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Martedì, 15 Ottobre 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 15 Aprile 2019 - nelPaese.it

Annabel, Loveth e Happy,  sono tre donne che vengono dal Mozambico salvate dalla tratta e dallo sfruttamento grazie all’associazione Free Woman.  Sono brave a realizzare i tradizionali copricapi colorati, non un semplice accessorio, nella cultura del loro Paese è un simbolo di eleganza e di fierezza. E’ questo l’inizio di una storia a lieto fine, una storia di donne che aiutano altre donne.

Un gruppo di volontarie della sartoria della solidarietà Auser di Collemarino: Marta, Clara, Rossella, Egle, Concetta, Lidia, Rosanna, sarte esperte alcune con più di 80 anni, si sono messe a disposizione delle ragazze del Mozambico per aiutarle a confezionare questi bellissimi copricapi colorati. Così nasce il progetto che porta questi originali cappelli all’interno della Pink Room spazio nato nel reparto di oncologia dell’Ospedale Torrette di Ancona,  per dare un aiuto alle  donne colpite dal cancro al seno e che stanno facendo chemioterapia.

Grazie all’impegno dell’Assessore ai servizi sociali del Comune, Dott.ssa Emma Capogrossi,  e delle associazioni Free Woman  e Auser,  è nato un progetto  unico nel suo genere, che coniuga perfettamente la tradizione di una nazione lontana, il Mozambico, con la tradizione manifatturiera tipica Italiana, a favore della solidarietà verso le donne che sono colpite dal cancro.

Ed è così che Annabel, Loveth e Happy insieme a Marta, Clara, Rossella, Egle, Concetta, Lidia e Rosanna confezionano e aiutano a cucire questi cappelli anche all’interno della Pink Room dell’ospedale. Una piccola grande storia di coraggio, solidarietà e dignità. Donne che aiutano altre donne al di là dell’età e delle differenze culturali. Tutte unite per dare sostegno ad altre donne che stanno lottando per la propria vita.

 

Pubblicato in Parità di genere

Alla luce delle dichiarazioni del Ministro dell’Interno secondo cui, dopo la sperimentazione in alcune città avviata nel settembre scorso, dal prossimo mese di giugno le pistole Taser saranno utilizzate in tutta Italia, Amnesty International Italia ha rinnovato le proprie preoccupazioni circa le possibili conseguenze dell’impiego di tale arma.

Il 20 marzo dello scorso anno, quando venne emanata la prima circolare da parte della Direzione anticrimine, l’organizzazione per i diritti umani aveva chiesto che, prima dell’introduzione di quest'arma, venisse effettuato uno studio sui rischi per la salute collegati al suo impiego e fosse garantita una formazione specifica e approfondita per gli operatori delle forze di polizia.

"Pur se fossero state soddisfatte queste due richieste - aveva sottolineato Amnesty International Italia - il rischio di violazioni dei diritti umani non avrebbe mai potuto essere azzerato, come ampiamente verificato negli Usa, in Canada e in Olanda". 

Ad oggi, dopo sei mesi di sperimentazione, il ministero dell’Interno ha solo reso noto il numero totale degli utilizzi, "senza fornire nessun ulteriore dettaglio (età della persona, genere, provenienza, circostanze ecc.) sui singoli episodi di impiego e sui relativi esiti". 

Inoltre, non risulta essere stato condotto (o, quanto meno, non è stato reso pubblico) uno studio rigoroso e indipendente sugli effetti sulla salute per stabilire le conseguenze dell'utilizzo della pistola Taser sulle persone, specie su soggetti potenzialmente a rischio. 

Di fronte a un uso standardizzato delle pistole Taser da parte delle forze di polizia, compresa la polizia locale, Amnesty International Italia rinnova con urgenza le richieste fatte nel 2018 affinché siano adottate tutte le precauzioni e messi a disposizione i necessari studi medici onde scongiurare al massimo gli effetti letali di un’arma “non letale”.

Pubblicato in Nazionale

“Oggi è una giornata importante nel percorso intrapreso con convinzione, dal nostro Paese e dall’Europa, di lotta ai cambiamenti climatici: l’Unione ha infatti detto sì, in via definitiva, alle nuove norme sulle emissioni di biossido di carbonio per le auto e i veicoli commerciali leggeri, e siamo soddisfatti del contributo fondamentale dato dall’Italia, che si è impegnata fortemente affinché venissero messi nero su bianco obiettivi più ambiziosi. Siamo felici di esserci riusciti”.

