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Venerdì, 21 Giugno 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 10 Aprile 2019 - nelPaese.it

Sono i minori i più colpiti dalla povertà assoluta. Nel 2005 era assolutamente povero il 3,9% dei minori di 18 anni, un decennio dopo la percentuale di bambini e adolescenti in povertà è triplicata, e attualmente supera il 12%.

È quanto emerge dal secondo Rapporto sulla povertà educativa minorile in Italia presentato oggi a Roma, presso il Centro Congressi Università Sapienza e organizzato da Con i Bambini. Questa crescita - si legge ancora nel testo - ha allargato il divario tra le generazioni. Nell'Italia di oggi più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in povertà assoluta. L'Italia ha quindi un enorme problema con la povertà minorile e giovanile da affrontare. E non riguarda solo la condizione economica attuale. Riguarda soprattutto il futuro, la possibilità, anche per chi nasce in una famiglia povera, di avere a disposizione gli strumenti per sottrarsi da adulto alla marginalità sociale.  

“Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è uno degli strumenti più innovativi nel campo della lotta alla povertà attivi nel nostro Paese - ha spiegato a margine dell’incontro Giuseppe Guzzetti presidente di Acri. È nato grazie a un accordo fra Fondazioni di origine bancaria, Governo e Forum Nazionale del Terzo settore. Coinvolge l’intera comunità educante: scuola, terzo settore, enti locali e famiglie e sta attivando le migliori energie del Paese nello sforzo comune per combattere un’emergenza che deve essere una priorità di un paese civile.

Il secondo Rapporto sulla povertà educativa minorile di Openpolis e Con i Bambini contribuirà ad accendere ancora di più i riflettori su questa tematica e a evidenziarne l’impatto in maniera ancora più dettagliata”. Il risvolto del problema è soprattutto educativo. Le famiglie più povere sono generalmente quelle con minore scolarizzazione. L'incidenza della povertà assoluta è infatti più che doppia nei nuclei familiari dove la persona di riferimento non ha il diploma. Contrastare la povertà nella fascia più giovane della popolazione significa offrire concretamente a tutti i bambini e gli adolescenti, a prescindere dal reddito dei genitori, uguali opportunità educative. Infatti, rispetto alla media europea, l'Italia tende a investire meno in istruzione.

“Con il secondo rapporto sulla povertà educativa minorile in Italia, abbiamo voluto focalizzare l’attenzione sulla presenza e accessibilità dei servizi per i minori nel nostro Paese. Il lavoro dell’Osservatorio Openpolis- Con i Bambini è molto importante per due ordini di motivi - ha spiegato Carlo Borgomeo presidente dell’impresa sociale Con i Bambini. Da una parte la conoscenza sempre più approfondita e puntuale del fenomeno della povertà educativa è indispensabile per orientare le attività promosse dal Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, dall’altra contribuisce in modo decisivo all’azione di advocacy, che resta un obiettivo centrale della nostra iniziativa. Aggredire in modo puntuale e organico il fenomeno della povertà educativa minorile, non riguarda solo la sfera dei diritti, seppur importante, ma anche il tema dello sviluppo del Paese”.

Per decenni l’asilo nido è stato considerato solo nella sua funzione sociale, di assistenza alla famiglia. È una acquisizione più recente il suo ruolo educativo: è infatti nella primissima infanzia che si gettano le basi di tutti gli apprendimenti futuri del bambino. Perciò il contrasto alla povertà educativa non può prescindere dall’estensione di questo servizio.

L'Ue nel 2002 ha stabilito come obiettivo per gli stati membri di arrivare almeno a 33 posti in asili nido o servizi prima infanzia per i bambini con meno di 3 anni - viene ancora sottolineato nel

Rapporto realizzato da Openpolis e ConiBambini

Rispetto a questo obiettivo l’Italia è ancora indietro. In termini assoluti, a fronte di una platea potenziale di 1,5 milioni di bambini, sono circa 350 mila i posti disponibili (di cui il 90% in asili nido, mentre la parte restante in servizi integrativi). Un elemento da non sottovalutare è che sulla copertura degli asili nido incide un vistoso calo della popolazione tra 0 e 2 anni, -16,70% di bambini con meno di tre anni tra 2011 al 2018. Nello stesso periodo la popolazione complessiva è rimasta stabile sui 60 milioni di abitanti. Le disuguaglianze educative ed economiche spesso si sommano ad altre di tipo territoriale, come può avvenire nelle aree interne. Il problema maggiore dei comuni che si trovano in queste zone è la scarsità dei servizi sul territorio (in tutti gli ambiti, non solo quello educativo) e la difficoltà di raggiungere i centri in cui sono presenti, dati i lunghi tempi di percorrenza. Distanza e carenza di servizi hanno condannato le aree interne ad una progressiva marginalità, a partire dalla metà del secolo scorso. Se isoliamo la tendenza demografica dei soli giovani in età per andare a scuola (6-18 anni), ci accorgiamo di una profonda disparità tra i centri e le aree più periferiche del paese. Nei comuni polo e cintura, per quanto faticosamente, il numero di ragazzi tra 6 e 18 anni tutto sommato tiene. Mentre è nell'Italia interna, quella dei comuni intermedi, periferici e ultraperiferici, che la popolazione in età per la scuola sta calando in modo più consistente.

