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Martedì, 20 Ottobre 2020

Lunedì, 05 Ottobre 2020 - nelPaese.it

In alcune zone d'Italia, fortemente caratterizzate da una industrializzazione riconducibile ai settori considerati strategici per il Paese, il Governo italiano ha ravvisato la necessità, nell'ambito delle misure restrittive imposte a partire dall'11 marzo 2020, di non interrompere alcune di quelle attività.

Conseguentemente, i ricercatori hanno rilevato che il rumore sismico di origine antropica, pur attenuato, non ha subito l'importante riduzione rilevata, invece, su tutto il territorio nazionale. 

È questo il risultato dello studio "COVID-19 lockdown and its latency in Northern Italy: seismic evidence and socio-economic interpretation", appena pubblicato sulla rivista 'Scientific Reports' di Nature.

La ricerca, condotta da un team di ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e del Dipartimento di Economia e Management dell'Università di Ferrara (DEM-UNIFE), ha coinvolto un gruppo di lavoro multidisciplinare e smaterializzato ed è stata portata a termine analizzando un arco di tempo di sei settimane: due antecedenti al periodo di lockdown - utili a definire uno standard di riferimento con cui confrontare i dati - e quattro interessate dalle misure di limitazione degli spostamenti e di chiusura delle attività produttive e commerciali imposte dal Governo.

"Analizzando, per il periodo indicato, i segnali provenienti dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dell'INGV dislocate nel settore centro-settentrionale del Paese", spiega Davide Piccinini, ricercatore dell'INGV e primo autore dello studio, "abbiamo potuto osservare, in alcune aree, una repentina diminuzione del rumore sismico di origine antropica che, tuttavia, non mostrava una distribuzione omogenea sul territorio, evidenziando differenze macroscopiche tra le diverse stazioni esaminate".

Incrociando i dati sull'andamento del rumore sismico forniti dalle stazioni sismiche con quelli estratti dalle banche dati dell'Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) relativamente alla densità abitativa e industriale in Italia, gli autori hanno potuto correlare la mancata diminuzione del rumore in alcune zone con la presenza, in quelle stesse aree, di importanti attività produttive classificate dal Governo come realtà industriali essenziali per il Paese, che, quindi, non hanno interrotto la loro attività nemmeno durante le settimane di lockdown.

"Grazie all'elaborazione di mappe 2D della distribuzione del rumore sismico", aggiunge Marco Olivieri, ricercatore dell'INGV e co-autore dell'articolo, "abbiamo evidenziato delle 'regolarità' spaziali nelle discrepanze di tale distribuzione: in alcune aree della Pianura Padana, ad esempio, vi erano gruppi di stazioni sismiche che mostravano la stessa 'anomalia', a indicare un fenomeno significativo. Ci siamo quindi avvalsi del contributo dei colleghi economisti per poter interpretare in maniera più esaustiva, approfondita e quantitativa questo dato".

L'aspetto innovativo e interessante della ricerca ha riguardato, infatti, la possibilità di sopperire alla mancanza di dati dinamici sulla mobilità effettiva dei cittadini con il dettaglio necessario, con il risultato del confronto tra l'evoluzione dei livelli di rumore sismico nel tempo e il rapporto tra questa e la densità industriale e abitativa sul territorio.

Tale confronto ha evidenziato una correlazione tra la presenza di distretti produttivi la cui attività è stata indicata come economicamente non differibile e, in quelle stesse zone, la mancata drastica riduzione del rumore sismico prodotto dalle attività umane.

"Non è stato semplice combinare tra loro basi informative e ambiti scientifici così diversi", affermano Giorgio Prodi e Federico Frattini, docenti del Dipartimento di Economia e Management dell'Università di Ferrara e coautori dell'articolo. "È piuttosto insolito trovare in letteratura studi realizzati dalla collaborazione di sismologi ed economisti. Questo studio è il risultato di una collaborazione intensa, che intendeva e ha saputo identificare alcune tendenze dell'effettivo concretizzarsi del lockdown nelle regioni del Nord Italia".

Questo lavoro è stato concepito, realizzato e concluso durante la fase di lockdown che ha forzato tutta la Pubblica Amministrazione a lavorare in smartworking, e proprio da questa situazione ha tratto beneficio massimo, permettendo a sette persone localizzate in sei città diverse di lavorare e comunicare agilmente anche grazie alle infrastrutture informatiche e di accesso ai dati messe a disposizione da INGV e Università di Ferrara.

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Un’Italia divisa sostanzialmente a metà nelle previsioni sull’eventualità di future restrizioni a causa del Covid-19 e che, rispetto ad un anno fa, percepisce una maggiore fragilità complessiva riferita, con punte particolarmente elevate, alle prospettive future e al senso di comunità, con forti preoccupazioni per la situazione economica e l’occupazione.

Sono le principali indicazioni che emergono dai risultati di un sondaggio condotto nell'ambito dell'Osservatorio Coronavirus nato dalla collaborazione tra SWG e Area Studi Legacoop per testare opinioni e percezioni della popolazione di fronte ai problemi determinati dal Covid-19.

Con la risalita dei contagi registrata dopo la decrescita estiva, il 46% degli italiani ritiene che non serviranno ulteriori limitazioni, mentre il 40% teme che il governo potrebbe ricorrere ad un nuovo lockdown (il 47% nel ceto popolare).

La percezione di maggiore fragilità complessiva del nostro paese viene espressa da quasi otto italiani su dieci (per l’esattezza il 78%) e con un’incidenza maggiore nei ceti medio basso (83%) e popolare (81%). Una percezione che investe molti aspetti della vita dei cittadini, ma con gradazioni diverse. Ai primi posti si collocano le prospettive future (la percezione di fragilità si attesta al 64%, ma sale al 68% nel ceto medio basso) e il senso di comunità (53%, ma 65% nel ceto popolare), seguite, con il 51%, dalla propensione a fare acquisti (il 61% nel ceto medio-basso) e dalla situazione psicologica. Tengono maggiormente la salute e la famiglia, che chiudono la classifica rispettivamente con il 40% e il 34%.

Agli intervistati che hanno espresso una percezione di maggiore fragilità è stato poi chiesto (con la possibilità di due risposte) di indicare quali eventi negativi potrebbero investire il nostro Paese nei prossimi mesi. Il 67% ha indicato la crisi economica, il 49% una maggiore disoccupazione. Seguono, con uno scarto notevole, le preoccupazione per forti tensioni sociali (23%) e per una crisi sanitaria (21%).

“Istituzioni e forze economiche e sociali sono impegnate a predisporre le soluzioni per tentare di rilanciare il paese” – afferma Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop – “parte integrante di questo impegno è appoggiare un orecchio a terra per anticipare i fenomeni che stanno sopraggiungendo. Gli italiani sono sospesi in questa bolla di incertezza tra crisi sanitaria che non passa e crisi economica che si annuncia minacciosa. Sta crescendo un rischioso senso di debolezza e fragilità, di inadeguatezza ad affrontare il futuro, che va alleviato e combattuto. Per uscirne presto e insieme, nessuno va lasciato indietro”.

 

Allo stesso panel è infine stato chiesto (sempre con due risposte possibili) di indicare chi possa risollevare ed aiutare l’Italia in questa fase di fragilità. Ad ottenere il grado più alto di fiducia sono le imprese (36%) e l’Unione Europea (29%), seguite dai normali cittadini (24%) e dalla BCE (19%). La classe politica italiana si colloca al 5° posto, con il 18%. L’11 degli intervistati non ha indicato nessuno ed il 5% ha preferito non rispondere.

 

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