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Martedì, 26 Marzo 2019

Articoli filtrati per data: Venerdì, 15 Febbraio 2019 - nelPaese.it

Prima l’entusiasmo, acceso con l’introduzione nel Codice del terzo settore di una più ampia gamma di strumenti per coprogettare, coprogrammare e gestire in convenzionamento servizi di interesse generale; applicando con coerenza il principio di sussidiarietà. Poi lo scoramento, generato dal parere del Consiglio di Stato (il n. 2052, reso dalla Commissione speciale di Palazzo Spada il 20 agosto 2018) che arretra il potenziale di una nuova stagione di collaborazione fra pubblica amministrazione e enti del terzo settore indicando – con piglio conservativo – l’unica via della gara d’appalto.

Ora la risposta: una mobilitazione, confluita in un documento, promosso dal “Club degli amici dell’articolo 55” (nato ben prima del parere contestato, a dimostrazione delle speranze riposte nella riforma) e con cui giuristi, economisti, ricercatori ed esperti chiedono una correzione delle incongruenze e delle mancanze espresse dalla giustizia amministrativa. Obiettivo: esortare l’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) ad aggiornare le proprie Linee Guida nel rispetto (reale) del diritto e delle specificità del terzo settore.

“In generale – recita il documento – l’affermata primazia del diritto euro-unitario sul diritto interno appare particolarmente incongrua perché ancorata, con incomprensibile certezza, a una visione mercantilistica, declinata esclusivamente sul principio di tutela della concorrenza, finendo per imporre quest’ultimo anche alle forme di collaborazione tra organismi pubblici e privati che perseguono obiettivi simili se non coincidenti”. Ma soprattutto non si tiene conto di un altro basilare principio comunitario, quello solidaristico, che trova la sua espressione proprio nella direttiva n.24/2014, recepita con il d.lgs.n.50/2016. Tale disposizione, infatti, non impone alcun obbligo agli Stati membri di adottare misure pro-concorrenziali in tutti i settori.

“La visione che individua l’unico strumento relazionale nel contratto d’appalto, secondo la logica della competitività, da un lato priva la pubblica amministrazione dell’apporto originale che può essere fornito dagli enti inseriti in un procedimento di collaborazione, ma soprattutto la priva della possibilità di conseguire risparmi di spesa derivanti dall’apporto materiale degli enti medesimi all’implementazione degli interventi, con conseguente lesione di un altro principio di rilevanza eurounitaria, la tutela degli equilibri di bilancio, recepito negli articoli 81, 97 e 119 Cost”, si argomenta ancora nel documento.

Considerazioni che evidenziano la necessità di distinguere fra l’evidenza pubblica propria delle procedure disciplinate dal Codice dei contratti pubblici e l’evidenza pubblica propria dell’affidamento dei servizi, secondo modalità diverse dall’appalto e dalla concessione, ma comunque rispettose dei principi di trasparenza, pubblicità e di parità di trattamento.

Ciò che si vuole palesare è il vizio di fondo: non c’è una gara fra contendenti, da una parte, e stazione appaltante, dall’altra, bensì l’attivazione di un partenariato collaborativo tra soggetti con obiettivi simili e in cui tutti apportano proprie risorse. Nel rispetto, s’intende, di una o più attività di interesse generale, quindi non lucrative. Emerge così, scrivono i firmatari, “un autonomo e solido fondamento costituzionale degli istituti disciplinati dal Titolo VII del Codice del Terzo settore, distinto da quello del Codice dei contratti pubblici”.

Ma la svista può essere corretta, riabilitando una specificità – quella degli enti del terzo settore – oggi a rischio appiattimento. “L’aggiornamento da parte dell’ANAC delle proprie Linee Guida n. 32/2016 sugli affidamenti agli enti di Terzo settore – è la chiosa del documento – rappresenta una prima occasione decisiva affinché il diritto del terzo settore sia davvero preso sul serio”.

