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Giovedì, 29 Ottobre 2020

Giovedì, 15 Ottobre 2020 - nelPaese.it

India e Sudafrica hanno chiesto all’Organizzazione Mondiale Del Commercio (OMC) che tutti i paesi possano scegliere liberamente di concedere o meno i diritti di proprietà intellettuale (brevetti, designi industriali, copyright e segreti commerciali) per i prodotti e le tecnologie mediche relative al COVID 19.  

Medici Senza Frontiere si è detta subito favorevole all’iniziativa, in quanto potrebbe segnare una svolta importante nella risposta dei paesi alla pandemia e ha invitato i governi a sostenerla. Silvia Mancini, esperta di salute pubblica di MSF, ha affermato che “in tempi di pandemia non bisognerebbe guardare ai profitti, finché il mondo dovrà affrontare la minaccia del COVID 19 non c'è posto per brevetti o business aziendali”; Mancini ha poi continuato “durante la pandemia, tutti gli attori sanitari e i governi hanno dovuto fare i conti con le barriere della proprietà intellettuale su prodotti essenziali come mascherine, valvole di ventilazione e reagenti per i test.

Con questa coraggiosa azione, l'India e il Sudafrica hanno dimostrato che i governi vogliono tornare ad avere un ruolo di guida nel garantire a tutti l'accesso ai farmaci, prodotti medicali e vaccini necessari contro il COVID 19 per salvare più vite possibile".

Finora, le società farmaceutiche non hanno mostrato alcun interesse a cambiare la strategia relativa alla diffusione dei farmaci per la cura contro il COVID 19: ecco così che GILEAD, titolare del brevetto sull’unico farmaco finora approvato per il trattamento del virus, ha siglato accordi di distribuzione con aziende generiche, escludendo dall’intesa quasi metà della popolazione mondiale. Gli obiettivi della casa farmaceutica in questione sono sotto gli occhi di tutti: nel giugno scorso GILEAD ha annunciato che il Remdesivir sarebbe stato venduto nella maggior parte dei paesi al prezzo di 2.340 dollari per una cura di cinque giorni; una ricerca sui prezzi, però, dimostra come il farmaco possa essere facilmente prodotto ad un prezzo inferiore ai 9 dollari a trattamento!

A peggiorare la situazione (come se non bastasse) è la presenza di nuovi farmaci biologici (tra questi gli anticorpi monoclonali e gli antivirali attualmente riproposti in studi clinici sul COVID 19) che, in paesi a basso reddito come Brasile, Sudafrica, India, Indonesia, Cina e Malesia sono protetti da brevetto. Se i test dovessero avere esito positivo per la cura del COVID, la diffusione di tali farmaci risulterebbe bloccata: l’unica soluzione sarebbe l’intervento diretto dei governi.

La risposta dell’OMC non si è fatta aspettare: giovedì 15 ottobre si riunirà il Consiglio relativo al TRIPS (Accordo Sugli Aspetti Commerciali Dei Diritti Di Proprietà Intellettuale), con l’obiettivo di studiare la questione. Candice Sehoma, responsabile advocacy della Campagna Per L'Accesso Ai Farmaci MSF In Sudafrica, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Esortiamo tutti i governi a sostenere questa istanza proposta da India e Sudafrica, che pone al centro la vita umana e consente ai diversi Paesi di affrontare questa pandemia aumentando progressivamente l'accesso a ogni strumento medico disponibile contro il COVID 19.

Nessuno può permettersi di lasciare alle imprese farmaceutiche, già abbondantemente supportate nella ricerca con miliardi di denaro pubblico, la possibilità di perseguire unicamente i loro interessi senza alcun riguardo per i bisogni di salute pubblica globale nella lotta al COVID 19. Questa pandemia non finirà finché non sarà finita per tutti".

Fabio Pagliardini

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Salute

Lotta biologica a basso impatto ambientale e un vademecum per far fronte a livello europeo alla problematica fitosanitaria legata alla Popillia japonica. Questi gli obiettivi che il CREA, con il suo centro di Difesa e Certificazione, è chiamato a centrare nell'ambito del progetto "IPM Popillia" per il contrasto del coleottero giapponese, una specie aliena che dal 2014 ha invaso il nord Italia, infestando ad oggi un'area pari a 7500 km2.

