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Venerdì, 22 Novembre 2019

Articoli filtrati per data: Martedì, 05 Marzo 2019 - nelPaese.it

Riforma delle autonomie, si accende il dibattito nazionale sul rischio che aumenti la disuguaglianza tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Per dotare il Mezzogiorno di una voce unica e costruttiva, la Fondazione Banco di Napoli ha organizzato un confronto pubblico per l’8 marzo a cui parteciperanno tutti i governatori meridionali, intitolato “La precaria unità”.

Previsti Vincenzo De Luca presidente della Regione Campania, Donato Toma del Molise, il neoeletto Marco Marsilio per l’Abruzzo, Michele Emiliano per la Puglia, Mario Oliverio della Calabria ed infine Flavia Franconi presidente reggente della Basilicata. Introduce la presidente Rossella Paliotto (in basso nella foto). Modera il direttore de Il Mattino, Federico Monga.

Il contributo nel merito lo forniranno quattro giuristi d’eccezione come Gianfranco Viesti, Massimo Villone, Lorenzo Chieffi e Nicola Occhiocupo. Appuntamento nella sede di via Tribunale 213 alle ore 10.30.

 

Presidente Paliotto, la Fondazione Banco Napoli riparte da un tema caldo: l'autonomia differenziata. Qual è la posta in gioco per il Mezzogiorno?

“Molto alta. La sfida dell’autonomia va accettata, perché il Sud non è più un territorio che si lamenta, ma ricco di eccellenze in grado di competere con le zone più ricche d’Italia e d’Europa. La riforma, così com’è delineata al momento, non rispetta alcuni principi imprescindibili come l’equità nazionale e la sussidiarietà”.

Governatori, amministratori, giuristi, imprese e organizzazioni  sindacali potranno unirsi in una proposta complessiva per il Sud?

“E’ il motivo per il quale abbiamo inteso come nuovo corso della Fondazione Banconapoli organizzare questo incontro pubblico: rendere partecipi tutte le forze politiche, sociali, imprenditoriali nonché gli studenti al fine di definire una proposta più unitaria possibile”.

Quali sono le proposte della Fondazione per le azioni più urgenti?

“Per rafforzare il nostro radicamento nei territori di competenza, il Sud isole escluse, abbiamo deliberato la fusione con la Fondazione Chieti-Abruzzo e Molise. Abbiamo avviato poi un calendario di incontri di natura culturale su storia, giustizia, welfare. Vogliamo riappropriarci del nostro ruolo di sostegno alle iniziative sociali e di sviluppo”.

Infine, Napoli: la città ha ancora il suo ruolo chiave per un protagonismo culturale, economico e civile del Mezzogiorno?

“Negli ultimi anni dal punto di vista turistico si è registrato un indubbio miglioramento. Manca ancora una identità chiara, la vocazione che merita per tornare ad essere capitale del Mezzogiorno puntando sulle eccellenze che non sempre siamo in grado di valorizzare”.

 

Pubblicato in Nazionale

La reputazione della Danimarca legata all'uguaglianza di genere maschera una società che ha uno dei più alti tassi di stupro in Europa, leggi inadeguate e miti e stereotipi di genere diffusi e pericolosi. Il risultato, secondo un rapporto diffuso oggi da Amnesty International, è l'impunità endemica per gli stupratori. 

Il rapporto, intitolato "Dateci rispetto e giustizia! Come superare gli ostacoli alla giustizia per le sopravvissute allo stupro in Danimarca", rivela che le donne e le ragazze sono tradite da leggi pericolose e antiquate e spesso non denunciano le aggressioni per la paura di non essere credute, a causa dello stigma sociale e per la mancanza di fiducia nel sistema giudiziario.  "Nonostante l'immagine della Danimarca come paese dell'uguaglianza di genere, per le donne la realtà è profondamente differente, dati gli scioccanti elevati livelli di violenza sessuale e la vigenza di leggi antiquate sullo stupro che non rispettano gli standard internazionali", ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International. 

"La verità pura e semplice è che il sesso senza consenso è stupro. Non riconoscerlo per legge espone le donne alla violenza sessuale e alimenta una pericolosa cultura che accusa le vittime e perpetua l'impunità, rafforzata da miti e stereotipi che pervadono la società danese: da un terreno di gioco a uno spogliatoio, da una stazione di polizia al banco dei testimoni", ha aggiunto Naidoo. 

