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Lunedì, 27 Maggio 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 20 Febbraio 2019 - nelPaese.it

Negli ultimi dieci anni le cooperative sociali che danno lavoro a persone in difficoltà sono riuscite ad aumentare del 25% il totale dei dipendenti. Sono circa 73 mila (al primo gennaio 2017), di cui 25 mila svantaggiati. Ma c'è il rischio che non riescano più a stare sul mercato oppure che siano costrette a snaturarsi e a rinunciare alla loro mission di dare formazione, occupazione e dignità a quelle donne e uomini che altrimenti sarebbero esclusi dal mondo del lavoro.

È quanto denunciano il Coordinamento nazionale delle comunità d'accoglienza (Cnca), il Consorzio Idee in Rete  e il Consorzio Abele Lavoro nel manifesto "Rilanciare la cooperazione sociale di inserimento lavorativo", che in poche settimane è stato sottoscritto da oltre 100 organizzazioni. "Queste cooperative sono messe a dura prova da un mercato sempre più competitivo e da enti locali alla ricerca di risparmi ad ogni costo e incapaci di cogliere come l’inserimento lavorativo rappresenti un interesse pubblico che i soggetti pubblici dovrebbero salvaguardare - si legge nel manifesto - . Anche a causa di questa insensibilità, rischiano di trovarsi di fronte ad un bivio tra soccombere alla concorrenza o accettare mediazioni sempre più forti rispetto alla qualità degli inserimenti lavorativi, indirizzandosi quindi a 'svantaggiati poco svantaggiati' e tralasciando valenza formativa e di integrazione sociale: riducendo cioè al minimo aspetti diversi dal mero svolgimento di una prestazione lavorativa". Il manifesto sarà al centro di una serie di incontri in tutta Italia.

La prima tappa di questo tour è a Milano: giovedì 21, dalle 10.30 alle 16.30 a CN l'HUB (via Luigi Mengoni 3), si terrà l'incontro “Dal lavoro all’inclusione: è tempo di proposte” e i partecipanti saranno coinvolti in tre diversi workshop: essere impresa che produce e che forma, essere impresa in relazione con il territorio ed essere impresa che incrocia e bisogni e impegno di chi si avvicina al lavoro. Parteciperanno ai lavori Stefano Granata (Presidente Federsolidarietà Confcooperative), Eleonora Vanni (Presidente Legacoop Sociali), Luigi Corvo (Università di Tor Vergata), Pierfrancesco Majorino (Assessore Politiche sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano). 

Il manifesto individua tre proposte per uscire da questa crisi. La prima è quella di "investire in comunità": "le cooperative devono essere consapevoli che investire nei rapporti con la propria comunità di riferimento è strategico e irrinunciabile quanto investire in beni strumentali per la propria attività". La seconda proposta riguarda il significato stesso di inserimento lavorativo. "Non è solo dare occupazione, ma deve originare esiti apprezzabili dal punto di vista delle capacità professionali e dell’integrazione sociale. Ciò grazie ad un modello peculiare, in cui la formazione non è antecedente al lavoro ma lo affianca; ma questa funzione, oltre a essere resa in modo professionale, deve anche essere adeguatamente retribuita, sul modello di quanto avviene in altri paesi europei e in alcuni contesti regionali anche nel nostro Paese". E pertanto "si tratta di definire un modello che integra formazione, lavoro e impresa e in cui all’attività formativa sono dedicati tempi, spazi e personale definiti. Le competenze acquisite dalle persone inserite attraverso questi percorsi devono essere oggetto di una certificazione da parte di un soggetto terzo – il sistema scolastico o un’agenzia formativa – sia a garanzia della serietà del lavoro svolto sia perché le persone possano comunque vedere riconosciuti i progressi fatti. Ciò implica che le cooperative sociali dovranno sviluppare una relazione di collaborazione stabile con questi soggetti". 

Infine, le cooperative sociali devono essere capaci di intercettare quelle misure sociali che richiedono in cambio ai cittadini che le ricevono una prestazione socialmente utile. "Ormai tutte le misure pubbliche di aiuto alle persone, dal contrasto alla povertà ai nuovi ammortizzatori sociali, richiedono al destinatario di impegnarsi in un percorso che comprende anche attività a servizio della comunità. Queste attività potrebbero essere realizzate con il coinvolgimento della comunità locale e di imprese con adeguate competenze tecniche e una salda vocazione sociale, che organizzerebbero l’opera non solo dei propri lavoratori, ma anche delle persone che prestano servizio alla propria comunità nell’ambito dei percorsi sopra descritti".

(Fonte: Redattore Sociale/dp)

 

Pubblicato in Lavoro

“La riforma del terzo settore deve essere un'opportunità da cogliere, non solo una serie di provvedimenti da seguire. È un’occasione per ripensare a qual è il modo migliore per raggiungere i propri obiettivi e riconsiderare le attività rispetto a quelle di interesse generale, alla forma organizzativa, alle modalità di funzionamento”.

Non si sbilancia sul futuro Alessandro Lombardi, direttore generale terzo settore e responsabilità sociale di impresa del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, intervenuto ieri 19 febbraio al primo incontro a Roma del progetto Capacit’Azione, ma chiarisce alcuni aspetti di merito della riforma. Il riferimento implicito è alla revisione degli statuti in scadenza il prossimo 3 agosto, una fase delicata da affrontare per tutti gli enti di terzo settore (Ets), la c ui procedura è stata spiegata con una circolare uscita tra Natale e Capodanno dello scorso anno.

