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Venerdì, 06 Dicembre 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 26 Agosto 2019 - nelPaese.it

“Non sono un eroe”. Questa frase ricorre spesso nelle conversazioni con gli attivisti per i diritti umani che Lorena Cotza e Ilaria Sesana hanno raccolto nel libro “Non chiamatemi eroe. Storie di ribellione, resistenza e coraggio. Per difendere i diritti umani ad ogni costo”, in libreria per Altreconomia edizioni. Storie a volte dolorose, che oscillano tra la cronaca e il ritratto personale: uomini e donne “normali” che - in modo nonviolento - mettono la propria vita al servizio di una causa.

I difensori e le difensore dei diritti umani si possono definire testimoni scomodi, pietre d’inciampo, lottatori pacifici: persone che - spesso lontano dai riflettori e in aree remote del pianeta - rischiano la vita per proteggere i più deboli, la propria comunità, le minoranze discriminate, i diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Si stima che dal 1998 - anno in cui fu siglata la Dichiarazione ONU sugli “human rights defenders” - siano stati uccisi almeno 3.500 attivisti, 321 nel solo 2018 e un numero indefinito è stato arrestato, detenuto, torturato.

L'eroe più radicato nell’immaginario collettivo è forse quello impegnato nella difesa dell’ambiente: la salvaguardia delle foreste e dei fiumi, le proteste contro miniere inquinanti o i progetti di costruzione di grandi dighe, come nel caso di Geovani, leader e portavoce del popolo Krenak, nel Sud Est del Brasile (in copertina nel libro). C'è poi chi difende i diritti delle minoranze - ad esempio i cittadini discriminati per il loro orientamento sessuale - come Veronika Lapina, dell’Ong russa “LGBT Network”, che denuncia le brutalità verso le persone non eterosessuali in Cecenia. A volte la propria professione diventa una missione: Nurcan Baysal giornalista turca di Diyarbakir, nei suoi libri e reportage ha denunciato le discriminazioni e le violenze contro la minoranza curda perpetrate dal governo e dall’esercito turco, pagando con la prigione e continue minacce.

Altre storie mettono in discussione le nostre certezze. Scopriamo, ad esempio, che i difensori non sono dei “solitari”: spesso sono le comunità a cui appartengono - come i popoli indigeni - giocano un ruolo cruciale nella rivendicazione dei loro diritti, come nel caso del villaggio berbero di Imider, in Marocco, minacciato da una miniera d’argento, dove l’intera comunità locale si è mobilitata. Joanna K. Cariño si batte per le comunità indigene e il loro ambiente non da sola ma con la “Cordillera People’s Alliance”.

In altri casi la sorpresa è che le violazioni dei diritti non si verificano solo in Paesi con regimi oppressivi, ma anche nelle cosiddette democrazie, tra cui l’Italia: la storia di Marco Omizzolo, attivista minacciato e calunniato per aver difeso i lavoratori Sikh sfruttati nell’Agro Pontino, è esemplare degli attacchi che subisce chi compie azioni di solidarietà verso i migranti.

Scrive Andrew Anderson, Executive Director di Front Line Defenders: “Nonostante gli arresti, la persecuzione e gli omicidi, in tutto il mondo i difensori e le difensore dei diritti umani continuano a portare avanti il loro prezioso lavoro. Rifiutano di tacere, rifiutano l’indifferenza. E ci chiedono di fare altrettanto: per sostenerli, per lottare contro la censura e l’indifferenza, dobbiamo far di tutto per ascoltare, amplificare e far sentire le loro voci”. Con un'intervista a Guadalupe Marengo, direttrice del Global Human Rights Defenders Programme di Amnesty International.

"Non chiamatemi eroe. Storie di ribellione, resistenza e coraggio. Per difendere i diritti umani, ad ogni costo", di Lorena Cotza e Ilaria Sesana - 128 pp, 13,00 € (Altreconomia)

 

Pubblicato in Cultura

Sul nelpaese.it continua la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di  Chiara Bottazzi

 

Elba non è solo il nome di un’isola, evocativo di riposo estivo e acque cristalline. È anche l’acronimo del progetto “Emergenza Lavoro nei Balcani” (E.L.Ba), nato nel 2015 e sostenuto da Caritas Italiana, che mira alla costruzione di imprese sociali a favore delle fasce più vulnerabili della popolazione locale di otto Paesi del Sud Est Europa (Albania, Bosnia Erzegovina, Grecia, Kosovo, Macedonia del nord, Montenegro, Serbia e Bulgaria).

