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Martedì, 15 Ottobre 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 24 Luglio 2019 - nelPaese.it

Non le mafie, la violenza di genere e morti sul lavoro: la sicurezza ha altri nemici secondo il nuovo l’esecutivo. Il governo ha messo la fiducia sul Decreto sicurezza bis (dl 53 in materia di immigrazione e ordine pubblico). Ad annunciarlo è stato il ministro per i rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro. Il testo dovrebbe essere approvato oggi, per poi passare di nuovo al Senato per l’approvazione definitiva. 

Il decreto, che scade il 13 agosto, interviene su diversi temi: innanzitutto sul salvataggio in mare, inasprendo le sanzioni per le ong che operano nel Mediterraneo. Ma una parte del provvedimento è anche dedicata alla regolamentazione delle manifestazioni. Per questo il decreto sicurezza bis è aspramente criticato da mesi, ed oggi, mentre in aula si svolgerà la votazione, è stata programmata una manifestazione a Montecitorio di diverse associazioni. 

Cosa prevede 

In tutto, il dl si compone di 18 articoli, divisi in due parti: il contrasto all’immigrazione irregolare e le disposizioni relative all’ordine pubblico. Il testo, passato per le Commissioni, è stato modificato. Tra le novità più rilevanti, le multe da 150 mila fino a un milione di euro per le ong che non rispettano il divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane. Inoltre se il capitano della nave non si ferma davanti allo stop della Guardia costiera viene immediatamente arrestato e può andare incontro a una sanzione da 10 mila a 50 mila euro (articolo 2). Nel caso in cui il capitano non sia in grado di pagare la multa, devono risponderne armatore e proprietario della nave. E’ previsto il sequestro della nave e la confisca, in questo caso l’imbarcazione diventa proprietà dello Stato.

L’articolo 3 inasprisce le pene relative al reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, mentre l’articolo 4 prevede uno stanziamento di circa due milioni di euro per il Fondo rimpatri. Nella seconda parte, quella relativa all’ordine pubblico, vengono inasprite le pene per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Per quanto riguardo eventi e manifestazioni il Daspo viene previsto per “coloro che risultino denunciati per aver preso parte attiva a episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza”, per chi, anche all’estero, ha partecipato a episodi di violenza o per chi è stato denunciato, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei 5 anni precedenti. 

Sanzioni più dure  sono previste anche nel caso di episodi di violenza durante manifestazioni pubbliche. 

Le critiche

Per l’Asgi, è "evidente la mancanza dei requisiti di necessità ed urgenza”, ma con l’ipotesi di decreto legge, spiega l’organizzazione in una nota “si persegue pervicacemente nella strada intrapresa e, addirittura, si decide di portare la guerra agli esseri umani anche in acque internazionali sbeffeggiando le convenzioni internazionali in materia di ricerca e soccorso in mare”. Per questo il provvediemnto è definito l’ “ennesimo attacco al rispetto della vita umana, ai diritti e alle libertà fondamentali”.

Le organizzazioni del Tavolo asilo hanno addirittura disertato le audizioni dopo che era stato revocato l’invito a partecipare all’ong Sea Watch. Anche  per Filippo Miraglia di Arci “è un decreto che non ha i presupposti di straordinarietà ed emergenza: siamo nel periodo in cui Italia ed Europa accolgono meno persone in assoluto. E’ solo propaganda per criminalizzare il salvataggio in mare.

Il metodo usato è quello che usavano i nazisti con gli ebrei, non solo perseguitando loro ma anche chi cercava di salvarli. Marco Bertotto, di Medici senza frontiere, ricorda che nell’ultimo anno “ci sono stati 19 incidenti e stalli in mare che hanno coinvolto  più di 2496 persone, uomini donne e bambini vulnerabili, trattenuti in mare per 165 giorni totali, ovvero 4 mesi che hanno provocato solo inutile sofferenza senza che nessun concreto risultato fosse raggiunto”. “I dati dicono che con le ong in mare si registra 1 partenza su 6 partenza, le altre 5 avvengono quando il mare è sprovvisto di assetti. Questa è la pietra tombale sulla narrazione del pull factor e dei porti chiusi mentre continua ad ad aumentare il tasso di mortalità nel Mediterraneo. Il decreto - conclude - infligge ulteriori inutili sofferenze”.