Nonostante il governo abbia recentemente cercato di migliorare l'accesso alla giustizia per le sopravvissute, lo stupro in Danimarca è ampiamente sotto-denunciato e anche quando una donna si rivolge alla polizia, le possibilità di un'indagine o di una condanna sono molto esili. Delle donne che, nel 2017, sono state stuprate o soggette a un tentato stupro (da 5100 per il ministero della Giustizia fino a 24.000 secondo un recente studio), solo 890 si sono presentate alla polizia: 535 denunce hanno dato luogo a indagini e solo 94 a condanne. 

Alla base di questo basso livello di condanne vi sono pregiudizi profondamente radicati all'interno del sistema giudiziario, la mancanza di fiducia nel sistema nel suo complesso, il timore di non essere credute e il senso di auto-colpevolizzazione. 

Esperienze terrificanti 

La ricerca di Amnesty International, basata su 18 interviste a donne e ragazze di età superiore a 15 anni che hanno vissuto l'esperienza dello stupro e su incontri con Ong, esperti e autorità, ha rivelato che per le sopravvissute l'esperienza della denuncia e degli eventi successivi è immensamente traumatizzante. 

Molte donne devono affrontare atteggiamenti minimizzanti, pregiudizio e attribuzione della colpa. paura di non essere credute e addirittura di essere incolpate da parte degli agenti di polizia e dei rappresentanti della giustizia è tra le prime ragioni per cui non viene denunciato lo stupro. 

Kirstine, 39 anni, giornalista, ha tentato di presentare denuncia per quattro volte. Alla seconda, è stata messa in una cella di una stazione di polizia e minacciata di finire in carcere se stesse dichiarando il falso. Ha provato "ulteriore paura, vergogna e umiliazione". "Se avessi avuto 20 anni, non sarei andata oltre il primo tentativo", ha dichiarato ad Amnesty International. 

Un'altra donna ha descritto ad Amnesty International il clima d'intimidazione all'interno di una stazione di polizia: "Ero solo una 21enne, di fronte a me c'erano due uomini che mi guardavano e mi chiedevano se fossi davvero sicura di sporgere denuncia. Ero solo una ragazza che 'dichiarava di essere stata stuprata". 

Anche in presenza di Linee guida per la polizia nazionale sulla gestione dei casi di stupro, il comportamento degli agenti di polizia non le rispetta e spesso è al di sotto tanto delle Linee guida quanto degli standard internazionali. 

Le donne e le ragazze che denunciano lo stupro passano molto tempo nelle aule di tribunale e l'esperienza può risultare terrificante e del tutto inaccettabile. 
Emilie ha detto ad Amnesty International di essere certa che non si recherebbe alla polizia se fosse stuprata di nuovo: "Quando in tribunale ti fanno pressioni è come riprovare tutto una seconda volta. Alla fine ti senti peggio nei confronti di te stessa, pensi che sia stato un tuo errore, che sia stata tu ad aver fatto qualcosa di male". 

La definizione di stupro basata sulla violenza 

Ai sensi della Convenzione di Istanbul, ratificata dalla Danimarca nel 2014, lo stupro e altri atti sessuali non consensuali devono essere classificati come reati penali. Tuttavia, la legislazione danese non definisce lo stupro sulla base dell'assenza del consenso ma sulla presenza di violenza fisica, di minacce o coercizione o sull'impossibilità per la vittima di opporre resistenza. 

La presunzione, secondo la legge e la prassi, che una vittima abbia dato il consenso perché non aveva fatto resistenza fisica è profondamente problematica dato che "la paralisi involontaria" o il "raggelamento" sono riconosciuti dagli esperti come una risposta fisica e psicologica assai comune di fronte a un'aggressione sessuale. Porre l'attenzione sulla resistenza e sulla violenza anziché sul consenso ha conseguenze non solo sulla denuncia di uno stupro ma anche sulla più ampia consapevolezza della violenza sessuale: in entrambi i casi si tratta di aspetti-chiave nella prevenzione dello stupro e nel contrasto all'impunità. 