“In un Paese dove l’ascensore sociale è rotto e due terzi dei bambini con i genitori senza diploma resta con lo stesso livello d’istruzione, è indispensabile un forte investimento sull'educazione, intesa in senso lato, dalla scuola ai servizi rivolti ai minori - ha commentato Vincenzo Smaldore, responsabile editoriale Openpolis. Purtroppo l’Italia è quintultima in Europa per spesa in istruzione, con appena il 3,9% del Pil. Molto al di sotto della media europea del 4,7%. Un quadro generale preoccupante ma che al suo interno contiene numerose ulteriori criticità, come le differenze fra le aree del Paese. Profonde disuguaglianze ci sono fra Centro e Periferia (esempio: aumentano le famiglie nei comuni cintura); fra Nord e Sud (esempio: le 5 regioni che offrono meno posti in asilo nido sono tutte del Mezzogiorno, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania); fra comuni più connessi e aree interne (esempio: 10,3% dei ragazzi tra 14 e 18 anni residenti in Italia vive in un comune interno senza scuola superiore statale)”.

In Italia in media la popolazione con meno di 18 anni rappresenta il 16,2% dei residenti. La concentrazione di minori è più bassa agli opposti della classificazione: nei comuni polo, in gran parte capoluoghi, e nei comuni delle aree interne. Nei comuni periferici e ultraperiferici, la popolazione con meno di 18 anni arriva a malapena al 15%. Mentre la quota cresce fino al 17% nei comuni di cintura, ovvero gli agglomerati urbani attorno alle città maggiori, e nei poli intercomunali. Questi sono gruppi di comuni limitrofi che, sebbene presi da soli non costituiscano un polo, complessivamente offrono un livello di servizi paragonabile a quello dei centri maggiori.

Nelle aree interne il ruolo della scuola è importante anche come fattore di coesione territoriale. Allo stesso tempo, per ragioni che chiamano in causa la perifericità di queste zone, l'offerta educativa può risultare compromessa. “I dati sulla povertà educativa minorile nel nostro Paese sono allarmanti e ancora troppo forti sono le disparità nell’accesso ai servizi educativi per bambini e ragazzi - ha dichiarato Stefano Tassinari del coordinamento nazionale del Forum del Terzo Settore. Avere accesso ad una educazione di qualità è non solo un diritto fondamentale, ma la prima strategia di azione efficace contro la crescita esponenziale delle diseguaglianze e della povertà. È necessario un piano di contrasto alla povertà educativa che convochi attivamente le nostre comunità, e tutte le persone che le abitano. Solo così si può immaginare una politica di contrasto alle diseguaglianze che sia ambiziosa, anche nell'essere volano di nuovo sviluppo, civile ed economico”.

L'elevata mobilità degli insegnanti, in primo luogo, che fa venir meno la continuità didattica per le ragazze e i ragazzi, strutture sottodimensionate o difficilmente raggiungibili, e più in generale difficoltà di accedere a scuole dove i livelli di apprendimento e la qualità educativa sono equivalenti a quelle dei centri maggiori aggravano ancora di più le con dizioni dei ragazzi che vivono in quelle aree. Inoltre, questo comporta la difficoltà per gli istituti nelle aree interne di essere attrattivi, sia per i professori che per gli studenti, come si osserva mettendo in relazione il numero di alunni che frequentano la scuola in un comune con i residenti della stessa fascia d'età in quel comune.

“La povertà educativa minorile è spesso causa ed effetto di quella economica - ha precisato nelle conclusioni dell’incontro Stefano Buffagni, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Presidente Comitato Indirizzo Strategico del Fondo. Dal Rapporto emerge un quadro impietoso e disarmante dell’Italia, dove la scarsa mobilità sociale in atto in questi anni si ripercuote principalmente nella crescita dei bambini. Scuole e asili sono, devono essere, la base per ricucire il Paese. Le scuole devono rappresentare un forte strumento di livellamento sociale e questo deve partire dalla garanzia per i minori di avere maggiori servizi e opportunità. Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è uno strumento necessario per intervenire in quella fetta di povertà che riguarda i più piccoli e le loro famiglie. È compito nostro, della politica, delle istituzioni mettere in campo azioni concrete per combattere qualsiasi forma di povertà, a partire dai minori. Per questo il sostegno del Governo al Fondo non poteva e non può mancare e, aggiungo, non mancherà mai”.