Quello di Lombardi è stato un lungo excursus sui temi più significativi del nuovo impianto normativo, dall’importanza dei controlli “calibrati in base alle dimensioni dell’ente”, al registro unico nazionale del terzo settore, dal rapporto con la pubblica amministrazione alle risorse economiche destinate agli Ets. In occasione dell’incontro romano di Capacit’Azione, il primo programma di formazione nazionale sulla riforma del terzo settore, Lombardi chiarisce inoltre a chi si riferisce il legislatore nell’art. 4 del codice del terzo settore quando parla di “altri enti di carattere privato diversi dalle società” che abbiano le caratteristiche generali degli Ets.

“Questa sezione è destinata al bacino residuale degli enti ma è anche un’assicurazione sul futuro per accogliere le nuove forme organizzative che potranno nascere in futuro. Il legislatore qui ha un chiaro senso del proprio limite e lascia una pagina bianca che potrà essere riempita dal contesto sociale di riferimento”.
 
Ad ascoltare Lombardi, un’attenta platea di oltre 140 operatori del terzo settore e futuri esperti della riforma, chiamati a diventare a loro volta formatori sulla nuova normativa. Il progetto, promosso dal Forum Terzo settore Lazio in collaborazione con CSVnetForum Nazionale del Terzo settore e un’ampia rete di partner ha infatti l’obiettivo di formare 1300 esperti italiani sulla riforma del terzo settore. Significativa la presenza di oltre 40 referenti della pubblica amministrazione – in particolare dai distretti socio-sanitari – oltre che di operatori della cooperazione e delle associazioni.
 
“Si tratta di un progetto molto ambizioso – ha spiegato Francesca Danese, portavoce del Forum Terzo Settore Lazio – perché è con le competenze che si può fare davvero politica. La normativa riconosce il valore della co-programmazione, co-progettazione e accreditamento e per questo motivo abbiamo bisogno di funzionari e referenti della pubblica amministrazione preparati alle nuove sfide. Nel Lazio abbiamo lavorato molto per coinvolgerli nelle attività di formazione di Capacit’Azione. A questo tema, infatti, è stato dedicato un apposito modulo formativo”. A livello nazionale, il progetto prevede oltre 200 moduli in tutto il territorio per 8 aree tematiche. L’obiettivo è di offrire una chiave di lettura comune sull’insieme degli atti legislativi che riorganizzano il funzionamento e la struttura delle principali espressioni dell’impegno sociale senza scopo di lucro.
 
“Abbiamo bisogno di nuove visioni per affrontare i cambiamenti di una società che muta velocemente, tra innovazione tecnologica, modelli occupazionali differenti, nuove diseguaglianze  – ha spiegato Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore. La riforma offre molte risposte a queste domande e riconosce il ruolo delle nuove forme di coesione sociale. Mancano ancora alcuni aspetti importanti, tra cui il completamento dei provvedimenti attuativi e l’attivazione di percorsi di armonizzazione normativa su alcuni settori come lo sport e l’agricoltura sociale, l’impresa culturale e la cooperazione allo sviluppo”.
 
E se alcuni pezzi della riforma sono in stallo, in attesa soprattutto dell’attivazione del registro unico nazionale del terzo settore, il sistema deicentri di servizio per il volontariato (Csv) è in piena fase di riorganizzazione. È già iniziata, infatti, la procedura di accreditamento per i Csv, un sistema largamente riconosciuto dalla nuova normativa, che gli affida nuovi compiti e responsabilità. “Tutto il territorio italiano ha un proprio centro di servizio di riferimento – ha ribadito Stefano Tabò, presidente di CSVnet – ma oggi con un riferimento legislativo uguale in tutto il territorio. Si tratta di un percorso impegnativo perché i Csv sono gli enti di terzo settore con più obblighi normativi. La riforma ci chiede di superare le divergenze tra modelli territoriali e di valorizzare sinergie e buone prassi. È una scommessa da vincere: dopo 20 anni di storia dei Csv, non bisogna cambia re ma evolvere e andare avanti insieme”.
 
Partner del progetto Capacit’Azione, Anpas, Anteas, Arci, Auser e CdO-Opere sociali insieme ai collaboratori di sistema Acli, Anci Lazio,Anffas, Pro Bono Italia, Coordinamento periferie, Legambiente, Leganet e Legautonomie. Capacit’Azione è realizzato con i fondi del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali in seguito all'Avviso per il finanziamento di iniziative e progetti di rilevanza nazionale ai sensi dell'articolo 72 del Codice del terzo settore (decreto legislativo 117/2017).

 

 

Pubblicato in Economia sociale

“Progetto Riace per il FVG”, arriva da Pierluigi Di Piazza la proposta alla cooperazione sociale di portare il modello Riace nelle montagne spopolate della Carnia, del Pordenonese e del Natisone. A breve la Mare Jonio del progetto Mediterranea Saving Humans ripartirà dal porto di Palermo per cercare di salvare vite umane nel Mar Mediterraneo.

