Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Lunedì, 22 Aprile 2019

Articoli filtrati per data: Martedì, 26 Febbraio 2019 - nelPaese.it

Amnesty International ha sollecitato il governo del Sudan a porre fine alle misure adottate sulla base dello stato d'emergenza per reprimere con violenza il dissenso che emerge dalle manifestazioni in corso a livello nazionale. Dopo l'introduzione dello stato d'emergenza, proclamato il 22 febbraio, il governo ha aumentato il numero degli effettivi delle forze di sicurezza, incluso l'esercito, per colpire i manifestanti. 

Il 25 febbraio agenti della sicurezza hanno invaso l'Università femminile Ahfad di Omdurman picchiando le studentesse che protestavano e ricorrendo ai gas lacrimogeni per disperderle. "Le autorità sudanesi usano lo stato d'emergenza per giustificare il flagrante aumento dell'uso dei proiettili veri e dei gas lacrimogeni contro i manifestanti e per torturare gli arrestati senza alcun freno", ha dichiarato Joan Nyanyuki, direttrice di Amnesty International per l'Africa orientale, il Corno d'Africa e la regione dei Grandi laghi. 

"Il governo del Sudan deve immediatamente cessare di ricorrere a queste misure estreme che hanno lo scopo di mettere paura alla popolazione e impedirle di esercitare il diritto alla libertà d'espressione e di manifestazione pacifica contro la situazione sociale, politica ed economica del paese", ha aggiunto Nyanyuki. 

Il 24 febbraio le forze di sicurezza hanno usato proiettili veri e gas lacrimogeni contro i manifestanti che protestavano in vari luoghi dello stato di Khartoum, ferendo almeno tre persone. Hanno fatto irruzione nel campus dell'Università di Scienze mediche e Tecnologia della capitale, picchiando e arrestando decine di studenti. Sempre nella capitale, nel quartiere di Burri, i soldati hanno fatto irruzione nelle abitazioni, sparando gas lacrimogeni, picchiando persone e sequestrando telefoni cellulari. 

A Omdurman, nel quartiere di Alabasya, si segnala sempre dal 24 febbraio una forte presenza di soldati, membri dei servizi di sicurezza e agenti di polizia. 
Il giorno prima, sabato 23 febbraio, le forze di sicurezza avevano preso d'assalto la residenza di un medico nei pressi della Scuola di formazione ospedaliera di Khartoum, picchiando i presenti e arrestando oltre 40 medici sospettati di aver organizzato le proteste. 

"Questo brutale giro di vite che ha fatto subito seguito alla proclamazione dello stato d'emergenza è preoccupante. Coloro che manifestano pacificamente devono poter esprimere le loro idee e le forze di sicurezza devono cessare di attaccarli, arrestarli e picchiarli", ha concluso Nyanyuki.  Dal 19 dicembre 2018, data d'inizio delle proteste di massa contro il governo, Amnesty International ha registrato oltre 45 morti e più di 180 feriti. Secondo fonti governative, gli arresti sono stati oltre 2600. 

Pubblicato in Dal mondo

Le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) nell’ospedale di Abs, in Yemen nord-occidentale, stanno affrontando un aumento nel numero di pazienti colpiti dal morbillo. Ogni settimana si registrano dai 25 ai 35 nuovi casi, per la maggior parte bambini provenienti dalle aree rurali del paese.

Pubblicato in Video

Diversi governi si incontrano oggi a Ginevra per discutere i fondi da impegnare per affrontare la crisi umanitaria in Yemen. Paradossalmente molti di questi governi, tra cui quello italiano, sono tra i principali esportatori di armamenti verso l’Arabia Saudita e gli altri Paesi coinvolti nel conflitto, che sta causando enormi bisogni umanitari e ostacolando la fornitura di aiuti. Lo dichiara Medici Senza Frontiere (MSF), che in Yemen ha il suo più importante intervento in una zona di conflitto. In Yemen, l'accesso delle persone ai servizi e agli aiuti primari è gravemente limitato perché le parti in conflitto continuano a distruggere le infrastrutture civili, compreso il sistema sanitario, mentre i loro sostenitori internazionali chiudono un occhio.

