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Lunedì, 17 Giugno 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 08 Aprile 2019 - nelPaese.it

“Il nostro è un appello a tutte e a tutti: diamo vita a una grande iniziativa pubblica anche  Friuli Venezia Giulia, come a Milano poche settimane fa e in altre parti d'Italia, per ri/mettere al centro le persone e l'ambiente nel quale viviamo”. Inizia così l’appello di decine di organizzazioni per una manifestazione a Trieste il prossimo 13 aprile. Anpi, Arci, Acli, Libera, Medici senza frontiere, Emergency, Cgil e Legacoopsociali del Friuli Venezia Giulia sono solo alcuni dei firmatari che chiamano la mobilitazione come quella di Milano lo scorso 2 marzo.

“La politica della paura – è scritto nell’appello - e il pensiero negativo e disumano della discriminazione vengono sistematicamente perseguite per alimentare l'odio e creare cittadine e cittadini di serie A e di serie B. L'Italia è, invece, il Paese dai mille gesti concreti di accoglienza, il Paese che non si gira dall'altra parte, che non si vanta di aver chiuso i porti rimandando nei lager libici i migranti, che non ci sta a scambiare il proprio presunto benessere con migliaia di persone morte nel Mediterraneo”.

“L'Italia è il Paese che denuncia – dicono le organizzazioni sociali - e si attiva contro la chiusura delle frontiere della nuova rotta balcanica; è il Paese che è spaventato dall'abisso di volgare e pericolosissimo razzismo in cui ci si vuole precipitare. Per noi, invece, nemici sono  l'indifferenza, la diseguaglianza, lo sfruttamento, la condizione di precarietà. Inclusione, pari opportunità e una democrazia reale per un Paese senza discriminazioni, senza muri, senza barriere Casa, scuola, lavoro/reddito, salute, sono le basi di vita da assicurare a tutte/i: questi gli ideali, i progetti, l'etica dei diritti umani per tutte/i”.

“Perchè crediamo – aggiungono - che la buona politica debba essere fondata sull'affermazione dei diritti umani, sociali e civili. Perchè pensiamo che le differenze - legate al genere, all'etnia, all'orientamento sessuale, alla condizione sociale, alla religione, alla nazione di provenienza o alle diverse aree geografiche regionali e persino alla salute, non debbano mai diventare un'occasione per individuare persone da segrare, nemici da perseguire e ghettizzare o individui da  emarginare”.

“Noi – concludono - che viviamo in una regione che vuol fare della convivenza, delle diversità anche linguistiche e culturali,  la sua bandiera, siamo antirazziste/i, antifasciste/i e siamo convinte/i che le differenze siano un valore e una ricchezza”.

 

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

“Siamo nel processo giusto e, dopo anni in cui la famiglia Cucchi e’ stata abbandonata, lo Stato e’ al nostro fianco, anzi al fianco della verita’”. Commenta così Ilaria Cucchi la svolta nel processo, con l’Arma pronta a costituirsi parte civile contro i carabinieri, a margine della deposizione oggi in Aula davanti alla prima Corte d’assise di Roma di Francesco Tedesco, il militare super teste e imputato per omicidio preterintenzionale che ha accusato i colleghi (coimputati) nel processo per la morte di Stefano Cucchi.

“Questo è un giorno in cui speravamo– dice Ilaria Cucchi ai giornalisti presenti- Il mio appello, ora in cui finalmente siamo nel processo giusto, e’ di non vanificare gli sforzi fatti per arrivare fin qui. Con la deposizione di Tedesco oggi il pestaggio sara’ chiaro e sara’ poi il momento di dimostrare che tutte le perizie successive furono scritte a tavolino”.

La sorella di Stefano Cucchi tiene poi a ribadire che “i carabinieri coinvolti nei depistaggi e nel pestaggio di Stefano rappresentano solo se stessi e non l’Arma e la stragrande maggioranza di carabinieri. E per questo anche lo Stato e’ una parte lesa“. Ed e’ in questo giorno di “svolta” che “non a caso, dopo molto udienze, finalmente tornano in aula i miei genitori”, conclude Ilaria Cucchi.