In una vecchia Europa piagata da oltre dieci anni di crisi, l’economia sociale rappresenta un modello da seguire che mette le comunità e la persona al centro di uno sviluppo sostenibile. Caritas Italiana ha finanziato inizialmente il progetto con 480.000 euro dai fondi dell’otto per mille Cei e a breve prenderà il via la terza fase d’attuazione. Il quadro di riferimento, come ha spiegato Laura Stopponi, dell’ufficio Europa di Caritas italiana, è la Strategia Europa 2020, “che mira a ridurre del 25% i poveri nel continente e incoraggia a proporre iniziative innovative. Anche perché la crisi ha aggravato le disuguaglianze e c’è un problema serio di coesione sociale”.

Grazie alla sinergia con Caritas Spagna, Francia, Stati Uniti e alle istituzioni europee, Elba nel corso di quattro anni di progetto ha permesso la nascita di 80 imprese sociali nelle terre balcaniche. Cosa non da poco in Paesi mangiati da decenni di dittatura socialista e malgoverno diffuso, turbati da conflitti violenti che spesso li hanno contrapposti gli uni agli altri.

I campi di azione delle imprese sociali nate tramite Elba rientrano nei temi oggetto dell’enciclica “Laudato sì” di papa Francesco: ambiente, sostenibilità, agricoltura sociale, manifattura, tessile, servizi alla persona. Temi che vengono raccontati in prima persona nel blog “Learning from Elba”, dove sono raccolte le testimonianze di chi ha partecipato al progetto, costruendo nuove realtà sociali nei Paesi coinvolti: dalla panetteria solidale nata a Skhodra, in Albania, alla nascita della cooperativa sociale della Fondazione Pammakaristos, che si occupa di commercializzare le ceramiche realizzate da ragazzi con disabilità, fino alla nascita di un vivaio in Kosovo gestito da donne. Caritas Europa ha anche diffuso un manuale “Putting people before profits” che spiega l’importanza dell’economia sociale perché, come si legge nell’introduzione “le persone devono venire prima dei profitti”. 

L’obiettivo di Elba è, quindi, notevole: combattere la disoccupazione nei rispettivi paesi del sud est Europa, proponendo modelli alternativi di impresa, basati sul sociale, aventi come target le minoranze più vulnerabili e al tempo stesso sostenendo percorsi di adesione all’Ue delle nazioni coinvolte, tramite esperienze di welfare e di economia sociale. “Ora c’è la grande scommessa della sostenibilità futura di queste imprese” spiega Tiziana Ciampolini di Caritas Torino, CEO della rete S-nodi che segue il progetto Elba per conto di Caritas Italiana.

“Una scommessa che si gioca nella possibilità del mercato balcanico di dialogare con l’Europa. Speriamo di riuscire a creare la possibilità di import/export di questi piccoli prodotti all’interno delle reti solidali. Prima erano Paesi completamente sussidiati dai Paesi donatori, abituati alla donazione. Ora le persone coinvolte sono in grado di prendere le redini della propria vita per uscire dalla povertà. È stata un’azione culturale e pedagogica con risultati concreti”.

 

 


 

Pubblicato in Economia sociale

La splendida cornice della Fattoria sociale di Protte ha ospitatolo scorso 9 agosto, la Festa dell'agricoltura sociale. Organizzata dalla cooperativa agricola e sociale Fattoria sociale, in collaborazione con la cooperativa sociale Il Cerchio ed il Forum dell'agricoltura sociale, la cena-evento ha visto oltre 120 partecipanti. Il menu è stato interamente composto da prodotti biologici, molti dei quali provenienti dalle realtà aderenti al Forum dell'agricoltura sociale umbro. Tra queste, oltre ovviamente alla cooperativa Il Cerchio, anche le cooperative Ariel di Foligno e La Semente di Spello.