Un Centro trattamento colera di MSF ad Abs è stato colpito da un attacco aereo della Coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati (SELC) nel giugno 2018, il quinto contro una struttura di MSF nel paese da marzo 2015. Un successivo rapporto della squadra incaricata dalla Coalizione di investigare sull’incidente ha indicato MSF come responsabile, invece che vittima, del bombardamento. Le parti in conflitto hanno creato ostacoli, tra cui restrizioni alle importazioni, ai visti e ai permessi di movimento, che impediscono l'equa distribuzione di assistenza umanitaria secondo i bisogni della popolazione. Nel frattempo, combattimenti e posti di blocco continuano a frammentare il paese, limitando la fornitura di aiuti per molte delle comunità che ne hanno più bisogno.

Queste barriere all’accesso bloccano o ostacolano le organizzazioni umanitarie che cercano di raggiungere alcune aree del paese per identificare e valutare i bisogni delle comunità. Anche quando gli aiuti riescono a raggiungere le persone, restano ampiamente inadeguati. I donatori, le agenzie delle Nazioni Unite e i loro partner che implementano attività nel paese devono rinforzare l’azione medico-umanitaria e aumentare in modo significativo la propria presenza nel paese per raggiungere più persone e rispondere ai loro bisogni più cruciali.

Carenze sostanziali nel supporto all’assistenza medica di base hanno esposto molte persone a ricorrenti epidemie di malattie prevenibili, come il morbillo, la difterite e il colera. Anche il fallimento nella protezione dei civili e nell’assistenza ai feriti di guerra è allarmante. Le équipe di MSF vedono aree residenziali e urbane trasformate in campi di battaglia, dove proiettili vaganti, schegge da esplosioni, bombardamenti aerei e mine colpiscono un numero sproporzionato di bambini, donne e persone anziane. Chi riesce a raggiungere le nostre strutture per cercare cure mediche spesso impiega ore di viaggio su strade estremamente insicure che attraversano le linee del fronte. Molti altri non ce la fanno. Molti di questi pazienti sono già stati in altre strutture ma non hanno potuto ricevere le cure di cui avevano bisogno per la mancanza di forniture mediche o personale.

I governi che impegnano i propri fondi devono agire per rimuovere gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere le persone, e garantire che gli aiuti forniti rispondano ai loro effettivi bisogni. La crisi umanitaria in Yemen potrà essere risolta solo quando i governi donatori metteranno fine al loro coinvolgimento nel conflitto e quando porranno le parti in guerra di fronte alle loro responsabilità per la loro atroce condotta, che mette in pericolo la vita di milioni di persone.

Tra essi anche l’Italia, che ha consentito l'invio di munizioni e sistemi militari verso la coalizione a guida saudita nonostante diverse risoluzioni del Parlamento europeo abbiano ribadito la necessità di un embargo sulla vendita di armi all’Arabia Saudita, date le gravi violazioni del diritto umanitario internazionale perpetrate da questo Paese e accertate da autorità competenti delle Nazioni Unite.

Quello in Yemen è il più grande intervento di MSF in una zona di conflitto. Sono più di 2.200 gli operatori umanitari di MSF nel paese, che lavorano in 12 ospedali e centri sanitari e forniscono supporto in altri 20. In totale MSF è attiva in 11 governatorati: Abyan, Aden, Amran, Hajjah, Hodeidah, Ibb, Lahj, Saada, Sana'a, Shabwa e Taiz. Da marzo 2015 a ottobre 2018 MSF ha assistito 973.095 pazienti, ha effettuato 76.436 interventi chirurgici e ha fatto nascere 64.032 bambini.

Il collasso del sistema sanitario: tornano le epidemie di morbillo  

Le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) nell’ospedale di Abs, in Yemen nord-occidentale, stanno affrontando un aumento nel numero di pazienti colpiti dal morbillo. Ogni settimana si registrano dai 25 ai 35 nuovi casi, per la maggior parte bambini provenienti dalle aree rurali del paese.

I casi di morbillo, malattia estremamente contagiosa e oggi una delle principali cause di mortalità tra i bambini yemeniti, sono in aumento in tutto il paese. Nel 2018, MSF ha curato 1.787 persone per il morbillo in Yemen. Il ritorno di epidemie di malattie prevenibili, come il morbillo, il colera e la difterite, è la diretta conseguenza del collasso del sistema sanitario yemenita: metà delle strutture mediche sono danneggiate o non pienamente in funzione, la restante parte soffre della carenza di personale e forniture, e le persone hanno gravi difficoltà di accesso alle cure.