L’osservatorio povertà educativa #conibambini mappa la presenza e la qualità dei servizi in tutti i comuni italiani su scuola, cultura, sport e servizi sociali per promuovere un dibattito informato sulla condizione dei minori in Italia. Temi che devono essere messi al centro dell’agenda politica italiana.La banca dati comunale sui servizi per i minori è realizzata individuando, raccogliendo e sistematizzato una serie di basi di dati che erano disperse tra fonti pubbliche diverse, aggregandole in un’unica infrastruttura. A partire da questa base dati – accessibile in un’ottica di data journalism – è possibile produrre analisi e riflessioni che contribuiscano a un dibattito strutturato sulle opportunità che il paese sta offrendo ai bambini e agli adolescenti.

I dati completi e aggiornati sono disponibili su www.conibambini.org e www.openpolis.it

 

Pubblicato in Nazionale

Quale è stato il momento in cui si è spezzato il rapporto di fiducia tra i cittadini e i media? Da questa e da altre domande parte il libro “Slow Journalism. Chi ha ucciso il giornalismo?”, scritto dai giornalisti Daniele Nalbone e Alberto Puliafito (Fandango, euro 17.50). Dallo choc dell’irruzione e dell’ossessione dei social network ai modelli sbagliati di business e alla scure delle fake news fino alla questione dei diritti sindacali e salariali con una precarietà strutturale.

A Roma il prossimo 16 aprile alle 19.30 nella sede di Sparwasser, in via Pigneto 215, si terrà la presentazione del volume con gli interventi di Alexander Damiano Ricci e Tiziana Barillà.

I due autori si sono avventurati in una delle operazioni editoriali più complicate per un giornalista: analizzare criticamente una categoria e un settore che ha enormi difficoltà a mettersi in discussione, soprattutto se tocca pratiche e decisioni degli organismi professionali. E vanno anche oltre, lanciando una proposta per salvare questo lavoro da se stesso: lo slow journalism appunto.

Sui temi del libro sono state poste alcune domande a uno dei due autori, Daniele Nalbone.

Daniele, il lavoro giornalistico vive una crisi dettata, innanzitutto, dallo sfruttamento a bassissimo costo come denunciate nel libro: perché questa categoria è incapace di "sindacalizzarsi"? 

Perché quella dei giornalisti non è più nemmeno “una” categoria. Sono diversi mondi che non riescono a comunicare. Il cuore del problema è nella divisione tra “giornalisti” e “giornalisti web” voluta, chiaramente, dai primi. Il corporativismo è una barriera con la quale dobbiamo necessariamente fare i conti. Con la nascita dei siti di informazione, perdonami la banalità, i giornalisti si sono sentiti attaccati da un mondo con il quale semplicemente non hanno voluto fare i conti. E si sono barricati. Dall’altra parte centinaia di giovani “non giornalisti” hanno fatto il loro ingresso nella professione uscendo da corsi e scuole e non conoscendo nemmeno i diritti di base di questa professione: co.co.co. a non finire, finte partite iva, collaboratori di ogni sorta. Stipendi di 800 euro per 10 pezzi al giorno e/o 200 pezzi al mese. Testa bassa sulla tastiera a rielaborare agenzie o notizie uscite su altri organi di informazione. La luce del sole intravista solo in pausa pranzo. Per non parlare di quanti lavorano per un giornale online da casa, nella loro stanza, riempiendo pagine e pagine di Wordpress. Come si fa a sindacalizzare qualcosa che, di fatto, non esiste e non ha nemmeno consapevolezza di esistere? Ed è qui la prima responsabilità del “sindacato”: non aver mai cercato di capire come erano (non) fatte le redazioni dei “giornali web”. Non aver mai chiesto a un editore “ma questo Mario Rossi che scrive dieci pezzi al giorno, dov’è? Che fa? Che contratto ha?”. Oppure: “Ma è normale che su 80 pezzi al giorno che pubblicate, 75 sono a firma redazione? Chi li sta scrivendo? Che contratto ha?”.

Tra il 2010 e il 2014 i Coordinamenti dei precari in tante regioni riuscirono a costruire un movimento "dal basso" che poneva la questione sociale e salariale. Furono criminalizzati soprattutto dal sindacato, gestione Siddi: come vedi oggi la capacità rappresentativa della Fnsi?

