Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Venerdì, 18 Ottobre 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 26 Giugno 2019 - nelPaese.it

In occasione della Giornata internazionale contro l'abuso e il traffico illecito di droga promossa dall'ONU, mercoledì 26 giugno 2019 è stata presentata a Roma presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati la decima edizione del Libro Bianco sulle droghe promosso da La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA e Associazione Luca Coscioni e con l'adesione di A Buon Diritto, Arci, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITARDD, LegaCoopSociali, LILA.

L'evento è stato organizzato all'interno della campagna internazionale Support Don't Punish a difesa dei diritti di chi usa sostanze che anche quest'anno toccherà oltre 200 città in 94 paesi.

Per Stefano Vecchio, Presidente di Forum Droghe "è evidente che 30 anni di legge sulle droghe sono stati fallimentari. L'assenza di una conferenza nazionale da ormai troppi anni ha reso impossibile una qualsiasi valutazione pragmatica degli effetti delle politiche. E' ora che la Società Civile si faccia carico di aprire un confronto ormai più che necessario per riformare le leggi sulle droghe. Ne hanno bisogno i servizi, sempre più in difficoltà fra carenze di personale e finanziamenti inadeguati, ne hanno bisogno i consumatori, che oggi conoscono principalmente la repressione penale, ne ha bisogno la società italiana che deve uscire da una guerra durata troppo, ormai 30 anni".

"I dati del libro bianco sono inequivocabili" dichiara Leonardo Fiorentini, Direttore di Fuoriluogo. "L'approccio proibizionista sulle droghe non solo è sbagliato, ma è anche inefficace a reprimere il narcotraffico, che è fiorente in tutte le strade e le piazze d'Italia, con buona pace del Ministro Salvini. E' incapace di prevenire gli abusi di droghe, ed anzi aggiunge ai danni diretti dell'uso non regolato delle sostanze quelli della repressione che si abbatte quasi unicamente sui pesci piccoli e sui consumatori. Occorre una nuova politica, che permetta una reale informazione delle sostanze, la prevenzione dei consumi problematici e riduca lo spazio della malavita. In primis è necessario, come successo in Uruguay, Canada ed in 11 Stati Usa, avviare una politica di regolamentazione legale della sostanza più usata e meno pericolosa, la cannabis. Ma anche - conclude Fiorentini - permettere politiche innovative di riduzione del danno su quelle più pericolose, a partire dal drug checking e dalle stanze del consumo".

 

Pubblicato in Nazionale

“Questa mattina abbiamo comunicato ai naufraghi la decisone della Corte di rigettare il ricorso. Sono disperati. Si sentono abbandonati. Ci hanno detto che la vivono come una negazione, da parte dell’Europa, dei loro diritti umani”. Così in tweet Sea Watch commenta la decisione della Corte per i diritti umani dell’Europa.

Ancora una volta 42 persone sono lasciate in mare in un braccio di ferro tutto politico che punta il dito contro la presenza delle Ong nel Mediterraneo. Il capitano della nave ha avvertito che è disposta a disobbedire per mettere al sicuro e in condizioni di cura le 42 persone a bordo.

Appelli e mobilitazioni

"Apprezziamo che nei giorni scorsi l'Italia abbia consentito lo sbarco di bambini, donne incinte e altre persone vulnerabili. Resta tuttavia di urgenza inderogabile che tutte le persone a bordo, in particolare i minorenni e le altre persone vulnerabili, possano toccare terra in un porto sicuro nel minor tempo possibile e che alle valutazioni politiche venga anteposta la tutela della vita e dell'incolumità degli esseri umani." 

Questo il messaggio contenuto nella lettera inviata venerdì al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte da oltre 40 associazioni e organizzazioni impegnate per la tutela dei diritti dei minorenni e di rifugiati e migranti, in riferimento alle 42 persone a bordo della nave Sea Watch, giunta ormai al suo 12° giorno nel Mediterraneo: da Asgi a Arci, da Amnesty al Centro Astalli, da Msf a Antigone.

Ricordando le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, i 40 firmatari “chiedono che l'Italia adempia ai suoi doveri di solidarietà, assistenza e accoglienza, così come previsto dalla Costituzione Italiana e dal diritto internazionale”. 

Sottolineando come la Sea Watch non possa ottemperare all'ordine di ricondurre le persone salvate in Libia, in quanto porto non sicuro, le Organizzazioni firmatarie dell'appello “evidenziano la necessità che l'Italia e gli altri Stati coinvolti collaborino attivamente al completamento delle operazioni di soccorso con il rapido approdo in un porto sicuro di tutte le persone a bordo e chiedono al Presidente Conte di ricorrere alle sue responsabilità per fare sì che le operazione di sbarco possano essere condotte nelle prossime ore, assicurando l'opportuna immediata presa in carico dei minorenni ancora a bordo e di tutte le altre persone bisognose di cure e supporto”. 

Pubblicato in Nazionale

A 9 mesi dalla firma di un accordo tra le parti in conflitto in Sud Sudan, resta ancora incerto il futuro di circa 180.000 sfollati che vivono all’interno dei sei Campi di Protezione dei Civili (PoC) gestiti dalla Missione delle Nazioni Unite nel paese (UNMISS) e costruiti per accogliere migliaia di persone in fuga in cerca di sicurezza. A Bentiu e Malakal, dove si trovano i due siti più grandi per numero di persone ospitate, le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) curano gli effetti delle difficili condizioni di vita: insicurezza, scarso accesso all’acqua e cibo e mancanza di rifugi adeguati.