Ogni anno si stima un avanzamento del fronte di infestazione di diversi km, data la buona capacità di volo dell'insetto, con consistenti danni per l'agricoltura. Nel 2019 è stato, inoltre, inserito dalla Commissione Europea nella lista degli organismi dannosi prioritari. Ed è proprio sulle più efficaci modalità di contrasto che si stanno confrontando in questi giorni esperti nazionali e internazionali, in occasione del primo Kick-off meeting di progetto, in corso dal 14-16 ottobre 2020 a Firenze.   

La Popillia japonica ha un'alta capacità infestante: può attaccare oltre 300 piante tra erbacee, arbustive ed arboree, spontanee (come alcune essenze forestali)  o coltivate (es. alcune pomacee, drupacee, microfrutti, vite), colpendo sia le radici (preferibilmente di graminacee), sia la parte aerea (fiori, foglie e frutti), di cui si nutrono rispettivamente le larve e gli adulti. Le conseguenze sono devastanti con danni nei prati polifiti perenni (prati composti da più specie foraggere coltivate) in termini di perdita di produzione di fieno, nei campi da calcio e nei campi da golf. Inoltre, alla riduzione della fruttificazione e della qualità della frutta, si aggiunge una defogliazione reiterata sulla stessa pianta, in grado di provocare, a lungo andare, il deperimento della stessa pianta colpita, esponendola a rischi di ulteriori attacchi da parte di altri parassiti.

Infine, sono stati riscontrati danni legati anche all'azione degli animali predatori delle larve di Popillia japonica, quali la rottura del cotico erboso nei prati polifiti perenni.  Si tratta dello strato più in superficie, alimento per animali pascolanti, risorsa in grado di garantire la protezione del suolo e l'accumulo di sostanza organica fondamentale per la fertilità. Ancora oggi non è stato stimato l'ammontare dei danni in Europa, ma per gli Stati Uniti si stimano danni per 450 milioni di dollari all'anno.    

Nello specifico il CREA, oltre a stilare il vademecum con la profilassi fitosanitaria, si occuperà principalmente di lotta biologica ed a basso impatto ambientale attraverso l'impiego di nematodi (organismi vermiformi microscopici che penetrano all'interno dell'insetto, uccidendolo attraverso dei batteri) e funghi entomopatogeni (funghi che colonizzano e uccidere attraverso la produzione di micotossine) e di reti insetticide.   

Il progetto, recentemente finanziato dal programma europeo Horizon 2020 (per il bando New and emerging risk to plant health) vede la partecipazione di un consorzio di 13 partner europei, tra cui 4 italiani (CREA, Università di Siena, Settore Fitosanitario della Regione Piemonte, Vignaioli Piemontesi).   

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Un anno dopo le violente proteste della popolazione di Santiago e la dura risposta del presidente Sebastian Pinera, Amnesty International chiede che si facciano delle indagini sui carabineros in relazione al loro ruolo nella violazione dei diritti umani.

Facciamo un passo indietro. Tra il 18 e il 30 ottobre 2019 la popolazione di Santiago ha protestato contro l’aumento del costo del biglietto della metropolitana. I manifestanti hanno occupato le principali stazioni ferroviarie della capitale, recando ingenti danni alle infrastrutture e determinando il collasso dell’intera rete. Il presidente del Cile, Sebastian Pinera, ha annunciato lo stato di emergenza, con il conseguente dispiegamento delle forze militari e il ricorso al coprifuoco (non succedeva dai tempi di Pinochet). A questa decisione ha fatto seguito lo scoppio di rivolte in diverse città del paese, tra le quali Concepcion, Valparaiso e San Antonio e la dichiarazione del presidente che “Il Cile si trova in guerra” (22 ottobre).

Le proteste sono continuate a lungo, anche dopo il ritiro della legge sul coprifuoco. Le violenze sono iniziate venerdì 18, quando agli ingressi massivi nella metropolitana della capitale hanno fatto seguito incendi, negozi saccheggiati e scontri tra polizia e manifestanti. La polizia ha risposto con cariche e gas lacrimogeni e, venerdì notte, si è vista relegare i poteri esecutivi dal presidente Pinera. Questa decisione è durata poco, perché il presidente ha deciso di fare un passo indietro, sospendendo la misura relativa all’aumento del prezzo del biglietto metropolitano. Nonostante ciò, i manifestanti hanno continuato a protestare.