Parliamo purtroppo di un sindacato che ha perso ogni battaglia. La motivazione oggettiva, spesso, si è trasformata in una scusa: la crisi del settore. Da qui si è lasciato campo aperto a qualsiasi editore, assecondando ogni suo bisogno e sacrificando sull’altare dei “posti di lavoro” qualsiasi diritto. Tante persone hanno continuato a combattere da dentro, a lottare per un altro sindacato. E tantissime, ed è giusto il riferimento ai Coordinamenti dei precari, hanno provato a farsi sentire. Ma aprire a una riflessione avrebbe significato mettere a rischio lo status quo, in primis, proprio dei vertici della Fnsi. La scelta è stata quella di fare meno onda possibile quando ci si trova in un mare, diciamo così, non fatto di acqua. Quindi, chiudere le porte e aspettare che passasse la bufera. Bene, ora che la bufera è passata fuori dalla Fnsi non è rimasto nulla o quasi. O meglio, non conosco nessuno che, avendo un problema personale o collettivo, di redazione, abbia come primo pensiero anche solo “mando una mail alla Fnsi”.

Nel libro spiegate bene il ruolo dei social che sono nel mirino degli editori e dei giornalisti di "carta" e "tv" mentre possono rappresentare un'opportunità: è sbagliato il modello di business editoriale o è continua autoconservazione del potere?

Ci sono diversi interventi, in Slow Journalism, proprio sui modelli di business. In uno scriviamo, testualmente, che “il mondo è cambiato”. E fin qui è facile ricevere consenso. La parte dolorosa, però, è la seguente: “Viviamo in un mondo digitale. Il che non significa progettare buone pagine online. Significa ripensare l’offerta giornalistica, il prodotto, che prima di tutto deve essere a servizio del pubblico, buono, pulito, giusto”. Senza queste basi non si va da nessuna parte e possiamo anche smettere di parlarne. “È proprio inutile”, scriviamo, “cominciare a pensare a qualcosa di nuovo se non condividiamo la necessità di trasparenza, competenza, valore aggiunto per il pubblico”. Ecco, la chiave è tutta qui: a queste domande abbiamo risposto con il clickbaiting, con i piani editoriali da 150 articoli al giorno, con il link da “sparare” su Facebook entro 120 secondi dalla breaking news per arrivare prima. Non vedo nessun complotto dei grandi mezzi di informazione. Non c’è nessun piano diabolico. Vedo più, alla fonte, proprio l’incapacità anche solo di immaginare un tipo di giornalismo diverso – diciamo così - al tempo dei social.

Analizzate criticamente il contratto Fnsi-Uspi per i giornalisti "web": l'idea di partenza di un contratto ad hoc non potrebbe essere un'opportunità per l'emersione del lavoro nero o a bassissimo costo?

Non credo che una nuova stagione sindacale possa iniziare con un contratto di “serie B” sui diritti dei giornalisti. Sono mancati – ognuno scelga tra queste voci – il coraggio, la forza, l’interesse per giocare la vera partita, mettere mano al contratto Fieg/Fnsi, che nessuno nasconde essere, oggi, decisamente troppo oneroso in termini economici per molti editori. Si è scelta, invece, la strada di un contratto “parallelo” per i “poveri giornalisti del web”. E anche qui si è arrivati ben presto a scoprire come quello che era nato come contratto per i piccoli siti di informazione è diventato strumento a vantaggio degli editori. Sul sito dell’Uspi c’è ancora l’annuncio della firma del contratto che, spiegano, doveva essere rivolto a quelle testate, “native digitali, che non raggiungono i centomila euro di fatturato annuo”. Il risultato, però, è che due delle prime cinque testate online italiane usano tranquillamente questo contratto, pur fatturando rispettivamente intorno ai dieci milioni di euro l’anno. E non è un caso che editori attenti, invece, alla vita dei propri giornalisti stiano “aggirando” il contratto Uspi dall’altra parte, prendendo la retribuzione “minima” (1.400 euro) appunto come base dalla quale partire per una contrattazione individuale, e non come “questo dice il contratto, questo ti pago”.

Proponete un manifesto dello "slow journalism" con proposte pratiche per superare la crisi: qual è la prima e più immediata da applicare?

Posso essere banale? Rallentare. E iniziare a studiare, a capire come utilizzare la tecnologia nel migliore dei modi possibili. Il primo passo da fare è riconoscere la sovrapproduzione di contenuti come primo problema, e come risultato di una certa interpretazione del sistema capitalistico, e risolvere il problema. Quindi, il primo passo, è rispondere “quando è pronto” alla domanda “per quando ti serve quel ‘pezzo’?”.

Daniele, scrivere un libro sul giornalismo è una delle cose più complicate che possa fare proprio un giornalista che attira critiche e diffidenza nella categoria: chi ve lo ha fatto fare?

L’amore per questo lavoro. Una delle cose che mi sono ripetuto nei mesi di lavoro con Alberto è stata quella di non dover più avere paura: è finito il tempo del fare la “cosa migliore”, è iniziato quello del fare la “cosa giusta”. Siamo pronti alle critiche, molte ne sono già arrivate e altre ne arriveranno, ma siamo noi stessi a ritenere questo lavoro non “la” risposta” ma la “nostra” risposta. E poi, abbiamo scritto a caratteri cubitali dietro alla copertina del libro che “essere slow journalist è una forma di attivismo”. Quindi la risposta è molto semplice: lo abbiamo fatto perché non potevamo non farlo. Almeno non stavolta.