Necessità di modifiche legislative 

Il governo danese ha istituito di recente un gruppo di esperti per raccomandare iniziative che aiutino le sopravvissute allo stupro a ricevere sostegno e trattamento professionale adeguati quando affrontano il sistema giudiziario. Amnesty International ha apprezzato questo gesto ma ritiene che il governo debba assumere iniziative più coraggiose e modificare la legislazione in modo che sia basata sul consenso. 

Sebbene emendare l'attuale legge sarebbe un passo avanti fondamentale per cambiare le abitudini e ottenere giustizia, occorre molto altro per cambiare davvero le cose dal punto di vista sociale e istituzionale. Le autorità devono assumere iniziative di legge per assicurare che i miti e gli stereotipi di genere sullo stupro siano contrastati a ogni livello della società e che gli operatori professionali che lavorano con le sopravvissute allo stupro ricevano formazione adeguata e continua nel tempo. Inoltre, occorrono programmi di educazione sessuale e accrescimento della consapevolezza già nell'età giovanile.  "Emendando le sue leggi antiquate e ponendo fine a quell'insidiosa cultura della colpevolizzazione della vittima e agli stereotipi negativi presenti nei procedimenti giudiziari, la Danimarca avrà l'opportunità di aggregarsi al cambiamento che sta scuotendo l'Europa. Questo cambiamento, guidato dalle donne, ha spinto otto stati europei ad adottare definizioni di stupro basate sul consenso", ha sottolineato Naidoo. 

"Il cambiamento in Danimarca e in altre parti d'Europa potrà contribuire ad assicurare migliore protezione dallo stupro e condurre le future generazioni di donne e ragazze a non domandarsi mai se lo stupro sia stato una loro colpa né a dubitare che gli autori saranno puniti", ha concluso Naidoo. 

La risposta del governo

“C’è bisogno di una norma che dica che il sesso dev’essere sempre volontario”. Con queste parole, il ministro della Giustizia della Danimarca Søren Pape Pulsen ha risposto al rapporto di Amnesty International che chiedeva l’adozione di una legge sullo stupro basata sul consenso.

“Apprezziamo le parole con cui il ministro della Giustizia danese ha deciso di sostenere la richiesta di Amnesty International”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International. “Insieme alle donne sopravvissute allo stupro, attendiamo allora la proposta di legge. Ma questa risolverà solo una parte del problema: ci aspettiamo anche altri ministeri sostengano l’iniziativa attraverso l’applicazione adeguata della norma, programmi di educazione sessuale e la sensibilizzazione necessaria per contrastare i miti sullo stupro”, ha concluso Naidoo. 

 

Pubblicato in Nazionale

Ogni anno in Italia si verificano oltre 3 milioni di incidenti domestici che coinvolgono circa 3,5 milioni di persone. Le categorie più a rischio sono le donne, gli anziani e i bambini, soprattutto i piccoli inferiori ai 5 anni. Sono questi i primi dati dello studio dell’Anmil “Faccende pericolose”, presentato questa mattina a Roma. Lo studio è frutto dell’elaborazione dell’Anmil su dati Istat, Inail e Istituto superiore di sanità.

Le casalinghe in Italia. Secondo la più recente rilevazione Istat (2017) sono 7 milioni 338 mila le donne che si dichiarano casalinghe nel nostro Paese; il loro numero è in costante calo e conta 518 mila unità in meno rispetto a 10 anni fa. È una collettività composta prevalentemente da persone di età media superiore a 60 anni - si legge -. Le casalinghe di 65 anni e più superano i 3 milioni e rappresentano il 41% del totale, quelle fino a 34 anni sono appena l’8,5%.

In generale, la condizione economica delle casalinghe non è molto buona. Il numero medio di ore di lavoro non retribuito svolto ogni anno da una casalinga è stimato pari a 2.539: una media di 49 ore a settimana, 7 al giorno compresi festivi e ferie. Se tutti i lavori che svolgono all'interno della famiglia per la cura della casa e dei figli venissero retribuiti, le casalinghe dovrebbero percepireuno stipendio di 3.045 euro netti al mese, il doppio rispetto alla media dei lavoratori italiani.

