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Giovedì, 25 Aprile 2019

Articoli filtrati per data: Venerdì, 01 Febbraio 2019 - nelPaese.it

"Pensare di affrontare una questione complessa come quella della giustizia penale con un demagogico 'chiudiamoli tutti in galera e buttiamo la chiave' significa non fare i conti con i tanti, gravi limiti del carcere e con un dato di fatto incontrovertibile: le misure alternative alla detenzione e i percorsi di accompagnamento all'uscita dal carcere – un detenuto su quattro, terminata la pena, non sa dove andare – producono un abbassamento della recidiva dal 70% a meno del 20%. Più carcere non significa più sicurezza, semmai il contrario. E la giustizia riparativa – un modello che mette al centro non solo l'autore del reato, ma anche la vittima e la comunità coinvolta nel reato – è un riferimento fondamentale per costruire nuove pratiche di giustizia che sappiano davvero farsi carico della sofferenza che i reati producono, abbassare la conflittualità sociale e prevenire nuovi illeciti".

Questo ha dichiarato Riccardo De Facci, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), aprendo oggi a Roma il convegno "Mediazione, riparazione e riconciliazione. La comunità di fronte alla sfida della giustizia riparativa", organizzato dal CNCA in collaborazione con il Coordinamento Italiano Case Alloggio/AIDS (CICA).

L'incontro è l'evento finale del progetto "La pena oltre il carcere", l'iniziativa finanziata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzata dal CNCA, in partenariato con CICA, che si è proposta di conoscere e sperimentare esperienze innovative nell'ambito delle pratiche di giustizia riparativa nelle organizzazioni associate ai due coordinamenti, al fine di favorire il recupero sociale di detenuti, ex detenuti e persone soggette a provvedimenti dell'autorità giudiziaria sia adulti sia minori.

Cambiare paradigma

La giustizia riparativa è "un paradigma che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo" (Howard Zehr). Si propone, quindi, l'obiettivo di ricostruire l'equilibrio spezzato tra la società, l'autore del reato e la vittima a causa proprio di una condotta illecita. L'autore del reato è supportato nella presa di coscienza dell'impatto provocato dall'azione illecita da lui compiuta sia nella vita della vittima sia nella società civile, ed è stimolato a porre rimedio alle conseguenze negative del suo comportamento; la vittima è aiutata a recuperare quella stabilità minata dalla sofferenza provocata dal reato; per quanto riguarda la società, si intende ripristinare la pace sociale, anche mediante il reinserimento dei condannati e il risarcimento dei danni subiti. Un approccio, dunque, molto diverso da quello tradizionale, che si preoccupa solo di punire il reo con il carcere e la vergogna.

"L'interesse per la giustizia riparativa", ha spiegato il presidente del CNCA, "non è certo casuale. Nell'ultimo decennio le nostre organizzazioni hanno incontrato sempre più la realtà del carcere, impegnandosi in percorsi di messa alla prova dei minorenni, ma anche per contenere i danni di leggi 'carcerogene' come la Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sull'immigrazione: nel 1990 i detenuti erano 36.300, nel 2018 ben 60mila, a cui vanno aggiunte le persone in misure alternative, lavoro di pubblica utilità, misure di sicurezza, sanzioni sostitutive e messa alla prova, che erano, al 30 novembre 2018, quasi altrettante (54.682); il 30% dei detenuti nelle carceri italiane è punito per violazione della legislazione sulle droghe contro il 15%della media europea (per i reati economico-finanziari sono nelle carceri italiane lo 0,4% dei detenuti contro una media europea dieci volte superiore; in Germania il numero di detenuti per reati in materia di droghe è pressoché pari a quello dei detenuti per reati economico-finanziari). 

