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Sabato, 28 Novembre 2020

Mercoledì, 18 Novembre 2020 - nelPaese.it

A pagare il prezzo degli effetti a lungo termine dell’emergenza Coronavirus saranno i più piccoli: ne sono convinti oggi i due terzi degli italiani. Con le limitazioni imposte dall’urgenza sanitaria di contenere la pandemia e con la sospensione traumatica della continuità scolastica, gli spazi fisici e prospettici, ma anche le risorse materiali e immateriali intorno ai minori si sono drasticamente ridotte: molto alto si profila il costo sociale ed evolutivo imposto ai minori dal Covid-19.

Sono alcuni dei dati che emergono dall’indagine condotta dall’Istituto Demopolis, per l’impresa sociale Con i Bambini, società senza scopo di lucro nata per attuare i programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile in Italia.

 “La pandemia ha aggravato ancora di più le disuguaglianze nel nostro Paese- ha spiegato Francesco Profumo presidente di Acri-. Su tutte, quella innescata dalla povertà educativa minorile, che condanna i nostri concittadini più giovani sin dai primi anni della loro vita. Se un ragazzo o una ragazza era a rischio di abbandono scolastico prima della pandemia, lo è ancora di più oggi, con la chiusura delle scuole e soprattutto delle attività extra-scolastiche. Negare l’accesso all’educazione significa negare in futuro il diritto a una vita dignitosa. Di questo gli italiani sono consapevoli, come dimostra l’indagine di Demopolis: due terzi degli intervistati sono convinti che a pagare gli effetti a lungo termine dell’emergenza saranno proprio i più piccoli. Per questo, il lavoro del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile è ancora più cruciale oggi di quanto lo sia mai stato e per questo è fondamentale promuovere la continuità degli interventi ritenuti più promettenti e offrire evidenze e indicazioni utili per progettare ampie politiche strutturali permanenti di contrasto della povertà educativa”

In vista della Giornata internazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 20 novembre, la ricerca focalizza l’impatto sui più giovani della crisi pandemica ed analizza le percezioni dell’opinione pubblica sul più ampio tema della povertà educativa minorile, individuando un’urgenza confermata in tutti gli snodi dell’indagine: è proprio questo il momento in cui restituire rilevanza sociale e centralità ai più piccoli, come risorsa della comunità intera. Oggi, pensando ai bambini e agli adolescenti in Italia le preoccupazioni dichiarate dai cittadini rivelano lo sguardo “adulto” dell’opinione pubblica sulle dinamiche minorili: il 73% cita lo scarso apprendimento scolastico, preoccupazione cresciuta significativamente (+20 punti) rispetto alla precedente rilevazione dello scorso anno, anche in ragione della prolungata chiusura delle scuole. Il 69% stigmatizza la dipendenza da smartphone e tablet, dispositivi che hanno vissuto processi di ulteriore “sdoganamento”, fino ad essere a disposizione anche dei bambini più piccoli, con l’affermazione della didattica a distanza.

Quasi i due terzi degli italiani, intervistati da Demopolis per Con i Bambini, citano il rischio di isolamento e di riduzione della vita sociale a causa del Covid. Considerando – in termini generali – le principali apprensioni relative ai minori, meno della metà del campione focalizza l’impatto più fragoroso e già misurabile dell’epidemia da Coronavirus: le crescenti disuguaglianze e la marginalizzazione (49%), nonché la riduzione degli stimoli nella crescita, a seguito dell’emergenza Covid (47%).

A causa dell’emergenza sanitaria gli italiani segnalano il peso crescente delle disuguaglianze fra i minori: il 72% ritiene che siano aumentate nell’ultimo anno, mentre solo un quinto non individua variazioni rispetto al 2019. Con il Covid, nella percezione dei cittadini, alcuni problemi sono emersi o si sono aggravati a carico dei più piccoli: in prima istanza, 6 cittadini su 10 citano le conseguenze dell’incremento della povertà materiale in molte famiglie, ma anche l’esclusione dei più fragili (poveri, disabili, figli di genitori stranieri). La maggioranza assoluta cita anche la regressione degli apprendimenti e del metodo di studio (55%) e le disuguaglianze nell’accesso a dispositivi informatici ed a connessioni adeguate (53%). Di contro, poco meno della metà individua la problematicità di una delle conseguenze della didattica a distanza: l’eccesso di digitalizzazione dei minori, che trascorrono troppo tempo su smartphone e dispositivi assimilabili (48%). Più di 4 su 10 mettono in evidenza i rischi di isolamento dalla vita sociale o di abbandono scolastico dei minori. È infine del 36% la percentuale degli italiani che, fra i problemi a carico dei più piccoli, emersi o aggravati dalla pandemia, segnala la riduzione degli stimoli esterni alla scuola

