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Martedì, 15 Ottobre 2019

Articoli filtrati per data: Martedì, 19 Marzo 2019 - nelPaese.it

Sostenibilità, innovazione, giovani e rinnovamento. Sono i temi al centro della relazione di Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna, in apertura dei lavori del 24° Congresso dell'associazione, chiamato al rinnovo delle cariche sociali. Ghedini è stata riconfermata alla guida dell’associazione bolognese dall’assemblea congressuale.

Nel corso dell'ultimo mandato c'è stata una crescita della cooperazione, in termini di fatturati e soci, e una riduzione del numero di cooperative, prevalentemente per effetto di razionalizzazioni e fusioni: le associate a Legacoop Bologna sono 175, registrano un valore della produzione di oltre 16,5 miliardi di euro, cresciuto del +9,3% nel quadriennio 2015-2018.

I soci cooperatori sono oltre 2,6 milioni.  L'occupazione ha avuto un trend di crescita costante, passando da 66.883 occupati nel 2015 ai74.163 stimati del 2018, con una crescita del 10,88%. L'86% dei dipendenti di cooperative associate a Legacoop Bologna ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Positivo anche l'andamento degli investimenti nel 2018, particolarmente nelle grandi realtà dove l'incremento è stato di oltre il 25%. Inoltre, le cooperative aderenti a Legacoop Bologna che hanno usufruito delle misure previste dalPiano Nazionale Industria 4.0 sono passate nel 2018 dall'8% al 42%, registrando il miglior dato rispetto al campione di Legacoop nazionale.

"Il dato sugli investimenti per Industria 4.0 è particolarmente rilevante perché testimonia l'impegno delle cooperative per l'innovazione e la digital transformation - commenta Rita Ghedini - Un processo che abbiamo accompagnato mettendo l'innovazione al centro dell'attività associativa. Innovazione non solo tecnologica, ma prima di tutto sociale. All'economia degli algoritmi e dei lavoretti malpagati e con scarse tutele, contrapponiamo una idea diversa di innovazione cooperativa: inclusiva, equa e sostenibile".

La spinta agli investimenti si è attenuata nel 2019. I dati dell'ultima survey di Legacoop confermano lo stallo. "Assistiamo ad una preoccupante riduzione della programmazione di investimenti rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente - aggiunge la presidente di Legacoop Bologna -  Uno stallo aggravato da una politica in cui sembrano prevalere i veti incrociati, i conflitti di visione o, forse e non da oggi, visioni di breve respiro e aliene da ogni dialettica".

L'impegno per il coinvolgimento dei giovani e la promozione cooperativa, sviluppato nel corso del mandato, è testimoniato da questi numeri: oltre 8.000 giovani coinvolti nelle iniziative realizzate assieme a Fondazione Golinelli, Università di Bologna, Bologna Business School, Cern di Ginevra e nei progetti di promozione cooperativa: Vitamina CMillennials.coop, Icaro Coop, Coopstartup Bologna, Go Coop e Think4Food.

Nel 2018 si è costituito il coordinamento di Generazioni Bologna, network di cooperatori under 40. Legacoop Bologna ha previsto, già dal precedente mandato, una quota riservata ai giovani all'interno dei propri organi direttivi, ha invitato le cooperative aderenti a dare ancora maggiore spazio ai giovani cooperatori, supportandone le progettualità. L'incremento dell'occupazione giovanile è uno degli obiettivi che Legacoop si è data, all'interno del progetto Bologna 2030 - Visioni Cooperative per lo sviluppo sostenibile, realizzato in collaborazione con Urban@it e le Università Bocconi e IUAV di Venezia per definire il contributo delle cooperative associate al raggiungimento dei 17 SDGs dell'Agenda Onu 2030.

