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Sabato, 06 Giugno 2020

Venerdì, 03 Gennaio 2020 - nelPaese.it

È un panorama non confortante quello che riguarda le carceri italiane alla fine del 2019, dove il numero dei detenuti è in costante crescita. Al 30 novembre 2019 erano infatti 61.174, circa 1.500 in più della fine del 2018 e 3.500 in più del 2017. Un aumento su cui non pesano gli stranieri che, sia in termini assoluti che percentuali, sono diminuiti rispetto allo scorso anno. Se al 31 dicembre 2018 erano infatti 20.255, pari al 33,9% del totale dei detenuti, al 30 novembre 2019 erano 20.091, pari al 32,8% del totale dei ristretti.

Il tasso di affollamento ufficiale è del 121,2%, tuttavia circa 4.000 dei 50.000 posti ufficiali non sono al momento disponibili è ciò porta il tasso al 131,4%. Un esempio è quello che riguarda il carcere milanese di San Vittore, dove 246 posti non sono disponibili e dove il tasso di affollamento effettivo è del 212,5%, cioè ci sono più di due detenuti dove dovrebbe essercene uno solo. Anche senza posti non disponibili, tuttavia, ci sono istituti dove le cose non vanno meglio, ad esempio Como e Taranto, dove il tasso di affollamento è del 202%. In generale, al momento, la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 159,2% (il 165,8% se consideriamo i posti conteggiati ma non disponibili), seguita dal Molise (150% quello teorico, 161,4% quello reale) e dal Friuli Venezia Giulia (144,1% teorico e 154,7% reale).

"Ancora una volta dobbiamo constatare come, a fronte di un calo dei reati, aumenti il numero dei detenuti" dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che dal 1991 si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario. "Questo dato si spiega con un aumento delle pene, frutto di politiche che, guardando ad un uso populistico della giustizia penale, hanno risposto in questo modo ad una percezione di insicurezza che non trova riscontro nel numero dei delitti commessi. Quello della crescita dei reclusi è un trend che nell'arco di poco tempo potrebbe portarci nuovamente ai livelli che costarono all'Italia la condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per trattamenti inumani e degradanti", specifica il presidente di Antigone.

Nel corso del 2019 Antigone, grazie alle autorizzazioni che dal 1998 riceve dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ha visitato con i propri osservatori 106 istituti penitenziari (oltre la metà di quelli presenti in Italia). L'elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso ma i dati che emergono dalle 66 schede già lavorate restituiscono un panorama preoccupante per la vita negli istituti. Innanzitutto, nel 27,3% degli istituti visitati, più di un quarto, sembrerebbero esserci celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3mq a testa di superficie calpestabile, una condizione che secondo la Cassazione italiana è da considerare inumana e degradante, in violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei dei diritti dell'uomo. Inoltre in più della metà degli istituti sono state trovate celle senza acqua calda disponibile e, in altri cinque, celle in cui il wc non era nemmeno in un ambiente separato dal resto della stanza. 

Anche sulla situazione sanitaria delle carceri emerge preoccupazione. In un terzo degli istituti visitati non era presente un medico h24 ed in media per ogni 100 detenuti c'erano a disposizione 6,9 ore settimanali di servizio psichiatrico ed 11,6 di sostegno psicologico. Una presenza bassissima se si considerano le patologie psichiatriche di cui soffre parte della popolazione detenuta. Dalle rilevazioni dell'osservatorio di Antigone è infatti emerso che il 27,5% degli oltre 60.000 reclusi assumeva una terapia psichiatrica. Inoltre 10,4% erano tossicodipendenti con un trattamento farmacologico sostitutivo in corso. 

Anche per quanto riguarda il lavoro la situazione non è migliorata rispetto agli anni passati. I detenuti che lavoravano alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria sono, in media, circa il 25% e, nella maggior parte dei casi, questo impegno è solo di poche ore al giorno e non in tutti i giorni della settimana. Solo il 2,2% lavora per una cooperativa privata o per un datore di lavoro esterno. Infine, nel 30% degli istituti visitati, non c'è alcun corso di formazione professionale. 

