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Martedì, 21 Maggio 2019

Articoli filtrati per data: Giovedì, 02 Maggio 2019 - nelPaese.it

Cospe annuncia “con immenso dolore” la perdita di David Solazzo, cooperante prima in Angola e poi a Capoverde, “amico e professionista serio e appassionato”. Lo fa sul proprio sito web la Ong toscana.

David si trovava a Capoverde “per coordinare per la nostra ONG il progetto Rotas de Fogo, portando avanti azioni per il rafforzamento del turismo rurale e sostenibile nell’Isola di Fogo”. David era arrivato a Fogo nel novembre scorso e da subito aveva messo in campo “la sua professionalità, la sua energia e passione al servizio delle comunità locali. Si è trattato di un incidente su cui le autorità locali stanno ancora indagando”.

“Ci stringiamo attorno alla famiglia, alla fidanzata e agli amici, con l’impegno di fare di tutto per appurare la realtà dei fatti, ancora sgomenti per la tragica notizia”, conclude Cospe Onlus.

"Nonostante la sua giovane età, David era esperto di cooperazione e con noi aveva già fatto un'esperienza in Angola", aggiunge Anna Meli, responsabile della comunicazione del Cospe, l'Ong di Firenze per cui Solazzo lavorava. "A Capo Verde abbiamo un'altra nostra cooperante, una giovane della Sardegna - conclude Meli -, e le prime notizie le abbiamo avute da lei. Poi siamo in contatto, tramite il console, con le autorità e speriamo di avere qualche notizia in più nella giornata di domani. I genitori, che vivono a Firenze, hanno saputo quanto era successo nel pomeriggio". 

 

Pubblicato in Nazionale

Il 15 maggio alle 10 al Deos Center di Notranje Gorice (Slovenia) è previsto l’evento finale con la presentazione dei risultati di CrossCare, progetto che punta ad un approccio integrato transfrontaliero nella presa in carico dell’anziano fragile, inserito nel programma Interreg V-A Italia-Slovenia 2014-2020. All’incontro saranno presenti tutti gli enti partner di Friuli Venezia Giulia, Veneto e Slovenia che in questi giorni stanno procedendo a sottoscrivere il protocollo d’intesa transfrontaliero che, in un’ottica di coprogettazione interistituzionale, mira ad un nuovo modello di presa in carico delle persone anziane in condizione di fragilità o polipatologia e delle loro famiglie.

Guidato dalla Cooperativa sociale Itaca (lead partner), CrossCare si avvale in Italia del prezioso partenariato di Asp Itis Trieste, Residenza per anziani Giuseppe Francescon di Portogruaro, Regione Friuli Venezia Giulia – Direzione centrale salute, politiche sociali e disabilità, Regione del Veneto – Direzione Servizi Sociali, Azienda Assistenza Sanitaria n. 5 Friuli Occidentale di Pordenone, Azienda Unità Locale Socio Sanitaria n. 4 Veneto Orientale, Città di Sacile e Servizio Sociale dei Comuni Livenza Cansiglio Cavallo; in Slovenia di Odu Koper-Casa costiera del pensionato Capodistria, società Deos, Irssv – Istituto nazionale sloveno per il welfare, Ministero del Welfare della Repubblica di Slovenia, Ministero della Salute della Repubblica di Slovenia e Casa della sanità di Capodistria.

Partito nell’ottobre del 2018, CrossCare ha effettuato in fase iniziale un’analisi dei sistemi di welfare in Europa relativamente ai sistemi sociosanitari e alle modalità di gestione e presa in carico dell’anziano fragile over 65, con particolare attenzione a quelli in vigore in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Slovenia.

A fronte dell’indagine, il partenariato ha sviluppato un “modello congiunto transfrontaliero” per la presa in carico domiciliare integrata e personalizzata dell’anziano, modello che successivamente è stato sperimentato nei Punti Servizi Anziani (PSA) attivati nelle strutture residenziali coinvolte nel progetto, precisamente all’Asp Itis di Trieste, all’Ipab Residenza per anziani Giuseppe Francescon di Portogruaro (Ve), alla Residenza protetta di Sacile (Pn), e in Slovenia nelle residenze di Odu Koper – Casa costiera del pensionato di Capodistria e Deos.