Bettoni: “Il mestiere più difficile del mondo. E non retribuito”. “E’ il mestiere più difficile del mondo è anche il meno retribuito, anzi non viene affatto retribuito – afferma il presidente dell’Anmil, Franco Bettoni -: se le mamme dovessero battere cassa per tutti i lavori che svolgono all'interno delle mura domestiche dovrebbero percepire uno stipendio doppio rispetto alla media dei lavoratori italiani.

Infortuni e incidenti

Tra le donne, sono circa 600 mila le casalinghe coinvolte in un incidente domestico: l’8,2% del totale delle casalinghe presenti nel nostro Paese. Lo si legge nello studio dell’Anmil “Faccende pericolose”, presentato questa mattina a Roma. Gli ambienti dove questi incidenti si verificano sono lacucina (è quello più a rischio, infatti il 63% degli incidenti avviene proprio in questo che è il suo principale luogo di lavoro), la camera da letto (dove si verifica il 10% degli incidenti), il soggiorno (9%) e le scale (8%). L’8% degli incidenti delle casalinghe avviene in bagno, generalmente a seguito di caduta sulle superfici scivolose dei sanitari (vasca, doccia) e del pavimento.

Le lesioni più diffuse tra le casalinghe sono le fratture(36% del totale), le ustioni (provocate in genere da pentole, fornelli, ferro da stiro, olio bollente o acqua / vapore bollente ecc…, che sono alla base del 18,5% degli incidenti delle casalinghe),  le ferite da taglio o punta causate da coltelli o altri oggetti taglienti presenti in casa (rappresentano il 15% degli incidenti occorsi alle casalinghe, circa 90 mila casi l’anno).

Le parti del corpo di gran lunga più colpite sono gli arti superiori e inferiori, e infatti l’81,2% degli incidenti provoca conseguenze a danno di gambe, braccia, mani o piedi; l’11,8% degli incidenti interessa la testa.

Secondoun’indagine “ad hoc” effettuata anni fa dall’Istat, i morti per incidente domestico in Italia sono oltre 5 mila: per oltre la metà si tratta di donne ultraottantenni. Molto limitato il numero di giovani casalinghe. Una recente stima epidemiologica effettuata dall'Istituto Superiore di Sanità attraverso il Siniaca (Sistema Informativo sugli Infortuni in Ambiente di Civile Abitazione) valuta in circa 8 miliardi di euro l’anno i costi diretti e indiretti per la collettività derivanti dagli incidenti domestici.

(Fonte: Redattore Sociale)

 

Pubblicato in Lavoro

Il nuovo numero di Altreconomia spiega perché il referendum sull'acqua di otto anni fa è stato tradito, e l’acqua è ancora una fonte di profitto. La nostra inchiesta sul servizio idrico, da Torino a Roma, parte dai conti dei gestori del SII, dai piani d’Ambito e dalle tariffe applicate negli ultimi anni in Italia (e pagate dai cittadini). Con l’attore pubblico che continua a indossare gli abiti (e i comportamenti) del privato.

Nello stesso numero:

– La verità rimossa sui lager dei migranti in Libia. Le condizioni spaventose dei campi di detenzione sono note all’Europa e all’Italia. Anche dal punto di vista giudiziario. Intervista all’avvocato Maurizio Veglio;

– Reportage tra le macerie di Varanasi, dove il governo rischia di scrivere una pagina buia per l’India repubblicana. L’esecutivo a trazione ultrainduista sta demolendo alcuni edifici della città, compresi diversi templi sacri;

– Il punto sulle trivelle: tra moratorie annunciate e rischio contenziosi. Il settore petrolifero nazionale è stato sottoposto a una nuova apparente rivoluzione. Solo sulla carta;

– Agricoltura biologica, ma da semi convenzionali: la sfida delle deroghe. Il nuovo regolamento europeo sul “bio”, in vigore dal gennaio 2021, non risolverebbe le criticità nella produzione e nell’uso di sementi organiche;

– La globalizzazione solidale che può recuperare le identità perdute. Dialogo tra il sociologo Colin Crouch e l’accademico Tommaso Vitale;

– La buona accoglienza dei migranti vulnerabili, esclusi per decreto. La presa in carico di richiedenti asilo e titolari di protezione è una sfida per il sistema sanitario territoriale. C’è chi prova a resistere al provvedimento del governo;