I primi firmatari: Gregorio Arena, Felice Scalvini, Pasquale Bonasora, Carlo Borzaga, Antonio Fici, Fabio Giglioni, Luca Gori, Giangiorgio Macdonald, Gianfranco Marocchi, Silvia Pellizzari, Emanuele Rossi, Elisabetta Salvatorelli, Gabriele Sepio, Ettore Vittorio Uccellini. A questi si aggiungono altri esponenti del mondo accademico come Marco Musella, Stefano Zamagni e Luca Fazzi insieme a quelli organizzazioni del terzo settore e della cooperazione sociale.

 

 

Pubblicato in Economia sociale

Durante la prima udienza dibattimentale che si è tenuta il 30 gennaio il Giudice del Tribunale di Pordenone ha ammesso Antigone - rappresentata dall'Avvocato Simona Filippi - quale parte civile nel processo per la morte di Stefano Borriello, deceduto nel carcere di Pordenone il 7 agosto 2015, a soli 29 anni, nel quale imputato è il medico del carcere friulano. 

"Fin dai primi mesi successivi alla morte del ragazzo Antigone, attraverso il proprio Difensore civico, come accaduto anche in altre occasioni, ha seguito l'intera vicenda" dichiara Patrizio Gonnella, Presidente dell'Associazione. 

"Le incongruenze sulla morte di Stefano Borriello - come ricorda Simona Filippi, già difensore civico di Antigone e avvocato che sta seguendo il processo - erano molte, cosa che ci spinse l'8 aprile 2016 a presentare un esposto davanti alla Procura della Repubblica di Pordenone e poi a seguire la fase delle indagini, con apposite perizie realizzate da medici incaricati dalla nostra associazione, sino ad opporci alla richiesta di archiviazione. E' proprio questa attività - conclude l'avvocato Filippi - che ci ha spinto a presentarci come parte civile".  

"Questo processo - precisa Patrizio Gonnella - pone il tema del rispetto del diritto alla salute che è connesso al diritto alla vita. Noi siamo nel processo non perché vogliamo capri espiatori ma per stare dalla parte di chi cerca giustizia. Inoltre si tratta di un caso che pone in modo paradigmatico il tema del trattamento medico e della necessità di pensare a più elevato livelli di assistenza psico-fisica nelle carceri".   

Il caso Borriello

L'8 aprile del 2016 l'associazione ha presentato un esposto davanti alla Procura della Repubblica di Pordenone per denunciare diverse incongruenze sulla morte del giovane. Secondo la comunicazione di decesso sottoscritta dal Direttore, alle 20.15, Stefano veniva notato da un agente di polizia penitenziaria all'interno della sua cella (la n.2) mentre perdeva i sensi e cadeva a terra; veniva trasportato d'urgenza al Pronto soccorso dell'Ospedale di Pordenone ove veniva constatato il decesso. Secondo la dottressa Zecca – il medico che per Antigone ha redatto apposita consulenza sulle cause del decesso – il giovane è morto per una banale polmonite in quanto i medici non hanno posto in essere neanche i minimi accertamenti per capire da cosa erano determinati la febbre alta e i dolori che lo stesso lamentava. 

Le indagini preliminari si sono sviluppate in due fasi con esito analogo ossia la richiesta di archiviazione del Pubblico ministero. Nella prima fase, il consulente della Procura, pur dando atto che Stefano è deceduto per broncopolmonite da "acquisizione di batteri comuni ambientali generici" e che la stessa "è stata contratta circa una settimana prima del decesso" e pur dando atto che il giorno precedente il decesso – il 6 agosto – era opportuno un "approfondimento clinico/diagnostico/strumentale" e che i dati della "semeiotica toracica" rilevabili mediante percussione e auscultazione "avrebbero potuto rilevare dati anomali" per cui sarebbe stato necessario eseguire esame radiologico, tuttavia, concludeva il consulente, un trattamento antibiotico non avrebbe potuto evitare il decesso del giovane.

Come si poteva sostenere che una "banale" broncopolmonite, anche se diagnosticata in ritardo, non potesse essere curata? Questo dubbio è stato condiviso anche dal Giudice delle indagini preliminari il quale, a seguito dell'opposizione alla richiesta di archiviazione, avanzata dalla madre del giovane, ha ritenuto necessario disporre una integrazione delle indagini preliminari. Era il 28 settembre 2016. 

