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Mercoledì, 18 Settembre 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 13 Marzo 2019 - nelPaese.it

Mi chiamo Ailton Jorge Dos Santos Soares e sono un attaccante dell’Afro-Napoli. Ma chiamatemi Dodò, facciamo prima. Sono nato nel 1990 a Capo Verde, nell’isola di São Vicente. A Capoverde fa sempre caldo, perciò i ricordi più belli della mia infanzia sono quando giocavo sotto la pioggia che portava finalmente un poco di frescura. A scuola ero negato, non mi è mai piaciuta, ero bravo solo in educazione fisica. La scuola a Capoverde è fatta di due cicli di sei anni, non è come in Italia, dove ci sono le elementari, le medie e le superiori. Io mi sono fermato all’ottavo anno, perché mi hanno bocciato tre volte, la scuola non era proprio cosa mia.

Ho sempre amato il pallone, giocarlo, seguirlo dal vivo e in televisione. A Capo Verde allora non tutti ce l’avevano, perciò ci riunivamo a casa di qualcuno, ma più spesso nei locali che trasmettevano le partite. I capoverdiani tifano per le squadre portoghesi, perché siamo un’ex colonia del Portogallo, ma sono molto seguiti pure il calcio inglese e quello italiano. Io tifo Porto, ma seguivo anche il Real Madrid per Cristiano Ronaldo e in Italia mi piaceva il Milan di Ronaldinho. Il Napoli non lo conoscevo proprio, se non per gli anni di Maradona, in televisione trasmettevano solo la Juve, l’Inter, il Milan, queste squadre qua.

Ho partecipato a vari tornei all’estero, soprattutto Francia e Portogallo. Al termine di uno di questi, mi sono detto: sono in Europa, mo’ vedo di restare qua, perché a casa mia il lavoro c’è e non c’è, è pagato male, insomma è difficile vivere bene, un po’ come a Napoli. Dico proprio così, mo’, perché io parlo con un forte accento napoletano, come napoletane sono molte delle parole che uso. Napoli è stata una scelta del destino, io non sapevo neanche dove fosse, ma in Francia stavo a casa di un mio parente e i documenti erano complicati. Invece qua a Napoli vivevano da quindici anni due mie zie e poi stava arrivando anche mia madre, perciò ho deciso di venirci.

Ero senza documenti e non potevo essere tesserato, giocavo nel campionato amatoriale AICS in una squadra di capoverdiani. Siamo arrivati in finale e l’abbiamo persa. Poi, un mio amico mi ha chiamato dicendomi: vieni all’Afro-Napoli. Ho partecipato a molti tornei amatoriali con l’Afro, poi finalmente con i documenti in regola dovevo iniziare il campionato di Terza Categoria, ma è arrivata la chiamata del Procida Calcio che faceva invece l’Eccellenza. Ovviamente pure Procida non sapevo nemmeno dove fosse, ma il direttore generale Nicola Crisano, cugino di Ciro Ferrara, mi seguiva da un po’ e mi ha invitato a firmare con loro. Ho accettato, ma solo dopo aver parlato con il nostro presidente Antonio Gargiulo, che mi ha dato la sua “benedizione”.

Col Procida sono rimasto due anni, segnando otto goal nella prima stagione e sedici nella seconda, che non sono pochi giocando esterno nel 4-4-2. Però volevo tornare all’Afro-Napoli e così ho fatto l’anno scorso. Nella stagione in cui siamo stati promossi dalla Promozione all’Eccellenza, di goal ne ho segnati ventitré. Quest’anno siamo a quota tredici, ma ho giocato meno a causa di un infortunio.

Adesso siamo quinti, avendo battuto sabato il Casoria 3-1, in piena zona Play Off, che sono il nostro vero obiettivo stagionale. Non male per una neopromossa che sul campo ha dimostrato di essere una mina vagante e potersela giocare con chiunque. Grazie al contributo di tutti e anche ai miei goal, quelli di un ragazzo che rincorreva il pallone sotto la pioggia a São Vicente, nella Repubblica di Capo Verde.

