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Martedì, 19 Novembre 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 25 Settembre 2019 - nelPaese.it

Mariano ha 13 anni, vive a Napoli e da grande vuole diventare ricco e rispettato come il signor Rosario che ha fondato la “Scarabeo”. L’agenzia, sotto la copertura di un’impresa di pulizie, seleziona e forma profili per “clienti speciali”. Parte così il nuovo libro di Francesco Uccello, “Lo Scarabeo” (ad est dell’equatore editore, 12 euro) in uscita il prossimo 17 ottobre nelle librerie.

Mariano non vuole essere come suo padre Salvatore che si è fatto arrestare ingenuamente e vorrebbe a tutti i costi offrire una vita migliore a sua madre Cettina, che si occupa delle pulizie in casa delle “risorse umane” dell’agenzia. Mariano fa di tutto per entrare nelle grazie del signor Rosario e si lega a suo figlio Ciro, già più grande, per opportunismo. Mariano è innamorato della segretaria Serena e fantastica di sposarla, ma la gelosia nei confronti dell’ingegner Stefano Cava, assunto per un colpo in banca, lo spinge a selezionare a sua volta una banda per dargli una lezione. Il protagonista racconta, in maniera divertente ed emozionante, la voglia di fare le cose dei grandi e allo stesso tempo il bisogno di essere guidato, protetto e coccolato.

La ricerca di questo equilibrio non è semplice e può capitare di non essere capaci di guardare la realtà, desiderando ciò che non si può avere. Quando si rincorrono falsi miti, quando le amicizie sono per interesse, quando i genitori non riescono ad essere un punto di riferimento, i ragazzi e gli adulti rischiano di essere accecati e di percorrere strade molto pericolose.

“Mariano, tredici anni e la voglia insopprimibile di vivere e di amare, chiuso in un rione di Napoli come un piccolo animale costretto in una gabbia. Un romanzo di mal-educazione alla vita, potente, toccante e preciso, come un teorema doloroso.” Ivan Cotroneo

Francesco Uccello, Napoli, 1973, è autore, giornalista e blogger. Ha ideato e scritto insieme con Ivan Cotroneo il programma tv “Chiedi a papà”, prodotto dalla Indigo Film e andato in onda su RAI 3. Ha creato nel 2011 il blog “Mo te lo spiego a papà” diventato nel 2013 un libro edito da TEA e una rubrica sui settimanali “GIOIA!” e in seguito su “Confidenze”.

Attualmente è un giornalista e autore free lance. Prima di tutto questo ha lavorato per 15 anni come educatore con ragazzi e adolescenti a rischio della città di Napoli. Ha due figli maschi di 12 e 10 anni, un pastore maremmano e un polpo per amico.

Pubblicato in Cultura

Qual è il livello di consapevolezza dei lavoratori delle cooperative del nostro territorio riguardo l’esposizione al rischio di aggressione? Che dimensione e quali forme ha il fenomeno in queste imprese? Ad ascoltare e sensibilizzare sul tema le lavoratrici e i lavoratori delle cooperative del Veneto che ogni giorno svolgono servizi a contatto con il pubblico, è un progetto biennale realizzato da Legacoop Veneto con la compartecipazione di Inail-Direzione Regionale Veneto, con l’obiettivo di aiutarli a riconoscere e a prevenire situazioni e fattori che possano mettere in pericolo la loro sicurezza e incolumità.

Tra le azioni importanti messe in campo dal progetto, la somministrazione di un questionario, formulato con il supporto di una psicoterapeuta, a un campione di operatori dei servizi. A rispondere sono stati 268 lavoratori di cooperative sociali di tipo A e B attive in servizi pubblici e sanitari, di coop culturali e di coop di servizi che svolgono attività di vigilanza, biglietteria, trasporti, guardiania. Il 69% del gruppo è formato da donne, l’età media è di 30-40 anni (fascia che costituisce il 27% del totale), il 46% lavora da 0-5 anni, il 42% è in possesso di un diploma di scuola media superiore; e ancora, il 41% è impiegato in una coop sociale di tipo A e il 22% in una coop culturale.