 "Negli obiettivi dell'Agenda Onu - spiega Rita Ghedini - ci riconosciamo non solo per ragioni valoriali, ma perché vi trovano accoglienza molte delle caratteristiche strutturali del modello cooperativo: la cultura e la pratica della responsabilità sociale, la possibilità di mobilitare le basi sociali alla condivisione e al perseguimento di obiettivi comuni, la necessità di pianificare a lungo termine e con attenzione reale alle future generazioni, la capacità di dialogare attivamente con le amministrazioni locali per progettare percorsi di cambiamento comuni".

Nella relazione introduttiva al congresso anche una riflessione sulle prossimi scadenze  elettorali che interesseranno molte amministrazioni comunali, il Parlamento Europeo e la Regione Emilia-Romagna.

"Ci avviciniamo ad appuntamenti importanti per il governo dell'economia e il profilo delle società in cui operiamo. Scadenze che ci diranno anche  se è ancora la stagione della sfiducia, dell'indifferenza, della rabbia, della paura o se la stagione della devoluzione dell'impegno, della delega immediata volga al termine; il barometro che segnerà il nostro tempo sarà la partecipazione al voto - ha aggiunto Rita Ghedini -  Facciamo il tifo perché i cittadini votino! Ci interessa la qualità dell'offerta politica e della rappresentanza; ci interessa la possibilità di poter dialogare con tutti delle nostre visioni e dei nostri progetti, senza pregiudizi o inspiegabili autocensure; ci interessa un contesto civile in cui l'azione politica non sia sclerotizzata tra centralismo di governo e sterile plebiscitarismo; ma più di ogni altra cosa ci interessa la partecipazione".

 

Pubblicato in Emilia-Romagna

Di nuovo 49 migranti salvati in mare. Di nuovo il no del governo a farli sbarcare in un porto italiano e lo scontro che si sposta a livello politico contro "la nave dei centri sociali". Per il ministro Salvini i responsabili della Mare Jonio di Mediterranea “vanno arrestati”. Secondo il ministro dell’Interno la nave della Ong italiana “ha disobbedito e favorito l’immigrazione clandestina”. A bordo ci sono 12 minori e la nave resta in attesa a largo davanti l’isola di Lampedusa dove nel 2013 morirono 700 migranti dopo un naufragio che portò all’operazione Mare Nostrum. Il capitano della Mare Jonio ha risposto all'ordine della Guardia di Finanza rifiutandosi di spegnere i motori perché "a bordo ci sono persone che non stanno bene e onde alte due metri".

Mediterranea, intanto, lancia un appello alla mobilitazione e uno dei suoi portavoce, l’armatore sociale Alessandro Metz, ci spiega cosa è avvenuto a largo della Libia: “ieri è stato evidente qual è motivo di una presenza di navi umanitarie nel Mediterraneo. Abbiamo salvato 49 persone mentre a poche miglia di distanza non c’era un’altra nave che avrebbe potuto salvare alte vite umane. Questo è ciò che continua a succedere ogni giorno nel Mediterraneo: se non c’è chi può monitorare e raccontare non si sa nulla di quello che accade in mare. La nostra operatività è stata effettuata secondo le normative previste e nelle modalità previste dalle leggi del mare. Nel momento in cui è finita l’operazione è arrivata una motovedetta libica che ci ha chiesto se avessimo bisogno di supporto: la risposta è stata che le operazioni erano finite e che era tutto ok. Le condizioni meteo marine peggioravano e quindi la scelta era quella di salire a nord e per noi avendo la bandiera italiana il primo punto di messa in sicurezza delle persone è stato quello di arrivare a Lampedusa: lì siamo in attesa che il centro di coordinamento maritittimo ci risponda su quale sia il porto di sbarco per far scendere le persone”.