“Vorrei chiedere scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria imputati nel primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile”. Così il vicebrigadiere del Carabinieri, Francesco Tedesco (attualmente sospeso dal servizio), supertestimone del processo bis sulla morte di Stefano Cucchi (dove e’ imputato per omicidio preterintenzionale, falso e calunnia) in apertura della sua deposizione davanti alla I corte d’assiste del Tribunale di Roma. 

(Fonte: Redattore Sociale/Dire)

 

Pubblicato in Nazionale

In occasione del 25mo anniversario dell'inizio del genocidio del Ruanda, Amnesty International ha dichiarato che la pericolosa tendenza globale verso politiche divisive e piene d'odio è la prova che il mondo non ha imparato la terribile lezione del 1994. 

"Troppo spesso la coscienza dei leader mondiali si desta vergognosamente dopo atrocità di massa; poi le notizie cambiano e gli esponenti politici riprendono rapidamente a spargere esattamente quella retorica odiosa e disumanizzante che alimenta quegli eventi orribili"; ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International. 

In soli 100 giorni tra aprile e luglio del 1994 furono uccise oltre 800.000 persone, in maggioranza tutsi, nel tentativo del governo ruandese in carica di eliminare il loro gruppo etnico. Tra le vittime vi furono anche hutu che si opponevano al genocidio. 

Quel genocidio fu pianificato. Il governo ad interim che assunse il potere dopo che l'aereo del presidente Juvenal Habyarimana esplose in volo sui cieli della capitale Kigali, demonizzò intenzionalmente la minoranza tutsi, scegliendo di manipolare ed esacerbare le tensioni già in atto e ricorrendo all'odio nel tentativo di rimanere al potere. 

"In questo tremendo anniversario, siamo accanto alle vittime, alle loro famiglie e ai sopravvissuti nella loro pena e nel loro dolore. Ricordare deve servire a risvegliare le nostre coscienze e a sollecitare la nostra comune umanità. Siamo tutti esseri umani con gli stessi diritti umani e desiderosi di vivere liberi dalla violenza e dalla repressione", ha proseguito Naidoo. 

L'aumento delle politiche di demonizzazione, documentate ampiamente da Amnesty International, continuano a erodere gravemente i diritti umani. Esponenti politici che cercano di vincere le elezioni a ogni costo inventano in modo cinico e sistematico capri espiatori sulla base dell'identità - religiosa, etnica, razziale o sessuale - spesso per distrarre l'opinione pubblica dall'incapacità dei governi di garantire quei diritti umani che assicurerebbero la sicurezza economica e sociale. Questo ha dato luogo a pericolose narrative del "noi contro loro", instillando paura e repressione a scapito dell'umanità e del rispetto per i diritti umani. 

Nei 25 anni successivi al genocidio, il mondo ha assistito a innumerevoli crimini di diritto internazionale, spesso provocati dalle stesse tattiche di esclusione e demonizzazione usate nel 1994 dal governo ruandese alla vigilia del genocidio. 

In Myanmar, nel 2017, dopo decenni di discriminazione e persecuzione della minoranza rohingya, prevalentemente musulmana, oltre 700.000 persone sono state costrette a fuggire in Bangladesh a seguito di una crudele campagna di pulizia etnica portata a termine dalle forze armate. 

Migliaia di persone di etnia rohingya sono state uccise, stuprate, torturate e sottoposte a ulteriori violazioni dei diritti umani. Opportunamente, le Nazioni Unite hanno chiesto che alti ufficiali dell'esercito di Myanmar siano chiamati a rispondere di crimini contro l'umanità e genocidio. L'Ufficio della procuratrice del Tribunale penale internazionale ha deciso a sua volta di avviare un'indagine preliminare. 

In un anno nel quale si svolgeranno molte elezioni - tra cui quelle in India e per il Parlamento europeo - che spesso sono il detonatore per le politiche di demonizzazione, i leader mondiali devono impegnarsi a fare politica in modo diverso. 

"Dopo il genocidio in Ruanda il mondo concordò che l'odio e le politiche divisive non sarebbero mai più stati tollerati. Invece, di volta in volta, abbiamo assistito con mortificato orrore a ulteriori atrocità di massa. Dovremmo apprendere da queste tragedie, come pare stia facendo la Nuova Zelanda, praticando una politica più gentile che metta in primo piano la nostra comune umanità e ci faccia elogiare le nostre differenze", ha concluso Naidoo. 