Oggi dalle ore 16 alle 22 le associazioni saranno in piazza Montecitorio per protestare. “Dobbiamo farci sentire fin nelle aule, far si che il nostro messaggio giunga alle orecchie dei parlamentari - scrive Baobab Experience sul suo profilo Facebook -.La partecipazione di tutti e tutte alla mobilitazione è fondamentale, in qualsiasi momento si riesca ad arrivare in piazza. Abbiamo iniziato a costruire un percorso insieme un mese fa, oggi è ancora più importante esserci con le proprie idee e proposte”.

(Fonte: Redattore Sociale)

 

Pubblicato in Nazionale

Cala ancora il numero dei Neet italiani. Ma il nostro Paese rimane la maglia nera europea per giovani tra i 20 e i 24 anni che non lavorano, non studiano e non si formano (dall'inglese, appunto, Neet). Lo rileva una indagine del Centro studi Cna.

Un primato poco edificante. Alla fine del 2018 i Neet italiani erano 875mila, in diminuzione rispetto all'anno precedente sia in valore assoluto (-29mila unità) sia in termini relativi, dal 28,1 al 27,1%. Un calo, in verità, che prosegue dal 2014, quando i Neet rappresentavano il 32% della popolazione giovanile. Ma c’è poco da festeggiare. Non si può dimenticare, né tanto meno nascondere, che questo grandissimo problema rimane praticamente intatto. Enorme continua a essere, infatti, lo scarto tra Italia e resto d'Europa. Contro il 27,1% del nostro Paese la media dell'Eurozona si ferma al 15,3% e della Ue a 28 Stati al 14,9%. All'opposto dell'Italia si situa l'Olanda (6,3%) e seconda alle nostre spalle è la Grecia (20,7%). Tra i pari taglia, i Neet in Spagna rappresentano il 17,7%, in Francia il 17,1%, nel Regno Unito il 14,2% e in Germania l'8,6%.

Due italie anche per i Neet. Questi dati di sintesi sono, però, fuorvianti. Nascono da una media nazionale che accomuna due Italia compiutamente diverse. Secondo l'Eurostat, solo un neo-diplomato su due riesce a inserirsi nel mercato del lavoro entro tre anni dal conseguimento del diploma. Mentre i dati delle regioni centro-settentrionali risultano in linea con i Paesi europei più sviluppati, però, quelli delle regioni meridionali sono del tutto insoddisfacenti.

La crisi è tutt'altro che dietro le spalle.  Un altro dato risulta molto allarmante. Rispetto a prima della crisi (2008) i Neet italiani sono aumentati del 5,5% (151mila unità), l'incremento più alto in Europa. Per addurre qualche esempio, in Francia e in Spagna la crescita del loro numero è stata ben più lieve (rispettivamente +1,4 e +1,1%) mentre nel Regno Unito (-1,9%) e in Germania (-4,3%) si sono addirittura ridotti.

Quant'è ostico il mercato del lavoro. Che cosa determina questa situazione? La svogliatezza, forse? Se il 50,9%dei Neet davvero non studia, non si forma né cerca un'occupazione, il rimanente 49,1%, che un lavoro lo cerca, difficilmente lo trova e il suo periodo di disoccupazione può essere molto lungo. Un peso maggiore, quindi, nella proliferazione di Neet in Italia lo portano le difficoltà nel mercato del lavoro. Lo dimostra un altro dato. Anche chi cerca di associare allo studio una prima occupazione incontra ostacoli quasi insormontabili: ci riesce solo il 5% contro il 32% della Germania, il 21,3% del Regno Unito, il 19,5% della Francia e il 12,7% della Spagna.

Cause lontane, soluzioni (abbastanza) vicine. Da che cosa scaturisce il record negativo italiano dei Neet? Il nostro Paese è ormai caratterizzato da troppi anni da ritmi di crescita insufficienti. Ne discende la debolezza della domanda di lavoro, accentuata da una legislazione che spesso non facilita l'ingresso dei giovani, soprattutto nelle imprese micro e piccole, vale a dire oltre il 98% del tessuto produttivo. Proprio le imprese artigiane micro e piccole sono invece il luogo ideale per i giovani in cerca di occupazione. Rappresentano, infatti, una sorta di palestra dov'è possibile apprendere mestieri manuali specializzati potendo avvalersi dell'esperienza e della guida diretta del datore di lavoro.