Così il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa commenta il via libera del Consiglio dell’Unione europea al taglio delle emissioni Co2 per auto e furgoni, che prevede che dal 2030 le auto e i furgoni nuovi generino in media, rispettivamente, emissioni di Co2 inferiori del 37,5% e del 31% di rispetto ai livelli del 2021. Tra il 2025 e il 2029 le autovetture e i furgoni dovranno generare emissioni di Co2 inferiori del 15%.

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Il 40° Congresso nazionale di Legacoop inizierà a Roma domani e andrà avanti fino a giovedì 18 aprile negli Studi di Cinecittà, Teatro 10, Via Tuscolana 1055. “Rivoluzioni Cooperative, imprese di persone che generano comunità e futuro”, lo slogan scelto per le assise, intende dare il senso della volontà di confermare il ruolo delle imprese cooperative nel promuovere coesione sociale e sviluppo economico inclusivo e sostenibile.

Tra i temi al centro del dibattito, le fratture che segnano l’economia e la società, i rischi e le opportunità della trasformazione digitale per le imprese ed il lavoro, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, e le risposte che la cooperazione può offrire anche attraverso nuove forme di associazionismo imprenditoriale cooperativo.

Interverranno ai lavori Gian Marco Centinaio, Laura Castelli, Virginia Raggi e Nicola Zingaretti prima della relazione del presidente nazionale uscente Mauro Lusetti.

 

Pubblicato in Nazionale

A Foggia un carabiniere ucciso da un pregiudicato. A Napoli agguati davanti una scuola materna. A Roma nuovi arresti contro i Casamonica mentre anche a Milano continuano le indagini dopo il ferimento a un broker della droga. Escalation criminale o attenzione mediatica? Se il dibattito politico è concentrato su migranti e sicurezza o pistola laser e legittima difesa per la rapina in casa, le mafie invece tengono in scacco interi territori.

Lo abbiamo chiesto al giornalista Nello Trocchia (nella foto sotto, ndr) che con le sue inchieste sui fenomeni criminali ha indagato camorra e la mala del foggiano pagandone anche le conseguenze con aggressioni e intimidazioni. In libreria si trova il suo ultimo lavoro: Casamonica, viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma (Utet, 192 pag., 16 euro).

 

Nello, i dati del Viminale dicono che i reati predatori sono in diminuzione. Intanto sulle prime pagine c’è un numero importante di fatti mafiosi di sangue o di arresti come per i Casamonica. Dove sta il corto circuito tra narrazione e politica?

In questi anni di campagna elettorale permanente la percezione abbia soppiantato la realtà della microcriminalità. Prima che arrivasse Salvini al Viminale i reati predatori erano già in diminuzione, il Paese aveva già chiara la fotografia delle priorità. Omicidi, furti e reati vari della criminalità comune sono diminuiti. Invece una presenza enorme e asfissiante sia in termini di economia che di controllo del territorio. Da qualche anno, ancor di più, questa è la fotografia criminale italiana. Uno dei numeri che utilizzo come parametro per spiegare questa situazione è il numero di comuni sciolti per mafia. Invece la priorità politica è diventata un’altra, quella dei reati predatori, e le mafie sono diventate secondarie. Perché questa percezione ha ribaltato la fotografia reale? Basta vedere quali sono le scelte dei partiti nei territori sotto il controllo mafioso: scelte di compromissione. La Lega Nord, partito di governo, che scelte ha fatto in regioni come Campania e Calabria? Scelte di rottura? No. Ci sono inchieste e libri che ci raccontano come i portatori di voti lambiscono quegli ambienti. E così ci troviamo i migranti come pericolo per la sicurezza con tutta la macchina della propaganda, eppure a distanza di un anno dalla formazione del governo la realtà sta soppiantando proprio quella narrazione: la mafia ammazza unendo il Paese.

A proposito di violenza mafiosa e scia di sangue in territori sotto il controllo dei clan: in quale contesto si muove l’omicidio del carabiniere a Foggia?

Quello che è successo a Foggia è indicativo di un quadro diffuso di illegalità dove la presenza dello Stato è un corpo estraneo in quella zona. C’è un’audizione agghiacciante di 5 anni fa dell’ex questore di Foggia che dice: “in questa provincia lo Stato non è percepito come presente, c’è lo sfregio continuo del rispetto delle regole. Bisogna intervenire perché in questo quadro di illegalità ci sono 3 organizzazioni mafiose, quella di Cerignola, della Capitanata e la Società foggiana”. E aggiunse: “cosa vogliamo fare? Vogliamo aspettare che muoia qualcuno di noi o degli innocenti?”. Quell’audizione è rimasta inascoltata e cinque anni dopo sono stati uccisi due agricoltori innocenti e un carabiniere. Tutto era scritto, tutto è stato denunciato. Ma il ribaltamento delle priorità sui fenomeni criminali ha prodotto una totale disattenzione.

