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Domenica, 21 Aprile 2019

Articoli filtrati per data: Martedì, 09 Aprile 2019 - nelPaese.it

Gulliver, alla luce di esperienze passate e nell'ottica di valorizzare i suoi professionisti, propone una serie di incontri gratuiti che vertono su tematiche di vita quotidiana. La proposta che la Cooperativa fa, ai propri soci e a tutta la cittadinanza, è quella di concedersi un'ora di tempo per informarsi, approfondire, riflettere e confrontarsi su temi di carattere sociale, insieme all'esperto di Gulliver che condurrà il dibattito.

Gli incontri avranno il carattere della "conversazione" dove è possibile uno scambio di pareri, esperienze, dubbi, domande, istruzioni tra il conduttore e il pubblico presente. Ogni singola iniziativa si svolgerà presso la sede di Gulliver o all'interno di servizi gestiti sul territorio provinciale e si aprirà con un piccolo rinfresco di benvenuto.

Il secondo incontro è in programma per Mercoledì 10 Aprile alle ore 18,00 presso la sede di Gulliver, a Modena in via Galileo Galilei 168. Si parlerà di "Cybercrime e mondo social: quali segnali?" con Paola Paglia e Andrea Anaclerio, coordinatori di servizi Gulliver impegnati anche in attività di tutela minori.

Il primo appuntamento "Se questo fosse vero amore..." con le testimonianze delle colleghe Valeria Tonelli, Psicologa del Centro contro la violenza alle donne del Distretto Ceramico, e Malika Kachou, Mediatrice culturale Gulliver, operatrice del gruppo emergenza sull'accoglienza a donne vittime di violenza, si è tenuto il 14 febbraio in occasione della chiusura della mostra di Anarkikka "Non chiamatelo raptus".  

Nel mese di maggio si affronterà il tema della prevenzione e della salute al femminile, in collaborazione con il Poliambulatorio Gulliver, e a settembre ci si confronterà sulle cure palliative nel fine vita. Seguiranno due incontri, a ottobre e novembre, su genitori e figli in merito all'accompagnamento alla crescita e ai bisogni fondamentali dei bambini.

Maggiori informazioni su questo link

 

Pubblicato in Emilia-Romagna

Libia nel caos, scontri armati tra diverse fazioni. A rischio ci sono i civili e la conferma che il Paese non rappresenti un porto sicuro. L'Isis ha compiuto un attacco nel centro della Libia, a Fuqaha, uccidendo due persone tra cui il presidente del consiglio comunale e rapendo il capo delle Guardie municipali. E' quanto emerge da resoconti dei siti di due media libici tra cui Libya Al-Ahrar. Nell'attacco avvenuto la scorsa notte nella città a oltre 600 km a sud-est di Tripoli, i terroristi hanno incendiato la sede della Guardia municipale e abitazioni di alcuni poliziotti, precisa il sito della tv Libya Channel.

Medici Senza Frontiere (MSF) esprime grave preoccupazione per i civili intrappolati nei combattimenti in corso a Tripoli, compresi migranti e rifugiati bloccati nei centri di detenzione. Migliaia di persone che abitano nelle aree del conflitto sono fuggite in altre aree della città. Ma i migranti bloccati nei centri non hanno alcuna possibilità di fuga.   

Craig Kenzie, capoprogetto delle operazioni MSF a Tripoli: “Siamo molto preoccupati per tutti i civili intrappolati nei combattimenti in corso a Tripoli, compresi i migranti e i rifugiati bloccati nei centri di detenzione nelle aree colpite o nelle immediate vicinanze. Anche in periodi di relativa calma, migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione sono costretti a condizioni pericolose e degradanti che hanno impatti negativi sulla loro salute fisica e mentale. Il conflitto ha reso queste persone ancora più vulnerabili e ha drasticamente ridotto la capacità della comunità umanitaria di fornire una risposta salvavita tempestiva e garantire evacuazioni urgentemente necessarie”.  

“Il centro di detenzione di Ain Zara – aggiunge Kenzie - dove pochi giorni fa il segretario generale delle Nazioni Unite ha constatato “la sofferenza e la disperazione” di rifugiati e migranti, si trova ora nel pieno degli scontri, con quasi 600 persone vulnerabili, compresi donne e bambini, intrappolate al suo interno. Testimonianze arrivate da un altro centro suggeriscono che alcune persone vengano costrette a lavorare per i gruppi armati”. 