Rispetto ai temi specifici dell’indagine, anzitutto l’82% degli intervistati dichiara di sentirsi poco o per niente in pericolo di aggressione durante il lavoro (per la maggior parte chi opera nelle coop sociali di tipo A), mentre solo il 14% si sente abbastanza in pericolo. Ma quando si va a indagare con una successiva domanda se nella vita lavorativa si siano subite aggressioni, l’85% risponde positivamente: in dettaglio, ben il 66% negli ultimi 12 mesi è stato oggetto di aggressioni (fino a tre episodi) e il 48%, nello stesso periodo, ha assistito a episodi di aggressione verbale e/o fisica avvenuti verso un collega.

Quale il profilo della vittima? È donna (162 intervistati su 268), tra i 30 e 40 anni, per lo più con un’esperienza lavorativa fino a 5 anni e una laurea di secondo livello. Gli uomini aggrediti hanno tra i 41 e i 50 anni, un’esperienza fino a 5 anni e sono in possesso di un diploma di scuola media inferiore. Se poi si domanda che tipo di aggressione abbiano subito, in prevalenza le persone rispondono “aggressione verbale” e “comportamenti incivili”, tipologie segnalate in maggioranza da operatori e operatrici di coop sociali di tipo A.

La ricerca ha anche indagato quali siano le emozioni provate dopo l’episodio che ha coinvolto direttamente la persona intervistata o un collega. La maggior parte ha risposto rabbia e poi frustrazione. E le reazioni del soggetto di fronte all’evento aggressivo? O ha chiesto all’autore di smettere oppure non ha fatto nulla (in questo caso soprattutto operatori tra 30-40 anni d’età, con poca esperienza lavorativa). L’azione intrapresa dai più è stata comunque quella di affrontare e gestire la situazione in autonomia, cercando di calmare l’aggressore.

Per quanto riguarda la conoscenza di una procedura da attivare in caso di aggressione, il 65% degli operatori intervistati non ne conosce l’esistenza. Nonostante questo dato, il 64% degli operatori dice però di sentirsi abbastanza, molto o moltissimo preparato a gestire un’aggressione. Infine, rispetto alle condizioni che possono aver favorito l’aggressività, gli operatori indicano come possibili cause principali situazioni di prolungati tempi di attesa del pubblico per un servizio e occasionale sovraffollamento degli ambienti in cui i fatti si sono manifestati.

Il progetto – che vede la collaborazione di Isfid Prisma, società di servizi di Legacoop Veneto –, prende origine dal primo protocollo in Veneto sul tema “La prevenzione del rischio aggressività in contesti di assistenza sanitaria e di servizi pubblici”, siglato lo scorso dicembre dai livelli regionali di Legacoop e Inail. A ispirarlo e guidarlo la consapevolezza che nell’ambiente di lavoro tra i diversi rischi c’è anche quello di subire un’aggressione fisica o verbale: atti che possono ledere la salute, la sicurezza o il benessere del lavoratore, come evidenziato dal 2002 dalla stessa Agenzia europea per la Salute e la Sicurezza.

«L’iniziativa nel suo complesso – ha spiegato Davide Mantovanelli, responsabile del progetto per Legacoop Veneto – prevede diverse e numerose azioni da noi messe in campo per le cooperative associate. Azioni attivate grazie alle nostre risorse professionali, tecniche e strumentali e alla condivisione del patrimonio di conoscenze di entrambi i partner». Oltre alla somministrazione del questionario, infatti, l’informazione e la promozione della prevenzione grazie a un servizio di centralino telefonico gestito da operatori competenti e a uno sportello fisico presidiato da una psicoterapeuta a cui potersi rivolgere su appuntamento. Si sta ora definendo anche un decalogo di suggerimenti su come affrontare le situazioni a rischio e quali azioni intraprendere in caso di aggressione; infine, un workshop conclusivo servirà a diffondere i risultati ottenuti e un monitoraggio sul reale impatto e all’efficacia del progetto sarà finalizzato a misurarli.