Le aspettative degli ospiti sono state ripagate con pietanze ottime dall'inizio alla fine anche grazie, naturalmente, alla qualità della materia prima. Un ringraziamento particolare va a Banca Desio per il contributo fornito all’organizzazione della festa e per la partecipazione. Il ricavato della cena sarà devoluto in parte al Forum dell'agricoltura sociale e in parte alla annuale raccolta fondi della Cooperativa Il Cerchio che quest’anno è destinata al Centro Diurno Alzheimer.

Per l'occasione la Fattoria sociale ha lanciato il nuovo logo, che riporta la frase “Locale, giusto e sostenibile” che non è solo uno slogan ma il filo conduttore dell’intero progetto. Sono stati inoltre esposti i prodotti della fattoria: dalle uova (tutte provenienti da galline allevate a terra) alle piantine aromatiche, passando per pomodori, insalata, zucchine ed altre verdure dell'orto. Oltre alla produzione, durante la serata hanno avuto modo di farsi conoscere molti dei ragazzi, con varie disabilità, che in questo luogo frequentano laboratori e percorsi che li portano, ad esempio, ad essere in grado di servire ai tavoli, cosa che hanno fatto egregiamente proprio durante la festa di venerdì scorso.

Tornando alla serata, a dare un tocco di classe all'atmosfera - già di per sé magica - ci ha pensato la musica jazz del duo Anna Calderini e Ruggero Fornari, in particolar modo durante il momento dedicato all'osservazione collettiva delle stelle cadenti.

Duplice obiettivo raggiunto, insomma, per la Fattoria: focalizzare l'attenzione sull'agricoltura sociale e sul Forum, supporto indispensabile, in termini di consulenza, cooperazione e formazione, per le realtà che si affacciano all'agricoltura sociale, e al contempo promuovere i tanti "chilometri zero" che ne caratterizzano la produzione.

Pubblicato in Umbria

Qualità della vita e benessere, la Casa di riposo Sarcinelli di Cervignano del Friuli è ufficialmente certificata con il marchio Qualità e Benessere Q&B. Tra gli elementi centrali valutati positivamente dall'ente certificatore esterno l'anziano al centro ed il benessere del personale, che sono elementi chiave di successo della qualità, ma anche il confronto fra strutture, il miglioramento continuo della singola organizzazione e del sistema delle strutture partecipanti.

L'11 luglio scorso, presso la casa riposo comunale "V. Sarcinelli" di Cervignano del Friuli, dopo una lunga giornata di valutazione da parte dell'ente certificatore, è stata raggiunto con grande entusiasmo degli operatori della struttura e dell'Amministrazione comunale, l'obiettivo di affidare alla struttura il marchio Qualità e Benessere (Q&B).

Il marchio Q&B è un modello di autovalutazione e valutazione del benessere e della qualità della vita delle persone anziane che vivono in una struttura residenziale, nato nel 2005 con un obiettivo ben preciso, riuscire a misurare gli "outcome" dei processi socio-sanitari-assistenziali secondo una lettura che prevede di "misurare ciò che è importante e non dare importanza a ciò che è misurabile".

Il modello, a fronte della classica verifica documentale, centrale in tutti i modelli di certificazione, garantisce di esplorare ed osservare il contesto di vita ed ascoltare tutti i soggetti coinvolti nella quotidianità della vita della Casa di riposo attraverso un chiaro sistema valoriale di riferimento, che è stato poi tradotto nei valori che sono oggi l'elemento fondante di tutto il modello: rispetto, affettività, umanizzazione, gusto, libertà, vivibilità, socialità, comfort, operosità, autorealizzazione, salute e interiorità.

L'obiettivo è stato raggiunto grazie all'impegno del personale della Cdr Sarcinelli coordinato dalla responsabile della struttura Karin Faggionato ed in stretta collaborazione con la Cooperativa sociale Itaca affidataria del servizio di assistenza agli ospiti e della dott.ssa Antonella Brugnetta psicologa della struttura.