Pubblicato in Nazionale

Carcere e reinserimento sociale, un tema che oggi ancor di più merita di essere affrontato con attenzione. Cosa (non) è stato fatto e quanto c'è ancora da fare. Un convegno il prossimo 12 aprile si terrà a Cercola, in provincia di Napoli, su questi temi.  Il confronto tra relatori sarà sviluppato intorno alla presentazione del libro 'Mi chiamano sbandato', scritto dal carcere e recentemente pubblicato dalla casa editrice romana 'Il Galeone'.

E sarà strutturato in modo da interagire con tutti i presenti, al fine di dare risposta anche al più frustrante degli interrogativi posti dal pubblico. Interverrà personalmente anche l'autore Eugenio Deidda, meglio conosciuto come Edmond, attualmente detenuto domiciliare in Roma autorizzato per l'occasione a raggiungere Cercola per qualche ora.

Dall'introduzione del penalista Giuseppe Milazzo: “La rabbia di questo ragazzo tradotta in parole è la storia del mondo che viviamo. L’eterna lotta tra il ladro che vive di sogni e gli uomini di legge che si danno da fare per infrangerli. Da lui narrata in maniera scultorea, con le mani che imprimono sulla materia la sub-esistenza detentiva, mentre forse digrigna i denti e spezza la matita stretta troppo forte tra le dita”.

Convegno promosso dall'associazione DIMENSIONE FORENSE con il Patrocinio del Comune di Cercola.  Modererà l'incontro il giornalista Giuseppe Manzo e, dopo i saluti dell'avvocato Armando Rossi del foro di Napoli e del presidente di 'Dimensione Forense' Francesco Donzelli, interverranno anche il sindaco di Cercola Vincenzo Fiengo, l'avvocato Immacolata Romano, l'ex presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli Carmine Antonio Esposito, il Garante Detenuti Campania Samuele Ciambriello e l'avvocato Giuseppe Milazzo.

Pubblicato in Campania

Il Parlamento europeo è il primo parlamento transnazionale della storia dell’umanità. Le prossime consultazioni di fine maggio, per eleggerne i componenti, costituiranno la seconda chiamata democratica del Pianeta per numero di elettori, seconda solo alle elezioni indiane. “Abbiamo messo in fila alcuni dei principali temi che dalle istituzioni europee dipendono, per comprendere quanto è stato fatto, quanto c’è ancora da fare e qual è la posta in gioco. Dal clima al welfare, ecco la posta in gioco quando parliamo di Europa”.

Sul numero di Aprile di Altreconomia l'analisi dell’operato dell’Unione in vista del voto per il Parlamento di fine maggio. Luci, ombre e ancora tanto lavoro da fare. 

Nel nuovo numero inoltre:

– Carlo Smuraglia. La nuova Resistenza. Colloquio con il presidente emerito dell’Associazione nazionale partigiani italiani alla vigilia del 25 aprile;

– La rinascita rischiosa in Sri Lanka, tra capitali cinesi e finanza offshore.Reportage da Colombo, capitale del Paese affacciato sull’Oceano Indiano, al centro di interessi commerciali;

– Le Province provano a ripartire, dopo cinque anni di emergenza. Nell’aprile 2014 era stato lanciato il “riordino” degli enti locali tramite la “Legge Delrio”. Il bilancio è disastroso;

– Perché è importante continuare a parlare di tortura (anche in Italia). Vivere in un Paese democratico non mette al riparo dal rischio di subire abusi, trattamenti inumani e degradanti. Intervista alla psicologa Marialuisa Menegatto;

– Le buone politiche del cibo che fanno crescere le città. Amministrazioni locali o gruppi di cittadini sperimentano nuovi percorsi per connettere gli spazi urbani a quelli rurali, per una gestione sostenibile e senza sprechi delle filiere alimentari;

– Presìdi di rigenerazione urbana: ecco le scuole che creano comunità. A partire dal Sud Italia, il racconto dei progetti che aprono le porte degli istituti comprensivi per rispondere ai bisogni delle realtà locali;

– Il futuro che si costruisce aspettando il “fine pena”. La “legge Smuraglia” sostiene la creazione di lavoro all’interno delle carceri. Negli ultimi dieci anni sono cresciute esperienze virtuose;