Sullo scontro politico in atto che parla di porti chiusi e minaccia arresti per i responsabili della Mare Jonio, Metz aggiunge che “la demagogia populista che parla di porti chiusi ma non sa e non vuole affrontare le procedure che riguardano la salvaguardia delle persone in mare, quelle di salvataggio e di sbarco. Significa non sapere cos’è il mare e rispetto a questo ognuno fa i conti con la propria coscienza e la propria storia scegliendo di salvare le vite oppure festeggiare i morti nel Mediterraneo. Stiamo dalla parte di chi salva vite, stiamo in quel mare perché raccontare ciò che succede può salvare le persone”

Asgi: “Magistratura garantisca Costituzione”

“Il Governo non può legittimamente ritardare l'ingresso nelle acque italiane della nave Mare Jonio e dei suoi passeggeri soccorsi durante il tardo pomeriggio di ieri al largo della Libia”, afferma in una nota l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi). 

“L'Italia – continua Asgi - è una democrazia moderna che non può permettere che a uomini, donne e minori che fuggono da luoghi disumani come i centri di detenzione libici, sia impedito di essere accolti in Italia e siano costretti a vivere in mare aperto in condizioni di disagio.  La Magistratura, presidio costituzionale contro gli abusi del potere esecutivo, è chiamata a intervenire ordinando lo sbarco immediato contro il tentativo del Governo di usare degli esseri umani ancora una volta come strumento di propaganda per il perseguimento di simboliche politiche di esclusione e di violenza istituzionale”.  

 

 

 

 

 

Pubblicato in Nazionale

Dopo il passaggio del ciclone tropicale Idai, che il 14 marzo ha colpito il Mozambico devastando la città di Beira e l’area costiera delle province di Sofala, Zambézia e Inhambane, è in arrivo nell’area un’équipe di emergenza di Medici Senza Frontiere (MSF) – già presente nell’area con attività regolari che sono state interrotte a causa del ciclone – per valutare la portata dei danni e i bisogni della popolazione, e garantire la capacità di cure mediche nelle strutture sanitarie danneggiate dall’evento. 

Al momento si contano 84 morti e almeno 1500 feriti tra le città di Beira, Dondo e Chimoio, ma secondo la televisione pubblica locale la situazione potrebbe essere molto più grave, con circa 1000 morti. 

Il ciclone, che ha visto venti fino a 200 km/h e forti piogge, ha distrutto il 90% dell’area intorno a Beira, le strade principali che collegano la città sono state interrotte, gli edifici sono stati sommersi e gravemente danneggiati e tutte le attività commerciali sono state chiuse. L’ospedale di Beira ha subito danni gravi alla sala operatoria e in molti dei reparti, e tutte le 17 strutture sanitarie hanno perso il tetto e sono state danneggiate. In tutta l’area non c’è corrente elettrica e quasi tutte le linee di comunicazione sono interrotte, il che rende estremamente difficile avere un bilancio dei danni e una stima dei feriti.   

Le attività mediche di Medici Senza Frontiere (MSF) nell’ospedale, nelle strutture sanitarie e all’interno della comunità di Beira sono state interrotte. Tutto lo staff è comunque salvo, con pochi feriti. Quasi tutti hanno subito danni gravi alle loro case.

Dopo aver attraversato il Mozambico, la sera di venerdì 15 marzo il ciclone Idai ha raggiunto lo Zimbabwe, colpendo Chimanimani, un piccolo distretto di circa 30.000 persone nella provincia di Manicaland. Diverse strade che collegano la città sono state interrotte, l’area è accessibile solo in elicottero, ma le condizioni meteo avverse stanno rendendo difficili i trasporti. 

Un team di MSF ha tentato di raggiungere Chimanimani con attrezzature mediche e rifornimenti, ma i ponti distrutti impediscono l’accesso. Attualmente MSF sta fornendo assistenza, attrezzature e supporto logistico per acqua e servizi sanitari nel centro di stabilizzazione allestito a circa 20km dal distretto.  