Il team leader del Marchio Q&B ha validato l'operato della struttura assieme agli auditor, costituiti da personale di altre strutture residenziali per anziani aderenti al marchio adeguatamente formati, è stato espresso un giudizio rispetto all'attendibilità dell'autovalutazione dell'Ente, procedendo alla restituzione dei risultati, alla stesura di raccomandazioni, suggerimenti di miglioramento ed indirizzi. Ben 105 gli indicatori della qualità sui quali la struttura si è misurata ed è stata poi valutata.

"Esprimo grande soddisfazione - afferma Karin Faggionato, responsabile della Cdr Sarcinelli - perché credo profondamente che la qualità del nostro lavoro debba essere misurabile non solo per garantire la qualità dell'assistenza che offriamo, ma soprattutto per avere la consapevolezza di quanto possiamo ancora cambiare e migliorare, partendo dai valori profondi che questo marchio diffonde e dal valore dell'impegno quotidiano di tutte le persone che qui lavorano e vivono. L'autovalutazione alla base del sistema di certificazione ha permesso di capire quali sono le ricadute, positive e negative, di quello che in ogni momento della giornata gli operatori fanno, ha aiutato a comprendere davvero quanto a volte basti poco per migliorare la vita all'interno della struttura, a patto che questo poco sia condiviso fra tutti, per far sì che si trasformi in buone prassi di vita".

"Siamo orgogliosi come Amministrazione del lavoro e del risultato raggiunto da tutto lo staff della struttura - evidenzia Loris Petenel, assessore alle politiche sociali -, perché ha saputo creare una consapevolezza nuova rispetto all'importante ruolo di ognuno all'interno della struttura. L'ottenimento del marchio di Qualità e Benessere è anche momento di orgoglio per la comunità cervignanese che attraverso numerose forme di volontariato è fortemente legata e presente nelle attività della Casa di riposo".

 

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

Due anni fa, a partire dal 25 agosto 2017, 745.000 Rohingya entravano in Bangladesh per fuggire dalla violenta operazione di sgombero nello Stato di Rakhine per mano dell’esercito del Myanmar. Da allora sono stati fatti pochi progressi per riconoscere il loro status legale nell’area e affrontare le cause della loro esclusione in Myanmar, avverte Medici Senza Frontiere (MSF). A oggi, nessuna soluzione significativa è stata offerta ai Rohingya, costretti a vivere ai margini della società in tutti i paesi in cui si sono rifugiati.

In Bangladesh, oltre 912.000 Rohingya continuano a vivere negli stessi piccoli ripari temporanei di plastica e bambù messi in piedi al loro arrivo e a causa delle restrizioni su spostamenti e possibilità di lavoro restano completamente dipendenti dagli aiuti umanitari. Molte delle patologie che MSF tratta nelle proprie cliniche a Cox’s Bazar sono il risultato delle misere condizioni di vita che i Rohingya devono affrontare nei campi, a cominciare dallo scarso accesso all’acqua pulita e dal numero insufficiente di latrine.

I medici, infermieri e psicologi di MSF continuano a trattare decine di migliaia di pazienti al mese, e hanno effettuato oltre 1,3 milioni di visite mediche dall’agosto 2017 a giugno 2019. Con i bambini impossibilitati a frequentare la scuola, le future generazioni hanno scarse possibilità di migliorare la propria condizione.

“Negli ultimi due anni sono stati fatti pochissimi sforzi concreti per affrontare le cause della discriminazione dei Rohingya e consentire il loro ritorno a casa in sicurezza” dichiara Benoit de Gryse, responsabile delle operazioni MSF per Myanmar e Malesia. “I Rohingya possono avere qualche possibilità di un futuro migliore, solo se la comunità internazionale rafforza gli sforzi diplomatici con il Myanmar e sostiene un maggiore riconoscimento legale per questo gruppo, che al momento non ha praticamente alcun potere”.

Uno studio retrospettivo sulla mortalità condotto da MSF a dicembre 2017 ha rivelato che almeno 6.700 Rohingya sono stati uccisi in Myanmar nel primo mese dopo lo scoppio delle violenze, tra loro 730 bambini al di sotto dei 5 anni.