Secondo Amnesty International, i diretti responsabili delle violenze perpetrate dall’esercito contro i manifestanti coprono gradi molto alti, cioè il direttore generale dei Carabineros e il suo vice, il direttore per la sicurezza e l'ordine pubblico e alcuni comandanti operativi della Zona metropolitana. La nota organizzazione ha analizzato l'operato dei Carabineros tra il 18 ottobre e il 30 novembre 2019, giungendo alla conclusione che gravi violazioni dei diritti umani, tra cui quella del diritto dei manifestanti all'incolumità fisica, sono state commesse su vasta scala poiché coloro che erano in posizioni di comando non hanno fatto tutto il necessario per impedirle. Sempre secondo Amnesty International, l’uso della violenza è continuato fino al mese di marzo 2020, quando è stata interrotta ogni forma di manifestazione per motivi sanitari (COVID) per poi riprendere subito dopo (ricordiamo il caso del ragazzo di sedici anni deceduto dopo essere stato gettato, da un poliziotto, nel fiume Mapocho).

Amnesty International ritiene che gli ordini dati da coloro che avevano funzioni di comando nei Carabineros non sarebbero stati attuati se il governo del presidente Sebastián Piñera avesse esercitato un adeguato controllo. I tentativi di farlo sono stati insufficienti e le parole a sostegno dell'operato dei Carabineros hanno favorito questa strategia.

Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Chi, all'interno dei Carabineros, aveva responsabilità di comando ha consentito maltrattamenti e torture ai danni dei manifestanti, considerando tali atti come necessari per disperdere ad ogni costo le proteste. Attraverso ordini taciti od omissioni volute, sono state incoraggiate gravi violazioni dei diritti umani come quelle, tra molte altre, contro Gustavo Gatica e Fabiola Campillai"; questa ha poi aggiunto "La catena di omissioni attraverso cui siamo risaliti ha dimostrato che gli atti di violenza, lungi dall'essere azioni isolate decise di propria iniziativa, sono stati commessi perché vi era l'ordine di scoraggiare in ogni modo le proteste sociali".

Fabio Pagliardini

Pubblicato in Dal mondo

Cinque medici condannati per omicidio colposo per la morte di Alfredo Liotta nel carcere di Siracusa.  Il 26 luglio 2012 Liotta, un uomo di 41 anni, morì nel carcere dove era detenuto. A distanza di oltre otto anni dal fatto cinque degli otto medici imputati per la sua morte sono stati condannati ieri, in primo grado, per omicidio colposo.

"Il caso venne portato a conoscenza del difensore civico di Antigone da parte della moglie del detenuto. Il nostro ufficio - dichiara l'avvocato Simona Filippi - una volta acquisite tutte le carte sullo stato di salute dell'uomo presentò un esposto alla Procura della Repubblica di Siracusa nel quale si sottolineava come il personale medico e infermieristico che si succedeva dal detenuto, non avesse saputo individuare e comprendere i sintomi né il decorso clinico di Alfredo Liotta e che tali carenze conoscitive ne avessero determinato il decesso. Quell'esposto consentì di riaprire il caso sulla morte dell'uomo e portò nel marzo 2017 al rinvio a giudizio dei medici".

"Nel corso del dibattimento è stato accertato che i medici del carcere di Siracusa che si sono succeduti nella cella di Liotta negli ultimi 20 giorno della sua vita - prosegue l'avvocato Filippi - sono rimasti completamente passivi davanti alle sue patologie. L'uomo soffriva di diverse problematiche: epilessia, anoressia, depressione, emorroidi. Per venti giorni non aveva più bevuto né mangiato e questo, assieme alla perdita di sangue dovuta alle emorroidi, portò alla sua morte. Il tutto senza che i medici siano intervenuti in alcun modo".

"Il caso di Liotta - sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - chiama in causa il tema della salute in carcere, come bene supremo da tutelare. La morte del detenuto fu un vero e proprio caso di abbandono terapeutico. La vicenda pone anche il caso di quanto sia lungo e complesso avere giustizia quando si è detenuti. Una giustizia che serve alla famiglia e che speriamo aiuti a costruire un mondo più solidale e attento alle fragilità".

"Alle condanne di ieri - conclude l'avvocato Filippi - si è riusciti ad arrivare anche grazie al lavoro della giovane Giudice che ha condotto il processo che, attraverso un dibattimento serrato, ha permesso di evitare la prescrizione dei reati".

 

 

 

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione
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