La politica, allora, deve agire. Prima di tutto potenziando l'integrazione tra i diversi strumenti di occupazione e formazione: l'alternanza scuola-lavoro, gli Istituti tecnici superiori (Its), il contratto di apprendistato, i vari incentivi per l'assunzione dei giovani e dei residenti nel Mezzogiorno. Tutti strumenti che andrebbero tagliati su misura delle esigenze del sistema produttivo italiano, in particolare per rispondere alle necessità delle imprese artigiane, piccole e medie. Proprio grazie a questi strumenti, del resto, l'impresa diffusa ha già ottenuto risultati soddisfacenti in termini di occupazione e di trasmissione del sapere e dei saperi. Mentre per molti giovani hanno rappresentato il primo passo verso l'auto-imprenditorialità. Serve un ulteriore sforzo per eliminare le difficoltà tecnico-operative che le imprese ancora incontrano, a esempio, nella fruizione degli sgravi contributivi o nell'avviamento dei percorsi di tirocinio.

(Fonte: Redattore Sociale/Dire)

 

Pubblicato in Lavoro

No Tav e galassia del radicalismo politico movimentista. Neofascismo e violenza razzista. Il nostro Paese vive un’apparente tranquillità ma sotto il tappeto scorre una rabbia che non crede più nel cambiamento “riformista” e “istituzionale”. Lo dice il sondaggio PoliticApp di Swg che dimostra come per il 30% degli italiani “c’è bisogno di una rivoluzione”, con un aumento del 2% rispetto a sei mesi fa.

Per il 36% bisogna fare come i gilet gialli in Francia: scendere in piazza e alzare barricate. Alla base di questo malcontento crescente ci sono le disuguaglianze sociali e di reddito. Per il 50% sono un ottimo motivo per sviluppare proteste radicali contro ricchi e privilegiati.

Oltre alle disuguaglianze un altro fattore scatena la rabbia degli italiani. I poteri forti sono motivo di tensione per il 78% degli italiani.

In questo scenario di rabbia e radicalismo è Salvini il beneficiario dei consensi volando al 37%. Con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni l’estrema destra italiana avrebbe il 43% della maggioranza parlamentare.

Pubblicato in Nazionale

Sono stati i Grace N Kaos con la canzone "Nero" (sul tema dello sfruttamento del lavoro agricolo e del caporalato) a vincere il Premio Amnesty International Italia nella sezione Emergenti domenica sera a Rosolina Mare (Rovigo). Il contest si è svolto nell'ambito del festival "Voci per la libertà – Una Canzone per Amnesty", evento in collaborazione con Amnesty International Italia che ospita ogni anno vari artisti, tra emergenti e affermati, che si sono contraddistinti per la loro sensibilità verso i diritti umani. L'edizione di quest'anno, la 22a, si è svolta fra il 18 e il 21 luglio. Significativa la campagna supportata quest'anno: "Sui diritti umani non si torna indietro".

I Grace N Kaos, primi rodigini ad aggiudicarsi il premio assoluto a distanza di 22 anni, hanno anche vinto il premio del pubblico ed avranno inoltre la possibilità di effettuare un tour di otto concerti promosso dal NuovoImaie. Il Premio della critica è andato invece al fiorentino Giulio Wilson, mentre la targa "Il migliore per noi" di Viva la radio! Network se lo sono accaparrati i cagliaritani The Roomors. Molti sono stati comunque i consensi anche per gli altri due finalisti, Chiara Patronella e Chiara Effe.

Domenica c'era grande attesa anche per l'ospite d'onore Roy Paci, vincitore del Premio Amnesty International Italia nella sezione Big per la canzone "Salvagente" (realizzata con Willie Peyote). L'artista siciliano si è esibito in serata con il rapper Picciotto; i due, che erano accompagnati dal producer Gheesa, hanno portato in scena un mash up di sonorità che ha attraversato i rispettivi stili musicali e contenuti, così come avevano nel mese di maggio a Palermo nella manifestazione-concerto May-Day, organizzata per finanziare le missioni della ong Mediterranea Saving Humas.