“È la terza volta negli ultimi sette mesi che a Tripoli scoppiano combattimenti – conclude - eppure molte delle persone trattenute nei centri sono lì a causa delle politiche degli stati membri europei, che permettono alla guardia costiera libica di intercettare migranti e rifugiati in mare e riportarli forzatamente in Libia, in violazione del diritto internazionale. Il conflitto attuale non fa che evidenziare ancora una volta che la Libia non è un porto sicuro dove la protezione di migranti e rifugiati possa essere garantita.” 

Amnesty International ha espresso il timore per ulteriori perdite di vite civili a seguito dell'intensificarsi degli scontri alla periferia di Tripoli tra l'autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar e le milizie fedeli al governo riconosciuto a livello internazionale. 

Secondo il ministero della Salute di Tripoli dal 4 aprile, giorno dell'inizio dell'offensiva del generale Haftar verso la capitale, sono state uccise almeno 25 persone e altre 80 sono rimaste ferite. Secondo le Nazioni Unite fra le vittime vi sono almeno quattro civili, tra cui due operatori sanitari.  "L'escalation di violenza alle porte di Tripoli è profondamente preoccupante: temiamo che il numero delle vittime civili aumenti rapidamente e che i combattimenti vadano a interessare  zone più densamente popolate della capitale libica", ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International. 

"Tutte le parti in conflitto sono obbligate dal diritto internazionale umanitario a proteggere i civili. Esse devono sempre distinguere tra civili e combattenti ed è loro assolutamente vietato colpire civili, operatori sanitari e strutture mediche. Munizioni esplosive ad ampio effetto, come i colpi di artiglieria e di mortaio, non devono mai essere impiegate nei pressi dei centri abitati", ha aggiunto Mughrabi. 

L'Organizzazione internazionale per le migrazioni ha reso noto che finora circa 2800 persone sono sfollate a causa dei combattimenti e che in alcune zone i residenti sono impossibilitati a fuggire a causa dell'intensità degli scontri. Molti non hanno accesso ai servizi di emergenza. Le richieste di una tregua per evacuare i feriti e i civili da alcune zone sono state ignorate.  "Tutti i civili che vogliono lasciare le aree coinvolte nei combattimenti dovrebbero farlo liberamente senza finire sotto attacco", ha sottolineato Mughrabi.  Alcuni degli scontri si svolgono anche nei pressi dei centri di detenzione di Qasr Ben Gashir e Ain Zara, dove sono trattenuti circa 1300 migranti e rifugiati. 

"Si tratta di persone già in condizioni di estrema vulnerabilità e che hanno subito orribili violenze da parte delle autorità che le tengono in detenzione e dei trafficanti. Vi sono timori concreti per la loro incolumità e per la loro situazione umanitaria in caso di aumento degli scontri. Abbiamo già ricevuto notizie di detenuti bloccati, senza acqua né cibo, in condizioni inumane", ha concluso Mughrabi. 

Pubblicato in Nazionale

Gli effetti devastanti del ciclone Idai in Mozambico e nelle altre aree colpite continuano a farsi sentire e con la maggior parte delle comunità ancora prive di accesso stabile all'acqua pulita, i bisogni medici rischiano di aumentare. Medici Senza Frontiere (MSF) sta supportando il Ministero della Salute locale in particolare nel contenere l'epidemia di colera. Sono ufficialmente 1.400 i casi confermati in tutto il paese, ma le équipe di MSF hanno curato oltre 1.000 pazienti sospetti solo a Beira, e si preparano ad affrontare l'incremento di altre malattie trasmesse dall'acqua, oltre che di malaria, infezioni della pelle e respiratorie.

Pubblicato in Video

In occasione dell'8 aprile, Giornata internazionale per i diritti dei rom, Associazione 21 luglio e Amnesty International hanno presentato i dati relativi alle comunità rom in insediamenti formali e informali in Italia e nella città di Roma, estratti dal Rapporto "I margini del margine" curato da Associazione 21 luglio, e il ricorso presentato da Amnesty International al Comitato europeo dei diritti sociali. 