"Se il lavoro è uno degli strumenti di maggior importanza per una effettiva risocializzazione del condannato, questi numeri testimoniano un sistema spesso schiacciato sulla funzione custodiale" sottolinea ancora il presidente di Antigone. "Un fattore quest'ultimo che emerge anche dando uno sguardo alla distribuzione del personale penitenziario, in maggioranza composto da agenti di polizia. In media, nelle nostre visite, abbiamo trovato un agente ogni 1,9 detenuti (uno dei dati più bassi in Europa), ed un educatore ogni 94,2 detenuti. Inoltre solo in poco più della metà degli istituti c'era un direttore a tempo pieno, con tutte le difficoltà di gestione della vita interna che questa mancanza comporta. A proposito di nuove assunzioni nelle carceri - conclude Patrizio Gonnella - speriamo che si sblocchi presto quella di giovani direttori. Il bando è fermo da troppo tempo. Ne va della finalità rieducativa della pena prevista dall'articolo 27 della Costituzione".

Il caso

Il detenuto Giovanni De Angelis era stato arrestato per la legge sulle armi e posto agli arresti domiciliari, evadeva dalla abitazione in cui risiedeva e veniva accompagnato presso il carcere di Poggioreale, e qui iniziava la storia infernale, per lui e per la Magistratura di Sorveglianza. Aveva un colloquio con me il giorno 3 dicembre 2019 e dopo diversi solleciti a livello sanitario, il detenuto veniva tradotto presso l’AORN Cardarelli, dal quale veniva dimesso con prognosi tumorale che annunciava “una vita breve”.

“Sollecitata da me, la Direzione Sanitaria del carcere di Poggioreale mi confermava che il 5 dicembre aveva emesso un certificato di Incompatibilità col regime carcerario. Voglio qui ricordare che nella nostra Regione si contano sulle dita di una mano le dichiarazioni di Incompatibilità col regime carcerario”, spiega il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello.

Successivamente, il 19 dicembre 2019 teneva un ulteriore colloquio con una mia collaboratrice, nel quale lui risultava depresso, confuso, e affetto da schizofrenia indifferenziata. Dalla fine del mese di Novembre, e per l’intero mese di Dicembre, il suo avvocato chiedeva, senza ottenere alcuna risposta, al Tribunale di Sorveglianza di Napoli una concessione di misura alternativa alla detenzione.

Il 27 dicembre scorso, dal carcere di Poggioreale veniva allertato il 118 e così il detenuto veniva portato all’AORN Cardarelli dove, lo stesso giorno, Giovanni De Angelis morirà.  Pare che lo stesso 27 dicembre fosse arrivata l’autorizzazione del Magistrato di Sorveglianza, alla detenzione domiciliare presso l’abitazione della sorella in Napoli. “Voglio ricordare che l’incompatibilità carceraria si verifica quando la persona è in una fase della malattia così avanzata da non rispondere più (secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o di quello esterno) ai trattamenti terapeutici praticati in carcere. Credo che non si tratti quindi di una concessione eventuale e/o discrezionale, ma di un preciso diritto, peraltro riconosciuto anche agli imputati”, sottolinea Ciambriello.

“Voglio ribadire, per chiudere, che questa possibilità è prevista dall’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario che dispone:’Ove siano necessari cura o accertamenti diagnostici che non possano essere apprestati dai servizi sanitari degli Istituti, i condannati e gli internati sono trasferiti, con provvedimento del Magistrato di Sorveglianza in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura’.

In questa circostanza, il mancato differimento della pena è una violazione dei diritti costituzionali, ed è un trattamento contrario al senso di umanità. Non è accettabile che un detenuto muoia in uno stato di detenzione dopo che, per una patologia nota e conclamata, è stata dichiarata l’incompatibilità con il regime carcerario. Non si può morire di carcere e in carcere” conclude il Garante dei detenuti. 