“Gli sfollati vivono in tende sovraffollate e non hanno accesso ad una quantità sufficiente di cibo, acqua pulita e servizi igienici adeguati. MSF fornisce cure mediche e gestisce alcuni programmi volti a evitare la diffusione di epidemie” dichiara Luisa Roade, responsabile medico di MSF.

Da tempo MSF chiede che vengano migliorati i servizi all’interno dei campi, soprattutto per quel che riguarda l’accesso all’acqua e le latrine. Da alcune latrine del centro di Bentiu, dove vivono 100.000 persone, fuoriescono liquidi in eccesso che scorrono lì dove di solito giocano i bambini. Anche per questo, nell’ospedale da 160 posti letto di MSF a Bentiu, quasi la metà dei pazienti sono bambini al di sotto dei 5 anni che arrivano per diarrea acuta, malattie della pelle, infezioni agli occhi o vermi intestinali, tutte malattie evitabili migliorando il livello dei servizi igienici e della qualità dell’acqua.

“Gli alloggi sono ricavati unendo più tende tra loro. Se una persona nella prima tenda soffre di tubercolosi, è molto probabile che contagi le altre persone all’interno. Senza alcuna separazione, è alto il rischio di contagio” racconta Peter che vive da 5 anni con i suoi 5 figli nel Centro di Bentiu, nonostante venga dal vicino villaggio di Rubkona.

Anche a Malakal, la seconda città più popolata prima del conflitto e una delle più colpite dai combattimenti,MSF gestisce un ospedale all’interno del Centro dove vivono circa 30.000 persone. Nel 2018, 51 persone (1 persona a settimana) sono state assistite dopo aver tentato il suicidio e sono state più di 2.400 le sessioni di salute mentale, sia individuali che di gruppo, svolte dalle équipe di MSF.

“Molte di queste persone hanno vissuto esperienze traumatiche durante la guerra, come la perdita di un familiare o della propria casa. Molti hanno assistito a violenze e sono stati costretti a fuggire. Questo trascorso, insieme alle condizioni di vita precarie, innesca sintomi di psicosi. Alcuni nostri pazienti hanno tentato il suicidio o soffrono di depressione profonda. La rassegnazione è un sintomo molto diffuso tra l’intera popolazione del centro di Malakal” dichiara Carlos Alberto Meza, responsabile delle attività di salute mentale per MSF.

Questi Campi di Protezione dei Civili sono stati realizzati per proteggere le persone dalle violenze che hanno colpito il Sud Sudan, ma la sicurezza al loro interno non è assoluta: rapine, saccheggi e violenze sessuali sono frequenti. “La vita è davvero difficile qui, soprattutto per le donne. Questi ultimi 5 anni hanno cambiato le persone. Sono depresse, hanno perso molte cose quando sono fuggite e hanno affrontato tantissime morti all’interno della comunità. Alcune persone pensano che sarebbe meglio togliersi la vita” racconta Achol (foto in allegato), una donna di 32 anni arrivata dal villaggio di Obai, nel sud di Malakal.

Per quelli che hanno una forma di reddito, il rischio di essere attaccati è ancora più alto. “Avendo un lavoro, sono un bersaglio. Ma cosa posso fare? Non ho alternative, la situazione qui è comunque migliore di quella all’esterno” racconta David, uno dei componenti del team di promozione della salute di MSF, che vive all’interno di uno dei sei campi.

Nonostante le innumerevoli difficoltà, molte persone conservano ancora una speranza per il futuro. “Lasceremo il centro quando vedremo che la guerra sarà davvero finita. Fino ad allora, per noi è più sicuro restare qui. Tutte le donne del Sud Sudan, tutte le persone del Sud Sudan, si augurano che arrivi finalmente un periodo di pace. Sarebbe bello se la guerra finisse” afferma Teresa.

Decine di migliaia di persone in Sud Sudan sono morte e circa una persona su tre è stata costretta a lasciare la propria casa da quando il nuovo conflitto è scoppiato nel dicembre 2013. Due milioni di persone sono fuggite nei paesi vicini, mentre altri due milioni sono sfollati all’interno del paese. In questo paese si svolge uno dei più importanti interventi di MSF al mondo.

MSF gestisce programmi di assistenza sanitaria di base e di secondo livello in ospedali e cliniche, svolge attività di sensibilizzazione per gli sfollati e le comunità più remote, risponde alle emergenze e alle epidemie quando si verificano e porta avanti attività preventive, come campagne di vaccinazione.

 

Pubblicato in Migrazioni

L'esito del processo d'appello per il pestaggio di Paolo Scaroni, il tifoso del Brescia vittima il 24 settembre 2005 di una violenta aggressione delle forze di polizia che lo tenne in coma per i due mesi successivi e lo ha reso invalido al 100% per tutta la vita, chiama ancora una volta in causa l'assenza di codici identificativi per le forze di polizia. 

Già nel processo di primo grado, a otto anni di distanza dall'accaduto, era emerso come l'assenza di tale previsione avesse reso impossibile identificare i responsabili che avevano agito a volto coperto. Il processo era terminato con otto assoluzioni, una per non aver commesso il fatto e sette per insufficienza di prove. 

Amnesty International Italia sta portando avanti una campagna per l'introduzione dei codici identificativi per le forze di polizia in servizio di ordine pubblico. 

Pubblicato in Nazionale
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Giugno 2019 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
          1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30