Dati e numeri 

In Italia è possibile quantificare circa 25.000 persone di etnia rom che vivono in baraccopoli istituzionale e in baraccopoli informali. Una realtà che rappresenta un unicum nel panorama italiano è quella rappresentata dagli insediamenti formali. In Italia se ne contano 127, presenti in ben 74 Comuni. Al loro interno vivono circa 15.000 persone, dei quali più della metà sono rappresentati da minori, con una percentuale di cittadini con cittadinanza italiana vicina al 45%. Negli insediamenti informali – solo a Roma se ne contano quasi 300 – vivono invece cittadini rumeni e, in minima parte, bulgari. Si tratta di lavoratori stagionali, impegnati in un pendolarismo dalle città di origine al nostro Paese. Nella città di Roma, alla fine del 2018 risultavano essere 6.030 rom e sinti in emergenza abitativa, pari allo 0,20% della popolazione romana, secondo la seguente suddivisione: rom e sinti presenti in 16 insediamenti formali (compresivi dei "campi tollerati"): 4.080 persone; rom presenti nei circa 300 insediamenti informali: circa 1.300 persone; rom presenti in un'occupazione monoetnica: circa 650 persone. 

Sgomberi forzati 

Nel 2016 le azioni di sgombero forzato, registrate sul territorio del Comune di Roma, erano state 28. Nel 2017 si era registrato un incremento del 18%, con un numero di sgomberi registrati pari a 33. Gli sgomberi forzati registrati nel 2018 da Associazione 21 luglio sono stati 40 con un incremento, rispetto all'anno precedente, del 21%. Secondo le osservazioni condotte anche sul campo da Associazione 21 luglio, si stima che i rom coinvolti nei 40 sgomberi forzati organizzati nell'anno 2018 siano stati in totale 1.300 per un costo complessivo di circa 1.640.000 euro. 

Scolarizzazione dei minori rom 

Nel novembre 2018, in riferimento ai 10 insediamenti presso i quali il Comune di Roma organizza il servizio di accompagnamento scolastico, risultavano iscritti alla scuola dell'obbligo 940 alunni, con un calo dell'8% rispetto all'anno precedente. L'insediamento che conta il più alto numero di iscritti è quello di Castel Romano (252 alunni) mentre quello con il numero minore di iscritti risulta essere quello di Salviati 2 (14 alunni). È importante notare come i dati sopra esposti si riferiscono esclusivamente ai minori rom iscritti e non quelli realmente frequentanti con regolarità. Questi ultimi, se volessimo considerare i dati degli anni precedenti, non dovrebbero superare il 20% degli iscritti, un numero che, se ritenessimo ancora valido, ci porterebbe a concludere che sono meno di 200 i bambini rom che a Roma hanno una frequenza regolare. 

Ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali 

Di fronte al perdurante scandalo della situazione abitativa dei rom in Italia, Amnesty International ha deciso di presentare per la prima volta un ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali. Elaborato sulla base di anni di ricerche, soprattutto a Roma, Milano e Napoli, il ricorso presenta prove circostanziate di violazioni della Carta sociale europea, vincolante per l'Italia, tra cui i diffusi sgomberi forzati, il continuo uso di campi segregati con condizioni abitative al di sotto degli standard e il mancato accesso secondo criteri di uguaglianza all'edilizia sociale. Le condizioni abitative inadeguate in cui si trovano migliaia di rom in Italia comprendono l'assenza di infrastrutture e servizi di base come l'accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari, riscaldamento ed energia elettrica. Prive di un titolo di possesso dell'alloggio, persino nei campi autorizzati, queste persone restano a rischio di sgomberi forzati, frequentemente eseguiti. Le autorità locali continuano a perpetuare la segregazione trasferendo i rom in altri campi, spesso considerati come l'unica soluzione abitativa per famiglie rom che non sono in grado di mantenersi autonomamente. Questa situazione è esacerbata dalla loro esclusione di fatto dall'accesso all'edilizia sociale in molte città. 

Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 luglio: “leggendo le azioni del "Piano rom" presentato dalla sindaca Virginia Raggi il 31 maggio 2017, vediamo rafforzata sempre più la convinzione che se lo stesso resterà immutato, non potrà sicuramente portare a quei risultati auspicati in linea con quanto fissato dalla Strategia Nazionale per l'Inclusione dei rom. Il tentativo, andato fallito, di superamento del Camping River, conclusosi con lo sgombero forzato il 26 luglio 2018, l'impegno mai realizzato di iniziare la chiusura dell'insediamento di Castel Romano, il tortuoso percorso di chiusura dei "campi" di La Barbuta e Monachina, mostrano le debolezze di un "Piano rom" che nasce sulla mancanza di fiducia tra le due parti, si fonda su un approccio "rieducativo" e discriminatorio, definisce in maniera arbitraria obiettivi irraggiungibili, che non sembrano in alcun modo tener conto del contesto particolarmente deprivato in cui vivono da anni famiglie rom”.