Con Paci c'è stato anche un incontro pomeridiano alle 18.30 al Centro congressi, nel quale ha fra l'altro dichiarato: "Non penso di essere io il protagonista di questo premio, vorrei che il protagonista fosse l'umanità delle persone. Questo premio è come la pacca di una amica, Amnesty, che ti dice 'continua cosi, ci sono io a fianco a te' per quello che ho fatto schierandomi in prima persona. Sono emozionatissimo, mi viene da piangere, come un bambino. Senza vergognarmene."

Quattro giorni di musica, arte, impegno civile, emozioni e divertimento: è questo il consolidato format del festival che ha visto sul palco grandi ritorni, come i Pupi di Surfaro (vincitori della scorsa edizione), le Mujeres Creando, Kumi Watanabe, Michele Mud, Bo.Ro.Fra e altri ospiti importanti come Gio Evan, La Municipàl e Valerio Piccolo, alla loro prima esperienza a "Voci". Senza dimenticare gli altri semifinalisti, Giovi & Massimo Francescon Band, Enzo Beccia e Bif, e i presentatori delle serate, Savino Zaba (Radio1 Rai) e Carmen Formenton (Voci per la Libertà).

A decidere prima i finalisti e poi il vincitore è stata una giuria di grande prestigio composta da giornalisti, addetti ai lavori e esponenti di Voci per la libertà e Amnesty International. Tra semifinali e finale è stata formata da: Claudio Agostoni (Radio popolare), Giò Alajmo (spettakolo.it), Eugenio Arcidiacono (Famiglia Cristiana), Marco Cavalieri (Radio Elettrica), Francesca Cesarotti (Amnesty International Italia), Nicola Dalla Pasqua (Amnesty International Veneto), Enrico de Angelis (storico della canzone), Katia Del Savio (Indiana Music Mag), Enrico Deregibus (giornalista e operatore), Aldo Foschini (Musica nelle Aie), Michele Lionello (direttore artistico Voci per la Libertà), Ivan Malfatto (Gazzettino), Gianluca Mura (Radio41), Elisa Orlandotti (Funny Vegan), Angelo Pangrazio (Tgr Veneto), Valerio Piccolo (musicista), Riccardo Pozzato (musicista), Silva Rotelli (ideatrice di Inalienabile), Emanuele Scatarzi (Viva la Radio! Network).

Voci per la libertà non è solo musica: durante le giornate del festival è stato possibile visitare due mostre, una era "In arte Dudu" (la Dichiarazione universale dei diritti umani illustrata da giovani artisti) e l'altra quella di Andrea Artosi (Artax) "Parliamone in piazza", su numeri e persone di origine straniera abitanti a Rovigo. E due installazioni: "Love difference", l'arte urbana per la socializzazione, e "Inalienabile", opera immersiva di Silvia Rotelli su musica e diritti umani.

Partner della manifestazione quest'anno è stato il progetto Hatemeter, che ha lo scopo di accrescere le conoscenze sull'hate speech (ovvero l'incitamento all'odio e alla discriminazione) anti-islamico online e di sostenere le ONG nella lotta all'islamofobia a livello europeo. La piattaforma Hatemeter è sperimentata e validata in Italia da Amnesty.

Il festival avrà una coda con due eventi sotto il nome di "Voci per la Libertà in tour". Sabato 27 luglio alle 19 a Porto Tolle (RO), sulla spiaggia di Barricata Bagno Olimpo, un concerto dei Marmaja, sabato 3 agosto sempre alle 19.00 a Porto Tolle ma sulla spiaggia di Boccasette Bagno Scano Palo, concerto dei Do'storieski. Un'iniziativa di: Associazione Voci per la Libertà, Amnesty International, Comune di Rosolina. Con il contributo di: CGIL Rovigo, CISL Padova e Rovigo, UIL Padova e Rovigo, progetto Hatemeter. 

 

Pubblicato in Cultura

"Leggiamo con profondo sconcerto la notizia dell'efferato assassinio di Yelena Grigoriyeva, attivista lgbti, in Russia, poco distante da casa sua".  Lo dichiara Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay.