“Il conflitto in corso ha un impatto gravissimo sul sistema sanitario yemenita, che oggi è al collasso. Per questo, nel ventunesimo secolo, stiamo assistendo al ritorno di malattie che sono state debellate nella maggior parte dei Paesi del mondo grazie ai vaccini” dice il dott. Pau Eze, referente medico di MSF, nel VIDEO dall’ospedale di Abs. “Qui in Yemen sono in corso un’epidemia di morbillo e una di difterite, malattie che si possono prevenire facilmente con i vaccini di routine. Nella stanza della quarantena siamo dovuti passare da 4 a 28 posti letto per i casi di morbillo, quasi sempre tutti occupati. La situazione va oltre la nostra capacità”.

In Yemen poter condurre campagne di vaccinazione è fondamentale per prevenire future epidemie.

 

 

Pubblicato in Nazionale

Ieri il tribunale di Roma ha condannato a 7 anni di reclusione Antonio Casamonica in relazione all'aggressione in un bar della Romanina, un quartiere periferico, avvenuto il 1 primo aprile del 2018. Lesioni e violenza privata aggravate dal metodo mafioso i reati contestati dal pm Giovanni Musarò.

La procura aveva chiesto una condanna a 7 anni e 4 mesi. "Vergognatevi schifosi, l'Italia fa schifo", hanno urlato in aula i parenti. Dopo la lettura della sentenza alcune persone hanno inveito anche contro i giornalisti presenti in aula.I giudici hanno dichiarato Casamonica interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale per la durata della pena.

L'imputato dovrà risarcire 60 mila euro all'invalida civile vittima dell'aggressione e 40 mila complessivi al titolare del bar e alla moglie. Disposti cinquemila euro in favore della Regione Lazio e altri20 mila euro alle altre parti civili.

Roxana Roman, titolare del bar, è stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica dal presidente Mattarella per il coraggio della sua denuncia e per aver difeso la legalità. 

Nel libro inchiesta “Casamonica” di Nello Trocchia, appena pubblicato da Utet, il giornalista racconta il suo incontro con il “Magnifico”, uno degli esponenti della famiglia criminale, proprio all’indomani del raid contro il Roxy Bar. Ecco un estratto:

“Eccolo Consilio Casamonica, detto Tony il Meraviglioso, il Magnifico, insomma un superlativo per ricoprire tutto d’oro, come l’anello il suo anulare […] Lo incontro nella casa di Nando in via Domenico Baccarini, edificata su un terreno che poi è del comune di Frascati, uso civico, dove il ‘cavallaro’, fratello di Vittorio, ha costruito una villa da imperatore.

Da pochi giorni la ‘famiglia’ è tornata protagonista perché una donna disabile e un barista sono stati pestati. L’ennesimo atto di guerra alla civiltà, al diritto, alla convivenza. L’ennesima prova di forza della loro quotidiana condotta, normale affermazione di un dominio evidente, scontato, invincibile, al momento. Non mi fanno entrare, mi tengono all’ingresso della villa. Ci sono due leoni troneggianti al posto dello zerbino, i Casamonica danno il benvenuto così. Poi c’è Minerva, la statua della saggezza, sembra un paradosso.

Quando arrivo, Consilio Casamonica mi saggia dall’accento e ribalta tutto: «Tu fai il Casamonica» ammonisce il Magnifico e «io faccio il giornalista». Lui, abituato a tenere testa a imprenditori, faccendieri e filibustieri. Lui, abituato a farla franca nonostante arresti, sequestri, grandi retate e presunte operazioni finali” […]

Pubblicato in Nazionale

Nel 2018 la vergognosa compiacenza della comunità internazionale verso le massicce violazioni dei diritti umani negli Stati del Medio Oriente e dell'Africa del Nord ha incoraggiato i governi a commettere spaventose violazioni dei diritti umani e dato loro la sensazione che non verranno mai chiamati a risponderne alla giustizia. Lo ha dichiarato Amnesty International pubblicando la sua analisi sui diritti umani negli stati del Medio Oriente e dell'Africa del Nord nel 2018. 