Intanto gli enti gestori del percorso di accoglienza in Friuli Venezia Giulia hanno presentato ricorso al Tar del Lazio per mettere in discussione la legalità del Decreto Salvini. La lotta alle Ong che fanno salvataggi in mare e la lotta a chi fa accoglienza in Italia sono due facce della stessa medaglia e fanno parte dello stesso pacchetto, gestire l’immigrazione a livello emergenziale come una continua macchina della paura e del disordine.

È quanto emerso all’ex Opp di Sant'Osvaldo a Udine nel corso di “Accogliamo umani”, l’assemblea regionale di Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia svoltasi lo scorso 11 febbraio, alla quale erano presenti non solo i rappresentanti delle cooperative sociali ma anche una folta rappresentanza degli studenti del Corso di laurea Educatori Professionali dell’Università di Udine. A presiedere i lavori la vice presidente nazionale di Legacoop, Orietta Antonini. Sono intervenuti Alessandro Metz, dirigente di Legacoopsociali nazionale ed “armatore sociale” nel progetto “Mediterranea”, Franco Fullin, presidente della Cooperativa Codess Fvg, Andrea Barachino, direttore della Caritas diocesana di Concordia-Pordenone, don Pierluigi Di Piazza, presidente del Centro Ernesto Balducci di Zugliano, Enzo Gasparutti, presidente di Legacoop Fvg, Gianfranco Schiavone, presidente di Ics - Consorzio Italiano di Solidarietà, e Gian Luigi Bettoli, presidente di Legacoopsociali Fvg.

Ad aprire i lavori Orietta Antonini, che ha evidenziato come il Governo "abbia dato vita ad interventi normativi e legislativi seguendo approcci scellerati fortemente ancorati all’emotività e non fondati su dati oggettivi, che hanno confinato nell’illegalità gli interventi di accoglienza e chi ci lavora, peraltro inserendo un nuovo modello di capitolato che non ha voluto tentare di scardinare il modello dell’accoglienza diffusa".

"Il progetto Mediterranea – ha proseguito Antonini - ha attivato in questi mesi un dibattito all’interno di Legacoopsociali Fvg in relazione ad un nuovo modello di economia di cui le migrazioni sono soltanto un piccolo tassello. Perché la cooperazione è integrazione, basti pensare all’elevatissima presenza di stranieri con lavoro regolare assunti nelle cooperative, sociali e non sociali".

Per il progetto Mediterranea, Alessandro Metz ha affermato che con la presenza delle navi solidali è possibile raccontare quanto succede ogni giorno nel Mar Mediterraneo, che è considerata la frontiera più pericolosa al mondo, con otto persone al giorno che muoiono nel tentativo di attraversarla. “È una questione di scelte, tra chi festeggia quelle morti o agire, perché non esistono clandestini in mare, ma solo naufraghi da salvare”.

L’operazione Mediterranea sembrava impossibile. Sembrava impossibile comprare una nave per andare a salvare vite in mare. “Personalmente, l’ho fatto perché era l’unica cosa che si poteva fare in quel momento, essere presenti nel Mar Mediterraneo con una imbarcazione solidale, la Mare Jonio. Sono madri, padri, figlie e figli, sono queste le persone che muoiono nel Mediterraneo. Noi siamo lì anche per raccontare le loro storie, che altrimenti non esisterebbero e resterebbero anonime”.

“Alì mi ha raccontato che in mare si muore urlando il proprio nome. Una mamma mi ha raccontato che, quando si parte dalla Libia, i bambini indossano il vestito migliore, possibilmente rosso perché in mare è il colore che si vede meglio. E se stiamo affogando voglio che prima vedano mia figlia. La cosa che mi pesa non è rispondere giuridicamente o penalmente della Mare Jonio, mi pesa di più la responsabilità morale che fa sì che, da quando siamo partiti lo scorso 3 ottobre, non ho più spento il telefono, perché di notte arrivano tutti i messaggi di avviso ai naviganti. E ti chiedi, saremo in grado di salvare quelle persone? Ed è una risposta che non avrai mai”.

“Fino a qualche mese fa eravamo inerti davanti a quell’onda nera che stava sommergendo tutto. Oggi la Mare Jonio è anche uno strumento utilizzato per rimettere in moto la voglia di re incontrarsi. Sinora abbiamo partecipato a quasi 100 incontri con persone che non vogliono rimanere inattive di fronte a quello che sta succedendo”.

“Con Mediterranea abbiamo la possibilità di agire. Il problema oggi è che dobbiamo fare cose eccezionali per essere “normali”. Le cose le fai perché pensi che siano giuste, per me era giusto essere là. In questo momento la Mare Jonio si trova in cantiere a Palermo per una serie di lavori necessari alla ripartenza prevista entro 10-15 giorni, perché non è possibile lasciare sguarnito il Mediterraneo”.

Ad aprile è previsto un incontro nazionale con tutti quelli che vogliono salire a bordo della Mare Jonio, per discutere assieme come andare avanti, cosa deve diventare Mediterranea. “Inviteremo anche tutto il mondo della cooperazione sociale, che sa da decenni come lavorare assieme. Perché o ci si salva assieme o affoghiamo tutti. Sulla Mare Jonio c’è tanto spazio che spero sia riempito anche dalla cooperazione”.