"Yelena – aggiunge - era un bersaglio segnalato esplicitamente nei siti che incitavano all'odio e alla violenza contro le persone lgbti. Quell'incitazione si è concretizzata nel più mostruoso dei modi. Mentre piangiamo la morte di Yelena e ci stringiamo con affetto alle persone che condividevano le sue battaglie, non possiamo non allarmarci per quanto di simile, in termini di incitazione all'odio, sta accadendo nel nostro Paese e per i legami torbidi che l'Italia, per tramite del Ministro Matteo Salvini, sta costruendo con la Russia, governo apertamente omofobo in cui questi fatti sono tutt'altro che nuovi o occasionali”.

Poi Piazzoni segnala atteggiamenti e parole d’odio contro le persone lgbt nel nostro Paese: “ieri, sui social media, Giuseppe Cannata, vicepresidente del Consiglio comunale di Vercelli, incitava allo sterminio di gay e lesbiche dal suo profilo Facebook: oggi quella persona è indagata per istigazione a delinquere. Non solo: nei giorni scorsi, in diversi consigli comunali è circolata una richiesta di schedatura delle famiglie omogenitoriali, mossa da Fratelli d'Italia cavalcando alcuni fatti di cronaca”.

“Ecco perché la notizia dell'assassinio di Yelena ci terrorizza e ci spinge a chiedere parole chiare da questo governo sulle relazioni sulla Russia, oltre che un'inequivocabile condanna di quanto accaduto.", conclude Piazzoni.  

Pubblicato in Nazionale

L’epidemia di Ebola scoppiata quasi un anno fa in Nord Kivu non è ancora sotto controllo. Oltre la metà dei 47 distretti sanitari delle provincie di Nord Kivu e Ituri sono stati colpiti dall’epidemia e 22 sono considerati zone di trasmissione attiva, con nuovi casi confermati negli ultimi 21 giorni. Se il numero di casi sta diminuendo nelle prime aree del contagio, come Butembo, Katwa e Mandima, c’è un aumento di nuovi casi a Beni e una costante, elevata incidenza a Mabalako.

A complicare l’intervento, continuano i violenti attacchi contro gli operatori sanitari impegnati nell’epidemia. Il 25 maggio, un operatore sanitario è stato ucciso a Vusahiro, il 25 giugno una folla ha scagliato pietre contro l’autista di un team medico a Beni e ha incendiato il veicolo, il 13 luglio due operatori sanitari sono stati uccisi da assalitori non identificati a Beni. 

Questa ondata di violenza non solo interrompe attività cruciali come la vaccinazione, la ricerca e identificazione dei contatti, le attività di promozione della salute e sepoltura sicura all’interno delle comunità, ma scoraggia anche le persone dal recarsi nei centri di trattamento quando iniziano a presentare sintomi riconducibili all’Ebola. 

Oggi la priorità di MSF è lavorare a stretto contatto con le comunità locali per identificare i bisogni e assicurare l’accesso ai servizi sanitari essenziali per le patologie più comuni nell’area, inclusa l’Ebola. Per questo MSF lavora all’interno delle strutture sanitarie locali e cerca di integrare le attività di risposta all’Ebola nel sistema sanitario esistente, rafforzando l’attività di sorveglianza epidemiologica, triage e prevenzione, allestendo centri di transito, potenziando le attività di sensibilizzazione nella comunità.  

Recentemente MSF ha ripreso a fornire cure per i pazienti confermati nelle aree di trasmissione attiva come la provincia di Bunia-Ituri, in collaborazione col Ministero della Salute e sta completando la costruzione di un nuovo Centro di trattamento Ebola a Goma. Al momento sono oltre 530 gli operatori umanitari di MSF impegnati nell'emergenza Ebola e 745 dipendenti pubblici del Ministero della Sanità che MSF supporta fornendo incentivi. 

Parla Isabelle Defourny, direttore delle operazioni MSF

A che punto è la risposta all’Ebola in RDC? 

L’epidemia di Ebola nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo non è ancora sotto controllo. Da quando è stata dichiarata l’epidemia, il 1 agosto 2018, si sono registrati più di 1.600 decessi. Nei primi sette mesi (da agosto 2018 a marzo 2019) ci sono stati oltre 1.000 casi confermati o sospetti, ma tra marzo e giugno 2019, questo numero si è più che raddoppiato, con oltre 1.000 nuovi casi in un periodo piuttosto breve. Il picco è arrivato a fine aprile, con oltre 120 casi a settimana, e il numero di nuovi casi resta ancora altissimo, tra i 75 e i 100 a settimana. In una situazione come questa, è estremamente difficile tenere traccia precisa delle catene di trasmissione del virus. 

