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Martedì, 15 Ottobre 2019

Articoli filtrati per data: Venerdì, 05 Aprile 2019 - nelPaese.it

“Chiediamo che la proposta di legge della giunta regionale sull’accoglienza sia approvata in tempi rapidi e possa contribuire a correggere alcune delle difficoltà che il decreto Salvini sta creando sui territori, mettendo in crisi quel sistema di accoglienza diffusa che in questi anni ha garantito servizi e progetti di inclusione sociale e formazione”.

È l’appello che arriva dai rappresentanti di Legacoop Toscana - Area Welfare, Forum toscano del Terzo Settore, Arci Toscana, Cnca Toscana e Diaconia Valdese Fiorentina, riuniti oggi a Firenze per la tavola rotonda dell’iniziativa organizzata da Legacoop Toscana “Il ‘decreto Salvini’ e il sistema di accoglienza”.

Legacoop Toscana ha proposto insieme agli altri enti del Terzo Settore un’integrazione al testo di legge all’esame del Consiglio regionale affinché, accanto all’accesso all’istruzione obbligatoria e ai servizi all’infanzia, sia garantita per i minori di origine straniera richiedenti il permesso di soggiorno la continuità dei percorsi formativi e di istruzione, anche gestiti dagli enti del Terzo Settore.

“In Toscana non deve succedere che minori stranieri che hanno già intrapreso percorsi educativi siano sradicati, magari nel giro di poche ore, dai contesti territoriali in cui sono inseriti”, afferma il responsabile del Dipartimento Area Welfare di Legacoop Toscana Marco Paolicchi . Che interviene anche sui nuovi bandi per l’affidamento dei servizi di gestione accoglienza migranti che le Prefetture toscane stanno emanando in questi mesi: “Abbiamo inviato alla Prefettura di Pisa una lettera per chiedere la sospensione o modifica del bando, richiesta che abbiamo rivolto anche alle Prefetture di Pistoia, Livorno, Siena e Massa – sottolinea Paolicchi – perché vengono tagliati alcuni servizi fondamentali per l’integrazione e l’inclusione sociale, a cominciare dall’insegnamento della lingua italiana”.

La proposta delle realtà del Terzo Settore è di una collaborazione tra Regione, Comuni e soggetti gestori per realizzare progetti mirati all’inclusione sociale, alla prevenzione della marginalità estrema e al mantenimento di un buon livello occupazionale per gli operatori. “Gli enti locali possono tramite la costituzione di una rete di partenariato regionale, in particolare attraverso specifici bandi europei, avanzare istanze per la raccolta di fondi e finanziamenti in collaborazione con il terzo settore - spiega Paolicchi – e anche gli stessi enti del privato sociale possono impegnare forme proprie di autofinanziamento”.

Legacoop Toscana realizzerà corsi di alfabetizzazione e di lingua italiana per una parte dei migranti accolti nelle strutture gestite da proprie cooperative sociali. “Con la Fondazione Noi Legacoop Toscana abbiamo deciso di finanziare i corsi di italiano che in sostanza vengono eliminati dal decreto – afferma il presidente di Legacoop Toscana Roberto Negrini –, questo per non privare i richiedenti asilo dell’unico vero strumento di autonomia, la conoscenza della lingua italiana, fondamentale per accedere ai servizi primari e per inserirsi nel contesto socio-territoriale e lavorativo”. Con un finanziamento annuo di 30mila euro da parte della Fondazione NOI – Legacoop Toscana e con l’impegno da parte delle cooperative che gestiranno il servizio sarà possibile far frequentare i corsi a circa 1000 persone realizzando 50 percorsi formativi della durata di 2 mesi ciascuno.

I numeri

A inizio ottobre 2018 erano 1251 le persone ospitate in strutture gestite dalle cooperative sociali di Legacoop Toscana nell’ambito di servizi di accoglienza straordinaria di persone richiedenti asilo (CAS) e di accoglienza all’interno del sistema SPRAR (pari a circa il 10% dei richiedenti asilo dimoranti sul territorio toscano): 19 le cooperative coinvolte per un totale di 131 strutture gestite in tutto il territorio toscano, per la quasi totalità appartamenti e case singole nel rispetto dell’“accoglienza diffusa”. 

Pubblicato in Toscana

Oltre 30.000 persone, costrette a fuggire verso la città di Monguno dopo i nuovi episodi di violenza scoppiati lo scorso dicembre nello stato di Borno in Nigeria, hanno urgente bisogno di rifugi, acqua, servizi sanitari, cibo, protezione, cure mediche e supporto psicologico, è l’allarme lanciato da Medici Senza Frontiere (MSF).  

I bisogni umanitari fondamentali delle persone non stanno trovando adeguata risposta ed è necessario maggior coordinamento tra governo locale, Nazioni Unite e organizzazioni non governative per aumentare gli aiuti nella città di Monguno ed evitare una situazione catastrofica con l’arrivo della stagione delle piogge in maggio. 

Da dieci anni gli abitanti dello stato di Borno si sono dovuti confrontare con violenza, sfruttamento ed insicurezza. Queste condizioni di vita precarie mettono a rischio la loro salute. Gli ultimi scontri hanno costretto ancora una volta decine di migliaia di persone a lasciare casa, campi e tutti i propri averi, lasciandole in gravi difficoltà. 