Franco Fullin ha ricordato come lo scorso autunno sia stato approvato dal Governo il Decreto Sicurezza, che prevede un nuovo schema di capitolato d’appalto rispetto all’accoglienza. “Va detto che solo il 30% dei posti in accoglienza su scala nazionale è ricoperto dalla cooperazione sociale, un tanto per rispondere alla vulgata sul presunto business delle cooperative sociali in merito all’accoglienza. Quel Decreto è stato un forte attacco al modello di accoglienza diffuso sul nostro territorio”.

“Come cooperative sociali abbiamo lavorato intensamente al nuovo schema delle gare d’appalto, confrontandoci tra di noi soprattutto dal punto di vista tecnico, dal momento che sono state introdotte molte voci rispetto alle spese e anche molto dettagliate. Abbiamo rilevato una serie di errori macroscopici, ad esempio non sono previsti i costi sulla sicurezza, e così abbiamo deciso di contestare il bando recentemente emesso dalla Prefettura di Udine che si basa su quello predisposto dal Ministero dell’Interno. Abbiamo chiesto l’annullamento del bando ma non abbiamo ricevuto risposta, abbiamo così fatto ricorso al Tar del Lazio. L’udienza è stata fissata il 26 febbraio anche se la gara scade il giorno precedente”.

“Quando ci siamo resi conto di questa deriva nella narrazione dell’accoglienza, ci siamo chiesti cosa avessimo seminato in questi 15 anni – ha sostenuto Andrea Barachino -, da dove arrivassero tutte queste reazioni d’odio, anche perché, quando iniziammo a fare accoglienza, chi fossero i richiedenti asilo non lo sapeva nessuno. Il nostro approccio è sempre stato molto tecnico, però nell’ultimo periodo ci stiamo interrogando su quanto siamo stati capaci di capire le paure degli altri cittadini parimenti svantaggiati. Forse questo è un salto che non siamo stati capaci di affrontare”.

“Abbiamo certamente avuto difficoltà a narrare quello che facciamo, tanto che siamo stati costretti a quasi banalizzare cosa sia un asilo politico in un ‘sono quelli che scappano dalla guerra’. Ma non è questo. Siamo tornati indietro a prima dell’anno zero. Quell’orizzonte condiviso che credevamo di aver costruito è stato distrutto e oggi ci troviamo nella condizione di dover ridiscutere quell’approccio e riflettere sull’advocacy”. Pierluigi Di Piazza ha affrontato la questione culturale retrostante il discorso sull’accoglienza. “Le persone che affrontano il viaggio attraverso il Mar Mediterraneo vengono perché sono in pericolo di vita. Di queste migrazioni viene però offerta una visione distorta che viene amplificata ad esempio sui numeri”.

Di Piazza ha fatto riferimento ai dati del rapporto annuale dell’UNHCR sui rifugiati nel mondo, secondo il quale l’84% dei migranti forzati sono accolti in paesi in via di sviluppo e il 26% nei paesi più poveri in assoluto, mentre l’Unione Europea ne accoglie meno del 10%. Lo squilibrio nell’adempimento degli obblighi di protezione internazionale risalta considerando la classifica dei paesi più coinvolti nell’accoglienza, ai primi posti troviamo Turchia, Pakistan, Uganda, Libano e Iran. L’unico paese dell’UE che compare in graduatoria, al sesto posto, è la Germania. Dunque i dati smentiscono l’idea che l’Europa sia il principale luogo di approdo dei richiedenti asilo del mondo, e all’interno dell’UE che sia l’Italia il paese che sopporta il maggiore carico dell’accoglienza.

“Le migrazioni ci rivelano come sta il mondo, come stanno loro e come stiamo noi. Come mai una parte del nostro Paese conferma una visione politica contraria all’accoglienza, come mai siamo arrivati a questa situazione? La domanda fondamentale è quella su chi oggi alimenta e diffonde una cultura di paura rispetto all’accoglienza di persone identificate come nemiche della società. E il Decreto Sicurezza non fa che confermare questa tendenza. Il nodo da sciogliere è come disinnescare questo sistema, se anche la Regione con enfasi si vanta di come ogni piccolo Comune riceverà denaro per aumentare la sicurezza. Lontano da noi non ci interessano più, e ciò è disumano perché torneranno nei lager della Libia”.

“E allora penso alla Carnia da cui vengo. Perché non portare il modello Riace nelle nostre montagne disabitate, perché non pensare con la cooperazione sociale ad un progetto Riace sulle montagne spopolate della Carnia, del Pordenonese, delle Valli del Natisone. E non solo per ripopolare quei luoghi”.

Dopo aver riconosciuto il ruolo della cooperazione sociale, nata in questa regione dal fermento culturale e sociale scaturito prima e dopo la promulgazione della Legge Basaglia e la chiusura dei manicomi, Enzo Gasparutti ha evidenziato che “esiste anche una cooperazione non sociale che di sociale ha parecchio, e che vede tra le sue fila circa il 20% di persone immigrate provenienti da almeno 30 Paesi diversi”. Ha ricordato le battaglie portate avanti da Legacoop Fvg per il rispetto dei contratti di lavoro e contro la cooperazione spuria, evidenziando come l’universo cooperativo sia molto articolato e da valorizzare. Per Gasparutti “la cooperazione deve rimanere ancorata ai propri obiettivi morali e valoriali se vuole dare senso alla propria esistenza”. Da qui la disponibilità di Legacoop e dell’Aci (Alleanza Cooperativa Italiana) regionali ad affrontare i progetti Mediterranea e Riace in Fvg.

