprie strutture sanitarie durante le tensioni degli ultimi mesi, MSF ha dovuto portare al lavoro sui propri veicoli centinaia di operatori ogni giorno.

“Grazie alla buona reputazione di MSF ad Haiti, i nostri veicoli vengono generalmente rispettati e riescono ad attraversare le barricate” dice Ella Lambe, coordinatrice MSF del progetto nella citta di Port-à-Piment. “Ma alcuni centri sanitari dove abbiamo trasferito i nostri pazienti sono stati saccheggiati, e alcuni dei nostri veicoli sono stati presi a sassate”. In aree rurali come quella di Port-à-Piment, nell’area occidentale di Haiti, le ampie sfide che incombono sul sistema sanitario haitiano sono ancora più evidenti. Un centro di salute locale per lungo tempo supportato da MSF con servizi di pronto soccorso e salute materno-infantile adesso fatica a trasferire i pazienti negli ospedali perché ricevano assistenza specialistica.

“Prima riuscivamo a trasferire i pazienti in un’altra struttura sanitaria per casi urgenti come un parto cesareo entro un’ora” racconta Lambe di MSF. “Adesso ci impieghiamo dalle tre alle cinque ore per raggiungere un ospedale che possa curarli”. In collaborazione con il Ministero della Salute Pubblica e della Popolazione di Haiti, MSF sta anche supportando gli ospedali pubblici in diversi modi, per esempio ristrutturando una parte del pronto soccorso nell’Ospedale Universitario statale di Haiti, formando il personale sanitario locale e donando farmaci e articoli essenziali come l’ossigeno.

 

 

 

Pubblicato in Dal mondo

Nella seduta di ieri del Consiglio Regionale, dedicata all'esame del DDL 70 di riforma sanitaria, il Consiglio Regionale ha approvato all'unanimità una norma che favorisce le scelte degli enti pubblici regionali - Regione e sue articolazioni; Enti Locali e società strumentali di diritto privato di proprietà degli enti pubblici - di affidare, utilizzando l'ampio ventaglio di norme europee, nazionali e regionali previgenti, servizi alle cooperative sociali di inserimento lavorativo di persone svantaggiate e disabili (le c.d. "cooperative sociali di tipo B")

La norma è estremamente importante, perché riafferma la legislazione speciale per il Terzo Settore ed in particolare per le imprese sociali di inserimento lavorativo; materia diversa dagli ordinari affidamenti tramite appalti, come è stato ribadito recentemente dall'ultimo gruppo di direttive europee sul settore, che hanno sia introdotto la possibilità di utilizzare la specificità sociale per le concessioni, che sottolineato e rafforzato la possibilità di procedure riservate per l'acquisizione di servizi e beni, in particolare utilizzando la co-programmazione e coprogettazione tra Enti Pubblici ed Enti di Terzo Settore.

Nello specifico, la nuova norma risolverà i contenziosi creatisi in sede di interpretazione delle norme riguardanti l'accentramento nelle Centrali di Committenza, in quanto ribadisce l'autonomia delle procedure di affidamento agli ETS (in questo caso cooperative sociali "B") nella delicata materia dell'integrazione sociale dei "soggetti fragili" attraverso il lavoro.

“Ringraziamo per la sensibilità - e per la significativa unanimità, dimostrata – dichiara Gianluigi Bettoli, responsabile Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia - a maggior ragione nel corso delle votazioni di una norma inserita in una riforma complessa e soggetta a diverse valutazioni - l'assessore Riccardo Riccardi che ha formulato la proposta a nome della maggioranza consiliare di centrodestra, il suo staff dirigenziale e, per quanto riguarda i gruppi di opposizione, i capigruppo dei Patto per l'Autonomia Massimo Moretuzzo, del Movimento 5 Stelle Andrea Ussai e del Partito Democratico Sergio Bolzonello”.

Pubblicato in Lavoro

Si è svolto ieri presso la sede di Legacoop Umbria a Terni l'incontro tra alcune delle più significative Cooperative operanti nei settori welfare, dettaglio, agroalimentare, servizi, consumo, industria, abitazione e una delegazione di funzionari pubblici coreani proveniente dalla provincia di Gangwon-do e dalla Contea di Yengwol-gun.

L'evento nell'ambito di una serie di appuntamenti nazionali, richiesto dalla delegazione sudcoreana, era volto a conoscere la nostra cooperazione nell'ottica di sviluppare uno scambio culturale ed acquisire esperienze utili per contribuire alla rinascita socio-economica di una particolare area mineraria coreana da riqualificare.

"E' con grande onore per noi ospitare questa iniziativa - introduce il Presidente di Legacoop Umbria Dino Ricci - che auspichiamo utile allo sviluppo di nuove opportunità per le comunità coreane coinvolte; siamo qui per costruire un sano partenariato pubblico-privato, valorizzando in ambito internazionale il modello d'impresa cooperativa, con l'obiettivo di contribuire alla produzione di ricchezza e posti di lavoro attraverso i valori della solidarietà e dell'inclusione sociale".

Catiuscia Marini Responsabile Politiche Europee , Lavoro e Formazione Professionale, coordinatrice dell'incontro, ha presentato l'organizzazione di Legacoop Umbria, illustrando alcuni dati relativi al peso della cooperazione umbra in termini di fatturato, soci, addetti, occupati, settori di intervento ed introducendo le Cooperative presenti portatrici di eccellenti esempi di successo d'impresa.

"Oggi è importante per tutte le imprese – ha affermato la Marini - ed in modo particolare per le nostre cooperative, affrontare le sfide che l'internazionalizzazione pone all'economia e al lavoro. Incontri come quelli di oggi danno valore a quello che le nostre imprese cooperative fanno nel nostro territorio e al tempo stesso sviluppano relazioni internazionali necessarie".

La delegazione, si è dimostrata molto interessata alle nostre realtà e ai metodi di promozione delle attività locali che contribuiscono al benessere della comunità rinvigorendo economia e imprese partendo dal lavoro dei cittadini. Andrea Bernardoni Responsabile Legacoop Sociali Umbria, invece, ha declinato le caratteristiche della cooperazione sociale umbra nella sua dimensione e funzione di motore di innovazione sociale, promotrice di nuove idee, servizi e prodotti capaci di migliorare, in modo duraturo, la qualità della vita degli individui e della collettività, creando nuove relazioni sociali e collaborazioni tra stakeholders spesso portatori di interessi diversi.

Sono intervenuti portando esempi concreti del "fare cooperativa" i Presidenti ed i dirigenti di alcune Cooperative, rappresentative di tutti i settori nei quali opera Legacoop Umbria. Sono stati presentate le esperienze di Aris Formazione e Ricerca, Molini Popolari Riuniti, Asad, Actl, Conad-PAC 2000 A, Gruppo Grifo Agroalimentare, Cosp Tecno Service, Coop Centro Italia, Fail e Coop Umbria Casa.

L'incontro si è concluso con uno scambio reciproco di omaggi e l'augurio di future proficue collaborazioni.

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