 

Pubblicato in Cultura

L’Avviso 43 Aziendale del Fondo di Rotazione di Fon.Coop stanzia 4 milioni di euro su base regionale e nazionale per piani formativi aziendali e pluri aziendali condivisi. Obiettivo dell’Avviso è sostenere le imprese aderenti finanziando attività formative dedicate alla crescita nel mercato di riferimento, all’adeguamento tecnologico e normativo (es. Qualità, 231) ed in ogni altra specifica esigenza.

“Abbiamo strutturato questo Avviso per ampliare la partecipazione delle imprese attraverso piani pluri aziendali e per premiare la qualità delle proposte” – dichiara Stefania Serafini, presidente di Fon.Coop. “Nella progettazione dei piani abbiamo lasciato ampio margine di scelta dei contenuti e delle metodologie didattiche perché riteniamo che da fabbisogni ben individuati è possibile progettare attività formative che innescano processi di cambiamento e di innovazione”.

La Vice Presidente del Fondo, Francesca Mandato, sottolinea come nell’Avviso sia opportunamente valorizzata l’attestazione della formazione, la certificazione delle competenze, il conferimento di qualifiche ed attestati professionali. “È importante che i nostri piani formativi consentano ai lavoratori di vedere riconosciute le competenze acquisite così da poterle spendere in percorsi di crescita aziendali o, eventualmente, nel mercato del lavoro”.

 

Pubblicato in Lavoro

Quattromila visite pre o post-natali, 1.500 donne ricoverate al reparto maternità, 686 bambini nati: sono i numeri dell'intervento di Medici Senza Frontiere (MSF) nell'ospedale regionale di Bay a Baidoa, in Somalia sud-occidentale, da maggio a dicembre 2018.  

In Somalia, i tassi di mortalità materna sono tra i più alti al mondo: 1 donna su 12 rischia di morire durante la gravidanza, durante il parto o nel periodo post-parto, a causa dell'impossibilità di accedere ai servizi sanitari. Anche la mortalità infantile è eccezionalmente elevata, con un bambino su sette che non raggiunge i cinque anni di età secondo i dati ufficiali.  

"Il momento del parto è un periodo difficile nella vita di qualunque donna, ma qui le difficoltà sono ancora maggiori perché i combattimenti hanno distrutto molte strutture sanitarie" dichiara Himedan Mohammed Himedan, coordinatore dei programmi di MSF in Somalia. "Abbiamo bisogno di informare tutta la comunità, in modo che le mamme in attesa sappiano che possono ricevere cure di qualità da MSF in questo periodo".  

La prima fase dell'intervento di MSF, finalizzata alla creazione di un'unità ostetrica completa e pienamente funzionante, comprende il supporto per cure pre e postnatali e l'assistenza a parti normali e complessi. Il supporto all'ospedale sarà ampliato nei prossimi mesi per includere lo sviluppo di un'unità neonatale e di servizi pediatrici ospedalieri, ambulatoriali e di emergenza. 

MSF ha ripreso le attività in Somalia a maggio 2017, dopo un'assenza di quasi quattro anni dovuta in particolare ai violenti attacchi contro il proprio staff.  "In tutta la Somalia MSF cerca di garantire che le persone abbiano accesso alle cure nelle aree in cui i bisogni medici sono gravi e le condizioni di sicurezza lo consentono" dichiara Gautam Chatterjee, responsabile MSF per la Somalia. "La necessità di assistenza medica gratuita di qualità è molto alta in Somalia e la nostra strategia prevede un sempre maggiore supporto alle strutture esistenti per migliorare i servizi. Sebbene il contesto sia impegnativo, possiamo contare su personale nazionale dedicato, spesso medici che hanno già collaborato con MSF, per sviluppare le capacità e garantire un migliore accesso alle cure nel paese."  

La storia di Halima  

Halima, 18 anni, vive in un villaggio a circa 100 km a sud di Baidoa. È stata una delle prime pazienti dell'ospedale regionale di Bay da quando MSF ha iniziato a supportarlo nel maggio 2018.   "Avevo intenzione di partorire a casa, ma dopo due giorni di travaglio ho perso conoscenza, così i miei parenti mi hanno messo su un carro trainato da un asino e mi hanno portata in un centro sanitario nel vicino distretto di Qansah-Dhere" racconta Halima. "Quando sono arrivata stavo molto male, ma il personale medico non era in grado di aiutarmi. Mi hanno tenuto lì una notte, ma ero ancora incosciente e così hanno deciso di trasferirmi all'ospedale di Bay a Baidoa".  