Nello stesso periodo di tempo è scoppiata la questione carcere: un sovraffollamento talmente grave da determinare una sentenza di condanna del nostro paese da parte della Corte europea per i diritti umani. Un'onta che rischia di ripetersi presto: al 30 novembre 2018, si trovavano in carcere 60mila detenuti, 10mila in più rispetto ai posti disponibili. Le condizioni di vita nei penitenziari sono spesso insostenibili. Nel 2018 sono morte in carcere 148 persone. Di esse, ben 67 per suicidio. E nei penitenziari italiani sono rinchiuse 45 madri con 55 bambini, anch'essi, di fatto, detenuti."

"Dobbiamo cambiare paradigma", ha affermato De Facci. "Il carcere va inteso come extrema ratio. La giustizia riparativa è un approccio che non chiama in causa solo il livello giuridico, ma il contesto sociale e, dunque, il sistema delle politiche sociali senza il quale non è possibile realizzare percorsi efficaci per ridurre i reati e le cause che li generano. Noi pensiamo che le nostre comunità locali debbano imparare a 'riparare' piuttosto che a 'buttare via' ciò che si è rotto."

"L'aspetto culturale è cruciale", ha confermato Paolo Meli, presidente del CICA. "Le nostre comunità di accoglienza ospitano persone sieropositive e malate di Aids, alcune con problemi di carattere penale. Nel loro caso, allo stigma dell'Aids si unisce quello della detenzione. Ciò genera anche autostigma e ulteriore chiusura in sé con la conseguente rinuncia a investire in un futuro possibile e diverso. L'approccio della giustizia riparativa può aiutare ad affrontare questo triplo stigma che rischia di essere letale per gli individui e per la collettività, e per il quale sono necessarie anche azioni continuative di informazione, sensibilizzazione e formazione."

Proposte per far partire davvero la giustizia riparativa in Italia

 "La giustizia riparativa sta muovendo i primi passi nel nostro paese", ha notato ancora De Facci, "Il progetto 'La pena oltre il carcere' – a cui hanno dato un contributo determinante e assai competente sia la Direzione generale per l'esecuzione penale esterna e di messa alla prova sia il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia – è stato l'occasione per le nostre organizzazioni aderenti, per tanti operatori del terzo settore e delle istituzioni pubbliche coinvolti in diversi appuntamenti di scambio e conoscenza in questi mesi, di cominciare a ragionare insieme su questo approccio".

Un confronto da cui sono emerse diverse proposte per affermare la giustizia riparativa nel nostro paese:

riprendere la riflessione istituzionale aperta con gli Stati generali dell'esecuzione penale, che avevano dedicato un approfondimento specifico al tema della giustizia riparativa e della giustizia di comunità. È auspicabile che il Governo in carica, contrariamente ai segnali mandati finora, comprenda l'importanza di un tale lavoro e proceda nella stessa direzione; destinare finanziamenti adeguati per implementare interventi di giustizia riparativa e misure alternative al carcere. Al momento, gli stanziamenti sono del tutto insufficienti;costruire sui territori luoghi di collaborazione inter-istituzionale e con tutti i soggetti del terzo settore e della comunità locale interessati, spazi che siano in grado di coordinare l'attività dei diversi attori. Il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità ha realizzato una rete istituzionale di referenti regionali per la giustizia riparativa, che costituisce un primo passo nella giusta direzione; implementare iniziative di formazione – d'intesa con le strutture del Ministero della Giustizia competenti – per formare operatori in grado di svolgere in modo professionale il ruolo di mediatori-facilitatori dei processi di giustizia riparativa; nell'ambito della giustizia minorile è essenziale che accanto alla messa alla prova – una misura sperimentata con successo da 30 anni esatti – siano attivati percorsi più squisitamente connessi al modello della giustizia riparativa; nel campo della giustizia riferita agli adulti, va evitato che la messa alla prova – introdotta nell'ordinamento per i maggiorenni solo tre anni fa – sia utilizzata solo in una logica di riduzione delle presenze in carcere.