– Nella “roccaforte di Hezbollah”, dove il Libano sta cambiando volto. Il sobborgo di Dahieh, a Sud della capitale Beirut, è una sorta di evoluzione
in quartiere di un immenso campo profughi, popolato sopratutto da chi ha radici altrove;

– Dalla Spagna all’Italia, le storie dei combattenti e la Resistenza europea.L’Istituto Ferruccio Parri di Milano custodisce i documenti dei 4.500 volontari -donne e uomini- che lottarono contro la dittatura franchista;

– Francesco Michi. Quotidiano sonoro. Con “TheBigEar”, il musicista ha creato una piattaforma online aperta a tutti, dove raccogliere suoni da tutto il mondo. Un’idea innovativa di educazione all’ascolto;

 

Pubblicato in Economia sociale

La Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap aveva denunciato il fatto che il Ponte di Calatrava a Venezia fosse "un monumento all’esclusione". Se il costosissimo quarto ponte sul Canal Grande deve rappresentare l’eredità culturale dell’epoca in cui è costruito, al pari di ogni altra opera dei secoli scorsi, “esso testimonia innegabilmente una cultura di esclusione”.

Infatti un’opera civile che “tradisce le esigenze della comunità a cui si rivolge è un errore progettuale, una violazione del diritto umano alla partecipazione la cui responsabilità è parimenti distribuita fra progettisti e decisori politici che si sono alternati in questi anni. Atti tanto più gravi perché si consumano a Venezia, un patrimonio dell’Umanità intera”.

Quel Ponte, pur costruito nel XXI secolo, è inaccessibile alle persone con disabilità, di difficile percorribilità per anziani e per chiunque altro, complici i materiali sdrucciolevoli con cui è realizzato, l’alternante lunghezza delle pedate dei gradini che costringono ad innaturali cambi di passo, le scarse differenze cromatiche: il contrario della progettazione universale, come FISH ripete da anni. Lo dimostrano le frequenti cadute poi oggetto di richiesta di indennizzo al Comune di Venezia.

“Di fronte a tali evidenze – mai ammesse formalmente – si è deciso di adottare una soluzione assurda sotto il profilo tecnico e non solo: l’ovovia. Contro di essa la FISH si era espressa in modo contrarissimo giudicandola inutile, dai costi ingiustificati, disagevole, di difficile manutenzione, a rischio costante di blocco. Il Comune ha proseguito imperterrito verso quella soluzione, ignorando caparbiamente i suggerimenti delle organizzazioni delle persone con disabilità salvo poi scontrarsi con l’evidenza dei fatti”.

Oggi siamo all’esito finale: l’ovovia può essere smantellata dal Comune senza correre il rischio di una denuncia per danno erariale. E quindi, ad un costo (solo stimato, poi si vedrà) di 40.000 euro – a carico dei cittadini – l’ovovia sarà rottamata. “Su questa vicenda la FISH formula una proposta culturale e politica (a costo zero). L’ovovia – disattivata, portata al centro della campata, illuminata – rimanga lì dove si trova. Vi resti quale monito all’esclusione, quale modello negativo di ciò che non bisogna fare per garantire l’inclusione delle persone con disabilità e per il bene comune. Rimanga e ne venga evidenziata la storia e gli errori: sarebbe profondamente educativo per tanti progettisti, per tanti decisori politici, per tanti cittadini”.

Al contempo, “con un orgoglioso sussulto di cittadinanza”, chiediamo che anche “la toponomastica divenga coerente ai fatti. La denominazione “Ponte della Costituzione” è un insulto alla Carta costituzionale che è alla base della convivenza civile del nostro Paese ed è uno schiaffo all’articolo 3 della stessa Costituzione che dal 1948 ci rammenta che tutti i cittadini sono uguali. Si cambi il nome di quel Ponte, per rispetto ai cittadini, per rispetto alla Costituzione”.

 

Pubblicato in Veneto

I bambini, si sa, crescono velocemente e cambiano in continuazione le loro esigenze. Spesso le famiglie si trovano sole ad affrontare la quotidianità con poche possibilità di condividere con altre famiglie i loro bisogni. Per dare un'opportunità ai nuclei del territorio della piana di Lucca di scambiarsi gratuitamente beni e condividere oggetti, servizi ed esperienze nasce Condividimi, la prima piattaforma digitale in cui è possibile mettere in collegamento i bisogni e le proposte delle famiglie con bambini in un'ottica di scambio e reciprocità. 