Il giorno seguente Halima, ancora priva di sensi, è stata messa su un pullman diretto a Baidoa. Il viaggio dura un giorno intero ma, dopo poche ore, Halima è entrata in travaglio.  "Il bambino ha iniziato a uscire mentre io ero ancora incosciente e nessuno sapeva cosa fare. Mi hanno raccontato che quando sono arrivata all'ospedale ero in coma da otto giorni. Ho perso il bambino, ma i medici dell'ospedale sono riusciti a salvarmi la vita" ricorda Halima. 

Halima ha impiegato altri due giorni per uscire dal coma e da allora è in fase di guarigione.  "Dal momento che l'ospedale è il principale centro dove vengono trasferiti i pazienti di tutta la regione, la maggior parte dei casi che riceviamo sono già molto complicati, sia quando le donne provengono da altre strutture sanitarie sia quando arrivano qui autonomamente" dichiara Asma Aweys, coordinatore medico di MSF presso l'ospedale. 

Le attività di MSF per la popolazione in Somalia  

In Somalia MSF supporta l'ospedale regionale di Bay a Baidoa e l'ospedale regionale di Mudug a Galkayo. Inoltre, fornisce assistenza umanitaria nei campi profughi di Galcayo, gestiscono un programma nutrizionale a Dollow e Dusa Mareb, forniscono visite mediche a Jubaland e preparano la risposta a eventuali epidemie a Dhobley, Bardhere e Garbaharey. MSF effettua inoltre interventi oculistici per la cataratta in collaborazione con diversi attori locali.  

 

Pubblicato in Dal mondo

Il 12 aprile alle ore 19 si terrà a Napoli, al Teatro Cinema Delle Palme, un incontro ad ingresso libero sul cambiamento climatico dal titolo evocativo: "This earth is on fire – Vesuvio 2.0". Obiettivo della serata è sviluppare una capacità critica sui temi ambientali anche tra i giovani, partendo da un episodio molto doloroso, la serie di incendi sul Vesuvio dell'estate 2017, e affrontandolo con gli strumenti della cultura e dell'arte. 

Nato in collaborazione con il gruppo dei "Dialoghi del Lunedì", promossi da Luciano Stella e Francesco La Monica, l'evento ha lo scopo di informare, sensibilizzare e discutere su tematiche riguardanti l'ambiente. Alla serata aderisce con entusiasmo, diventandone promotore, il Comitato Clima.Obiettivo 30/50, che presenterà in tale occasione la sezione YOUNG.

"Parlare di Cambiamento Climatico è di fondamentale importanza– affermano Maria Giovanna Lahoz e Sarah Parisio, organizzatrici dell'evento e fondatrici della sezione Young del Comitato Clima.Obiettivo 30/50 - . Siamo arrivati al punto in cui, se non cambiamo abitudini e mentalità, la Terra non sarà più adatta alla vita dell'essere umano. Per dirla in breve: ci stiamo auto-distruggendo! Ma noi non siamo ancora pronte ad accettarlo". Dietro questo progetto c'è la volontà di parlare del cambiamento climatico e degli impatti delle azioni dell'uomo sul Pianeta. "Crediamo che sia necessario che ognuno acquisisca la capacità critica (e autocritica) per rendersi conto dell'impatto che abbiamo, sia individualmente sia come società, sull'ambiente, in modo tale da poter collegare coscientemente le azioni agli impatti. Da qui la volontà di partire ricordando una delle tragedie più tangibili che ha colpito uno dei simboli della nostra città campana: l'incendio del Vesuvio nell'estate 2017. Il nostro intento è quello di sensibilizzare e raccontare questo problema tanto importante attraverso le espressioni artistiche. Crediamo possa essere lo strumento più efficace. Il pianeta Terra ne ha già affrontati diversi, di cambiamenti, però esiste ancora ed esisterà sempre, nonostante tutto, nonostante la nostra scomparsa. Quindi parlarne attraverso l'arte, che è l'espressione migliore dell'essere umano, ci dà l'idea di quanta potenzialità e bellezza rischiamo di perdere. Da qui nasce la scelta di fondare la sezione Young del Comitato Clima.Obiettivo 30/50, affinché quello di venerdì 12 aprile possa essere solo il primo di numerosi eventi a riguardo" concludono le organizzatrici.

Nel corso dell'evento sarà proiettato "Feu", un cortometraggio che si propone di raccontare gli incendi del 2017 in Val di Susa, realizzato daR-Eact, che interverranno assieme ad Agostino Casillo, Presidente dell'Ente Parco del Vesuvio, ai fondatori del Comitato Clima.Obiettivo 30/50, i giovani membri del Fridays for Future Napoli. La serata sarà accompagnata dalle opere di Fabrizia Cesarano (Inartebizia) e Marta Accardo, a moderare il dibattito, patrocinato dall'Ordine dei Giornalisti Campania e dalla Stella Film, Sarah Parisio e Maria Giovanna Lahoz.