Cambiando città, a Roma i Casamonica stanno subendo una serie di arresti. Qui riguarda il tuo ultimo lavoro che ha acceso uno sguardo nuovo su questa famiglia mafiosa. Questa attenzione è reale o “mediatica”?

No no, l’attenzione è vera. La Procura guidata da Pignatone ha fatto un ottimo lavoro sui fenomeni mafiosi e gli ultimi arresti sono la continuazione. Qui la politica e i tweet non c’entrano niente perché l’operazione delle forze dell’ordine la fase due di “Gramigna” sotto il coordinamento dei magistrati. Nel libro Casamonica il pentito Massimiliano Fazzari ha chiarito che eravamo solo all'inizio e il ruolo delle donne quando i mariti sono in carcere. Anche qui è centrale l’indirizzo che deve dare la politica. È ovvio che ci sono corpi investigativi di alto livello ma esiste una quotidianità dove le forze di polizia seguono gli indirizzi politici: la scala di priorità è completamente sbagliata perché non serve salire su una ruspa per abbattere una villa mafiosa. Infatti, attualmente Giuseppe Casamonica abita in una villa molto più grande a pochi metri da un’altra che fu abbattuta. Inoltre sarebbe più simbolico ed efficace non abbattere quelle ville sfarzose ma entrarci dentro e restituirle alla comunità. La legalità deve essere conveniente colpendo i patrimoni dei clan.

Entriamo in un altro settore criminale che secondo gli inquirenti impegna decine di famiglie mafiose. Da Milano a Napoli i rifiuti rappresentano ancora il core business dei clan: siamo nel cuore di un sistema economico. In questo ambito siamo ancora all’anno zero dell’attenzione?

Io non dividerei in due l’Italia. Il problema è unico e la risposta deve essere unica. I clan sono entrati nei rifiuti come in tutti altri affari e non perché, ad esempio, i casalesi sapessero come si fa traffico illecito: sono entrati in un business ideato da un avvocato imprenditore già condannato come Cipriano Chianese. Oggi ci troviamo di fronte a un know how che si inserisce nella modalità del risparmio sui costi di smaltimento. A Napoli o a Caserta, come Milano e Pavia, c’è o non c’è la mafia nel business le imprese hanno un solo obiettivo: risparmiare sugli scarti da smaltire.  Questo è il vero tema. E con la chiusura del mercato cinese si sono verificati i roghi degli impianti che dovevano smaltire. Da 30 anni le aziende legate ai clan hanno creato veri e propri monopoli dove altre imprese sono rimaste schiacciate. Ad esempio il caso dei Pellini che arrestati nel 2006 ma fanno affari dagli anni ’90 e oggi nel 2019 hanno confiscato loro dei beni. Abbiamo imprenditori che hanno smaltito nelle discariche del passato e oggi sono loro l’imprenditoria vincente nel nostro Paese. Insomma, nel settore rifiuti parlare di mafia rischia di essere fuorviante: qui siamo in presenza del delitto d’impresa. E il reato ambientale, purtroppo, è arrivato troppo tardi.

Ultima cosa. Cosa senti di dire ai giovani giornalisti che si cimentano nell’inchiesta dei fenomeni criminali: quanto sono preparati i nostri media ad avere giornalisti liberi che fanno questo tipo di indagine?

Io sono fortunato e non per fare la sviolinata. Ho lavorato in Rai e ora a La7 che è un posto dove fare questo mestiere liberamente. Ai giovani dico chiaramente: le notizie sono un problema. E, soprattutto, le notizie non costruiscono carriere. Siamo nati e cresciuti nel mito di Giancarlo Siani: le notizie non solo non ti aiutano quando le porti ma non ti permettono di uscire dalla precarietà. Esse soddisfano la nostra voglia di cambiare le cose come giornalisti ma non migliorano la condizione individuale. I media non premiano i portatori di notizie.

 

 

Pubblicato in Nazionale

All’inizio era uno sportello di Medici Senza Frontiere (MSF) all’interno dell’Ex-MOI a Torino, per informare migranti e rifugiati sulle modalità di accesso alle cure mediche attraverso il servizio pubblico, poi si è aggiunta la presenza alla ASL di due mediatori interculturali, scelti e formati tra gli stessi abitanti dell’insediamento informale, per fornire supporto nelle pratiche di iscrizione e fruizione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e nell’ottenimento del medico di famiglia o del pediatra. Ne è nata un’esperienza virtuosa, in collaborazione con le autorità locali, che ha consentito a persone in condizioni di marginalità di godere in maniera autonoma del proprio diritto alla salute.