Un modello per valutare l'impatto sociale

 Il convegno è stato l'occasione anche per presentare il modello di valutazione dell'impatto sociale messo a punto dal CNCA in collaborazione con Luigi Corvo, docente di Imprenditoria sociale e innovazione presso il Dipartimento di Management e Giurisprudenza dell'Università Tor Vergata. 

Il modello è stato impiegato per valutare la ricaduta sociale degli interventi realizzati in favore di detenuti e persone soggette a provvedimenti dell'autorità giudiziaria dalle organizzazioni coinvolte nel progetto "La pena oltre il carcere". "È il contributo del CNCA al dibattito sul tema", ha spiegato De Facci. "Siamo convinti che l'impatto sociale non sia solo un elemento per esercitare funzioni di vigilanza, monitoraggio e controllo delle attività del terzo settore, come sembrerebbe in alcune prese di posizione, ma un elemento costitutivo della definizione di impresa sociale. E riteniamo che non sia importante solo cosa fai, ma anche chi sei e come fai le cose."  

"Per avere una giustizia giusta, capace di affrontare la solitudine della vittima e di responsabilizzare individui e comunità", ha concluso De Facci, "serve un grande investimento collettivo. Va fatto subito. Per non vedere ancora persone 'morire di carcere' e per smettere di attizzare una rabbia sociale che non fa bene alla vita democratica."

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Dopo il grande successo dello scorso anno oggi è ritornata l'iniziativa "dal Mattone alla Comunità future games of Umbria #2" al cinema Postmodernissimo a Perugia. L'evento, realizzato anche quest'anno dal Consorzio Itaca in collaborazione con Coopfond ed il patrocinio di Regione Umbria, Comune di Perugia e Legacoop Umbria, ospiterà personaggi istituzionali ed esperti del settore per riflettere sul futuro dell'Umbria sia in termini di ricostruzione del tessuto sociale nei luoghi colpiti dal sisma dell'ottobre 2016 sia per affrontare le tematiche legate all' efficienza della comunicazione in situazioni di rischio. 

Altri protagonisti della giornata sono stati i giovani degli istituti superiori Umbri che hanno accettato di partecipare alla sfida dei "Future Games of Umbria #2", ossia la realizzazione di un progetto video o fotografico o teatrale in cui gli studenti immaginano come trasportare i valori dell'Heritage culturale materiale ed immateriale nel futuro dell'Umbria.

"Crediamo sia importante il coinvolgimento dei giovani futuri cittadini in una logica di sguardo al futuro e di crescita di una consapevolezza e di appartenenza" afferma Matteo Ragnacci, presidente del Consorzio Itaca.

La giornata ha avuto come tema portante quello della comunicazione e quindi della sua importanza nel traghettare contenuti sia a possibili clienti ma anche di dare informazioni precise e puntuali alla popolazione locale ed ai media. In questo contesto è stata toccata anche la tematica relativa alle piattaforme cooperative che soprattutto nei luoghi del terremoto umbro potrebbe coadiuvare il lavoro delle cooperative di comunità dotando quei luoghi di strumenti web in grado di produrre economia diffusa.

Hanno partecipato la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini, Edi Cicchi, Assessore ai Servizi Sociali Famiglia, Edilizia Pubblica e Pari Opportunità del Comune di Perugia, Virginia Fossatelli di Legacoop Umbria, Daniele Pampanelli, docente presso Istituto Italiano Design, IID Perugia, la giornalista Cristiana Mapelli e il fotografo Marco Giugliarelli.

Pubblicato in Umbria

Decine di migliaia di persone stanno fuggendo dalle violenze nelle regioni del nord-ovest e sud-ovest del Camerun, per cercare rifugio in Nigeria meridionale, nello stato di Cross River, dove prima ancora che nei campi profughi sono stati accolti nelle case delle comunità locali. Medici Senza Frontiere (MSF) ha avviato una risposta di emergenza per fornire assistenza sia ai rifugiati che alle comunità che li ospitano.