Bibi Jan ha perso due fratelli durante le violenze, lei stessa è stata accoltellata come testimoniano le cicatrici sul braccio. Dopo che il suo villaggio è stato raso al suolo è fuggita in Bangladesh dove oggi vive con i figli, nel campo di Kutupalong. “Vorrei mandare i miei bambini a scuola ma non ho abbastanza soldi e non possiamo lasciare il campo, È difficile pensare al futuro dei miei figli. Con un lavoro non avremmo bisogno delle distribuzioni di cibo ma potremmo vivere con le nostre forze” racconta agli operatori di MSF.

Anwar, rifugiato Rohingya di 24 anni che vive nel campo di Kutupalong (FOTO QUI), era un insegnante in Myanmar. “Stiamo soffrendo qui. Siamo depressi, la situazione nel nostro paese è molto deprimente. Dove andremo a vivere? Siamo sconvolti dalle condizioni di vita nel campo. Non abbiamo abbastanza cibo. Vogliamo solo tornare a casa, non voglio restare un secondo di più. La nostra speranza è di trascorrere la nostra vita in Myanmar”.

In Myanmar: “Teniamo dentro la nostra frustrazione”

Resta desolante la situazione dei Rohingya rimasti in un limbo in Myanmar, dove nel 1982 una legge sulla cittadinanza li ha resi a tutti gli effetti apolidi. Negli ultimi anni sono stati privati di ancor più diritti: dall'inclusione civica al diritto all'istruzione, dalla possibilità di sposarsi alla pianificazione familiare, dalla libertà di movimento all'accesso alle cure mediche. Nel 2012 la violenza tra i Rohingya e le comunità dello stato del Rakhine ha portato alla distruzione di molti villaggi. Da allora, circa 128.000 musulmani Rohingya e Kaman nel Rakhine centrale vivono in campi sfollati sovraffollati e precari. Poiché viene negata loro la libertà di movimento, di lavoro, nonché l'accesso ai servizi di base, dipendono esclusivamente dagli aiuti umanitari.

“Non ci sono reali opportunità di lavoro qui, quasi non ci sono pesci da pescare. Non riusciamo nemmeno a comprare le cose che vogliamo perché qui non ci sono commerci” osserva Suleiman, un Rohingya a Nget Chaung, area in cui vivono circa 9.000 persone. “Le persone qui sono tristi, frustrate di non poter andare da nessuna parte né fare qualcosa. Teniamo dentro di noi la frustrazione perché non possiamo parlare della nostra situazione, non ci sono spazi per farlo. Non possiamo nemmeno spostarci verso la città più vicina, siamo in gabbia”.

Tra i 550.000 e i 600.000 Rohingya sono rimasti a vivere nello stato del Rakhine. Le loro condizioni di vita, già difficili, sono ulteriormente peggiorate con l’inasprirsi del conflitto tra l’esercito del Myanmar e quello dell’Arakan, un gruppo armato etnico del Rakhine.

Malesia: passano gli anni, aumenta la marginalità

Anche in Malesia, paese verso cui fuggono da oltre 30 anni, i Rohingya si trovano in un limbo. La mancanza di uno status giuridico li porta, insieme agli altri rifugiati e richiedenti asilo, a vivere in una crescente condizione di precarietà. Non potendo lavorare legalmente, finiscono nel mercato nero, sfruttati, a volte costretti alla schiavitù per aver contratto debiti ed esposti a incidenti sul lavoro. Perfino mentre camminano per strada o cercano cure mediche possono essere presi e reclusi in centri di detenzione o finire vittime di estorsione.

Iman Hussein, 22 anni, è fuggito dallo stato del Rakhine nel 2015, e dopo un periodo in Thailandia è arrivato a Penang, in Malesia. Come molti rifugiati, si è guadagnato da vivere lavorando nel settore edile a Penang, in forte sviluppo. Da 10 settimane non riceve più lo stipendio ma non ha altra scelta se non quella di continuare a lavorare perché sarebbe ancora più in difficoltà nel caso decidesse di smettere.

 

 

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