QUANTO PESA LA SCUOLA

Gli italiani restano convinti che le opportunità dell’istruzione non siano oggi garantite equamente per tutti nel nostro Paese: per il 65% lo sono, ma con livelli di qualità differenti, e con forti divari, anche in seno ai medesimi contesti regionali e urbani. Il 23% dichiara che siano garantiti solo per alcuni. Appena il 9% crede che la scuola italiana garantisca oggi opportunità equamente per tutti. E l’emergenza da Covid-19 è stata un’aggravante pesantissima sulle dinamiche di una scuola diseguale. È minoritaria, del 43%, la quota di intervistati che plaude a quanto è riuscita a fare la scuola, nella primavera scorsa, in pieno lockdown, per garantire parità di accesso a tutti gli studenti con la modalità a distanza, in lezioni, contatti con gli insegnanti, dimensioni di apprendimento. Ma il 49% è di parere opposto.

Del resto, gli italiani hanno scoperto le asperità della didattica a distanza (DAD), anche nei casi in cui non fossero direttamente interessati: il 54% ha sentito, nel proprio contesto familiare o relazionale, di bambini o ragazzi che hanno trovato difficoltà a seguire la DAD nei mesi della primavera pandemica e, nuovamente, in questi giorni di seconda ondata. Quasi 8 genitori su 10 hanno avuto esperienza diretta di DAD, che – nelle testimonianze degli intervistati – è stata vissuta dai figli utilizzando in prevalenza tablet e pc (77%). Ma in una dimensione non residuale di casi (20%) i ragazzi hanno seguito le lezioni e svolto la didattica attraverso un comune smartphone. La mancanza di dispositivi informatici adeguati e di connessioni idonee si è rivelata un problema nel 14% dei casi, dato che cresce al 22% nel Sud e nelle Isole. Ma nell’esperienza degli intervistati, le difficoltà di bambini e ragazzi nel seguire la didattica a distanza sono state, in prevalenza, d’altra natura: principale problema, indicato dal 45%, la scarsa capacità di attenzione nell’apprendimento a distanza, realizzato integralmente nell’ambiente casalingo.

“I dati dell’indagine da una parte ci confortano sull’attenzione che gli italiani pongono al tema della povertà educativa e soprattutto sulla percezione che sia un fenomeno che deve interessare tutti, non solo la scuola e non solo la famiglia, ma l’intera comunità educante – ha sottolineato Carlo Borgomeo, presidente di Con i Bambini. Dall’altra, l’indagine fa emergere anche nella percezione e nel vissuto di genitori, famiglie, associazioni che questa emergenza di fatto sta aumentando una serie di divari già esistenti, sia sociali che territoriali come dimostrano i dati sul Sud”. 

In questi mesi di pandemia, un vastissimo orizzonte di opportunità, occasioni di crescita, dimensioni relazionali e di apprendimento è stato precluso ai minori. I genitori testimoniano i servizi che più sono mancati ai figli, e che – presumibilmente – continueranno a lungo a mancare. Sette su 10 citano le attività ludiche e ricreative, quella dimensione fertilissima del gioco compromessa dalle apprensioni per la necessaria sicurezza sanitaria. Il 65% ricorda la rinuncia a palestre, centri sportivi ed all’attività motoria necessaria nelle fasi di crescita. Inoltre, il 42% dei genitori intervistati ricorda quanto sia mancata ai figli la partecipazione a laboratori e ad altre attività educative extrascolastiche.

“Una delle questioni più gravi che riguardano bambini e ragazzi di oggi è la mancanza di pari opportunità di accesso ai servizi, e sappiamo come questa emergenza non ha fatto che accrescere alcune povertà e diseguaglianze – ha spiegato Claudia Fiaschi portavoce del Forum del Terzo Settore- Il Terzo settore prova a dare risposte concrete mettendo in campo una grande innovazione sociale, perché nessuno resti indietro. E lo fa sia attraverso l’utilizzo di nuovi spazi, tempi, materiali ed esperienze, ma anche ponendo una forte attenzione ai mutati scenari rispetto ai bisogni sociali, immaginando soluzioni che prevedano la collaborazione tra contesti educativi formali e informali, l’utilizzo delle tecnologie per nuove forme di prossimità, investimenti per l’inclusione sociale e digitale delle famiglie più fragili.”