Gianfranco Schiavone si occupa di accoglienza e diritto d’asilo dal 1992. “Quello all’accoglienza è un attacco furibondo che in molti non hanno capito. La lotta alle Ong che fanno salvataggi in mare e la lotta a chi fa accoglienza in Italia sono due facce della stessa medaglia, e fanno parte dello stesso pacchetto. Il vero obiettivo dell’attuale esecutivo è gestire l’immigrazione come una continua macchina della paura e del disordine, con immigrati accolti a bassa soglia per i quali si prospetta un futuro in strada ed un verosimile ingresso nel lavoro nero. Insomma, una macchina che si autoalimenta”.

“Ciò che è sicuramente mancato è stata una risposta culturale omogenea da parte degli enti che fanno accoglienza, tanto che oggi ci troviamo di fronte a una de-strutturazione dell’intero sistema il cui obiettivo è mantenere una situazione emergenziale. L’eliminazione progressiva dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), gli standard nell’accoglienza molto bassi, le strutture degradate, la chiusura dei corsi di italiano, conducono alla conclusione che alla battaglia legale non c’è alternativa”.

“Per capire quale sia la partita politica e culturale sull’emigrazione – ha affermato Gian Luigi Bettoli -, bisogna ricordare innanzitutto che la storia del Friuli Venezia Giulia è la storia plurisecolare di un popolo di emigranti, che hanno dovuto passare tutte le fasi, dalla clandestinità al lavoro irregolare, dalle profuganze a causa delle guerra, fino alla creazione (a Trieste) di un grande polo di sviluppo, costruito dai migranti di regioni vicine e lontane. L’amnesia sul nostro passato produce i mostri dell’intolleranza e del razzismo contemporanei. E tutto ciò a fronte di modalità di accoglienza arretrate, basate sulla concezione di un’emergenza che non ha senso: la popolazione mondiale si è sempre spostata, e lo slogan “aiutiamoli a casa loro” è irrazionale, se pensiamo agli effetti sconvolgenti di almeno mezzo millennio di colonialismo, tratta degli schiavi e sfruttamento delle risorse dei continenti extraeuropei. “Aiutiamoli a casa loro” significa solamente pretendere di continuare con un mondo squilibrato, destinato a veder aggravati sia i conflitti tra gli umani che la distruzione della natura, come dimostrano i catastrofici effetti prodotti dal cambio climatico prodotto dall’impatto antropico. Pensiamo che l’accoglienza debba essere un modello civile, alla pari di quanto accade negli altri Paesi europei. Una persona deve poter trovare casa, istruzione, lavoro, il welfare per la propria famiglia, un sistema dignitoso che eviti la creazione di ghetti. In qualità di associazioni cooperative abbiamo sostenuto gli enti gestori del percorso di accoglienza di Udine, che la settimana scorsa, primi in Italia, hanno presentato ricorso al Tar del Lazio per mettere in discussione la legalità del Decreto Salvini”.

 

 

 

Pubblicato in Migrazioni

“Chi rom e...chi no” promuove l'Assemblea Metropolitana Rom e Gagiò insieme: il 21 febbraio ore 10 un presidio che si terrà in Piazza Plebiscito a Napoli.

Sul tavolo le associazioni con le comunità rom di Acerra, Casoria, Gianturco, Poggioreale e Scampìa, quartieri e comuni di Napoli città e provincia, chiedono con urgenza un tavolo in Prefettura per “bloccare tutti gli sgomberi, difendere il diritto all'abitare per tutte e tutti, e ribadire i punti definiti nell'appello dell'Assemblea”,

Nell’appello che è stato firmato tra gli altri dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris per il quale Amnesty International ha avanzato critiche aspre proprio sulla gestione dell’insediamento rom a Gianturco, si pongono alcuni punti: la civiltà contro la barbarie che avanza e che condanna le persone a una regressione; contro gli sgomberi forzati, l’assenza di prospettive per le nuove generazioni; denunciare la debolezza, la cecità o l’esplicito razzismo istituzionale; per attivare le valorizzare le risorse interne e rafforzare le alleanze esterne; per costruire insieme nuove prospettive per il diritto all’abitare attivando percorsi di progettazione partecipata e condivisa ispirandosi alle migliori esperienze di housing sociale; per considerare la questione rom, una questione di giustizia sociale che appartiene a tutti coloro che si impegnano nel campo dei diritti contro ogni tipo di discriminazione.

Pubblicato in Campania

Un ristorante multietnico vince il premio Bezzo: si chiama Ginger People&Food ed è gestito dalla coop sociale Al Kharub ad Agrigento. Una cuoca senegalese offre un menù che mischia i sapori siciliani con quelli africani fatti di aromi e spezie gustose. Ad annaffiare il pasto il ginger: una bevanda che crea dipendenza per il suo gusto fresco.