La sperimentazione è stata condotta per 6 mesi coinvolgendo 93 anziani, che sono stati presi in carico e hanno beneficiato di un piano di intervento personalizzato che ha permesso loro di rimanere al proprio domicilio attivando le risorse esistenti tra cui servizi domiciliari, associazionismo, supporto psicologico e altro.

La metodologia di presa in carico, che ha utilizzato il sistema SP Web, si è fondata sul concetto di arco terapeutico e su una strategia condivisa tra Italia e Slovenia di rappresentazione multidimensionale dei bisogni in tempi differenti attraverso lo schema polare. Lo strumento dello schema polare, unitamente ad una valutazione trimestrale dei casi in carico, ha evidenziato l’utilità e l’efficacia del modello consentendo un’analisi accurata dei risultati attesi (in base ai piani di intervento personalizzati) e un costante aggiornamento dei piani di intervento stessi.

CrossCare ha, inoltre, dato estrema importanza allo sviluppo delle competenze professionali del personale coinvolto, attivando corsi specifici di formazione congiunta che hanno raggiunto più di 500 operatori sociosanitari, i quali hanno abbracciato il lavoro in equipe multidisciplinare, la presa in carico precoce dell’anziano fragile e l’utilizzo dei metodi Gentlecare, Validation e di Stimolazione basale.

A fronte dei positivi risultati della sperimentazione e delle strategie di presa in carico e di valutazione utilizzate, il partenariato di CrossCare ha redatto un “Protocollo d’Intesa transfrontaliero”, che in un’ottica di coprogettazione interistituzionale mira a sperimentare un nuovo modello di presa in carico delle persone anziane in condizione di fragilità o polipatologia e delle loro famiglie, e che sarà sottoscritto nelle prossime settimane da tutti i partner di progetto, e dai partner istituzionali.

L’eterogeneità dei percorsi disponibili e la complessità delle procedure burocratiche per l’accesso alle cure domiciliari sovente disorientano le famiglie che, invece, manifestano il bisogno di essere seguite adeguatamente. CrossCare interviene in questo segmento, individuando e proponendo strategie di presa in carico che si orientino all’intervento preventivo e al concetto di accompagnamento alle fragilità progressive legate all’invecchiamento.

“CrossCare. Approccio integrato transfrontaliero nella cura dell’anziano” è un progetto che nasce proprio per elaborare soluzioni congiunte, che affrontino il progressivo invecchiamento della popolazione, in atto sia in Italia sia in Slovenia, attraverso la messa in rete di servizi già esistenti in un’ottica di promozione dell’invecchiamento attivo e di prevenzione dell’istituzionalizzazione.

Grazie alla sperimentazione è emerso che i PSA, gestiti da care manager, possono accompagnare efficacemente le famiglie nel complicato percorso di scelta delle cure, dei luoghi e delle risorse più appropriate per affrontare le fragilità dei loro congiunti. La sperimentazione ha dimostrato non solo che i Punti di servizio anziani sono un tassello fondamentale di CrossCare in quanto punti di ascolto per le famiglie e di orientamento per la presa in carico, ma anche che i servizi a domicilio sono oggi un indirizzo adeguato a fronteggiare il rischio di istituzionalizzazione dell’anziano.

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Il lavoro è per tutti un presupposto di dignità. Per le persone con disabilità è anche sinonimo di inclusione sociale e reale partecipazione alla vita delle loro comunità. In occasione del 1° maggio, tuttavia, non si può tacere la profonda esclusione vissuta dalle persone con disabilità che cercano inutilmente lavoro o che disperatamente tentano di mantenerlo o, ancora, che subiscono trattamenti meno favorevoli nel loro quotidiano impiego.