Il funzionamento di Condividimi è semplice: chiunque può iscriversi alla piattaforma inserendo pochi e semplici dati e pubblicare i propri annunci per proporre oggetti o servizi che non utilizza più o cercarne altri. Condividimi è una delle attività del progetto "Lucca In: inter-relazioni in natura contro la povertà", coordinato dal Comune di Lucca, che da un anno sta proponendo con la partecipazione di Comuni, enti e associazioni azioni e iniziative per dare nuove possibilità educative alle famiglie del territorio lucchese. 

"Questa nuova azione -spiega l'assessora alle politiche formative del Comune di Lucca Ilaria Vietina- nasce con l'obiettivo di dare alle famiglie la possibilità di incontrarsi nella condivisione. Vogliamo che esista un luogo su cui si può contare, in cui chiunque possa proporre o cercare oggetti, ma anche competenze e disponibilità senza la mediazione del denaro. La condivisione e lo scambio possono avvenire all'interno di un contesto in cui creare relazioni, contando sulla possibilità di scambiare beni e abilità. Al centro dello scambio non ci sono  soltanto oggetti veri e propri, ma anche competenze, servizi e piccole gite fuori porta ed escursioni in natura, attività che porteranno alla reciproca conoscenza e alla collaborazione e che permetteranno di costruire una comunità di condivisione". 

La piattaforma è ospitata dal sito luccakids.com e funziona appunto sia per lo scambio di beni sia per la condivisione di servizi ed esperienze. Si può proporre o cercare di tutto: dagli abiti per bambini a quelli premaman, dai giochi ai passeggini, ma anche condividere competenze e disponibilità -come ad esempio di babysitting- per ricevere in cambio tutto ciò che serve senza spendere denaro. 

Tutti gli utenti dopo una procedura di registrazione rapida e gratuita possono inserire un annuncio con le proprie offerte e visualizzare quelli già inseriti e dare il via allo scambio, che avviene secondo modalità liberamente concordate tra gli utenti. Il progetto nasce con lo scopo di promuovere la cultura dello scambio, della condivisione e del riuso, sia per educare alla gratuità, sia per rimettere in circolo oggetti, impedendo la loro declassificazione a “rifiuto”, sia per creare rete tra le famiglie lucchesi.

La piattaforma Condividimi verrà presentata anche domenica 14 aprile durante la giornata di scambio libero e gratuito di abiti e accessori per bambini che la Caritas Diocesana organizza in collaborazione con il Comune di Lucca alla Ludoteca "Il Tempo di Momo", in Via Urbiciani 362 a San Concordio. Durante la giornata -dalle 15 alle 19- verranno esposti, organizzati per tipo e categoria, diverso materiale e accessori che i partecipanti potranno prendere liberamente. 

Contemporaneamente verranno proposte dimostrazioni di attività che si svolgono in Ludoteca ed altre attività legate all'educazione al riuso.

 

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

La salute è un diritto costituzionale. Anche per quei cittadini e cittadine che usano sostanze, legali e illegali. Per loro, sono previsti sia trattamenti di cura che interventi di riduzione del danno e del rischio (RdD).

Questi ultimi tutelano la salute e il benessere delle persone che usano sostanze, e che non possono o non vogliono smettere di usarle, ma non per questo sono destinati a vedere la loro salute compromessa. Un approccio vincente, adottato in tutta Europa e in molti paesi del mondo. Anche in Italia da decenni politiche e interventi di RdD dimostrano che è possibile lavorare per la qualità della vita e della salute di chi usa sostanze.

Dopo decenni di stallo istituzionale, finalmente nel gennaio del 2017, la RdD è entrata a far parte dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), con il DPCM del 12 gennaio 2017.  “Sembrava una buona notizia.  Ma dove sono finiti i Livelli Essenziali della Riduzione del danno?”- Se lo chiedono CNCA, Forum Droghe, Antigone, CGIL, FP-CGIL, LILA, la Società della Ragione, ITARDD, Comunità di S. Benedetto, Gruppo Abele e LegacoopSociali.