Ma non è solo food. Ginger People&Food è un’esperienza di inclusione lavorativa nel profondo Sud della Sicilia occidentale, nata da una cooperativa sociale che fa si occupa dei soggetti svantaggiati per l’inserimento lavorativo.

L’idea del premio, organizzato da AREGAI, PLEF e AIQUAV e giunto alla sua seconda edizione, nasce dall’esperienza virtuosa delle mense dell’Ospedale di Asti ed è dedicato ad un testimone della cooperazione piemontese, il Cav. Giuseppe Bezzo, presidente di Codé Crai Ovest e consigliere direttivo di Crai nazionale, che seppe riconoscere il valore della collaborazione tra i diversi attori locali per sviluppare il benessere della comunità.

Verranno presentati la ricerca, basata su 8 dimensioni delle 12 previste dal BES a livello nazionale, per valutare lo stato del benessere della comunità di Casale Monferrato, vincitrice della prima edizione sulla ristorazione collettiva. E i risultati e le premialità previste dalla seconda edizione rivolta ai ristoratori delle città finaliste Capitale Italiana Cultura 2020, vinta da Ginger People&Food e dalla comunità di Agrigento.

“L’ospitalità della Regione Piemonte sancisce lo spirito e la vocazione degli amministratori di questo millennio consapevoli dell’importanza di misurare la qualità della vita per lo sviluppo del proprio Territorio”.

Pubblicato in Sicilia

Ancora una volta in Italia il servizio segreto di un altro Paese può prelevare una persona. Accadde nel 2013 con Alma Shalabayeva, moglie del dissidente del Kazakistan Mukhtar Ablyazov. Ora si è ripetuto con la figlia di Jo Song-gil, ex ambasciatore reggente a Roma, riportata con la forza a Pyongyang a novembre

E si apre lo scontro anche nella maggioranza di governo. "L’Intelligence nord coreana ha sequestrato su suolo italiano la figlia dell’ambasciatore Jo Song-Gil? Episodio gravissimo. Matteo Salvini venga a riferire in aula quanto prima", scrive in un tweet la vice presidente della Camera M5S Maria Edera Spadoni.

"La storia di Jo Song-gil e di sua figlia - dice il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano - rapita dall'intelligence nordcoreana in Italia, se confermata, sarebbe un caso di una gravità inaudita. Quando avvenne una cosa simile, il caso Shalabayeva, andai direttamente in Kazakistan per incontrarla e capire cosa fosse accaduto e appurammo responsabilità dirette dell'allora Ministro dell'Interno Alfano. Chi ha responsabilità pagherà, statene certi".

"Non sono in grado di commentare, stiamo facendo le verifiche necessarie con il ministero degli Esteri in queste ore", ha detto il ministro degli Esteri Enzo Moavero sul rientro forzato in patria della figlia dell'ex ambasciatore nordcoreano a Roma. "La Farnesina - ha aggiunto - sta seguendo la vicenda. Insieme ai servizi competenti per queste vicende delicate sta normalmente portando avanti quelle che diventano le linee politiche nazionali rispetto a una questione di questo tipo. Dopo di che se ne trarranno le debite conclusioni".

Amnesty: fatto gravissimo

"Se confermato – dichiara  il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi - si tratterebbe di un fatto gravissimo, tale da sollecitare alcune domande: cosa ha fatto l'Italia per tutelare la sicurezza di una persona in oggettivo pericolo, trattandosi della figlia minorenne di un rappresentante diplomatico nel nostro paese che aveva pubblicamente manifestato l'intenzione di chiedere asilo politico? Come è stato possibile che agenti dello stato nord-coreano abbiano potuto rapire a Roma e trasferire fuori dall'Italia tale persona? E cosa sta attualmente facendo l'Italia per ottenere dalla Corea del Nord garanzie sulla sua incolumità?" 

"Ci auguriamo che il governo italiano vorrà chiarire urgentemente questa vicenda che, a prima vista, ricorda per alcune preoccupanti analogie quella di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente del Kazakistan Mukhtar Ablyazov, vittima con la figlia di rimpatrio forzato da Roma nel 2013". 

(Fonte: Ansa)

Pubblicato in Nazionale

“Il divertimento in movimento” è lo slogan di Giocagin da tanti anni e ne rappresenta in pieno lo spirito: un’occasione di incontro e socializzazione in cui praticare la propria attività motoria preferita. Si va dalla danza ai pattini, dalla ginnastica alle discipline orientali, partecipano bambini, ragazzi, nonni e persone con disabilità, nessuno escluso.

“Giocagin è la manifestazione nazionale dell’Uisp che mette al centro festa e amicizia – dice Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp – un’iniziativa multidisciplinare dove è possibile vedere in scena le tante facce della proposta sportiva dell’Uisp. Da quelle storiche a quelle meno conosciute e più moderne. Da qui nasce la sua rilevanza, si tratta di una vetrina per le nostre attività che si rinnova ogni anno e sviluppa sempre nuove passioni. Anche quest’anno abbiamo decine di tappe in tutta Italia, con migliaia di atleti in pista e altrettanti sugli spalti ad applaudire le esibizioni”.