«Si tratta di una partnership innovativa, che per la prima volta ci vede collaborare sul tema con un ente come la Direzione regionale Inail del Veneto per rispondere a un bisogno di tutela dei lavoratori sempre più crescente e attuale da parte delle nostre associate» ha evidenziato Emilia Carlucci, vicepresidente di Legacoop Veneto.

Nel valorizzare l’importanza della collaborazione, avviata per poter dare un contributo all’emersione e alla gestione positiva del fenomeno, il direttore regionale Inail Veneto Daniela Petrucci ha detto, riferendosi all’universo più ampio dei contesti di lavoro: «Sono circa 8mila l’anno gli infortuni avvenuti in occasione di lavoro, accertati positivamente dall’Inail e codificati come aggressioni. Dati sicuramente sottostimati considerato che spesso le aggressioni non vengono denunciate, anche perché a volte i danni non sono visibili. Questi numeri e l’eco mediatico conseguente devono far riflettere su un contesto sociale in cui la conflittualità è in aumento».

Nel dettaglio, i dati nazionali Inail (novembre 2018) ci dicono molto di più. Oltre la metà (il 57%) dei casi riguarda aggressioni da esterni all’impresa, ad esempio rapine con armi da fuoco o da taglio a banche, uffici postali, tabaccherie, farmacie, magazzini ecc. ma si tratta anche di percosse ad autisti di autobus, infermieri, vigili urbani ecc. per raptus, esasperazione o disagio sociale. Tra gli aggrediti, il 39% è donna, con punte dell’85% nella scuola e del 71% nella sanità. Un’aggressione su tre avviene nel Nordovest del Paese, il 21% nel Nordest, il 22% nel Centro e il 25% nel Mezzogiorno.

 

Pubblicato in Nazionale

L'Unione europea e i suoi stati membri stanno disattendendo l'impegno a sostenere e proteggere i difensori dei diritti umani che, nel mondo, stanno subendo un crescendo di attacchi e minacce di morte.

Lo ha denunciato Amnesty International in un rapporto che esamina la coerenza e l'efficacia dell'azione dell'Unione europea nella difesa dei difensori dei diritti umani: un'azione che può offrire, e talvolta offre, una protezione vitale mentre il troppo spesso frequente silenzio pone in pericolo chi difende i diritti umani in determinati paesi.

"Quando l'Unione europea e i suoi stati membri sono al fianco dei difensori dei diritti umani, ciò può fare la differenza tra la libertà e la prigionia, tra la vita e la morte. Ma quando quest'azione manca, i difensori dei diritti umani sono lasciati soli: questo può mettere in pericolo il loro lavoro e le stesse comunità per cui s'impegnano", ha dichiarato Eve Geddie, direttrice dell'Ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee.

"Le nostre ricerche mostrano una serie di incongruenze nell'applicazione delle politiche dell'Unione europea per la protezione dei difensori dei diritti umani. Ad esempio, l'Unione europea prende spesso posizione in favore dei difensori dei diritti umani in Cina mentre il suo silenzio è pressoché totale quando si tratta dell'Arabia Saudita, nonostante la grave repressione in atto contro il dissenso: mantenere buone relazioni col regno saudita è evidentemente più importante che prendere la parola sulle violazioni dei diritti umani", ha aggiunto Geddie.

Mancanza di una strategia

Amnesty International ha analizzato in che modo vengono attuate le Linee guida dell'Unione europea per la protezione dei difensori dei diritti umani in cinque paesi: Arabia Saudita, Burundi, Cina, Honduras e Russia. Le attiviste e gli attivisti per i diritti umani di ogni parte del mondo sono perfettamente in grado di testimoniare quanto il sostegno dell'Unione europea possa essere utile per il loro lavoro e per la loro stessa vita e, ugualmente, quanto la mancanza di una strategia possa compromettere l'azione dell'Unione europea.

Amnesty International ha riscontrato profonde differenze nel modo in cui l'Unione europea e i suoi stati membri si comportano nei confronti dei difensori dei diritti umani di quei cinque paesi. Le crescenti restrizioni che stanno soffocando la società civile in Arabia Saudita non ricevono una chiara risposta da parte dell'Unione europea, che quasi mai prende posizione in favore dei difensori dei diritti umani che operano nel paese. Invece, nonostante le complicate relazioni esistenti, nei confronti della Cina l'Unione europea usa molto di più la diplomazia pubblica per esprimere preoccupazione su difensori dei diritti umani che rischiano persecuzioni, arresti arbitrari e torture.