L'analisi illustra come le autorità di tutta la regione abbiano spudoratamente portato avanti brutali campagne repressive per stroncare il dissenso e colpire manifestanti, società civile e oppositori politici, spesso col tacito sostegno di alleati potenti. 

La sconvolgente uccisione di Jamal Khashoggi nell'ottobre 2018 ha provocato un oltraggio senza precedenti a livello globale, costringendo l'Arabia Saudita a indagare e addirittura spingendo alcuni stati a prendere decisioni raramente viste in passato, come la sospensione della fornitura di armi al paese da parte di Danimarca e Finlandia. Tuttavia gli alleati-chiave come Stati Uniti, Regno Unito e Francia non hanno fatto nulla del genere e nel complesso la comunità internazionale non ha dato seguito alle richieste delle organizzazioni per i diritti umani per un'indagine indipendente delle Nazioni Unite, in grado di fornire giustizia. 

"C'è voluto l'omicidio a sangue freddo di Khashoggi all'interno di un consolato perché una manciata di stati maggiormente responsabili sospendessero i trasferimenti di armi a un paese che guida una coalizione responsabile di crimini di guerra e che ha contribuito alla catastrofe umanitaria dello Yemen. Eppure, neanche la condanna globale per quell'omicidio è stata seguita da azioni concrete per assicurarne i responsabili alla giustizia", ha dichiarato Heba Morayef, direttrice regionale per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International. 

"Per tutto il 2018 negli stati del Medio Oriente e dell'Africa del Nord migliaia di dissidenti e manifestanti pacifici hanno subito spudorate violazioni dei diritti umani di un livello scioccante, nel silenzio assordante della comunità internazionale", ha aggiunto Morayef. 

L'analisi di Amnesty International denuncia che nel 2018 il giro di vite nei confronti del dissenso e della società civile si è significativamente intensificato in Arabia Saudita, Egitto e Iran, tre stati emblematici dell'inadeguatezza della risposta internazionale a clamorose violazioni dei diritti umani da parte dei governi. In Iran le manifestazioni, costanti durante tutto l'anno, sono state soppresse violentemente e migliaia di persone sono state arrestate e imprigionate. Tuttavia l'Unione europea, che ha in corso un dialogo sui diritti umani con questo stato, è rimasta muta. 

Nel corso del 2018 Danimarca, Finlandia, Norvegia e Olanda hanno sospeso le forniture di armi alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita. Al contrario Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno proseguito, tra gli altri, a esportare armi che hanno consentito alla coalizione di colpire civili, scuole e ospedali in Yemen, in violazione del diritto internazionale. Sul piano interno, in Arabia Saudita è proseguito il giro di vite contro gli attivisti della società civile e uomini e donne protagonisti di campagne sui diritti delle donne sono stati imprigionati e sottoposti a torture. 

Stati come la Francia e gli Stati Uniti hanno continuato a fornire armi anche all'Egitto, che le ha impiegate a scopo di repressione interna nell'ambito di un massiccio giro di vite sui diritti umani. Mai come oggi nella sua storia recente, l'Egitto è diventato un luogo pericoloso in cui esprimere critiche. 

Gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire a Israele aiuti militari nei prossimi 10 anni per un valore di 38 miliardi di dollari, nonostante l'impunità di cui beneficiano le forze israeliane e il gran numero di violazioni dei diritti umani che esse continuano a commettere nei Territori occupati palestinesi. 

Secondo il Centro palestinese per i diritti umani, l'anno scorso nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso almeno 180 manifestanti, tra cui 35 minorenni, nel corso delle proteste per il diritto al ritorno dei rifugiati. Il Consiglio Onu dei diritti umani ha istituito una commissione d'inchiesta ma Israele ha rifiutato di cooperare e le pressioni perché collaborasse sono state scarse se non nulle. 

"Ancora una volta gli alleati dei governi della regione hanno messo i loro lucrosi accordi economici, la cooperazione in tema di sicurezza e le forniture di armi per miliardi di dollari prima dei diritti umani, alimentando le violazioni e creando un clima in cui i governi si sentono 'intoccabili' e al di sopra della legge", ha commentato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e sull'Africa del Nord di Amnesty International. 

"È giunto il momento che il mondo segua il cammino di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Olanda che hanno sospeso le forniture di armi alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita e dato il chiaro segnale che violare i diritti umani ha evidenti conseguenze", ha aggiunto Luther. 