“In due anni nessun atto governativo e ministeriale è intervenuto a garantirne l'implementazione. Solo poche regioni, già virtuose sotto questo profilo, hanno compiuto qualche passo in avanti.Questa latitanza istituzionale è gravissima: non solo perché non attua quanto previsto per legge, e nega il diritto alla salute, ma perché espone milioni di persone che usano sostanze a rischi e danni che sono evitabili”, scrivono le organizzazioni sociali.

“Siamo stanchi di leggere dichiarazioni retoriche sul consumo di droghe, false morali e inutili appelli a controllo e repressione. I giovani – continua la nota - si possono educare a un consumo consapevole e meno rischioso, invece che farli annusare dai cani; le morti per overdose si prevengono con un sistema integrato, fatto di distribuzione del farmaco salva vita (naloxone), di analisi delle sostanze per informare i consumatori (drug checking), di servizi (drop in, unità mobili) che invece vengo tagliati, di Stanze del consumo sicuro, che in Italia non ci sono e in Europa salvano centinaia di vite”.

Il mondo è scosso dalla crisi del fentanyl, e laddove questa crisi miete vittime, come negli USA, si cerca di recuperare il tempo perduto a causa della "guerra alla droga" e introdurre sistemi di RdD. In Italia, la RdD la sappiamo fare: “possiamo aspettare una crisi del fentanyl anche qui, o possiamo prevenirla. Noi ci stiamo già lavorando. La politica sta remando contro”.

Quello che serve è una politica delle droghe - sociale e sanitaria - razionale, efficace, attenta alle persone, pragmatica. “Come realtà della società civile e del Terzo settore attive e impegnate nelle politiche sulle droghe, nei servizi sulle dipendenze e sui diritti umani e civili, chiediamo al Governo, al Ministero della Sanità per le sue competenze, e alle Regioni di avviare tempestivamente un processo di attuazione e implementazione dei LEA della RdD. Questo chiediamo nel documento LEA. La Riduzione del danno è un diritto. Verso un processo di innovazione nelle politiche italiane dei servizi” 

 

Pubblicato in Salute

L'85 per cento delle giornaliste dichiara di aver subito molestie sessuali almeno una volta nel corso della vita professionale. Oltre il 66 per cento negli ultimi 5 anni. Il 42 per cento è stata vittima di una qualche forma di molestia nell'ultimo anno. Sono solo alcuni dei dati emersi dalla prima indagine sulle molestie sessuali nel mondo dei media condotta dalla Commissione Pari Opportunità della Fnsi in collaborazione con Casagit, Inpgi, Usigrai, Ordine dei giornalisti e Agcom e con la consulenza della statistica Linda Laura Sabbadini. I risultati sono stati presentati questa mattina nella sede del sindacato dalla presidente uscente Alessandra Mancuso e dalla neoeletta presidente della Cpo, Mimma Caligaris.

«I dati ci dicono che si tratta di un fenomeno diventato quasi strutturale. Che alle molestie sessuali sui luoghi di lavori si è fatta in qualche modo l'abitudine, come se fosse normale. Un clima che si è consolidato nel tempo, contro il quale è necessario un cambio di mentalità», è stato il primo commento di Linda Laura Sabbadini.

Nell'indagine sono state coinvolte le giornaliste dipendenti che lavorano nei quotidiani, nelle tv e nelle agenzie di stampa (esclusi i periodici). Alla rilevazione, condotta in maniera da garantire l'assoluta riservatezza delle giornaliste coinvolte, hanno risposto 1132 donne, pari al 42% del campione. Gli episodi di molestie hanno riguardano persone di tutte le età. Battute a sfondo sessuale, insulti e svalutazione sono la più diffusa forma di molestia. Metà delle intervistate ha subito almeno una volta nella vita pressioni, avances o è stata seguita o controllata. In un caso su tre le giornaliste hanno dichiarato di aver subito ricatti sessuali. «Molto grave che nel 20 per cento dei casi il ricatto sia arrivato nel momento in cui la giornalista era alla ricerca di lavoro», ha rimarcato Sabbadini, evidenziando che «per quanto i risultati siano orientativi, e vadano presi con cautela, identificano comune una situazione di forte disagio».