"Queste incoerenze minano la credibilità e l'efficacia a livello globale della politica dell'Unione europea sui difensori dei diritti umani. In un periodo in cui le donne, le persone Lgbti, i nativi e coloro che lavorano in difesa della terra, dei territori e dell'ambiente sono particolarmente a rischio, è più urgente che mai che l'Unione europea agisca a sostegno di coloro che hanno il coraggio di difendere i diritti umani", ha sottolineato Geddie.

"Troppo spesso l'Unione europea viene meno alle aspettative quando si tratta di difendere giornalisti, avvocati, operatori sanitari, educatori e attivisti che si occupano dei diritti di tutti noi", ha commentato Geddie. La flebile reazione dell'Unione europea di fronte ai rischi sempre maggiori che corrono i difensori dei diritti umani si estrinseca nell'assenza di dichiarazioni pubbliche o nella loro inadeguatezza rispetto alla gravità delle situazioni affrontate dai difensori dei diritti umani. Spesso i comunicati dell'Unione europea non vengono tradotti nelle lingue locali o condivisi sui social media.

Eppure, quando l'Unione europea agisce, la differenza la fa.

In due casi emblematici di difensori dei diritti umani della Russia, Oyub Titiev e Valentina Cherevatenko, sotto processo per accuse inesistenti, l'azione ad alto livello, coerente e coordinata dell'Unione europea e degli stati membri ha contribuito alla riduzione della condanna in un caso e al ritiro delle accuse nell'altro.

Di segno opposto è stato il comportamento nei confronti di un difensore dei diritti umani dell'Arabia Saudita, Mohammed al-Otaibi, vittima di rimpatrio forzato dal Qatar pur avendo ottenuto un visto per motivi umanitari dalla Norvegia.

L'impatto positivo dell'impegno dell'Unione europea

Il 30 agosto 2019, nel corso del vertice dei ministri degli Esteri dell'Unione europea di Helsinki, alcune difensore dei diritti umani hanno incontrato l'Alta rappresentante Mogherini e gli stessi ministri degli Esteri degli stati membri. Una delle partecipanti, l'ugandese Memory Bandera Rwampawanyi, ha affermato: "la mia organizzazione lavora a diretto contatto con l'Unione europea e siamo davvero grati per il suo sostegno, sia finanziario che tecnico, ai difensori dei diritti umani dell'Africa orientale e del Corno d'Africa. Ma ho avuto anche modo di vedere i doppi vincoli che legano l'Unione europea quando sono in gioco questioni economiche o altri interessi vitali. È importante che l'Unione europea continui il suo lavoro ma deve farsi guidare da persone esperte nel campo della difesa dei diritti umani".

Per quanto riguarda Burundi e Honduras, Amnesty International ha messo in luce una serie di sfide complesse che i difensori dei diritti umani locali sono costretti ad affrontare. La maggior parte dei difensori dei diritti umani del Burundi sono in carcere o in esilio, mentre quelli dell'Honduras che si occupano di terra, territorio e ambiente sono particolarmente presi di mira.

Il rapporto di Amnesty International ha identificato una serie di buone e innovative prassi con cui l'Unione europea sostiene i difensori dei diritti umani in questi e altri paesi, ma purtroppo non sono sistematizzate né condivise. "L'Unione europea e gli stati membri hanno bisogno di un approccio più strategico e chiaro per sostenere e proteggere persone a rischio perché difendono i diritti umani. Un buon inizio sarebbe l'affermazione dei ministri degli Esteri, attraverso le Conclusioni del Consiglio dei ministri degli Esteri, del loro impegno a proteggere i difensori dei diritti umani e a promuovere la loro azione", ha concluso Geddie.

 

Pubblicato in Nazionale

Ancora una volta sono le proteste dei reclusi ad accendere i riflettori sul CPR di Ponte Galeria, che continua a rappresentare un luogo “dove vengono sistematicamente violati i diritti umani, anche in virtù di leggi inique e anticostituzionali che ancora non siamo riusciti a far abrogare”.