In questa seconda fase delle indagini, il Pubblico ministero, dopo aver disposto una integrazione della consulenza medica, il 17 luglio 2017, avanzava una seconda richiesta di archiviazione con motivazioni ancora più farraginose delle precedenti in quanto il Consulente della Procura motiva ampiamente e senza mezzi termini sulle molteplici e gravi omissioni poste in essere dal medico di reparto: "Nel diario clinico redatto in data 6 agosto 2015 nessun riferimento viene fatto al rilevamento di parametri vitali e/o all'esecuzione di un esame obiettivo toracico. Tali manovre, semplici e di facile esecuzione, erano indispensabili alla luce della sintomatologia, componendo in capisaldi elementari di ogni prestazione medica: anamnesi accurata ed esame obiettivo." 

Antigone presenta formale atto di opposizione alla richiesta di archiviazione che verrà discussa all'udienza del 18 dicembre 2017: secondo il consulente specialista in malattie infettive nominato dall'associazione, una visita del paziente anche il giorno prima del decesso avrebbe permesso di iniziare una terapia che avrebbe aumentato notevolmente le possibilità di sopravvivenza del giovane. 

All'esito dell'udienza, il Giudice disponeva provvedimento di imputazione coatta che portava il Pubblico ministero alla formulazione del capo di imputazione per omicidio colposo nei confronti del medico del carcere. 

L'8 maggio 2018 si è tenuta l'udienza preliminare dinanzi al Giudice che si è conclusa con il rinvio a giudizio del medico. 

Il 30 gennaio 2019 si è tenuta invece la prima udienza dibattimentale durante la quale Antigone ha presentato la sua richiesta di ammissione quale parte civile, cui sia la difesa dell'imputato che il Pubblico Ministero si sono opposti. Tuttavia il Giudice ha accettato questa costituzione sostenendone la legittimità. Lo stesso Giudice, durante questa udienza, ha chiarito di voler dare una priorità a questo processo convocando una nuova seconda udienza per il giorno 10 maggio dove verranno sentiti dieci dei testi della pubblica accusa (medici e compagni di cella di Stefano).

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

I centri di trattamento Ebola di Medici Senza Frontiere (MSF) a Katwa e Butembo, in collaborazione con il Ministero della salute congolese, partecipano agli studi clinici controllati randomizzati (RCT, randomized controlled trial) avviati su quattro potenziali farmaci contro il virus Ebola in Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo (RDC). I trial sono iniziati lo scorso novembre in un altro Centro di trattamento nella regione e ora le strutture di MSF potranno fornire informazioni preziose su questi farmaci.

I quattro trattamenti valutati dallo studio clinico, Remdesivir, mAb114, REGN-EB3 e ZMapp, sono stati somministrati sin dall'inizio di questa epidemia seguendo il protocollo MEURI (Monitored Emergency Use of Unregistered and Investigational Interventions), che consente l’uso di nuovi farmaci non ancora registrati su persone colpite da malattie mortali come l’Ebola per offrire maggiori possibilità di sopravvivenza. Il passaggio dal livello MEURI a quello di trial clinico è fondamentale perché quest’ultimo consentirà di generare dati scientifici sull'efficacia dei trattamenti. In particolare questo trial ha come obiettivo l’individuazione del farmaco più efficace contro l’Ebola tra i quattro presi in esame.

Il trial è condotto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dall’INRB (National Institute of Biomedical Research of DRC) e dal NIH (US National Institute of Health) in collaborazione con altri attori nazionali e internazionali.

Butembo e Katwa sono attualmente gli epicentri dell'epidemia di Ebola dichiarata il 1 agosto 2018 in RDC, la seconda peggiore epidemia nella storia della malattia. Il Centro di trattamento MSF a Butembo può accogliere 96 pazienti mentre quello di Katwa, aperto il mese scorso, conta 62 posti letto. Dall’inizio delle attività, MSF ha assistito più di 2.100 pazienti in questi due centri, con 250 casi confermati di Ebola e 110 pazienti guariti.

 

 

Pubblicato in Dal mondo
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