Ancora: gesti osceni, telefonate oscene, commenti sessuali, minacce di violenza e violenze tentate, minacce di diffondere immagini o video intimi. Tutti abusi perpetrati in 3 casi su 4 dentro le redazioni, alla presenza di altri colleghi o in una stanza chiusa. Chi molesta ha più di 45 anni ed è in genere un superiore, a testimoniare che spesso la molestia è anche un modo per affermare la presunta superiorità di chi le commette, e dunque una presunta inferiorità della donna lavoratrice.

Il 60 per centro delle vittime ha parlato di quanto accaduto con altri colleghi, ma non con superiori, con il sindacato o con la polizia. Solo il 2 per cento delle intervistate ha dichiarato di aver denunciato l'accaduto: c'è paura di ripercussioni o si pensa che denunciare non serva a nulla.

«Questa indagine dimostra che il tema delle molestie sessuali non è estraneo alle redazioni – ha osservato il segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana, Raffaele Lorusso, aprendo la conferenza stampa –. Si usa troppo spesso un linguaggio penalizzante per le donne, ma la professione sta evolvendo e anche noi uomini siamo chiamati a una evoluzione del nostro comportamento. Serve un cambio di passo culturale anche nelle redazioni. Esiste un codice europeo contro le molestie già recepito da numerosi Paesi e anche da Cgil, Cisl e Uil. È nostro impegno portarlo anche ai tavoli dei rinnovi contrattuali per farlo diventare parte dei contratti di lavoro della categoria, come le carte deontologiche sono la spina dorsale della nostra professione». 

Per Mimma Caligaris, «il prossimo passo sarà portare questa indagine anche fuori dalle redazioni, per coinvolgere le giornaliste lavoratrici autonome. Precarie e autonome sono più deboli e ricattabili, anche se colpisce che il 72% di chi ha ricevuto molestie aveva un contratto a tempo indeterminato». 
Alessandra Mancuso ha rilevato che «questi dati ci dicono che la cultura nelle redazioni deve cambiare. Deve cambiare all'insegna del rispetto. Non è più accettabile l'abuso di potere. Il sindacato deve far sentire meno sole le colleghe. Serve fare una battaglia con gli editori, perché non può essere tollerato questo clima nelle aziende».

La vicesegretaria aggiunta della Fnsi Anna Del Freo, rimarcando che «fuori dalle redazioni deve andare anche peggio», ha evidenziato come «la crisi economica e la precarizzazione del lavoro rendano la situazione ancora più difficile. Le colleghe hanno paura di perdere il lavoro e non denunciano. Per questo è importante una svolta culturale. Anche la Federazione europea e i sindacati europei dei giornalisti si stanno interrogando sul tema delle molestie e su come il linguaggio e la cultura debbano cambiare. In Europa la Fnsi ha già portato il Manifesto di Venezia: è il momento che venga adottato da tutti i sindacati europei».

Il segretario dell'Usigrai, Vittorio Di Trapani ha ricordato che «in Rai il codice anti molestie c'è e c'è grazie al lavoro della Commissione pari opportunità e del collega Piergiorgio Giacovazzo. Abbiamo inoltre chiesto e ottenuto che venissero inserite nel nuovo contratto di servizio le carte deontologiche e fra queste il Manifesto di Venezia. Lo abbiamo fatto nella convinzione che per cambiare mentalità sia necessario che questi temi vengano sottoposti e affrontati ai più alti livelli aziendali, dai direttori in giù».

Il segretario del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Guido D'Ubaldo, ha assicurato che «l'Ordine affronterà anche la questione delle molestie sessuali così come si è schierato al fianco dei colleghi che subiscono minacce, querele temerarie e tutte le difficoltà che derivano dalla precarietà del lavoro. Da parte dell'Ordine, che per la prima volta ha una donna in un ruolo di vertice, ci sarà massima attenzione e disponibilità a fare tutto ciò che è necessario per arginare il fenomeno delle molestie in redazione». 

Alla conferenza stampa sono intervenuti, fra gli altri, anche la giornalista Tiziana Ferrario; Marina Cosi, portavoce di Giulia Giornaliste; Stefano Romita, vicesegretario di Stampa Romana; Paolo Perucchini, presidente dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti. Hanno portato il loro punto di vista sul tema e auspicato una seconda fase dell'indagine che renda il quadro del fenomeno ancora più dettagliato.

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