I dati parlano chiaro: la presenza di limitazioni funzionali continua ad esercitare un forte impatto sull’esclusione dal mondo lavorativo. Secondo l’Istat, solo il 19,7% delle persone con disabilità nella fascia d’età 15-64 anni risulta occupata: meno di una persona su cinque lavora. E la quota degli inattivi appare più che doppia tra le persone con disabilità rispetto a quella osservata nell’intera popolazione (quasi il 70% contro circa il 31%).

La situazione si aggrava se alla condizione di disabilità si aggiunge anche la differenza di genere: le donne con disabilità risultano più discriminate nel mondo del lavoro sia rispetto agli uomini con disabilità, sia nei confronti delle altre donne senza disabilità.

Quanto alle condizioni di lavoro, l’Ottava Relazione al Parlamento sull’applicazione della legge 68/99 rileva che “i rischi a cui sono esposte le persone con disabilità riguardano l’assunzione con i contratti di lavoro precario e l’attribuzione di basse qualifiche”.C’è una urgente necessità di modificare le politiche, i servizi, gli incentivi, i controlli per una reale inclusione lavorativa.

Ad iniziare da ciò che è ancora lettera morta e che FISH continua ad evidenziare, inutilmente, da lungo tempo. “Ad esempio, – segnala Vincenzo Falabella, presidente della FISH – manca ancora all’appello l’emanazione delle Linee guida per il collocamento mirato, pur previste dal decreto legislativo 151/2015, uno strumento di indirizzo essenziale. Ma manca anche un’altra importante attuazione di quello stesso decreto: la costituzione della Banca dati sul collocamento, strumento fondamentale per il controllo e per le politiche attive. Entrambi gli atti spettano al Ministero del Lavoro cui FISH si rivolge ancora una volta per sollecitarne l’adozione.”

Prosegue Falabella: “Si ricerca e richiede inclusione anche per uscire dal ghetto dell’assistenzialismo. Si invoca una cultura nuova fondata sui diritti umani e sulle pari opportunità, una visione che produca effetti reali e ricadute concrete sulle condizioni di vita di migliaia di persone con disabilità.”

 

Pubblicato in Lavoro

Sono partiti i primi laboratori del progetto “Caterina” –sostenuto da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile – che mira a contrastare le marginalità sociali, prevenire la fuoriuscita precoce dal sistema formativo. Il progetto di Traparentesi Onlus impiegherà 600 mila euro per coinvolgere minori in condizione di vulnerabilità socio-economica e relazionale, sia italiani che di origine straniera, dai 5 ai 14 anni, residenti nella II, III e IV Municipalità di Napoli e aiuterà anche gli adulti non scolarizzati a riprendere gli studi o a professionalizzarsi.  

I primi studenti coinvolti sono quelli di terza media degli istituti scolastici Foscolo e Casanova. In partenza, sempre al Foscolo e al Casanova, ulteriori 11 moduli in 11 classi di elementari e medie. I ragazzi coinvolti saranno oltre 200. I laboratori riguardano svariate discipline: teatro, musica, stem, sport. Prevista anche attività di formazione anche per 30 insegnanti con percorsi mirati di aggiornamento professionale.

Proseguono anche le attività di supporto scolastico e i laboratori territoriali educativi nel Centro “Sane Stelle”, tutti i giorni dal lunedì al venerdì, i servizi educativi presso il Mann e le attività dell’Orchestra Musicale dei Quartieri Spagnoli. "Attraverso gli interventi già finanziati dal fondo nazionale Traparentesi Onlus sta provando a costruire un modello di individuazione precoce delle vulnerabilità che oggi si amplia ulteriormente grazie alla partenza dei nuovi servizi promossi dal progetto Caterina", afferma Luigi Salerno, presidente di Traparentesi Onlus.  

Asili nido, Campania maglia nera

L'offerta di posti nei servizi di prima infanzia, considerando sia gli asili nido che i servizi integrativi, risulta fortemente squilibrata tra le diverse regioni italiane, come emerge dai dati resi noti da Open Polis e da Con I Bambini, nell'ambito della presentazione del secondo rapporto nazionale sulla Povertà Educativa minorile. Si va, infatti, dal 42,3% della Valle d'Aosta al 6,6% della Campania (Numero di posti in asili nido e servizi integrativi per 100 residenti 0-2 anni).