Amnesty International sta chiedendo a tutti gli stati di sospendere immediatamente la vendita o il trasferimento di armi sia a tutte le parti coinvolte nel conflitto dello Yemen che a Israele fino a quando non vi sarà più il concreto rischio che tali armi potranno essere usate per compiere o facilitare gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani o del diritto internazionale umanitario. 

L'organizzazione sta anche sollecitando tutti gli stati a dare maggiore sostegno ai meccanismi internazionali atti ad assicurare la giustizia alle vittime, come le inchieste dell'Onu sulle uccisioni a Gaza, sulle violazioni nello Yemen e su quelle in Siria così come il Tribunale penale internazionale. 

La sfrenata repressione del dissenso 

L'assenza di iniziative giudiziarie in tutta la regione ha significato che le autorità hanno avuto mano libera per incarcerare chi aveva espresso critiche pacifiche, limitare le attività della società civile e ricorrere ad arresti arbitrari, imprigionamenti e uso eccessivo della forza contro manifestanti che rivendicavano i loro diritti. 

Amnesty International ha definito il 2018 in Iran come "l'anno della vergogna". Le autorità hanno arrestato, spesso in modo arbitrario, oltre 7000 tra manifestanti, studenti, giornalisti, ambientalisti, attivisti, lavoratori, difensori dei diritti umani. Tra coloro che hanno pagato un prezzo elevato per il loro attivismo, le donne che hanno protestato contro la prassi abusiva e discriminatoria dell'obbligo d'indossare il velo. In Arabia Saudita le autorità hanno arrestato e incriminato persone che avevano espresso critiche, accademici e difensori dei diritti umani. Nel mese di maggio almeno sono state arrestate, senza essere formalmente accusate, almeno otto difensore dei diritti delle donne che avevano svolto campagne per l'abolizione del divieto di guida per le donne e del sistema del tutore maschile. Praticamente tutte le persone che difendono i diritti umani in Arabia Saudita sono ora dietro le sbarre o in esilio. 

Le autorità egiziane hanno inasprito la repressione ai danni dei dissidenti alla vigilia delle elezioni presidenziali. Nel corso dell'anno hanno arrestato almeno 113 persone per l'espressione pacifica di opinioni critiche e adottato nuove norme per ridurre ulteriormente al silenzio gli organi d'informazione indipendenti. Due donne sono state arrestate per aver denunciato le molestie sessuali via Facebook: una di loro, Amal Fathy, si è vista confermare in appello una condanna a due anni di carcere. 

In Iraq le forze di sicurezza hanno ucciso e arrestato manifestanti. In Marocco decine di persone sono state condannate a lunghe pene detentive per aver preso parte a manifestazioni. Negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein i noti attivisti Ahmed Mansour e Nabil Rajab sono stati condannati rispettivamente a 10 e cinque anni per aver espresso opinioni sui social media.  In Algeria, attivisti e blogger sono stati presi di mira per aver criticato su Facebook le politiche governative. 

Le autorità di Giordania, Libano e Palestina hanno a loro volta arrestato arbitrariamente attivisti e altre persone che avevano espresso critiche nei confronti delle autorità o per aver preso parte a manifestazioni pacifiche. "In tutti gli stati del Medio Oriente e dell'Africa del Nord i governi hanno mostrato un'impressionante intolleranza nei confronti dei diritti alla libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. Coloro che sono scesi in strada per sfidare l'oppressione e che hanno osato esprimere critiche hanno pagato un prezzo elevato. Alcuni stanno scontando anni di carcere solo per aver espresso le loro opinioni, vittime di sentenze ridicolmente pesanti imposte dai governi per intimidire gli attivisti", ha commentato Morayef. 

La sofferenza delle popolazioni nei conflitti armati 

Le continue forniture di armi ai governi della regione da parte della comunità internazionale e la mancata sollecitazione, da parte di quest'ultima, di procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili di crimini contro l'umanità e ulteriori violazioni dei diritti umani hanno avuto un impatto devastante e duraturo nel tempo. 