Questo esodo poco conosciuto è iniziato dopo l’acuirsi di tensioni politiche che hanno portato alla proclamazione di uno stato indipendente da parte delle forze armate secessioniste e alla conseguente reazione dell’esercito nazionale. Nonostante il continuo aumento delle violenze, la risposta da parte della comunità internazionale è stata esigua sia in Camerun, dove l'accesso alle organizzazioni umanitarie è gravemente limitato, sia in Nigeria. 

“Da più di un anno c'è una crisi politica in Camerun che ha spinto molte persone ad attraversare il confine e ad entrare in Nigeria. La cosa sorprendente è che i nigeriani sono stati straordinariamente ospitali con le comunità camerunensi” dichiara Elisa Capponi, promotrice della salute di MSF nello stato di Cross River.

Oggi si contano 437.000 persone sfollate nelle regioni sud-occidentale e nord-occidentale del Camerun, in gran parte fuggite nella boscaglia dove vivono in condizioni precarie, senza adeguato accesso a ripari, cibo, acqua e servizi sanitari. Qui MSF supporta le strutture e lo staff medico locale, in particolare nelle aree rurali e periferiche dove i picchi di violenza impediscono alle persone di raggiungere le cure. Sono invece 30.000 i rifugiati che hanno trovato riparo nello stato di Cross River, in Nigeria, dove il 75 per cento dei di MSF sono donne, bambini o anziani, affetti da problemi medici legati alle difficili condizioni di vita.

"Come fratelli e sorelle"

Quando i primi rifugiati camerunesi hanno iniziato ad attraversare il confine verso la Nigeria, dipendevano completamente dall’aiuto degli abitanti dei villaggi locali, le cui condizioni erano già difficili. Ma grazie alla vicinanza geografica e ai legami storici tra le due aree, i rifugiati sono stati bene accolti.

"La gente ha iniziato ad attraversare il confine, ma non aveva nulla, non aveva un posto dove stare" dice Augustine Eka, un uomo nigeriano che ha ospitato rifugiati dal Camerun nella propria casa nel villaggio di Amana. "Così abbiamo deciso di accoglierli, di lasciarli vivere nelle nostre case come fratelli e sorelle. Tutte le comunità qui nello stato di Cross River sono ospitali e gentili con i rifugiati provenienti dal Camerun. Lo scorso anno, abbiamo ospitato più di 100 profughi nella mia comunità: uomini, donne e bambini".

Fidelis Kigbor è uno dei rifugiati che vivono a casa di Augustine. È fuggito dal Camerun il 1° ottobre 2017, giorno in cui le forze secessioniste dichiararono l'indipendenza. "Vivevo con la mia famiglia a Mamfee, dove ero agricoltore", racconta Fidelis. "Avevo costruito lì la mia casa, ma è stata distrutta.  Quando siamo arrivati nel villaggio di Amana, gli abitanti ci hanno accolto, anche se non avevano molto da offrire."Fidelis spera di tornare in Camerun, ma sa che non sarà facile. "Mi piacerebbe tornare nel mio paese quando le cose andranno meglio, ma so che ho perso tutto. Avrò bisogno di aiuto per ricostruire la mia vita".

"Siamo fuggiti dalla violenza"

Mentre alcuni dei rifugiati vivono ancora nei villaggi al confine nigeriano insieme agli abitanti del posto, altri sono stati trasferiti in campi per i rifugiati. Il campo di Adagom, gestito dall'UNHCR, è stato costruito a metà agosto 2018. A dicembre, c’erano già più di 6.400 persone.

Gmoltee Bochum, 31 anni, siede fuori dalla tenda con il suo bambino di due anni, Sema. "In Camerun vivevo a Bamenda. Ero un ingegnere informatico e un insegnante. Non so quando finirà la violenza, ma so che ho perso tutto. Ora vivo con la mia famiglia in questo campo rifugiati, ma la vita è dura. Viviamo tutti insieme in una tenda molto piccola".