“Tante persone appena arrivate a Monguno sono fuggite lasciando dietro di sé tutto quello che avevano” dichiara Musa Baba, responsabile MSF per gli affari umanitari. “Vivevano in zone in cui potevano coltivare. Adesso sono costretti a dormire in strada o dovunque trovino un posto dove stare, affamati, assetati, esposti a temperature molto alte durante il giorno e basse nella notte.” 

Un grande problema a Monguno è la mancanza di terreni in cui costruire rifugi per i nuovi arrivati. Migliaia di sfollati non trovano spazio per una sistemazione e finiscono per dormire nelle strade della città per settimane, a volte mesi. MSF, insieme ad altre organizzazioni umanitarie, ha costruito rifugi in diversi campi ed ha ora la possibilità di accogliere più sfollati. Le equipe di MSF hanno allestito 100 tendoni e sono pronti a sistemare 700 rifugi aggiuntivi.  “La situazione attuale, con persone molto vulnerabili - donne, bambini ed anziani – costrette a vivere in strada piuttosto che in un campo o tra la comunità ospitante, aumenta il rischio di abusi e il loro bisogno di protezione” spiega Musa. 

Tra le donne del campo di Abbari c’è Hajja Bukar, 35 anni, arrivata a Monguno due mesi fa insieme ai suoi quattro bambini dopo due giorni di cammino. Questa non è la prima volta che lascia il suo villaggio a causa di violenti attacchi.  “La prima volta siamo rimasti qui per quattro mesi, poi siamo dovuti tornare a casa perché non avevamo niente. Siamo tornati per curare i nostri campi e raccogliere qualcosa da mangiare. Quando il nostro villaggio è stato attaccato alle 4 di mattina, le case sono state bruciate e molti sono morti mentre dormivano. Volevamo tornare per cercare di salvare le nostre cose, ma non è sicuro per noi. Abbiamo paura di andare nei campi perché i nostri uomini che sono tornati sono stati uccisi da Boko Haram”.  

Hajja ha perso il suo primo figlio durante un violento attacco al villaggio. Racconta di come sia morto per lo spavento: “Il rumore delle bombe e dei colpi erano continui, ci sono stati molti attacchi e tanti morti. Era così terrorizzato che ha iniziato ad avere palpitazioni, poi febbre, e alla fine è morto”.  Oggi Hajja vive con i suoi quattro figli in un riparo di fortuna, fatto con rami e pezzi di stoffa, all’interno di un campo per sfollati. Insieme alle altre donne, sopravvive facendo lavori domestici, come lavare i piatti, in cambio di una somma di denaro. Gli uomini del campo vanno ogni tanto nel bosco per raccogliere la legna e venderla. 

Le condizioni precarie in cui vivono gli sfollati a Monguno, con scarso accesso a servizi igienici ed acqua potabile, aumentano il rischio di polmonite, diarrea, malaria ed altre malattie prevenibili. Con poche latrine disponibili, la maggior parte delle persone utilizza aree di defecazione all’aperto, che si allagano nelle stagioni delle piogge aggravando le condizioni igieniche e di salute. 

 

Pubblicato in Dal mondo

"Subito dopo la legge sul dissesto idrogeologico, il ddl Cantiere Ambiente, approveremo la norma Terra Mia che nell'ossatura è già stata completata". Lo ha annunciato il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, durante un convegno nel complesso di Monte Sant'Angelo dell'università di Napoli Federico II.

Il ministro ha spiegato che anche le norme penali sono state definite dopo un confronto con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. "Introduciamo due novità - ha detto Costa -, la prima prevede il Daspo, ovvero chi inquina deve andare via dal territorio. La seconda prevede che per chi commette reati di disastro ambientale si applica l'inversione dell'onere della prova prevista dalla legge Falcone e Borsellino. Oggi si applica solo per i reati mafiosi ma la estendiamo anche a coloro che inquinano che dovranno rispondere del loro gesto con tutto il proprio patrimonio. Chi inquina - assicura il ministro - deve restare in mutande".

Costa ha sottolineato, infine, la necessità di "arricchire la norma grazie al dibattito parlamentare. Spesso il parlamento viene 'commissariato', si dice, e invece in questo caso ci sarà un grande dibattito".

(Fonte: Redattore Sociale/Dire)

Pubblicato in Ambiente&Territorio

La Nazionale Italiana Femminile di Pallavolo ha deciso di donare a AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma) il prezioso premio ricevuto agli ultimi "Gazzetta Sport Awards" per la categoria "Squadra dell'anno".

Il premio, che consiste in un prestigioso anello realizzato da Damiani, sarà consegnato direttamente dal Vice Presidente della Fipav, Giuseppe Manfredi, al Presidente dell'Associazione Sergio Amadori in occasione del CHARITY GALA di martedì 9 aprile a ROMA (Spazio Novecento, EUR), giorno in cui AIL festeggia i suoi 50 anni di impegno sociale.