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Fruttagel ha partecipato oggi alla tappa bolognese del Salone della CSR e dell'innovazione sociale, presentando i risultati raggiunti dal progetto educational "Dal Campo al banco con Ortilio". Giunto quest'anno alla quinta edizione, il percorso educativo ha coinvolto complessivamente 426 classi, per un totale di 10.650 alunni e relative famiglie.

Il progetto, in piena coerenza con la mission aziendale, si rivolge ai bambini delle scuole primarie del territorio per promuovere, sia a scuola sia in famiglia, l'adozione di stili di vita sani e di abitudini alimentari corrette, valorizzando qualità e genuinità della filiera alimentare e incoraggiando comportamenti rispettosi dell'ambiente. "Dal Campo al banco con Ortilio" si articola in percorsi ludico-didattici da portare avanti in classe durante l'anno e concorsi tematici. A disposizione degli insegnanti delle classi partecipanti strumenti e materiali formativi dedicati e un esperto per approfondimenti specifici sugli argomenti al centro del progetto. Narrazioni, giochi a squadre, laboratori permettono di condividere con i più piccoli i principi basilari dell'educazione alimentare e ambientale di cui Ortilio, mascotte dell'iniziativa, è portavoce.

"I bambini di oggi sono il futuro, sono gli adulti di domani – sottolinea Stanislao Fabbrino, Presidente e Amministratore Delegato di Fruttagel – ed è per questo che il progetto "Dal Campo al banco con Ortilio", una delle numerose attività in ambito di responsabilità sociale che portiamo avanti, ci sta particolarmente a cuore. Crediamo, infatti – prosegue Fabbrino – che avere una visione di lungo periodo dello sviluppo sostenibile non possa prescindere da un impegno rivolto verso le nuove generazioni che costruiranno le comunità del futuro. Generazioni che, anche grazie a iniziative come la nostra, diventeranno portatrici di nuove priorità e saranno animate da consum-attori più consapevoli e responsabili". 

Fruttagel, a cui è stato recentemente assegnato il Premio Biblioteca Bilancio Sociale per essersi distinta nell'ambito della sostenibilità applicata al proprio ambito produttivo, è da sempre impegnata nel creare valore attraverso le proprie attività tutelando e salvaguardando al contempo le persone, la comunità e l'ambiente. Tra le best practice dell'azienda ravennate, il primo pack per vegetali surgelati interamente compostabile, smaltibile nell'organico della raccolta differenziata, l'impianto di cogenerazione per l'efficientamento energetico e la riduzione di Co2 e le iniziative di relamping dei due stabilimenti aziendali (Alfonsine e Larino).

 

Pubblicato in Economia sociale

Nel suo rapporto globale sulla pena di morte, Amnesty International ha reso noto che nel 2018 ha registrato il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione di quasi un terzo rispetto all'anno precedente. Il rapporto prende in esame le esecuzioni in tutto il mondo con l'eccezione della Cina, dove si ritiene siano state migliaia ma il dato rimane un segreto di stato. 

Dopo la modifica alla legislazione contro la droga, in Iran - dove comunque l'uso della pena di morte resta elevato - le esecuzioni sono diminuite di uno sbalorditivo 50 per cento. Una significativa riduzione delle esecuzioni è stata registrata anche in Iraq, Pakistan e Somalia. Di conseguenza, il numero delle esecuzioni verificate a livello globale è calato da almeno 993 nel 2017 ad almeno 690 nel 2018. 

"La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta", ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International. 

"Nonostante passi indietro da parte di alcuni stati, il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Si tratta di un'auspicabile indizio che sarà solo questione di tempo e poi questa crudele punizione sarà consegnata alla storia, dove deve appartenere", ha commentato Naidoo. 

Ripristino della pena di morte 

Nel rapporto di Amnesty International non vi sono solo buone notizie. Le esecuzioni sono aumentate in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa. La Thailandia ha eseguito la prima condanna a morte dal 2009 mentre il presidente dello Sri Lanka ha annunciato la ripresa delle esecuzioni dopo oltre 40 anni, pubblicando un bando per l'assunzione dei boia. 

"Le notizie positive del 2018 sono state rovinate da un piccolo numero di stati che è vergognosamente determinato ad andare controcorrente", ha sottolineato Naidoo. 

"Giappone, Singapore e Sud Sudan hanno fatto registrare un livello di esecuzioni che non si vedeva da anni e la Thailandia ha ripreso a eseguire condanne a morte dopo quasi un decennio. Ma questi stati ora costituiscono una minoranza in calo. A tutti gli stati che ancora ricorrono alla pena di morte, lancio la sfida: siate coraggiosi e poniate fine a questa abominevole sanzione", ha proseguito Naidoo. 