Per il dottor Precious Mudama, che opera nelle cliniche mobili di MSF nello stato di Cross River, i bisogni medici delle persone sono enormi. "Le nostre équipe mobili visitano in media 120-150 pazienti al giorno, di cui l'80% sono rifugiati e il 20% membri delle comunità ospitanti. Prima dell’arrivo di MSF, la situazione era drammatica, il sistema sanitario locale era allo stremo e mancavano personale e materiali per prendersi cura delle persone."

Lydia, 40 anni, è una rifugiata camerunese che ha trovato riparo nel campo di Adagom. Ha perso il fratello e due sorelle mentre fuggivano dal Camerun. Ora vive in una tenda con il marito malato e i loro sei figli.  “Sono stata male per molto tempo, avevo forti dolori addominali. Quando sono arrivata ad Adagom, ho sentito che MSF forniva assistenza sanitaria gratuita, quindi ho deciso di andare dal medico e chiedere aiuto. Mi hanno visitato e mi hanno mandato all'ospedale senza chiedere soldi. Senza l'aiuto di MSF probabilmente sarei morta, ma ora mi sento meglio e sono di nuovo con la mia famiglia".

L’azione di MSF in Camerun e Nigeria

Le attività di MSF nello stato di Cross River sono iniziate con la costruzione di 4 pozzi, 27 pompe manuali e 52 latrine nei distretti di Obanliku e Boki. Nel luglio 2018 sono state avviate anche le attività mediche, con una clinica ambulatoriale presso il Comprehensive Health Centre (CHC) di Ikom, per fornire cure alla comunità ospitante e a quella dei rifugiati. Oggi MSF gestisce sei cliniche mobili nei distretti di Obanlinku, Boki, Ikom, Ogoja e Etung. Da fine luglio a metà novembre, le nostre équipe hanno condotto 3.890 visite. La maggior parte dei pazienti è affetta da malattie respiratorie e cutanee, come la scabbia, legate alle difficili condizioni di vita. Ci sono poi le malattie croniche come ipertensione e diabete, la malaria, endemica nel paese, e pazienti che necessitano di interventi chirurgici.

In Camerun sud-occidentale e nord-occidentale, MSF supporta i centri sanitari e gli ospedali distrettuali di Buea e Bamenda per garantire cure mediche di base e di emergenza. MSF ha istituito servizi di ambulanza, donato forniture mediche e logistiche e preparato piani per grandi afflussi di feriti in diverse strutture sanitarie. MSF fornisce anche formazione agli operatori sanitari locali, in particolare nelle aree rurali e periferiche dove i picchi di violenza impediscono a molte persone di accedere alle cure, e gestisce cliniche mobili a Buea, Bamenda e precedentemente a Kumba.

 

 

Pubblicato in Migrazioni

"L'episodio accaduto fuori dal carcere di Campobasso è quanto mai grave e stigmatizzabile. Apprezziamo l'iniziativa del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria che prontamente ha avviato gli accertamenti necessari sul fatto e un'eventuale azione disciplinare nei confronti dell'agente della polizia penitenziaria coinvolto".

A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, a seguito di quanto avvenuto ieri nel capoluogo molisano. Al rientro da una visita medica in ospedale un detenuto ha provato ad evadere. Prontamente raggiunto da alcuni agenti di polizia penitenziaria è stato fermato. 

Tuttavia, benché l'uomo pare fosse disarmato e non opponesse alcuna resistenza, al momento del fermo uno dei poliziotti intervenuti ha estratto la pistola di ordinanza e, caricatala, ha puntato la stessa più volte al volto del detenuto, mentre i colleghi tentavano di riportarlo alla calma. 

Le immagini di questo episodio sono state immortalate in un video amatoriale.

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