Durante l’epidemia del 2014, tutto quello che potevamo fare era isolare i pazienti e somministrare farmaci non completamente efficaci. Con i vaccini e i farmaci sperimentali disponibili oggi, invece, siamo in grado di offrire alle persone la possibilità di proteggersi e di accedere a trattamenti promettenti. 

Secondo le informazioni rese note dopo lo scoppio dell’epidemia, la maggior parte dei contatti personali dei casi confermati sono stati vaccinati e poi monitorati dai team del Ministero della Salute. Molto probabilmente, questo ha aiutato a contenere l’epidemia per un certo periodo. È la prima volta che viene effettuata una vaccinazione su così larga scala e questo è uno sviluppo estremamente positivo. 

Questo approccio è ancora possibile oggi? 

Diciamo che andrebbe adattato e ampliato. Al momento, si stanno utilizzando le cosiddette vaccinazioni ”ad anello”. Significa che si vaccina chiunque sia stato in contatto con una persona contagiata e i contatti dei contatti. La ragione dietro questo approccio non è sbagliata. Ma implementare un metodo del genere è estremamente impegnativo, richiede molto tempo e non è adatta al livello di insicurezza che oggi c’è in Nord Kivu, perché comporta l’individuazione di ogni singolo contatto di ogni paziente. Inoltre, il numero di persone vaccinate è troppo basso per contenere la diffusione dell’epidemia. Ulteriore difficoltà è il trasporto da Kinshasa dei vaccini, che devono essere conservati ad una temperatura costante di -60° C. 

Serve quindi un cambio di strategia per contenere l’epidemia? 

Assolutamente sì. Infatti, lo scorso maggio, il Gruppo di Esperti Consultivo Strategico (SAGE) ha raccomandato una modifica della strategia di vaccinazione in RDC, per permettere a più persone di essere vaccinate. Fino ad oggi, l’ostacolo principale all’implementazione di una vaccinazione estesa è la limitata disponibilità nel paese del vaccino Merck – l’unico che si è dimostrato efficace in un’epidemia. Secondo le ultime informazioni dell’OMS, ci sono 600.000 dosi di Merck disponibili. Se così fosse, non ci sarebbe motivo per non iniziare immediatamente ad ampliare la vaccinazione.  

Le persone in RDC sono consapevoli dell’utilità del vaccino e, infatti, stanno chiedendo di essere immunizzate contro il virus. Tuttavia, con la vaccinazione di appena 50 contatti per ogni caso confermato di ebola, è probabile che solo un terzo di quelli a rischio siano davvero protetti. La scorta di vaccini in RDC è estremamente limitata, di solito meno di 1.000 dosi. Data la fornitura ancora sporadica e le difficoltà nel rintracciare tutti i contatti dei contagiati, non possiamo ancora dire che sia una strategia di risposta all’emergenza.  

Sebbene qualcuno preveda una rapida conclusione dell’epidemia, noi non vediamo alcuna evidenza che ciò possa accadere. Anzi, ci sembra il contrario, dati i recenti allarmi in Uganda e vicino al confine con il Sud Sudan. Altri vaccini esistono. Andrebbero testati in un’area dell’epidemia, per essere pronti nel caso si diffondesse e per avere a disposizione una selezione più ampia di vaccini in future epidemie.  

 

 

Pubblicato in Dal mondo

“La sua famiglia non saremo più noi ma lui stesso. Sarà un uomo indipendente”.  Lucia e Andrea  Tarchi si preparano a garantire un nuovo futuro al figlio Stefano. Nessuna separazione, nessun trauma ma la concretizzazione  di un progetto al quale i due anziani genitori, ultraottantenni, lavorano da tempo.