 

 

Pubblicato in Nazionale

Il sociale siamo noi, le nostre relazioni, il nostro mondo in continua evoluzione: è la nostra vita quotidiana, diventata centrale nel mainstream dei media contemporanei i quali contribuiscono in ogni momento a modificare la realtà e la sua percezione. Per questo comunicare il sociale oggi diventa una strada irrinunciabile, non solo per le organizzazioni che vi operano -enti del terzo settore, imprese, amministrazioni pubbliche-, ma anche per le persone. Le quali possono esprimere un grande potenziale di cambiamento anche come attori della comunicazione.

Da queste premesse prende corpo il manuale "Perché comunicare il sociale?" edito da Maggioli e scritto a quattro mani da Giulio Sensi e Andrea Volterrani: un giornalista e comunicatore sociale e un sociologo docente universitario che mettono insieme storie e visioni diverse per offrire analisi e strumenti a portata di chiunque voglia riflettere sul senso della comunicazione sociale e praticarne le possibilità.

I contenuti del libro

"Perché comunicare il sociale?" è un viaggio in dieci capitoli con analisi sociologiche accessibili e suggerimenti pratici su come comprendere la complessità delle dinamiche sociali e mediatiche e trovare strade per migliorare la comunicazione sociale. Nel primo capitolo si parla di come cambiare approccio al tema, mentre il secondo e terzo si concentrano sulla percezione della realtà e su come allargare i perimetri classici della comunicazione sociale stessa.

Il quarto e quinto capitolo forniscono analisi e strumenti per rigenerare la comunicazione pubblica e sulle corrette strategie per una comunicazione efficace di attori pubblici e privati anche per contrastare la disinformazione di massa e le tempeste di discredito. Il sesto e settimo la analizzano come strumenti di partecipazione e di costruzione di sviluppo sociale di comunità mentre l'ottavo si concentra sul tema dello storytelling sociale, delle sue enormi potenzialità, ma anche dei suoi rischi. Il nono capitolo esplora il sottobosco delle nuove forme di comunicazione che hanno un grande valore socio-culturale, mentre l'ultimo capitolo analizza gli strumenti di rendicontazione sociale -in particolare la valutazione di impatto sociale- come processi comunicativi e reputazionali. 

Gli obiettivi del volume

"Perché comunicare il sociale?" nasce come percorso condiviso dei due autori con una comunità di riferimento composta da grandi e piccole organizzazioni del terzo settore, comunicatori sociali, partecipanti a vario titolo ai diversi percorsi formativi di cui Volterrani e Sensi sono protagonisti (come ad esempio FQTS - Formazione Quadri del Terzo Settore, il Master in Comunicazione Sociale dell'Università di Roma Tor Vergata, percorsi di formazione con reti del terzo settore, Centri di Servizio al Volontariato, imprese sociali, amministrazioni pubbliche).

L'obiettivo è quello di far crescere questa comunità di pratiche e di facilitare processi formativi e scambi di esperienze per fare in modo che la comunicazione sociale sia uno strumento sempre più forte per combattere la disinformazione e lo svilimento della cultura sociale in Italia. 

Gli autori

Giulio Sensi, giornalista e comunicatore sociale, lavora da quasi 20 anni anni nel campo del giornalismo e della comunicazione soprattutto per organizzazioni del terzo settore di cui cura la strategia comunicativa e l'ufficio stampa. È stato direttore della testata Volontariato Oggi e collabora, fra gli altri, con Vita Non Profit Magazine -per cui cura il blog "l’involontario", e le “Buone Notizie” del Corriere della Sera. Svolge attività di formazione, in particolare per le realtà del terzo settore. 

Andrea Volterrani, sociologo, ricercatore e docente all’Università di Roma Tor Vergata, si occupa di ricerca, formazione e consulenze sulla comunicazione sociale e di prevenzione, sul terzo settore, sulle nuove forme della mutualità e sulle comunità resilienti, sui processi di valutazione. Coordina il Master in Comunicazione sociale e tra le sue ultime pubblicazioni con Gaia Peruzzi, La comunicazione sociale, Laterza e l’articolo From perception to change. A model for prevention communication.

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