Quest'ultima ha incrementato i posti pubblici, ma partiva da livelli così bassi, che non incidono sulla copertura finale Anche nel dato sui capoluoghi emerge la frattura tra un centro-nord con maggiori servizi e un sud con minore offerta. I capoluoghi di regione più serviti dagli asili nido infatti si trovano infatti nel centro Italia e in Trentino Alto Adige.

Nell'ordine Bolzano (55,8%), Bologna (42,1%), Perugia (41,9%), Roma (40,3%), Firenze (38,4%), Trento (38,3%). Allo stesso tempo, come per le rispettive regioni, la minore copertura di asili nido si rileva nelle grandi città del mezzogiorno: Palermo (7%), Napoli (9,5%) e Bari (10%).  "Il nuovo rapporto pubblicato da Con i Bambini e Openpolis evidenzia come il problema della povertà educativa interessi tanti minori fin dall'infanzia", conclude Luigi Salerno, presidente di Traparentesi Onlus.

 

Pubblicato in Campania

Una ricerca condotta dal Amnesty International ha accertato casi di violenza sessuale nei confronti di donne e minori da parte di agenti di sicurezza e altri detenuti nelle strutture penitenziarie di alta sicurezza nello stato del Borno, in Nigeria. 

Gli strazianti episodi sono avvenuti nelle prigioni di massima sicurezza di Maiduguri e Giwa, dove migliaia di civili, arrestati per sospetta complicità con il gruppo armato di Boko haram, sono detenuti. La ricerca condotta da Amnesty International ha inoltre accertato che numerosi minori sono detenuti illegalmente, insieme agli adulti, nel penitenziario di Maiduguri. 

"Si tratta di un altro inquietante caso di violazione dei diritti umani perpetrato a danno dei civili nel contesto del fenomeno di Boko haram, nella Nigeria nord orientale", ha dichiarato Osai Ojigho, direttore di Amnesty International Nigeria. 

"Non è accettabile che i minori siano esposti a un trattamento così vile, mentre sono sotto la tutela del governo, così come è intollerabile che le donne, ancora una volta, debbano sopportare il peso dell'abuso da parte delle forze di sicurezza che dovrebbero proteggerle". 

Minori detenuti e vittime di abusi nel carcere di Maiduguri 

Un gruppo di ricercatori di Amnesty International ha visitato la prigione di Maiduguri all'inizio di questo mese, per verificare le accuse mosse dal detenuto Charles Okah – inizialmente documentate daSahara Reporters - secondo il quale vi sono bambini detenuti illegittimamente e vittime di abusi presso tale penitenziario. Okah ha sostenuto che tre minori detenuti nel braccio della morte erano tra le molte vittime di abusi sessuali. 

Amnesty International ha ottenuto documentazione del tribunale che conferma come almeno 68 bambini sono detenuti nella prigione di Maiduguri. L'organizzazione si è anche rivolta a ex detenuti minorenni della prigione di Giwa Barracks, i quali hanno effettivamente riconosciuto 39 di questi minori come loro ex compagni di detenzione a Giwa; si tratta di una lista che include i nomi dei tre minori detenuti nella stessa area in cui sono ospitati i prigionieri nel braccio della morte, stando al rapporto di Okah. 

"Il governo ha finora fallito nel proprio compito di proteggere questi minori, in violazione della Convenzione sui diritti del fanciullo" afferma Osai Ojigho. "Il governo nigeriano deve garantire l'immediato trasferimento di tutti i bambini dalla prigione di Maiduguri e rilasciare coloro che non sono stati imputati per un reato effettivo. I minori sospettati di avere commesso dei reati dovrebbero essere detenuti in strutture dedicate. La detenzione di minori insieme agli adulti è inaccettabile". 

Amnesty International ha intervistato un detenuto presso la prigione di Maiduguri e un ex guardiano, i quali hanno entrambi confermato la diffusione del fenomeno dell'abuso di minori nel penitenziario. Il detenuto ha in particolare confermato di essere stato testimone di abusi di minori da parte di adulti. 