Le giornate centrali di Giocagin saranno sabato 23 e domenica 24 febbraio: il 23 febbraio si fa festa a Alessandria, Campobasso, Mestre (Ve), Perugia, Piombino (Li), Rimini, Rosignano Solvay (Li), Senigallia (An), Sesto Fiorentino (Fi), Serravalle Pistoiese (Pt), Udine. Domenica 24 sarà la volta di Campobasso, Casalmaggiore (Cr), Civitavecchia (Rm), Giarre (Ct), Livorno, Manerbio (Bs), Massa e Cozzile (Pt), Perugia. Giocagin 2019 si potrà seguire in diretta Facebook sulle pagine nazionali di Uisp e Terre des Hommes nella giornata di sabato 23 e domenica 24 febbraio.
A Rimini andrà la palma della città col maggior numero di partecipanti: saranno infatti 1.000 gli atleti di ogni età che si esibiranno. La pace sarà il valore di riferimento al quale si ispireranno le coreografie di Giarre (Ct): una immensa bandiera arcobaleno sfilerà con tutti i gruppi.

A Senigallia un’esibizione verrà dedicata al tema della legalità contro le mafie, in collaborazione con Libera, l’associazione di Luigi Ciotti. Sport e sicurezza saliranno sul palco del palazzetto dello sport di Livorno con una dimostrazione dell’utilizzo di un defibrillatore; inoltre, torna l’appuntamento con Vittorio Valvo, il “Signore degli anelli”, che quest’anno compirà 80 anni senza perdere la passione per il volteggio con gli anelli. Danza contemporanea e yoga saranno il filo conduttore di alcune esibizioni al Giocagin di Firenze, che si terrà nel Palazzetto di Sesto Fiorentino. A Pistoia protagonisti saranno gli anziani con dimostrazioni e balli di gruppo. Ad Udine la danza conquisterà il centro del palcoscenico: ben 15 gruppi coreografici si esibiranno uno dopo l’altro, per un totale di 200 danzatori. 

L’altra faccia di Giocagin è la solidarietà  e conferma il costante impegno dell’Uisp nei confronti delle persone meno fortunate, in particolare dei bambini. Anche quest'anno, infatti, la raccolta fondi sarà rivolta ai bambini siriani che si trovano in Libano in fuga dalla guerra, e che vivono anche il rischio dello sfruttamento lavorativo dato che le famiglie sono estremamente impoverite a causa del perdurare del conflitto. Giocagin 2019 è al fianco di Terre des hommes nella creazione/riqualificazione di un playground nella Municipalità di Barja (Monte Libano), all'interno di uno spazio pubblico, garantendo all'intervento un alto grado di sostenibilità dato che la gestione sarà successivamente presa in carico dalle istituzioni locali. L'area identificata è pari a circa 250 m2.

Lo spazio sarà costruito garantendo l'accessibilità non intesa solo da un punto di vista fisico, ma anche e soprattutto esperienziale. Per questo motivo, particolare attenzione sarà garantita all'allestimento di uno spazio in grado di favorire lo sviluppo delle diverse abilità dei bambini e delle bambine, con e senza disabilità. 

Pubblicato in Sport sociale

Nice nasce in uno Sprar ma è figlio di tutta la comunità. Il bimbo, figlio di papà David e di mamma Loveth, entrambi di nazionalità nigeriana e residenti nel Comune di Cansano, è venuto alla luce il 18 febbraio all’ospedale di Sulmona. Nice è l’ultimo arrivato ed è un po’ figlio di tutti i cittadini di Cansano, che, insieme al comune di Campo di Giove, è una delle comunità che dalla scorsa primavera ha scelto coraggiosamente di accogliere e di integrare.

Le amministrazioni comunali di Campo di Giove e di Cansano e la Horizon Service Società Cooperativa Sociale di Sulmona hanno attivato un programma triennale di accoglienza attraverso il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Presso i due comuni hanno trovato ospitalità quattro nuclei familiari. Le due comunità hanno creduto fermamente in un percorso di integrazione che avesse come obiettivo primario l’inserimento dei richiedenti asilo nel loro tessuto sociale.

“La nascita di Nice rappresenta un nuovo seme di speranza nel solco di quella sana e costruttiva accoglienza fondata su valori e rispetto reciproco, un nuovo inizio che ci auguriamo possa essere di buona vita. Un proverbio africano dice “per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”. Cansano e Campo di Giove ben rappresentano quel villaggio, che sostiene le nuove famiglie. La famiglia dello SPRAR si allarga e cresce col sostegno di tutta la comunità”, affermano in una nota congiunta il sindaco del comune di Campo di Giove Giovanni Di Mascio, il sindaco del comune di Cansano Mario Ciampaglione e il presidente della coop sociale Horizon Service Gennarino Settevendemie

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Innocenzo Guidotti è il nuovo presidente di Legacoop Basilicata. Cinquantotto anni, di Miglionico, presidente della cooperativa serramenti e infissi Coserplast, Guidotti è stato eletto all’unanimità nell’undicesimo congresso regionale dei delegati che si è tenuto a Matera il 15 febbraio; succede a Paolo Laguardia, che dopo due mandati quadriennali da presidente regionale è oggi responsabile nazionale Costruzioni e impianti dell’associazione Produzione&Servizi.