In Libia, Siria e Yemen anche nel 2018 sono stati commessi crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani. Anche se gli scontri armati in Iraq e Siria sono diminuiti, il livello di sofferenza delle popolazioni civili è rimasto elevato. L'occupazione militare israeliana ha proseguito a infliggere sofferenza ai palestinesi della Cisgiordania e di Gaza. Le politiche israeliane di espansione degli insediamenti illegali e l'incessante blocco nei confronti di Gaza hanno costituito gravi violazioni del diritto internazionale. 

In Siria le forze governative hanno continuato a commettere crimini di guerra e crimini contro l'umanità e sia Russia che Cina hanno contribuito a ostacolare l'accertamento delle responsabilità. Le ricerche di Amnesty International hanno rivelato che centinaia di civili sono stati uccisi e migliaia feriti dalla coalizione guidata dagli Usa nel corso dell'offensiva per cacciare il gruppo armato Stato islamico da Raqqa, anche a seguito di attacchi che hanno violato il diritto internazionale umanitario. Tanto in Siria quanto in Libia le forze della coalizione sono state lente nel riconoscere e dare spiegazioni sulle vittime civili causate dalle loro operazioni militari. 

Per quanto riguarda lo Yemen, mentre alcuni stati europei hanno sospeso i trasferimenti di armi ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, altri come Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno proseguito a inviare forniture militari del valore di miliardi di dollari, alcune delle quali sono state usate per commettere violazioni del diritto internazionale umanitario durante il conflitto. 

In Libia il mancato sollecito da parte della comunità internazionale alla richiesta di istituire, all'interno del Consiglio Onu dei diritti umani, meccanismi efficaci di accertamento delle responsabilità ha incoraggiato le parti in conflitto a commettere ulteriori violazioni nel completo disprezzo del diritto internazionale. "Da troppo tempo l'assenza di pressioni internazionali per assicurare che le parti in conflitto che commettono crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani siano chiamate a risponderne ha consentito agli autori di atrocità di rimanere impuniti. E invece i procedimenti giudiziari sono fondamentali non solo per assicurare giustizia alle vittime di tali crimini ma anche per contribuire a evitare che il ciclo infinito di violazioni prosegua e causi ulteriori vittime", ha sottolineato Luther. 

Spiragli di speranza per i diritti umani 

Tra le massicce repressioni e violazioni dei diritti umani che hanno contrassegnato il 2018, vanno segnalati alcuni piccoli miglioramenti nei campi dei diritti delle donne e delle persone Lgbti. Nel Maghreb sono entrate in vigore leggi per contrastare la violenza sulle donne e la Palestina ha seguito il cammino di altri stati abolendo la norma che consentiva alle persone sospettate di stupro di evitare la condanna sposando le loro vittime. In Arabia Saudita è stato finalmente annullato il divieto di guida per le donne, anche se coloro che avevano svolto campagne proprio per questo obiettivo sono state arrestate. 

Sebbene le relazioni omosessuali restino un reato nella regione, vanno segnalate due piccole vittorie per i diritti delle persone Lgbti negli stati in cui la mobilitazione della società civile è stata particolarmente forte: in Tunisia è stata presentata una proposta di legge per decriminalizzare le relazioni tra persone dello stesso sesso e in Libano un tribunale ha stabilito che il sesso tra persone omosessuali consenzienti non è un reato.  In un contesto regionale contrassegnato dall'impunità, quegli stessi due stati hanno fatto passi avanti per accertare le responsabilità per le violazioni dei diritti umani del passato: in Libano, dopo anni di campagne della società civile, il parlamento ha approvato una legge che istituisce una commissione d'inchiesta sulle migliaia di sparizioni avvenute durante la guerra civile, mentre in Tunisia laCommissione per la verità e la dignità è riuscita a superare i ripetuti tentativi delle autorità di ostacolarne il lavoro. 

"Di fronte a uno scenario di schiacciante repressione, alcuni governi hanno fatto piccoli passi avanti. Questi miglioramenti sono il risultato del coraggioso lavoro dei difensori dei diritti umani del Medio Oriente e dell'Africa del Nord e sono un tributo nei confronti di coloro che mettono regolarmente a rischio la loro libertà per opporsi alla tirannia e per far sapere a coloro che hanno il potere che si stanno piantando semi concreti di cambiamento per gli anni a venire", ha concluso Morayef. 

Pubblicato in Nazionale
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Febbraio 2019 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28