"Non è un segreto cosa accade in prigione con i piccoli", ha detto il detenuto, che ha parlato con Amnesty International attraverso un intermediario per tutelare la propria identità. La fonte ha anche riferito ad Amnesty International che a volte gli era stato possibile ascoltare cosa accadeva nei bagni e ciò aveva confermato la sua intuizione al riguardo degli abusi su minori. "A volte vedi un minore andare in bagno e un adulto seguirlo a ruota. Quando il ragazzo esce, non hai bisogno che ti venga detto cosa gli è successo". 

L'ex guardia della prigione di Maiduguri, che era troppo impaurita per incontrare Amnesty International personalmente, ha confermato di essere al corrente della situazione. Stando alle sue dichiarazioni: "Le condizioni li (nella prigione) non sono buone per i minori ed è difficile fermare quello che succede. L'unico modo è che siano tirati fuori da li. Cosa puoi aspettarti quando tieni nello stesso posto ragazzini e adulti". 

Amnesty International ha anche documentato l'aggressione sessuale ai danni di un ragazzo di 16 anni da parte di un detenuto nella prigione di Giwa Barracks, all'incirca nel mese di gennaio del 2018, sei mesi prima che tutti i minori fossero rilasciati. A quel tempo, i minori erano detenuti in celle confinanti con quelle degli adulti: le interazioni erano dunque inevitabili. Un ex detenuto ha dichiarato ad Amnesty International di avere visto un detenuto adulto "che tentava di togliere i pantaloni" a un ragazzo mentre dormiva. 

"Un ragazzo che se ne è accorto ha svegliato il compagno che dormiva e, al mattino, è stato fatto rapporto alle guardie", ha detto il testimone. Per quanto noto, il detenuto adulto è stato conseguentemente spostato presso un'altra cella, ma nessuna altra misura è stata presa per proteggere i minori. Questo episodio è stato confermato ad Amnesty International dalla vittima e da altri 15 ex detenuti. 

Subito dopo la pubblicazione del rapporto di Okah, il governatore dello stato del Borno ha annunciato di avere istituito un gruppo di indagine e che avrebbe nel giro di una settimana reso noto il resoconto e adottato misure. Tuttavia, nessun aggiornamento è stato dato sullo stato dell'arte dei lavori del gruppo investigativo. Amnesty International ha provato a contattare telefonicamente il procuratore generale dello Stato del Borno, senza ottenere risposta. Un sms inviatogli è altresì rimasto senza risposta. L'organizzazione ha anche inviato un'email e un sms al portavoce del governatore dello Stato del Borno, senza ottenere riscontro. 

"La detenzione di minori con adulti, nella consapevolezza della loro esposizione ad abusi, è deprecabile. Lungi dal proteggere i minori dagli abusi, le autorità nigeriane hanno creato l'ambiente propizio", ha detto Osai Ojigho. "Le autorità devono assicurare indagini sollecite, indipendenti e imparziali e che ogni ufficiale di prigione o membro dell'esercito accertato responsabile di violazione dei diritti umani sia consegnato alla giustizia". 

Donne violentate a Giwa Barracks 

I ricercatori di Amnesty International hanno inoltre recentemente saputo di violenze sessuali sulle donne da parte dei militari nella prigione di Giwa Barracks. Tre ex detenute hanno indipendentemente l'una dall'altra dichiarato di essere state testimoni di queste aggressioni e hanno identificato 10 tra i soldati responsabili – tra cui cinque che prestavano servizio presso l'ospedale della prigione. Due di queste ex detenute hanno dichiarato di essere a loro volta state violentate. 

Stando alle testimoni, almeno 15 detenute sono state vittime di violenza da parte di soldati che pretendevano prestazioni sessuali in cambio di cibo, sapone, oggetti di prima necessità e la promessa di libertà. 

Una ex detenuta ha detto ad Amnesty: "Le riconoscevamo, le donne che andavano con i soldati. Avevano sempre oggetti che noi non avevamo, come sapone, detergente e assorbenti. Alcune donne .. avevano fino a 15 assorbenti ciascuna (dati dai soldati). I soldati portavano alle loro "fidanzate" anche pane, bibite e altro cibo. 