In Malawi, forti piogge nel basso distretto Shire River di Chikwawa e Nsanje, insieme al Ciclone Idai, hanno causato gravi inondazioni in 14 dei 28 distretti di Nsanje. I dati ufficiali parlano di 56 morti, 577 feriti e 3 dispersi. I fiumi hanno rotto gli argini e hanno sommerso quasi completamente molte case, lasciando circa 11.000 famiglie sfollate in Nsanje. MSF ha lanciato un intervento di emergenza in particolare per l’area di Makhanga, nella regione più gravemente colpita, accessibile solo in barca o elicottero. 

MSF sta anche supportando la struttura sanitaria di Makhanga con provviste, risorse umane, attività di monitoraggio e trasferimento, nonché con cliniche mobili e promozione della salute nei centri evacuati. Sono in programma attività di potabilizzazione dell’acqua e distribuzione di kit di prima necessità per le famiglie colpite. 

 

 

Pubblicato in Dal mondo

Di fronte al perdurante scandalo della situazione abitativa dei rom in Italia, il 18 marzo Amnesty International ha presentato un ricorso al Comitato dei diritti sociali del Consiglio d'Europa.  Si tratta del primo ricorso presentato da Amnesty International ai sensi della procedura sui ricorsi collettivi del Comitato. 

Elaborato sulla base di anni di ricerche dell'organizzazione per i diritti umani, soprattutto a Roma, Milano e Napoli, il ricorso presenta prove circostanziate di violazioni della Carta sociale europea, vincolante per l'Italia, tra cui i diffusi sgomberi forzati, il continuo uso di campi segregati con condizioni abitative al di sotto degli standard e il mancato accesso secondo criteri di uguaglianza all'edilizia sociale. 

"È uno scandalo che in una delle maggiori economie europee del 21° secolo alcune delle persone e famiglie più vulnerabili continuino a vivere in condizioni agghiaccianti e a subire un'endemica discriminazione", ha dichiarato Lucy Claridge, direttrice dei Contenziosi strategici di Amnesty International. 

"Amnesty International ha documentato numerosi casi di sgomberi forzati, nonostante siano assolutamente proibiti dal diritto internazionale, così come di famiglie che vivono in condizioni terribili e segregate dal resto della popolazione. Dopo il recente sgombero del Camping River di Roma, eseguito nel luglio 2018 col pieno appoggio del ministro dell'Interno e che ha lasciato decine di persone senza un tetto, siamo preoccupati per la determinazione dell'attuale governo a smantellare i campi rom senza fornire alcuna opzione abitativa alternativa adeguata", ha proseguito Claridge. 

Le condizioni abitative inadeguate in cui si trovano migliaia di rom comprendono l'assenza di infrastrutture e servizi di base come l'accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari, riscaldamento ed energia elettrica. Prive di un titolo di possesso dell'alloggio, persino nei campi autorizzati, queste persone restano a rischio di sgomberi forzati, frequentemente eseguiti. 

Le autorità locali continuano a perpetuare la segregazione trasferendo i rom in altri campi, spesso considerati come l'unica soluzione abitativa per famiglie rom che non sono in grado di mantenersi autonomamente. Questa situazione è esacerbata dalla loro esclusione di fatto dall'accesso all'edilizia sociale in molte città. 

Il ricorso di Amnesty International mette insieme anni di documentazione di violazioni diffuse e sistemiche della Carta sociale europea e di altri trattati internazionali e regionali vincolanti per l'Italia e mostra come, nonostante iniziative come la strategia nazionale d'integrazione adottata nel 2012, la realtà per i rom resta quella di discriminazione ed esclusione sociale. "Le prove presentate al Comitato dei diritti sociali dimostrano che siamo di fronte a un problema che non solo dura da tempo ma che le autorità italiane non intendono affrontare, nonostante i loro obblighi di diritto internazionale", ha proseguito Claridge. 

Sulla base di denunce simili già due volte, tra cui nel 2010, ai tempi della cosiddetta "emergenza nomadi" proclamata dall'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Comitato aveva stabilito che l'Italia aveva violato gli obblighi previsti dalla Carta sociale europea. 