 «Abbiamo ottenuto questo prestigioso premio dei Gazzetta Sport Awards grazie al nostro bellissimo cammino nel Campionato del Mondo, che come ricordo ci ha lasciato una fantastica medaglia d'Argento – spiega la capitana delle azzurre Cristina Chirichella - Per tutto il torneo ci siamo paragonate a un "circuito di d'energia capace di alimentarsi a vicenda" e adesso quest'energia vogliamo trasmetterla a chi ne ha più bisogno. Grazie al lavoro dell'Ail speriamo davvero di dare un aiuto concreto a tutti i pazienti che ogni giorno devono scendere in campo per affrontare la malattia».

Il Charity Gala di AIL, realizzato con il patrocinio della Regione Lazio, è dedicato al Professor Franco Mandelli, illustre ematologo scomparso lo scorso luglio all'età di 87 anni. Il Prof. Mandelli ha dedicato tutta la sua vita alla cura dei tumori del sangue e alla solidarietà.

I fondi ricavati durante la serata saranno destinati a sostenere i servizi dell'AIL di Assistenza Domiciliare attivi in tutta Italia e rivolti ai pazienti affetti da tumori del sangue.

Il servizio di Cure Domiciliari dell'AIL è dedicato ai pazienti che, dopo un primo periodo di ospedalizzazione, possono proseguire le cure in casa propria. Si tratta di un'attività che incrementa notevolmente la qualità della vita e la capacità di gestire con facilità le difficili fasi della malattia all'interno di un contesto familiare.

AIL, grazie al contributo di migliaia di sostenitori, è riuscita a sostenere 42 servizi di assistenza domiciliare attivi sul territorio nazionale; assistere ogni anno 2.500 pazienti presso la loro abitazione; sostenere circa 45.000 prestazioni sanitarie a domicilio da parte delle équipe professionali(2017); investire 5.131.174 euro per finanziare i servizi (2017).

 

Pubblicato in Salute

Nei giorni scorsi si è molto parlato del bando della Prefettura di Genova per assegnare i servizi di accoglienza. I parametri previsti dal bando, a scadenza brevissima, “in coerenza con i dettami ministeriali del decreto sicurezza oltre a non tutelare i diritti fondamentali, non consentono una gestione efficace neanche da un punto di vista 'alberghiero' ; 7 minuti da dedicare agli ospiti, meccanismi inefficaci per gestire la quotidianità, creano difficoltà nell’applicazione dei contratti di lavoro”. Questo dichiara l’Alleanza delle cooperative Liguria in una nota.

“Si umiliano le persone – continua il comunicato - si negano diritti fondamentali, si produce tensione e insicurezza, si cancellano posti di lavoro, si punta a megastrutture con funzioni alberghiere e di contenimento.Un sentimento che accomuna tutte le cooperative aderenti all’Alleanza delle Cooperative Italiane (AGCI, Confcooperative, Legacoop ), sia quelle che hanno partecipato al bando, sia quelle che hanno deciso di non farlo”.

“Anche chi ha partecipato (soprattutto le cooperative con un numero elevato di ospiti) lo ha fatto per tutelare gli ospiti, almeno una parte dei posti di lavoro e per traguardare una dismissione graduale delle attività. Senza il terzo settore e la cooperazione sociale sarebbe stato impossibile far fronte alla domanda e fornire buona accoglienza diffusa nel territorio, accompagnata a processi di istruzione e formazione professionale volti all’inclusione delle persone ed a dar loro strumenti per il potenziale inserimento lavorativo e nella comunità”, aggiungono le cooperative liguri.

In tal modo, la buona cooperazione ha potuto prendere le distanze (ben prima dell’inchiesta “Mondo di mezzo-mafia capitale”, e proprio per questo in tale occasione “siamo stati riconosciuti come parte civile) da esperienze economicistiche e talvolta scorrette”.

La cooperazione è andata oltre “la ristretta offerta di prestazioni per contribuire all’affermazione di strategie ampie di cittadinanza sociale, costruendo codici di autoregolamentazione e firmando la Carta della Buona Accoglienza sia a livello nazionale che in Liguria che è diventata il riferimento per la nostra azione”.

“Con i 35 euro – conclude la nota - abbiamo costruito risposte ai bisogni di persone fragili, posti di lavoro buono, abbiamo fatto formazione, abbiamo pagato affitti, abbiamo comprato suppellettili, vestiti e generi alimentari, abbiamo prodotto ricadute economiche nei nostri territori. Il nostro obiettivo è collaborare ad una reale integrazione delle persone nelle nostre comunità e nei nostri territori. Ed oggi tutto questo diventa impossibile”.

 

Pubblicato in Liguria

A Lecco un ristorante dove prima c’era la ‘ndrangheta. Un terreno confiscato alla camorra in provincia di Viterbo dove fare inclusione lavorativa. Un nido in un immobile che era nelle mani del clan dei casalesi a Casal di Principe. Sono le tre storie del documentario “Un bene di tutti”: tre cooperative sociali, La Fabbrica di Olinda, coop Alicenova e coop Eva, che recuperano e restituiscono alla comunità edifici, aziende e terreni confiscati.

Pubblicato in Video
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