Dopo la protesta al Centro di permanenza temporanea di Roma parlano le associazioni ADIF. Astra Puzzle Lab. Baobab Experience. Campagna Lasciatecientrare. Restiamo Umani. Associazione Senza Confine Dopo l'incendio di venerdì scorso, che ha interessato quattro sezioni dell'area maschile, e le rassicurazioni delle Forze dell'Ordine relativamente all'agibilità della struttura, “ieri al momento dell'ingresso dei Consiglieri regionali Bonafoni e Capriccioli, avvenuto su spinta degli attivisti, si è palesata la menzogna”.

“La situazione riscontrata è di assoluta invivibilità – denunciano le associazioni - soprattutto rispetto alle sezioni interessate dalle proteste, dove i reclusi sono costretti a rimanere, dormendo all'addiaccio fra i residui dell'incendio. Non solo, quindi, si trovano rinchiusi senza aver commesso alcun reato, ma sono persino costretti a correre seri rischi per la loro salute”.

Stanotte , dopo la rivolta, 28 migranti in attesa di identificazione sono stati liberati per "alleggerire" la struttura al collasso: “a loro auguriamo buona fortuna, di vivere ed essere felici dove preferiscono, di superare frontiere e muri”. “Non ci stancheremo mai di ripetere che i CPR sono istituzioni totali – conclude la nota delle associazioni - da sempre teatro di ingiustizie e abusi su persone che vengono private illegittimamente della propria libertà. Come attivisti continueremo a monitorare quello che avviene all'interno, denunciando i soprusi e pretendendone l'immediata e definitiva chiusura”.

Pubblicato in Migrazioni

Per la stagione 2019-2020 il Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell'Università di Siena attiva un Corso di formazione in Mutuo soccorso e welfare (MutWe). Il corso di formazione MutWe, della durata di 60 ore (8 cfu), è rivolto a operatori della sanità integrativa, nell'ambito del mutuo soccorso, nonché ai diplomati e laureati che vogliono avvicinarsi a questo settore, fondato sulla solidarietà reciproca. Il corso è inoltre finalizzato a diffondere la cultura della previdenza volontaria, recuperando le origini del mutualismo e della cooperazione.

Nonostante la loro lunga storia e le loro potenzialità di sviluppo, oggi le società di mutuo soccorso sono poco conosciute e hanno una presa limitata nell'ambito della mentalità comune. Negli ultimi anni, la sanità integrativa ha subito una vera e propria "esplosione", nel senso che la maggior parte dei contratti collettivi nazionali la prevedono nell'ambito del welfare aziendale. Si tratta però di un settore in cui operano enti e imprese molto differenziati fra loro, sulle quali le persone non sanno orientarsi. Proprio per questo è necessario informare l'opinione pubblica e formare studenti e operatori, che conoscano e si occupino della sanità integrativa e del mutuo soccorso.

A questo scopo, le materie insegnate spaziano dalla cultura mutualistica, alla normativa in materia, agli studi sulla popolazione, agli studi economici sulla sanità pubblica e privata. L'approccio alle tematiche è di carattere multidisciplinare (storico, legislativo, economico-aziendale, di marketing) al fine di offrire una panoramica completa delle problematiche e delle potenzialità di sviluppo. L'offerta accademica è supportata dalla presenza di esperti e operatori di settore che, con le loro esperienze dirette, offrono una panoramica completa delle criticità e delle opportunità del mercato.

L'intero corso di formazione viene messo a disposizione sulla piattaforma e-learning dell'Università di Siena http://elearning.unisi.it/moodle/, dove gli studenti trovano le lezioni registrate, il materiale didattico e le esercitazioni, in modo da avere a disposizione l'occorrente per acquisire le conoscenze previste. È inoltre a disposizione un tutor per le eventuali necessità di chiarimenti.

La scadenza per la presentazione delle domande è il 15 novembre 2019. Tutte le informazioni su http://www.mutuasi.unisi.it/

 

 

 

 

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