Ailton Jorge Dos Santos Soares (dalla pagina facebook di AfroNapoli United)

 

Pubblicato in Sport sociale

Nel conflitto in Sud Sudan migliaia di bambini sono stati usati come soldati. Hanno tra i 15 e i 17 anni o anche meno, per un terzo sono ragazze. Vengono prelevati mentre vanno a scuola o sono spinti a farlo per le difficili condizioni di vita. Portano armi e subiscono o testimoniano violenze. 

Da febbraio 2018, un’équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) lavora insieme ad altre organizzazioni a Yambio, nella provincia dell’Equatoria Occidentale, per aiutare questi bambini a reinserirsi nelle loro comunità. Silvia Marquez, responsabile delle attività di salute mentale di MSF, racconta il progetto, il primo dell’organizzazione in questo ambito. 

Rapiti sulla strada verso scuola 

"Tutti i nostri pazienti vengono dall’area di Yambio. Il più giovane ha 10 anni, il più grande oggi ne ha 19, ma la maggior parte ha tra i 15 e i 17 anni. Un terzo di loro sono ragazze. Qualcuno dice di essersi unito volontariamente ai gruppi armati, ma erano minori quando hanno preso questa decisione e potevano non comprenderne fino in fondo le conseguenze. Altri dicono di averlo fatto spinti dalle difficili condizioni familiari. Ma in maggioranza sono stati prelevati mentre andavano a scuola o a lavorare nei campi. Alcuni raccontano di aver portato armi o di avere assistito a violenze". 

Cure mediche e salute mentale 

Fino ad oggi nella città di Yambio sono stati smobilitati 983 bambini, 3.100 in tutto il Paese. "La nostra équipe effettua controlli medici per trattare ogni tipo di condizione legata al conflitto armato, inclusi casi di violenza sessuale, e fornisce assistenza psicologica per aiutare i ragazzi a superare le esperienze traumatiche vissute quando erano soldati. Nell’ultimo anno, MSF ha effettuato più di 1.430 visite mediche e 911 sessioni di salute mentale per i bambini smobilitati". 

Accoglienza e rifiuto 

Anche se la maggior parte degli ex bambini soldato è stata riaccolta dalle loro famiglie, di altri è stato difficile rintracciare i familiari, forse sfollati a causa del conflitto o deceduti. Altri ancora sono visti come un peso. Nelle comunità dove il conflitto ha avuto un maggiore impatto, alcuni bambini sono stati rifiutati e temono di non essere mai più accettati. Per la maggior parte sono tornati a scuola, sebbene lavorino anche nei campi o aiutando i fratelli più piccoli nelle terre di famiglia. Alcuni si sono addirittura sposati. 

I flashback dei combattimenti 

"Circa il 35% dei nostri pazienti soffre di disordini da stress post-traumatico; anche la depressione è molto comune. In molti pazienti vediamo una varietà di sintomi, che vanno dai flashback ricorrenti ai pensieri intrusivi. Alcuni sentono di essere tornati in mezzo ai combattimenti, altri vengono colpiti da pensieri e visioni incontrollati mentre vivono la loro vita quotidiana, e cadono nello sconforto. Altri ancora hanno pensieri suicidi e autolesionisti". 

Il supporto di MSF 

Il team di MSF è composto da circa 100 persone. Supportiamo i nostri pazienti usando tecniche di rilassamento per trattare sintomi quali ansia e paura. Cerchiamo di rafforzare la loro resilienza e i loro meccanismi di resistenza ai traumi. "Facciamo attività di gruppo e psicoeducative, parliamo di argomenti specifici e organizziamo attività ludiche come partite di calcio e pittura". 

Il pensiero di tornare nei gruppi armati 

"Non è facile per loro. Quando la loro vita quotidiana diventa complicata, alcuni bambini pensano di tornare a far parte di un gruppo armato, non per un senso di appartenenza, ma perché pensano che combattendo potranno accedere a più risorse e servizi. In questi casi è molto utile connetterli con i servizi forniti da altre organizzazioni, ad esempio garantendo che siano iscritti a scuola, poiché questo li aiuta a sentirsi parte attiva della comunità". 