“Preoccupa – aggiunge - tra le prime azioni del 2019, la realizzazione di "centri di raccolta rom", sistema già ideato da Alemanno e smantellato da Mafia Capitale, che in barba al rispetto dei diritti umani, crea ghetti monoetnici che nulla hanno a che vedere con fenomeni di inclusione. Le conseguenze di questa politica che non offre risposte e non presenta discontinuità rispetto al passato è causa di malcontenti e tensioni che, laddove strumentalizzati, possa portare ad episodi simili a quelli registrati nei giorni scorsi a Torre Maura”.   

Elisa De Pieri, ricercatrice dell'ufficio regionale per l'Europa di Amnesty International:  “le condizioni abitative di migliaia di rom in Italia sono una scandalosa violazione dei diritti umani cui nessuna amministrazione locale o nazionale si è presa la responsabilità di porre termine. Da molti anni mancano proposte legislative e politiche inclusive, accompagnate da risorse adeguate, che pongano rimedio alle condizioni di grave deprivazione socio-abitativa di questa comunità. Abbiamo documentato per quasi un decennio continui sgomberi forzati, segregazione abitativa in alloggi inadeguati e discriminazioni nell'accesso dei rom agli alloggi popolari, a Roma, ma anche a Milano e Napoli”.

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Gli effetti devastanti del ciclone Idai in Mozambico e nelle altre aree colpite continuano a farsi sentire e con la maggior parte delle comunità ancora prive di accesso stabile all'acqua pulita, i bisogni medici rischiano di aumentare. Medici Senza Frontiere (MSF) sta supportando il Ministero della Salute locale in particolare nel contenere l'epidemia di colera. Sono ufficialmente 1.400 i casi confermati in tutto il paese, ma le équipe di MSF hanno curato oltre 1.000 pazienti sospetti solo a Beira, e si preparano ad affrontare l'incremento di altre malattie trasmesse dall'acqua, oltre che di malaria, infezioni della pelle e respiratorie. 

Secondo i dati ufficiali del governo del Mozambico, 598 persone sono decedute a causa del ciclone nel paese, 1.522 sono i feriti, 112.000 le case distrutte, danneggiate o alluvionate. Secondo le Nazioni Unite 1,85 milioni di persone hanno bisogno di assistenza urgente. Almeno 131.000 persone sfollate hanno trovato riparo in 136 diversi siti e sebbene molte forniture di acqua pubblica siano state reintegrate, la maggior parte delle comunità – ovvero migliaia di persone – non ha ancora un accesso adeguato ad acqua pulita ed elettricità. Più di 715.000 ettari di coltivazioni sono stati spazzati via, proprio all'inizio della stagione dei raccolti. Fuori da Beira, molte aree sono ancora isolate e stanno ricevendo scarsa o nessuna assistenza. 

Per contenere l'epidemia di colera a Beira, Nhamatanda e Dondo, MSF ha allestito tre centri di trattamento e gestisce un'unità di trattamento in un centro sanitario del Ministero della Salute, potendo assistere in questo modo oltre 350 pazienti per volta. MSF ha anche allestito unità di trattamento da 20 posti letto a Dondo e Tica e una struttura a 10 posti nella località di Buzi. MSF sta inoltre fornendo supporto logistico, tecnico e gestionale al Ministero della Salute per la campagna di vaccinazione di massa a Beira, Dondo, Nhamatanda e Buzi.  

Nel frattempo, i nostri team di potabilizzazione dell'acqua stanno installando nuovi punti di distribuzione – di cui uno a Chingasura, uno dei quartieri di Beira più colpiti dall'epidemia, e un altro a Dombe a beneficio dei campi sfollati nell'area – mentre le équipe di promozione della salute raggiungono le comunità per spiegare alle persone come purificare l'acqua che hanno a disposizione, le buone pratiche per evitare il contagio e cosa fare se emergono sintomi della malattia. 

Oltre al colera, gli estesi danni alle infrastrutture sanitarie e alle forniture mediche richiedono ancora un notevole sforzo per ripristinare il funzionamento del sistema sanitario e garantire alle persone la possibilità di ricevere cure mediche di base, materno-infantili o per malattie croniche come HIV e Tubercolosi. 

Fin dai primi giorni dell'emergenza MSF ha avviato una risposta massiva nell'area e oggi conta 120 operatori locali che lavoravano con MSF a Beira prima del ciclone, oltre 500 operatori locali reclutati specificamente per l'emergenza, oltre 170 operatori internazionali arrivati da altri paesi africani e dal resto del mondo. Più di 100 le tonnellate di forniture mediche e logistiche arrivate via cargo aerei. 

 

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