I risultati del progetto di orientamento ai servizi sanitari pubblici territoriali rivolto ai residenti delle palazzine dell’Ex-MOI, realizzato con la collaborazione della ASL “Città di Torino” e del Comune di Torino, sono contenuti nel rapporto di MSF “Inclusi gli Esclusi”, che sarà presentato oggi alle 18 a Torino alla presenza delle istituzioni (maggiori info qui).  

“La ASL più vicina all’Ex-MOI si trova a 600 metri di distanza ma prima del nostro intervento, sette abitanti su dieci, nella quasi totalità titolari di protezione internazionale o umanitaria, non erano iscritti al SSN, per mancanza di informazioni, per barriere amministrative o semplicemente linguistiche. Ora, grazie alla collaborazione con ASL e Comune di Torino, siamo riusciti a includere queste persone nella sanità pubblica e, più in generale, abbiamo contribuito a superare il loro isolamento nei confronti della comunità locale” dichiara la dott.ssa Claudia Lodesani, presidente di MSF.

La fine dell’isolamento in due fasi

Prima dell’intervento di MSF, iniziato alla fine del 2016, gli abitanti dell’Ex-MOI vivevano in un sostanziale isolamento rispetto ai servizi socio-sanitari pubblici territoriali a causa di mancanza di informazione e barriere linguistiche. Il primo ostacolo da superare era dare accesso alle informazioni. Così è stato istituito uno sportello di orientamento socio-sanitario, gestito da operatori e volontari di MSF (studenti, professionisti e pensionati torinesi che hanno scelto di dedicare il loro tempo a questo progetto), con il supporto di mediatori interculturali, scelti e formati tra gli stessi residenti. A questo desk informativo, al 31 dicembre 2018, sono state assistite 469 persone, di cui 40 donne e 14 minori.

Il secondo passo è stato la firma di un Accordo d’intesa tra ASL “Città di Torino” e MSF che ha portato dal 1° marzo 2018 due mediatori interculturali a lavorare presso lo sportello di “Scelta e revoca del medico” in Corso Corsica per facilitare la relazione tra il personale e gli utenti stranieri. L’Accordo è stato in seguito esteso al Comune di Torino con l’intento di fornire la mediazione anche agli uffici anagrafici comunali situati nello stesso stabile.

Grazie anche alla mediazione interculturale, i tempi di iscrizione per gli abitanti dell’Ex-MOI al SSN sono passati dai due mesi all’inizio del 2017 all’attuale settimana. In totale, al 31 dicembre 2018, gli utenti assistiti presso gli sportelli della ASL sono stati 275, mentre sono state 111 le pratiche istruite per l’ottenimento della residenza virtuale, necessaria per la stessa iscrizione al SSN.

“Quando vivevo all’Ex-MOI, nessuno ci dava informazioni su come avere un medico, fare la tessera sanitaria o ottenere la residenza. Le persone si aiutavano tra di loro, ma questo non bastava” ricorda Lamin Sidi Mamman, mediatore interculturale di MSF. “All’inizio eravamo noi di MSF che andavamo a cercare le persone all’interno delle palazzine per fornire le informazioni, oggi mi chiamano di giorno e di notte anche per parlarmi dei loro problemi e chiedere consigli. È molto impegnativo, ma mi piace molto aiutare gli altri” spiega Gighi Tounkara, mediatore interculturale di MSF.

Le richieste di MSF

Come già evidenziato nei due rapporti di MSF Fuori Campo, sono almeno 10.000 i rifugiati e migranti che vivono in insediamenti informali in Italia, in condizioni durissime e con accesso limitato ai beni essenziali e alle cure mediche. I recenti provvedimenti di carattere legislativo e amministrativo adottati a livello nazionale, oltre agli sgomberi senza soluzioni alternative, rischiano di peggiorare le condizioni di salute di queste persone.