Una vittima ex detenuta ha spiegato che anche se i soldati non usavano la forza per costringerle ad avere rapporti, non era per loro possibile in quelle circostanze rifiutarsi. Una donna ci ha detto che aveva un "fidanzato soldato" per sopravvivere alla detenzione e avere maggior cibo. Ci ha riferito di avere conoscenza di altre donne nella stessa situazione. 

Un'altra ex detenuta ha dichiarato che i soldati promettevano la libertà a chi avesse accettato di avere rapporti, cosa che poteva accadere nell'ipotesi di una gravidanza in cui il padre fosse stato il soldato. 

"Poiché erano i soldati a chiamare le detenute che dovevano essere rilasciate, per loro era facile sostituire i nomi. Le donne sapevano che una fidanzata di un soldato era incinta di due mesi. E in effetti la notte prima del giorno in cui alcune donne sarebbero state rilasciate, il soldato contraffece dei documenti per lei e il giorno dopo il suo nome era inserito tra quelli delle donne che dovevano essere rilasciate", ha spiegato la ex detenuta. 

L'anno scorso, una ex detenuta a Giwa Barracks ha raccontato ad Amnesty International delle violenze sessuali presso la prigione. 

Amnesty International ha avviato una indagine nel maggio del 2018 ma non è chiaro se sia stata portata avanti. "Anche nel caso in cui le detenute siano apparentemente consenzienti, questi atti costituiscono stupro, perché i soldati approfittano di una condizione ambientale nella quale alle detenute non rimane altro se non fare sesso con loro" dice Osai Ojigho. 

"I soldati hanno un enorme potere sulle donne; controllano quasi tutta la loro vita quotidiana nelle prigioni; possono sia disporre punizioni ingiuste e arbitrarie, come fornire cibo e medicine di cui hanno disperatamente bisogno. Molti abusano di questo potere. È un comportamento riprovevole per il quale i soldati coinvolti devono rispondere". "Queste ultime testimonianze seguono un percorso di violazioni che abbiamo ripetutamente documentato nelle prigioni nigeriane. È arrivato il momento che il presidente Buhari agisca". 

Il 23 marzo 2019 Sahara Reporters ha rivelato dettagli di un rapporto di trenta pagine reso dal testimone oculare Charles Okah, che descriveva una serie di violenze sessuali ai danni di donne e minori nella prigione. Stando ai media, ci sono almeno 106 minori tra gli 11 e i 17 anni in stato di detenzione. 

Un comitato del governo dello Stato ha visitato la prigione dopo la sua inaugurazione, per indagare su quanto riportato nel rapporto. Alcuni agenti sono stati arrestati ma rilasciati il giorno dopo. Da quel momento in poi, non si è più saputo nulla. Amnesty International sta facendo pressione sul governo dello Stato del Borno perché i risultati dell'indagine siano resi pubblici. 

Le autorità della prigione di Maiduguri hanno respinto le accuse di episodi di violenza sessuale nella struttura, dicendo che il gruppo di indagine non avrebbe trovato alcuna prova. L'Ufficio relazioni con il pubblico del sistema delle prigioni nigeriane ha detto che non può rendere pubblico il rapporto per ragioni di sicurezza, perché esso conterrebbe dati sensibili. 

È stata comunque confermata la detenzione promiscua di minori e adulti. Stando all'ufficiale che ha reso la dichiarazione "In ragione della natura dei crimini commessi, possono essere persone che non dovrebbero essere li. Maiduguri è una situazione inusuale determinata dalla emergenza di Boko Haram". Nell'aprile del 2019 Amnesty International ha intervistato un detenuto adulto e una ex guardia della prigione di Maidugiri, insieme a 18 ex detenuti di Giwa Barracks, 15 ragazzi e tre donne. Ha anche parlato con parenti dei detenuti nella prigione di Maiduguri, funzionari del tribunale e fonti al corrente di quanto accade all'interno della prigione, tra le quali un ex dirigente della prigione. 

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