Il recupero è possibile 

"Le persone ci chiedono se è possibile che questi bambini si riprendano. La risposta è sì, certo. Vediamo bambini e adolescenti che hanno subito enormi traumi e difficoltà, ma che non vedono l’ora di diventare membri attivi delle loro comunità. È una cosa davvero toccante".  

La maggior parte di questi bambini vuole sposarsi, avere un lavoro, tornare dalle loro famiglie. Il processo di cura permette loro di raggiungere questi obiettivi. Anche i loro genitori e familiari ne riconoscono i benefici. "Un segno di questo è l’alto numero di sessioni di follow-up che riusciamo a fare e il fatto che due terzi dei nostri pazienti dimessi abbiano completato con successo il trattamento. Gli esseri umani sono molto resilienti, hanno la capacità di non focalizzarsi sui momenti difficili del passato ma sui loro obiettivi futuri, per ritrovare di nuovo la felicità". 

 MSF lavora nella regione del Sud Sudan dal 1983, fornendo cure mediche in molte aree del paese dove l’accesso all’assistenza sanitaria e ad altri servizi umanitari resta estremamente limitato, anche a causa del conflitto in corso. Oggi MSF gestisce 16 progetti nel paese. Nella regione dell’Equatoria Occidentale, nuovo fronte del conflitto dal 2016, "offriamo assistenza sanitaria di base in due cliniche all’interno della città di Yei, supportiamo attività per la salute materno-infantile a Mundri e gestiamo un programma di recupero per ex bambini soldato a Yambio".

 

Pubblicato in Dal mondo

Lavoro, salari e Mezzogiorno: questa la triade che inchioda il Paese nelle disuguaglianze. Il 22% dei lavoratori dipendenti delle aziende private (sono esclusi gli operai agricoli e i domestici) ha una retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi, ovvero alla soglia individuata da uno dei disegni di legge sul salario minimo in discussione al Senato. La stima arriva dall'Inps che oggi è stato audito dalla Commissione Lavoro del Senato. Il 9% dei lavoratori è al di sotto degli 8 euro orari lordi mentre il 40% prende meno di 10 euro lordi l'ora.

Fissando la soglia del salario minimo a 9 euro lordi l'ora - ha spiegato l'Istat in una memoria - ci sarebbero 2,9 milioni di lavoratori che avrebbero un incremento medio annuo di retribuzione di 1.073 euro.  L'Istat spiega che sarebbe coinvolto il 21% dei lavoratori dipendenti con un aumento stimato del monte salari complessivo di 3,2 miliardi.

Attenzione ad aumento lavoro nero per domestici - Quasi tutti i livelli di inquadramento del lavoro domestico hanno un salario orario inferiore a 9 euro. Lo rileva l'Inps in una audizione alla Commissione lavoro del Senato sul salario minimo chiedendo nell'eventuale introduzione di una soglia di salario minimo di tenere in considerazione "le oggettive caratteristiche del settore anche allo scopo di evitare il rischio di pericolose involuzioni che possono portare all'espansione del lavoro irregolare". Tra il 2012 e il 2017, rileva l'Inps il numero dei lavoratori regolari nel settore è diminuito del 15% passando da 1,01 milioni a 864.526 unità.

Il tasso di disoccupazione - rileva l'Istat - al Mezzogiorno è del 18,4% nel 2018, quasi tre volte quello del Nord (6,6%) e il doppio di quello del Centro (9,4%). Inoltre solo il Sud deve ancora recuperare i livelli di occupazione del 2008, prima della crisi, superato nel resto d'Italia. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è del 44,5% nel 2018, un punto e mezzo in meno di 10 anni prima, nonostante i progressi dell'ultimo anno, simili a quelli del resto del Paese. Al Nord il tasso di occupazione è al 67,3% e al Centro al 63,2%.

Secondo l'istituto inoltre nel 2018 diminuisce il tasso di disoccupazione dall'11,2% del 2017 al 10,6%. Anche per i giovani c'è un miglioramento di 2,6 punti fino a un tasso di disoccupazione giovanile del 32,2%.