Per garantire l’accesso alle cure per migranti e rifugiati, anche alla luce dell’esperienza maturata a Torino, MSF chiede in particolare alle autorità competenti di: promuovere l’accesso da parte degli abitanti degli insediamenti informali ai servizi socio-sanitari territoriali attraverso la piena applicazione delle normative vigenti; prevedere la presenza strutturata di mediatori interculturali nei servizi con accessi più elevati di migranti e rifugiati, in particolare per i servizi di medicina generale dedicati (es. ambulatori STP - Stranieri Temporaneamente Presenti) e quelli ad accesso diretto senza impegnativa (consultori familiari, CSM, SERT, presidi ospedalieri di pronto soccorso)

MSF lavora in Italia dal 1999 con diversi progetti di assistenza sanitaria e psicologica a migranti, rifugiati e richiedenti asilo. A Roma MSF gestisce un centro di riabilitazione per i sopravvissuti alla tortura e per le vittime di trattamenti crudeli e degradanti. A seguito dell’attività di monitoraggio condotta da MSF negli ultimi quattro anni sugli insediamenti informali, a Torino, nelle palazzine dell’Ex-MOI, a Palermo, nel quartiere Ballarò, e a Roma negli insediamenti informali dell’area orientale della città, MSF promuove l’accesso di rifugiati e migranti al servizio sanitario nazionale, superando le barriere linguistiche e amministrative.

I numeri dell’intervento di MSF all’Ex-MOI

Al 31 dicembre 2018 sono state assistite 469 persone, di cui 40 donne e 14 minori. Al momento del primo contatto con MSF, il 74% degli assistiti non era iscritto al SSN e l’82% era privo di medico di famiglia o pediatra di libera scelta. Dal 1° marzo al 31 dicembre 2018, gli utenti assistiti sono stati 275, il 67% dei quali residenti all’Ex-MOI. Il supporto fornito dai mediatori interculturali ha riguardato, per il 60% dei casi, l’iscrizione o il rinnovo al SSN, con l’assegnazione del medico di famiglia. Grazie al lavoro svolto dai due mediatori interculturali i tempi di iscrizione degli abitanti dell’Ex-MOI sono passati dai due mesi all’inizio del 2017 all’attuale settimana.

Al 31 dicembre 2018, sono state 111 le pratiche per l’ottenimento della residenza virtuale istruite con il supporto dei mediatori interculturali di MSF presso gli uffici comunali. Quando necessario, i mediatori interculturali, i volontari e gli operatori di MSF hanno accompagnato personalmente le persone presso gli uffici competenti per l’espletamento delle pratiche.

In totale gli accompagnamenti sono stati 355, dei quali il 49% verso servizi sanitari (sportello di “Scelta e revoca del medico”, CUP, strutture ospedaliere, visite specialistiche) e il 42% verso altri servizi (anagrafe comunale per l’iscrizione anagrafica, agenzia delle entrate, centri per l’impiego).

 

 

 

 

Pubblicato in Salute

“All'uscita dal cinema un gruppo di bambini e bambine rom, accompagnato da due operatrici della Dedalus, è stato aggredito con minacce e insulti da un gruppo di adolescenti italiani”. È la denuncia  di Andrea Morniroli che denuncia un clima pesante anche a Napoli dopo le tensioni di Torre Maura e Casal Bruciato a Roma.

“Occorre un impegno costante e su più luoghi, occorre dire con chiarezza da che parte si sta e contemporaneamente trovare parole, linguaggi, argomenti per parlare con chi oggi è più attratto dal rancore che dalla cura. Occorre denunciare senza se e senza ma ogni azione di intolleranza e razzismo”.

Nell'esprimere la massima vicinanza e il sostegno alle operatrici Dedalus e ai bambini e alle bambine rom Morniroli chiama alla mobilitazione della grande manifestazione contro il razzismo, #primalepersone del 4 maggio a Napoli in piazza Garibaldi.

L’iniziativa che segue quella di Milano è partita da un appello di esponenti della società civile che si sono incontrati al cinema Modernissimo lo scorso 6 aprile: “la nostra Costituzione dice che siamo tutte e tutti uguali. Vengono prima le persone. È tempo di riaffermare che le differenze legate al genere, all'etnia, alla condizione sociale, alla religione, all'orientamento sessuale, alla nazione di provenienza sono una ricchezza da valorizzare e non un motivo per discriminare e negare soggettività. Chiamiamo tutte e tutti alla mobilitazione permanente contro la deriva culturale, sociale ed etica che usa paura e risentimento per minacciare come mai prima i principi fondanti della nostra Repubblica e che ripropone istanze fasciste, razziste, sessiste e omofobe”.

A chiamare la piazza, tra gli altri, ci sono Maurizio Braucci, Renato Briganti, Domenico Ciruzzi, Sergio D'Angelo, Elena de Filippo, Antonella Di Nocera, Renato Natale, Raffaella Palladino e Alex Zanotelli

 

 

Pubblicato in Campania
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