– “Montagnaterapia”: passo dopo passo si costruisce il benessere. Un centinaio di esperienze di cammino, tra Piemonte e Sardegna, si rivolge in particolare a persone con problemi di salute mentale, ma anche alla disabilità, alle dipendenze o a patologie specifiche;

– Una nuova rotta commerciale collega Afghanistan e Turchia. Marmi pregiati, litio, zafferano e cotone arrivano in Europa attraverso il nuovo corridoio “Lapis Lazuli”;

– Corrado Stajano. La scrittura, pratica di libertà. Intervista allo scrittore che del giornalismo d’inchiesta ha fatto uno strumento per conoscere la storia e opporsi alle sue ingiustizie;

– Mariangela Gualtieri. Poesie fatte per restare. I testi poetici resistono come investimenti dalla “rendita illimitata”, tutelando l’equilibrio delle cose del mondo. Un “potere affratellante” indagato dalla poetessa e drammaturga.

 

Pubblicato in Economia sociale

Il Ministro Salvini ieri ha condotto una conferenza stampa (da segretario della Lega) al fine di presentare un disegno di legge volto a "raddoppiare le pene" per reati legati alle droghe: "Non esiste modica quantità: ti becco a spacciare, vai in carcere con le misure cautelari". Sulla vicenda di Porto Recanati, ha aggiunto Salvini, "c'è qualcuno che dovrebbe farsi un serio esame di coscienza

Non si è fatta attendere la risposta di Forum Droghe, associazione impegnata da quasi 25 anni per un cambio di rotta sulle politiche sulle droghe, membro con status consultivo dell'ONU presso ECOSOC.

 Maria Stagnitta, Presidente di Forum Droghe, sottolinea come "il Ministro Salvini sembra far finta di non sapere di cosa parla. La "lieve entità"- spesso confusa volutamente con la "modica quantità" che non esiste più dal 1990 - semplicemente colpisce, laddove esistono circostanze ben definite verificate da un giudice, con pene minori le condotte di piccolo spaccio. Pene che tanto minori non sono, visto che parliamo comunque di condanne da sei mesi a 4 anni. Sono già talmente sproporzionate oggi le sanzioni sulle droghe che più di un terzo dei detenuti è in carcere per l'art. 73, quello sullo spaccio. Peraltro spesso in misura cautelare, e moltissimi per fatti di lieve entità, a smentire il Ministro che sostiene che "non finisce nessuno in carcere". E' necessario un cambio di rotta, perchè le forze dell'ordine - continua Stagnitta - sarebbero meglio impiegate se non dovessero inseguire i pesci piccoli dello spaccio per le strade, occupandosi di crimini ben più gravi e rilevanti per la società e i cittadini. Lo sarebbe, come dimostriamo ogni anno nel Libro Bianco sulle droghe, anche il nostro sistema giudiziario letteralmente ingolfato dai procedimenti per droghe. Perchè il problema dello spacciatore che torna a spacciare dopo pochi giorni il suo arresto, laddove esiste, esiste perchè il sistema giudiziario non è in grado di assicurare un processo giusto in tempi brevi, affogato com'è dalla repressione. E se non fosse così, ci sarebbe comunque qualcuno talmente disperato, a causa delle leggi criminogene come la Bossi-Fini o da ultimo il decreto Salvini, disposto a farlo per sopravvivere. Raddoppiare le pene servirà solo ad aggravare il problema riempiendo le carceri, non certo a risolverlo."

Per Hassan Bassi, segretario nazionale di Forum Droghe "Abbiamo già un impianto penale pesantissimo. Rischia più carcere uno spacciatore che un omicida. Non si capisce di cosa stia parlando il Ministro, davvero vuole portare l'Italia ad assomigliare a paesi come la Russia? Viviamo da decenni in una condizione di ipocrisia collettiva, trovare sostanze stupefacenti è per chiunque facilissimo malgrado i miliardi spesi nella repressione ed inutili campagne di prevenzione affidate ai cani nelle scuole, ma i nostri ministri e qualche giornalista continuano ad appellarsi alla proibizione come unica panacea per difendersi dal male "droga". Non fa eccezione - continua Bassi - l'attuale ministro Fontana che declina l'"approccio integrato" al tema droghe come: "bonifiche ambientali" coordinate con azioni di controllo nelle scuole (chiamando prevenzione ciò che è evidentemente repressione!), fino ad ipotizzare azioni di "contenzione" ai danni degli adolescenti." Invece per Bassi "è in primis la condizione di illegalità che impedisce un intervento a tutto campo, che costruisce muri di sospetto e incomunicabilità fra le istituzioni, i servizi ed i consumatori. Abbiamo bisogno di proposte coraggiose di legalizzazione".