Il numero dei disoccupati complessivamente si riduce di 151 mila unità (-5,2% fino a quota 2 milioni 755 mila), "in misura più intensa rispetto al 2017". Il calo della disoccupazione riguarda sia le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi (-82 mila, -4,9%) sia disoccupati di breve durata.

L'occupazione nel 2018 cresce per il quinto anno consecutivo. Gli occupati aumentano di 192 mila unità (+0,8%), secondo gli ultimi dati Istat, e il tasso di occupazione sale al 58,5% (+0,6 punti), rimanendo di appena 0,1 punti al di sotto del picco del 2008. L'aumento tra i lavoratori dipendenti riguarda "esclusivamente quelli a tempo determinato" (+323 mila, +11,9%) mentre dopo quattro anni di crescita cala il tempo indeterminato (-108 mila, -0,7%).

 

Pubblicato in Nazionale

Il TAR della Basilicata (Tribunale Amministrativo Regionale), con le sentenze 274/2019 e 275/2019 dell'11 marzo, ha accolto i ricorsi proposti dall'Asgi (Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione) sezione Basilicata e dalla campagna LasciateCIEntrare, contro i provvedimenti di cessazione delle misure di accoglienza emessi dalla Prefettura di Matera nel dicembre 2018 in favore di due titolari di protezione umanitaria, individuati fra i cosiddetti "vulnerabili" (e non di richiedenti asilo come erroneamente riportato in un altro comunicato). La Prefettura, di fatto, aveva disposto "la revoca delle misure di accoglienza migranti vulnerabili titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari", "in applicazione delle disposizioni previste dal decreto legge n.113 del 04 ottobre 2018, per i migranti titolari del permesso di soggiorno per motivi umanitari". Tale revoca era stata comunicata soltanto verbalmente ai due ricorrenti dal direttore del centro di accoglienza "Villa Signoriello", sito in Irsina, qualche giorno dopo la comunicazione della Prefettura. Oltretutto in giornate critiche dal punto di vista del meteo (giornate di forti nevicate, trasporti bloccati, paesi isolati).

I due giovani ricorrenti, un cittadino del Burkina Faso ed un della Nigeria, sostenuti dall'avvocato Asgi Angela Maria Bitonti, del Foro di Matera, avevano ottenuto già da tempo la protezione umanitaria (di cui all'art. 5, comma 6, D.Lg.vo n. 286/1998) dalla Commissione Territoriale per la Protezione Internazionale di Bari, in quanto ritenuti "soggetti vulnerabili e fragili", il primo a causa del "suo traumatico vissuto ed alla sua giovane età", ed il secondo per "seri motivi di salute".  

L'Asgi e LasciateCIEntrare hanno ritenuto i provvedimenti della Prefettura discriminatori, illegittimi ed infondati, e impugnandoli, ne hanno chiesto l'annullamento.  Il TAR della Basilicata, con queste sentenze gemelle, ritenendo fondati i ricorsi, ha voluto ribadire fondamentalmente il principio di irretroattività del D.L. n. 113 del 4.10.2018, convertito nella L. n. 132 dell'1.12.2018 ("il suindicato art. 5, comma 6, D.Lg.vo n. 286/1998, come sostituito dall'art. 1, comma 1, lett. b, n. 2, D.L. n. 113/2018 conv. nella L. n. 132/2018, posto a base del provvedimento impugnato, è entrato in vigore il 5.10.2018 e pertanto non può essere applicato nei confronti del ricorrente, perché ha ottenuto il riconoscimento del permesso di soggiorno di carattere umanitario con provvedimento della Commissione Territoriale di Bari del 5.3.2018").

Invece, le altre due motivazioni dedotte nel ricorso (ovvero la violazione dell'art. 7 L. n. 241/1990, in quanto il provvedimento impugnato non era stato preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento e comunque non sussisteva alcuna urgenza qualificata, e l'eccesso di potere per difetto di motivazione, in quanto il provvedimento impugnato non esternava il percorso logico-giuridico seguito dall'Amministrazione, per giungere alla decisione adottata), per il giudice amministrativo, risultano assorbite nel primo motivo di impugnazione. 