"Come dimostra il nostro ricorso, i rom sono stati abbandonati da un governo dopo l'altro e il loro futuro si presenta tetro anche sotto l'attuale amministrazione", ha commentato Claridge. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno recentemente criticato l'Italia perché alimenta intolleranza, razzismo e xenofobia. La pressione internazionale rimane fondamentale per dare voce alla disperazione di queste famiglie e delle singole persone marginalizzate. Ci auguriamo che il Comitato dei diritti sociali esprima una netta condanna nei confronti dell'Italia per non essere venuta incontro ai bisogni della comunità rom. Nel ricorso abbiamo suggerito quali provvedimenti l'Italia dovrebbe prendere: tra questi, il divieto di sgomberi forzati sia nella legge che nella prassi, l'offerta di alternative adeguate alle persone segregate nei campi, la revisione del sistema dell'edilizia sociale per eliminare le norme discriminatorie e l'aumento dell'offerta di case popolari disponibili secondo gli attuali bisogni", ha concluso Claridge. 

Pubblicato in Nazionale

“Non siamo partiti, siamo persone che spendono parte del proprio tempo per aiutare gli altri; sarebbe quindi irragionevole assoggettarci agli stessi obblighi che devono rispettare le forze politiche” così Claudia Fiaschi, Portavoce nazionale del Forum del Terzo Settore, lancia l’allarme sui possibili effetti negativi che la cosiddetta legge ‘spazzacorrotti’ produrrebbe contro il mondo del volontariato e del non profit.

La mobilitazione mediatica di questi giorni ha sollecitato l’attenzione del Governo e oggi ci sarà un primo incontro con il Ministro Bonafede. Sotto accusa è il comma della nuova legge che prevede che siano equiparate ai partiti “… le fondazioni, le associazioni, i comitati i cui organi direttivi siano composti in tutto o in parte da persone che siano o siano state, nei dieci anni precedenti, membri del Parlamento nazionale o europeo o di assemblee elettive regionali o locali, ovvero che abbiano ricoperto nei dieci anni precedenti incarichi di governo al livello nazionale, regionale e locale…”

“Per ogni associazione del Terzo settore – spiega Fiaschi – questo significherebbe ad esempio farsi certificare il bilancio con costi economici e organizzativi difficilmente sostenibili per molte realtà con il rischio di distrarre risorse e impegno dalle attività “cuore” degli enti. Peraltro per adempiere ad obblighi di trasparenza che andrebbero a sommarsi a quelli già previsti dalla riforma del Terzo settore.”

“Ci auguriamo – conclude Fiaschi – che l’incontro di oggi possa avviare la definizione di misure correttive adeguate. Lo slancio civico di milioni di persone va sostenuto, non mortificato. Trasparenza e legalità sono una sfida che il Terzo settore italiano ha già accolto con gli strumenti introdotti dal nuovo Codice.”

“Seguiamo con attenzione e al tempo stesso preoccupazione le possibili conseguenze per molte delle nostre 3.400 sedi del cosiddetto decreto ‘Spazzacorrotti’. In questo senso, appoggiamo l’intervento del Forum Terzo Settore e ci auguriamo che l’incontro con il Ministro della Giustizia possa dare risultati positivi già da oggi”, afferma Gianpietro Briola, presidente Avis nazionale.

“AVIS e il volontariato non vogliono nessuna scorciatoia normativa, né vogliono abbassare la guardia sulla trasparenza. Riteniamo però che qualsiasi equiparazione ai partiti politici sia ingiusta nella forma e nella sostanza e lo è ancora di più se porta a un aggravio di costi e burocrazia che finirebbe per rendere più difficile lo svolgimento quotidiano del nostro impegno di solidarietà”, aggiunge Briola.

Per l'economista Stefano Zamagni “non si ha contezza della realtà del terzo settore, si confonde il lavoro politico concepito come membro del Parlamento o di assemblee elettive con il lavoro presso l'ente pubblico. Sono due cose diverse e non si può fare confusione”.

 

 

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