Per Leonardo Fiorentini, Direttore di Fuoriluogo, "non è certo inasprendo le pene che si evitano tragedie come quella strumentalmente evocata da Salvini (che nulla c'entra con la lieve entità, peraltro). Lo dimostrano i consumi che si sono sempre dimostrati indifferenti al quadro legislativo. E' necessario differenziare fra le sostanze e finalmente avviare anche in Italia una seria discussione sulla regolamentazione legale della cannabis, che da sola rappresenta l'80% dei consumi e l'80% dei sequestri. Fa specie poi - conclude Fiorentini - che Salvini, uno e trino (Ministro degli Interni, Segretario della Lega e Capitano) conduca la conferenza stampa alla Camera dei Deputati, proponendo un inasprimento delle pene per droga. E' strano, perchè poche settimane fa, quando il Senatore Mantero ha presentato una disegno di legge per la legalizzazione della cannabis, i Ministri 5 stelle hanno fatto letteralmente a gara per smentirlo. Sembrerebbe quasi che sulle droghe possano parlare solo i leghisti al governo. Dove sono oggi i Ministri 5 stelle? Se hanno qualcosa da dire, battano un colpo!".

"Anche noi come Matteo Salvini vorremmo che non ci fossero più spacciatori per le strade, per questo proponiamo la legalizzazione della cannabis e la depenalizzazione delle altre sostanze. Vorremmo anche noi che i nostri ragazzi non fumassero droghe tagliate, che non finissero nelle mani di spacciatori professionisti che mischiano droghe chimiche, leggere e pesanti. Per fare questo bisogna legalizzare, depenalizzare, investire nella cultura sociale della riduzione del danno. Il Movimento 5 Stelle ha già votato nella sua piattaforma a favore della legalizzazione. Non ceda. Anzi, approfitti della proposta della Lega e apra una discussione in Parlamento e nel Governo per una strategia non proibizionista e punitiva. Contro le mafie, per il diritto alla salute, contro la criminalizzazione di milioni di consumatori".  A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone

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Ieri pomeriggio il Comune di Torino ha approvato un ordine del giorno promosso da Antigone contro la dotazione del taser al corpo di Polizia Locale. Una possibilità introdotta dal recente Decreto Salvini su sicurezza e immigrazione per le città con oltre 100.000 abitanti. Torino diventa così la seconda città dopo Palermo, la prima a guida 5 stelle, ad approvare un ordine del giorno in tal senso.

"Nelle settimane successive all'approvazione del DL Salvini – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - abbiamo inviato a tutti i sindaci e i consiglieri delle città con oltre 100.000 abitanti una proposta di ordine del giorno affinché non si dotassero gli agenti della polizia locale di quest'arma potenzialmente letale, come ci dimostrano le esperienze dei paesi dove è già in uso, dove oltretutto viene spesso usato come alternativa ad altri strumenti, quali il manganello, e non alle armi da fuoco".

A Torino questa proposta è stata raccolta dai consiglieri del Partito Democratico Enzo Lavolta e di Torino in Comune–La Sinistra Eleonora Artesio, e condivisa dal Movimento 5 Stelle e dalla Sindaca Chiara Appendino.  Alla fine i voti a favore sono stati 26.

"Siamo felici che Torino abbia deciso di essere una città no taser – dice ancora Gonnella. Ci auguriamo che anche le altre città seguano questo esempio e, ancor di più, che questo sia un segnale affinché la sperimentazione del taser in dotazione alle forze dell'ordine, iniziata lo scorso settembre in dodici città, non si allarghi e venga anzi bloccata".

L'ordine del giorno è già stata presentato a Milano, dalla consigliera di Milano Progressista Anita Pirovano, dove è in attesa di essere discusso.

 

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