Quindi, una ulteriore conferma nel merito, dopo la pronuncia della Corte di Cassazione (decisione n. 4890/2019) che ha sciolto molti dubbi in tema di regime intertemporale della nuova disciplina sulla protezione umanitaria. Ma il TAR è andato anche oltre, sancendo un principio più esteso, fra i primi in Italia. Ovvero che il principio di irretroattività vale anche in materia di accoglienza. Dunque, non solo i cosiddetti "vulnerabili" non devono vedersi revocate (oltretutto senza alcuna fondata motivazione) le misure di accoglienza, ma tutti i detentori di un permesso per motivi umanitari ottenuto secondo la previgente normativa.

Il TAR, accogliendo questi ricorsi, ne ha ordinato l'immediata esecutività dall'autorità amministrativa. Si auspica che una siffatta corretta interpretazione possa essere applicata anche dalle altre Prefetture. Soddisfazione per questa vittoria è stata espressa tanto dall'Asgi Basilicata, quanto dalla campagna LasciateCIEntrare, soprattutto dopo le polemiche sorte anche a seguito di provvedimenti simili emanati a Potenza. 

 

Pubblicato in Migrazioni

Autonomia differenziata o secessione dei ricchi? Continua il dibattito nel Paese tra istituzioni del Mezzogiorno, associazioni e mondo della cultura. Dopo l’intervista alla presidente Fondazione Banco Napoli Rossella Paliotto, interviene anche l’Associazione Luca Coscioni con l’avvocato Rosa Criscuolo (nella foto sotto)

 

Secondo lei quali sono i rischi per il Sud rispetto all'autonomia differenziata?

Sul tema si sono già espressi economisti ed emeriti professori, ciò che mi appresto ad affermare in questa sede è che all'indomani dell'approvazione dell' intesa ci si limiterà a perpetuare una realtà inalterata da 160 anni . Bisogna riflettere sul fatto che invece di accorciare le differenze se ne legittimerà l' esistenza e avremo la conferma che la politica non è stata in grado di far ripartire il Sud immettendolo in un processo economico produttivo nazionale . Il dato politico è che abbiamo perso una grande battaglia. Dall'unità d' Italia in poi il compito dei governanti sarebbe stato quello di garantire pari diritti e dignità ai cittadini e attuare prima tra tutti gli art.1, 2 e 3 della Costituzione. Questa scommessa è stata persa da tempo, oggi ne prendiamo solo atto. I cittadini di serie A e serie B non nasceranno perchè già esistono. La soluzione sarebbe dovuta passare per una riforma economica globale non per singole iniziative. L' unica speranza è che si possa creare una competizione virtuosa tra le regioni ma il punto dolente e' l' intromissione della politica nella gestione delle risorse .

Secondo l'architettura costituzionale, quali sono i limiti legislativi si un maggiore autonomia per queste regioni?

Il ruolo del Parlamento non può essere marginalizzato nella modalità di attuazione e l' approvazione non può essere meramente formale perchè le conseguenze si estendono sul piano della forma di Stato e sull' assetto complessivo del regionalismo italiano , così come si evince dal dettato dell' art. 116 C riformato dalla legge costituzionale n.3 /2001. Le vicende istituzionali successive al 2001 spiegano tanto rispetto alla mancata attuazione dell art. 116, comma 3 C. Sostanzialmente la Lega per il Veneto e la Lombardia avrebbe voluto l' espansione del novero delle Regioni speciali  ma l' attuazione della riforma si è compiuta sotto l' egida di una maggioranza diversa da quella che l' aveva approvata e con un diminuito interesse federale . La Corte costituzionale con la sua giurisprudenza intervenne con interpretazioni restrittive delle competenze concorrenti e residuali legittimando meccanismi derogatori in cui Parlamento e Governo avessero la possibilità di intervenire. Le iniziative del 2006 della Lega sono state scoraggiate dal cambio di Governo del 2008 e i decreti legislativi tutt' al piu' sul federalismo fiscale sono rimasti sostanzialmente inefficaci. Quel che emerge è che giusta chiave di lettura, a mio parere, deve essere che l'art 116 comma 3 completi il disegno regionalista avviato nel 1970 e riconsiderato nelle riforme amministrative e costituzionali degli anni 1997/ 2001 ma letto coerentemente con i principi di unità e indivisibilità della Repubblica e con la funzione propria del Parlamento di tutelare gli interessi di tutti i cittadini e di tutte le Regioni .