Stefano tornerà nella casa di famiglia a Partina, nella campagna del Casentino.  Ci tornerà in modo diverso rispetto a prima perché con lui vivranno altri 4 disabili: i suoi genitori hanno messo a disposizione, conferendolo in uno specifico trust familiare, l’immobile di quasi 400 metri quadrati con un giardino di 600 metri quadrati. La gestione del cohousing sarà affidata alla cooperativa sociale Koinè in una logica di collaborazione con la Usl Toscana Sud Est, il Comune di Bibbiena e l'Unione dei comuni montani del Casentino. Agli ospiti che vivranno a Partina continueranno ad essere garantite le attività diurne che oggi sono svolte dai centri diurni Isola che non c’è a Bibbiena, Tangram a Rassina e Il Pesciolino rosso a Pratovecchio.

L’iniziativa ha come cornice il progetto “Niente su di noi senza di noi” ed è una risposta originale e innovativa all’angosciante domanda che si pongono tutti i genitori che hanno figli con disabilità: cosa gli accadrà una volta che noi non ci saremo più. Casa Partina verrà inaugurata venerdì 26 luglio alle ore 18. Interverranno Filippo Vagnoli, Sindaco di Bibbiena; Eleonora Ducci, Assessora alle Politiche Sociali dell’Unione dei Comuni Montani del Casentino; Evaristo Giglio, Direttore Zona Distretto Arezzo-Casentino-Valtiberina Usl Toscana sud est; Lucia e Andrea Tarchi che con il trust familiare hanno conferito l’immobile e Paolo Peruzzi, Direttore generale della cooperativa sociale Koinè.

Le legge  112 del 2016, conosciuta come legge sul "dopo di noi" prevede il trust, cioè uno strumento di protezione legale che consente, come in questo caso, ad una famiglia che ha un figlio disabile di garantirgli un futuro. Il genitore o la famiglia, infatti, possono destinare alcuni loro beni ad un fondo appositamente costituito, avendo la garanzia che questo patrimonio verrà utilizzato a beneficio del loro congiunto disabile.
Nell' articolo 1 della legge si stabilisce che la norma “è volta a favorire il benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità”.

Si tratta della prima normativa che riconosce specifiche tutele per i disabili dopo la perdita della famiglia o dei congiunti che si erano occupati di lui finché erano in vita.  La legge mira a garantire l'autonomia della persona disabile e consente alla famiglia e al soggetto del trust di lavorare insieme per assicurare la miglior riuscita del progetto di autonomia del disabile.

"Quello della famiglia Tarchi - commenta Paolo Peruzzi - è un gesto d'amore che crea un servizio. La  capacità di condivisione e di collaborazione tra enti locali, Unione dei Comuni, Ausl, cooperazione sociale, associazioni delle famiglie  prodottasi attorno al “dopo di noi“ potrebbe  essere ulteriormente alimentata e valorizzata per costituire il necessario elemento fondativo di un nuovo, grande, patto sociale locale che consenta di riconquistare unitarietà nella programmazione, nella gestione e nello sviluppo delle reti dei servizi sociali e di promozione del benessere comunitario".

Quello di Partina, secondo il Sindaco di Bibbiena, Filippo Vagnoli, "è un nuovo modo di pensare e di vivere la disabilità. Il “dopo di noi” rappresenta una grande testimonianza di cura di una comunità nei confronti dei suoi figli più fragili. Una cura dovuta, necessaria che coinvolge famiglie intere, genitori, non più giovani, che hanno la necessità di pensare ai loro ragazzi diversi e al loro diritto di futuro e di benessere. Sostenere chi è in difficoltà, chi non ce la fa da solo, non è questione di “facciata”, ma di sostanza. Si parla di comunità quando questa è in grado di accogliere e insieme sostenere. Infine, ma non per ultimo ovviamente, c’è questa famiglia straordinaria, la famiglia Tarchi, la cui storia è monito ed esempio. La nuova legge sul dopo di noi ha offerto l’opportunità del trust ma Andrea e la moglie hanno voluto esprimerla fino in fondo per il bene del figlio, ma anche per altri ragazzi come lui il cui futuro resterebbe incerto senza questo percorso".

 

"Quella che è nata in Casentino - ricorda Eleonora Ducci - è un’esperienza unica in tutto il territorio provinciale perché si sviluppa dalla volontà di una famiglia di mettere a disposizione dei beneficiari un’abitazione che diventerà la loro casa. È il risultato di un percorso integrato, una sinergia tra famiglia, Comuni, Unione dei Comuni, Azienda Usl, Cooperative Sociali, Fondazioni e Associazioni in rappresentanza di famiglie e dimostra come percorsi integrati tra enti pubblici e settori del non profit possano raggiungere obiettivi importanti, di crescita di tutta la comunità".