Noura Hussein è una giovane sudanese condannata a morte nel maggio 2018 per aver ucciso l'uomo che era stata costretta a sposare mentre cercava di stuprarla. Dopo uno scandalo mondiale, grazie anche alla campagna di Amnesty International, la condanna è stata commutata in cinque anni di carcere. 
"Fu uno shock assoluto quando il giudice mi disse che ero stata condannata a morte. Non avevo fatto nulla per meritare di morire. Non potevo credere a che livello d'ingiustizia fossimo arrivati, soprattutto contro le donne. Non avevo mai pensato di poter essere messa a morte fino a quel momento. La prima cosa cui pensai fu 'Cosa provano le persone quando vengono messe a morte? Cosa fanno?'. La mia vicenda era decisamente drammatica in quel momento, la mia famiglia mi aveva ripudiato. Affrontavo quello shock completamente da sola", ha raccontato Noura Hussein ad Amnesty International. 

In testa alla classifica 

Nel 2018 la Cina è rimasta al primo posto per numero di esecuzioni, anche se il livello effettivo dell'uso della pena di morte è ignoto poiché i dati sono considerati un segreto di stato. Amnesty International ritiene che migliaia di persone siano condannate alla pena capitale e messe a morte ogni anno. 

Con una decisione senza precedenti, le autorità del Vietnam hanno reso noti i dati sulla pena di morte: nel 2018 le esecuzioni sono state 85. I primi cinque stati per numero di esecuzioni sono stati dunque la Cina (migliaia), l'Iran (almeno 253), l'Arabia Saudita (149), il Vietnam (85) e l'Iraq (almeno 52). 

Ho Duy Hai, condannato per rapina e omicidio dopo essere stato costretto - secondo quanto ha dichiarato - a "confessare" sotto tortura, è stato condannato a morte nel 2008. Lo stress dell'attesa dell'esecuzione ha avuto effetti profondamente negativi sulla sua famiglia: 
"Sono passati 11 anni da quando è stato arrestato e la nostra famiglia è a pezzi. Non ce la faccio più a sopportare questo dolore. Solo pensare a quanto mio figlio stia soffrendo in carcere mi annienta. Vorrei che la comunità internazionale ci aiutasse a far tornare unita la nostra famiglia. Siete la mia unica speranza!", ha dichiarato ad Amnesty International sua madre, Nguyen Thi Loan. 

Nonostante un significativo calo, l'Iran è stato ancora responsabile di oltre un terzo delle esecuzioni registrate nel mondo.  Amnesty International si è detta inoltre preoccupata per il notevole aumento delle condanne a morte emesse in alcuni stati nel corso del 2018.  In Iraq il numero è quadruplicato da almeno 65 nel 2017 ad almeno 271 nel 2018. In Egitto il totale è cresciuto di oltre il 75 per cento, da almeno 402 nel 2017 ad almeno 717 nel 2018, a causa dell'attitudine delle autorità egiziane di emettere condanne a morte in massa al termine di processi gravemente iniqui, basati su "confessioni" estorte con la tortura e nel corso di interrogatori di polizia irregolari. 

La tendenza globale verso l'abolizione 

Complessivamente i dati del 2018 mostrano che la pena di morte è stabilmente in declino e che in varie parti del mondo vengono prese iniziative per porre fine a questa punizione crudele e inumana.  Ad esempio, a giugno il Burkina Faso ha adottato un nuovo codice penale abolizionista. Rispettivamente a febbraio e a luglio, Gambia e Malaysia hanno annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Negli Usa, a ottobre, la legge sulla pena di morte dello stato di Washington è stata dichiarata incostituzionale. 

A dicembre, nel corso dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, 121 stati (un numero senza precedenti) hanno votato a favore di una moratoria globale sulla pena di morte, cui si sono opposti solo 35 stati. 

"Lentamente ma stabilmente, assistiamo alla crescita di un consenso globale verso la fine dell'uso della pena di morte. La campagna mondiale di Amnesty International per fermare le esecuzioni va avanti da oltre 40 anni, ma con più di 19.000 detenuti nei bracci della morte la battaglia è lungi dall'essere finita", ha sottolineato Naidoo. "Dal Burkina Faso agli Usa, vengono fatti passi concreti per abolire la pena di morte. Ora tocca agli altri paesi seguire l'esempio. Tutti noi vogliamo vivere in una società sicura ma le esecuzioni non sono mai la soluzione. Col continuo sostegno delle persone nel mondo, possiamo porre fine alla pena di morte una volta per tutte. E ce la faremo", ha concluso Naidoo. 

Alla fine del 2018 142 stati avevano abolito la pena di morte per legge o nella prassi. Di questi, 106 erano abolizionisti totali. 

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