Sul piano politico questa battaglia Nord-Sud quali attori coinvolge? E qual è la posta in gioco?

Personalmente vedo solo un attore ed è il leader della Lega Matteo Salvini che in questo momento storico potrebbe realizzare quello che il partito di Bossi tenta di fare da svariati anni. Bisogna riflettere sul fatto che non e' il Sud lo sconfitto ma la centralità del governo romano con il depauperamento della funzione dei ministeri e via discorrendo: avremo 5 regioni a statuto speciale e 3 regioni con intese ad autonomia differenziata su competenze diverse. L' opposizione negli anni precedenti ha messo tasselli utili per giungere a questi risultati quindi è stata più collaborativa dello stesso alleato di Governo e cioè il Movimento Cinque Stelle. Credo che le somme da tirare siano chiare e cioè che la propaganda meridionalista dei Masaniello di turno non ripaga. 

 

Pubblicato in Nazionale

Cinque sfide su cinque diversi temi, per altrettanti hackathon in differenti territori del Veneto: la call è rivolta agiovani startupper e aspiranti innovatori sociali, chiamati a misurarsi intorno a cinque problemi del nostro presente o del prossimo futuro per cercarne le soluzioni, immaginando progetti imprenditoriali socialmente innovativi e realizzabili. È la proposta di “Veneto Smart: 5 sfide per il Veneto del 2030”, progetto promosso da Adecco Formazione e finanziato dalla Regione del Veneto, nell’ambito di “INNVeneto”, con la partnership di Università Iuav di Venezia, cooperativa Cssa, Cooperativa Sumo, Fondazione Adecco, Q&B, Apindustria e Foxwin.

Nei diversi appuntamenti i partecipanti saranno invitati a mettersi in gioco sui temi dello spreco alimentare, il made in Veneto, l’invecchiamento attivo, il riciclo e l’economia circolare, i trasporti e la mobilità sostenibile. L’obiettivo del progetto nel suo complesso èdare vita a un sistema di “innovatori sociali” ad alte competenze e costruire una community imprenditoriale dell’innovazione sociale per il Veneto.

Ad aprire il tour dei cinque “social hackathon” quello in calendario da giovedì 14 a sabato 16 marzo al Forte Marghera di Mestre, sede scelta proprio per la sua interessante esperienza di innovazione sociale.

Nelle tre giornate i partecipanti si sfideranno in un gioco che vedrà vincitore il gruppo capace di proporre l’idea imprenditoriale più efficace, innovativa e concreta sul tema, appunto, dello spreco alimentare. Un problema che tocca da vicino anche l’Italia, perché il nostro Paese getta via 5 milioni di tonnellate di cibo in un anno, quantità che equivale a una perdita di circa 13 miliardi di euro e 13 milioni di tonnellate di CO² emesse (fonte: “Surplus food management against food waste”, studio realizzato per conto della Fondazione Banco alimentare onlus).

La lotta allo spreco alimentare è difficile e urgente, ed è questione che pone l’accento sugli squilibri e sulla disparità sociale tra chi il cibo lo spreca e chi non ne ha. Con un grande paradosso: oggi si produce molto più cibo di quello effettivamente consumato, e si butta circa un terzo di ciò che è prodotto.

Dopo l’inquadramento del problema da parte di un esperto, i giovani partecipanti sono chiamati a presentare la loro idea progettuale; poi la votazione e la selezione di quelle migliori e la costituzione dei team che si metteranno al lavoro per il suo sviluppo. Per i progetti selezionati l’opportunità di prendere parte a un percorso mirato di formazione che ne supporterà e accompagnerà lo sviluppo e sei mesi di consulenza gratuita per favorire l’accesso a canali di finanziamento del Fondo sociale europeo.

 

Pubblicato in Lavoro
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