"La partecipazione della Azienda USL Toscana sud est, in particolare della Zona Distretto del  Arezzo Casentino Valtiberina - sottolinea il Direttore Evaristo Giglio -  alla progettazione del “Dopo di Noi” ha un significato molto preciso: coordinare i diversi interventi, presidiare l’integrazione tra servizi sociali e sanitari del territorio, verificare la corretta attuazione delle finalità del Bando Regionale che assume obiettivi di straordinario valore sociale oltre che sanitario. Nel panorama delle iniziative gemelle che investono la Zona, il progetto specifico del Casentino ha caratteristiche davvero peculiari. La creazione di Casa Partina suscita un interesse particolare per il carattere innovativo e per la carica umana delle persone che ne sono protagoniste. Solo conoscendo la famiglia Tarchi e quindi Lucia e Andrea si può apprezzare il valore del percorso umano che ha alimentato la decisione di affidare, ricorrendo alla formula del trust, il futuro del proprio figlio. Il percorso davvero singolare, unico per il momento nel panorama della realtà aretina, è davvero denso di umanità, un “monumento” che sussume il significato della “genitorialità di un figlio disabile”.

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Su nelpaese.it inizia la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di Gaia Aiello

 

“Il villaggio del degrado “, “il quartiere della droga”, “la piazza di spaccio di Catania”. Questi sono soltanto alcuni dei modi in cui i giornalisti hanno descritto Librino, quartiere ferito nella periferia sud di Catania. Un quartiere difficile, per troppi anni abbandonato a sè stesso, al degrado e alla criminalità.  Ma in mezzo ai palazzi di cemento, c’è un’oasi di bellezza.

A Villa Fazio, antica masseria sottratta alla mafia, c’è un bellissimo albero. Ai suoi piedi, una foto che commemora Giovanni Falcone e una sua citazione: «Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.» E sopra quella foto, su fogli gialli, messaggi contro la mafia scritti dai ragazzi di Librino.

Dal 2015 Villa Fazio è stata affidata al Consorzio Sol.Co, che l’ha trasformata in un Polo Educativo per i ragazzi del quartiere, gestito dall’associazione di volontariato C’Era Domani Librino. Un nome che è già un programma. Da una parte il legame con la storia di una periferia difficile, dall’altra la speranza nel futuro, nel cambiamento, nella volontà degli abitanti di rendere il loro quartiere un posto migliore.

E per credere nel futuro bisogna investire sui bambini: così ogni giorno Villa Fazio si trasforma in uno spazio dedicato a tantissime attività educative e ludiche, che hanno lo scopo di impegnare bambini i ragazzi del quartiere in attività produttive, creative e divertenti che li tengano lontani dalla strada e che mostrino loro un’alternativa concreta alla criminalità.

Campetti per fare sport, aule studio, orto didattico, danza, musica, disegno: i ragazzi passano le loro giornate in un ambiente protetto che offre loro la possibilità di esprimersi in libertà, divertirsi e imparare i principi della solidarietà e della legalità. Proprio la legalità è un tema fondamentale in un quartiere come Librino, che da sempre è una delle roccaforti della mafia etnea.

Non è un caso quindi che una delle iniziative più importanti e di successo proposte da C’era Domani Librino sia “Capaci Di Crescere”. Organizzata assieme alla Fondazione Ebbene, anch’essa operante all’interno di Villa Fazio, è una giornata celebrativa dedicata alla memoria della strage di Capaci. Giunta quest’anno alla sua quinta edizione ha coinvolto gli alunni di dieci scuole catanesi, che hanno disegnato 27 pannelli, ognuno dei quali rappresenta una possibile via verso una maggiore legalità.

Ma C’era Una Volta Librino non finisce con il Polo Educativo e non si chiude in un singolo quartiere: molti i progetti e le attività che coinvolgono l’intera Città Metropolitana, all’insegna di una contaminazione positiva che coinvolga quante più persone possibili.

Perché per cambiare le cose, dobbiamo tutti rimboccarci le maniche.

 

 

 

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