L’iniziativa a Matera ha di fatto aperto la stagione congressuale di Legacoop che, dopo aver toccato tutti le regioni, si completerà il 16, 17 e 18 aprile a Roma con la celebrazione del congresso nazionale. Si è sviluppata in due sessioni. Quella mattutina, dopo la relazione del presidente uscente Laguardia, ha visto la partecipazione e il contributo dei rappresentanti di altre associazioni imprenditoriali, dei presidenti delle altre centrali cooperative, degli assessori regionali all’agricoltura e alle attività produttive, dei segretari regionali dei sindacati, di sindaci e rappresentanti dei comuni lucani, del presidente della Camera di commercio della Basilicata.

Di quella rete, insomma, con cui Legacoop dialoga costantemente e costruisce da tempo percorsi congiunti di sviluppo e coesione. Da qualche anno, infatti, nel territorio lucano le principali organizzazioni imprenditoriali si sono raccolte nel manifesto Pensiamo Basilicata avanzando congiuntamente istanze e progettualità, partecipando ai tavoli istituzionali con un’unica espressione. La cooperazione ha svolto al suo interno una funzione di collante e di coordinamento.

“Noi cooperatori siamo fortunati. Abbiamo una lunga storia pressoché immutata. Da 130 anni forniamo risposte ai bisogni della società. Adesso questa fortuna la dobbiamo mettere a disposizione della comunità”, ha rimarcato il presidente nazionale di Legacoop, Mauro Lusetti, in conclusione dei lavori della mattinata. “Il lungo periodo di crisi pare non essere finito, siamo in un contesto generale di inattività, il Paese ha bisogno di essere sbloccato”, ha continuato Lusetti, richiamando i progetti concreti indicati nel manifesto “Cambiare l’Italia cooperando” presentato nello scorso anno dall’Alleanza delle cooperative per contribuire alla costruzione di un’Italia più innovativa e inclusiva, capace di affrontare la competizione globale senza lasciare indietro nessuno. “Adesso bisogna metterci conoscenza, capacità, talento, passione ma anche coraggio, perché il futuro è ancora complicato”. “Dobbiamo mantenere la curiosità nei confronti dei cambiamenti dei bisogni delle persone”, ed è così che si sono spalancate nuove prospettive come le cooperative tra imprenditori, le cooperative di comunità, le workers buyout, le start-up, ma anche percorsi innovativi nella cooperazione sociale e all’interno dei diversi settori.

A partire dagli stimoli forniti dal presidente Lusetti, nella sessione pomeridiana si è consumato il dibattito interno in cui, prima di eleggere i nuovi organismi, sono intervenuti i cooperatori e si è discusso delle linee strategiche e dei contenuti sia del documento congressuale nazionale che di quello regionale, in cui si è scelto di declinare in maniera più approfondita il pilastro tematico della sostenibilità. “Quello cooperativo si pone come modello di elezione per il riassetto, la coesione e il rilancio di un territorio, come quello lucano, che si sforza di uscire dalle sabbie mobili di un decennio difficile e che vede, oggi, nello spopolamento e nel conseguente dualismo generazionale il principale ostacolo per la risalita”, ha sottolineato Innocenzo Guidotti.

“Per farlo e per essere in grado di rispondere in maniera sostenibile alle nuove esigenze dettate dal contesto e dai mercati, la cooperazione deve abbracciare le nuove sfide e riconfigurarsi anch’essa”. Legacoop Basilicata sta puntando sull’intersettorialità per adeguarsi alle nuove dinamiche, intravede nella marcoarea una soluzione per ampliare le competenze dell’organizzazione e ottimizzare i servizi alle cooperative, da sempre procede spedita nel percorso dell’Alleanza. Il congresso ha sancito un cambio di modello organizzativo: in continuità con la sperimentazione avviata nell’ultimo anno, la responsabilità politica in Basilicata è posta direttamente in capo ai presidenti delle cooperative stesse, con la struttura a fungere da supporto tecnico per offrire nuovi servizi alle associate, incrementare la progettualità e mettere a punto un sistema di promozione e comunicazione efficiente.

Rilanciare la cooperazione lucana – è emerso nel corso del dibattito – vuol dire riqualificare i segmenti produttivi di eccellenza quali produzioni agroalimentari e offerta turistica e culturale, per cavalcare la straordinaria opportunità di Matera capitale europea della cultura 2019 e far sì che diventi un’onda lunga su cui agganciare l’intero Mezzogiorno; continuare a fare rete con il sistema regionale e interregionale, con le istituzioni, con le altre associazioni imprenditoriali e con le forze sociali, costruendo ponti e mai barriere; promuovere la cooperazione a tutti i livelli, far leva sui valori identitari e scommettere sulle nuove generazioni; avviare percorsi di formazione continua per una nuova leva di cooperatori e cooperatrici. Se adesso la cooperazione lucana marcia su un terreno meno incerto e sconnesso è anche grazie alla Legge regionale 12 del 2015, in cui è posta attenzione particolare sulle cooperative di comunità, e al fondo per il sostegno dell’occupazione nelle imprese cooperative, istituito con delibera regionale nello scorso dicembre grazie a un lavoro congiunto. Il fondo rotativo costituisce un dispositivo finanziario innovativo per consolidare le cooperative esistenti e promuoverne di nuove in settori strategici, sempre nell’ottica di continuare a far germogliare “imprese di persone che generano comunità e futuro”.

 

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