LA POVERTÀ EDUCATIVA MINORILE

L’Italia del Covid si confronta più marcatamente – suo malgrado – con i fenomeni della povertà educativa minorile. Secondo i dati dell’indagine Demopolis- Con i Bambini, il 53% degli italiani dichiara di averne sentito parlare, con un dato cresciuto di 10 punti nell’ultimo anno; un ulteriore segmento, pari al 26% degli intervistati, ammette di non sapere effettivamente di che cosa si tratti, pur avendone sentito parlare. Nel definire il fenomeno, con una consapevolezza in crescita rispetto ai dati rilevati nel novembre 2019, il 73% degli intervistati identifica la povertà educativa come una questione di limitato accesso ad opportunità di crescita; il 64% cita il rendimento scolastico ed i bassi livelli di apprendimento. Il 17% la povertà materiale. La consapevolezza dell’opinione pubblica sull’importanza del tema cresce e si afferma. La diffusione della povertà educativa è un fenomeno grave per il 91% degli italiani: molto per il 45%; abbastanza grave per il 46%. “Con le limitazioni imposte dall’urgenza sanitaria e con la sospensione traumatica della continuità scolastica – spiega il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento – si profila molto alto il costo sociale ed evolutivo imposto ai minori dal Covid-19. A pagare il prezzo degli effetti a lungo termine dell’emergenza Coronavirus saranno i più piccoli: ne sono convinti oggi i due terzi degli italiani. Tra gli effetti del Covid, i cittadini segnalano il peso crescente delle disuguaglianze fra i minori nel nostro Paese: il 72% ritiene che siano ulteriormente aumentate nell’ultimo anno. Serve oggi un’alleanza “con i bambini” per contrastare i danni generazionali della pandemia”.  

Il 90% degli italiani ritiene oggi importanti, per lo sviluppo del Paese, le azioni di contrasto alla povertà educativa minorile: il dato, corposissimo in seno al complesso dell’opinione pubblica, si dimostra ancora più marcato nei target speciali oggetto di analisi: cresce, infatti, al 92% fra gli insegnanti ed al 98% fra i rappresentanti del Terzo Settore. Del resto, come confermano i dati della ricerca, l’emergenza Covid-19 ha estremizzato una fragilità come la povertà educativa, ancora da sanare nel Paese. Per il 53% degli intervistati l’azione di contrasto alla povertà educativa è oggi più importante rispetto ad un anno fa.

 “L’indagine dimostra chiaramente come l’emergenza Covid non sia esclusivamente sanitaria, ma riguardi tutta la sfera delle vite delle persone – conclude Stefano Buffagni presidente del Comitato di indirizzo strategico del Fondo e viceministro al Mise- La povertà educativa minorile viene percepita dagli italiani come una problematica su cui è necessario intervenire, perché le disuguaglianze aumentano e le difficoltà delle famiglie si moltiplicano. L’impegno del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile rinnova il suo impegno, oggi più di prima”.

In questa situazione di emergenza pandemica, per sostenere bambini e ragazzi in Italia, servirebbe innanzi tutto rimuovere gli ostacoli per l’accesso alla didattica a distanza (63%), ma anche un rinnovato impegno degli insegnanti (59%). Il 46% ricorda l’urgenza di intervenire anche rispetto alla povertà materiale delle famiglie. Sebbene più circoscritte, indicazioni preziosissime giungono da un segmento superiore ad un quarto della popolazione.

Sostegno, anche a distanza, da parte di educatori ed una maggiore attenzione alle esigenze dei ragazzi, anche nell’informazione e sui media, sono interventi richiesti da 1 intervistato su 3. Il 30% ricorda inoltre come serva l’impegno di tutti per restituire importanza ai diritti di ragazzi e bambini ed il 26% sollecita un accesso esteso alle attività extrascolastiche. Del resto, se interrogati sul tema, gli italiani concordano sull’urgenza di compensare i danni della scuola in parte chiusa attraverso attività ed esperienze non curriculari. Il 39% sostiene che, rispetto ad un anno fa, con l’emergenza Covid- 19 e la chiusura prolungata delle scuole, gli stimoli extra scolastici nella crescita dei minori siano oggi più importanti, dato che raggiunge il 49% fra i genitori di figli minorenni, e si impenna al 72% fra i rappresentanti del Terzo Settore. La scuola è chiamata alla sfida di andare oltre i fondamentali dell’insegnamento. Ma non può avere l’esclusiva in tema di sviluppo delle nuove generazioni.

Secondo l’indagine dell’Istituto Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini, realizzata nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, oggi appena il 28% degli intervistati concorda sull’assunto che la scuola sia l’unica istituzione deputata alla crescita dei ragazzi. Per il 67% degli italiani la responsabilità dei minori è di tutta la comunità, dato che si attestava al 49% nella rilevazione dello scorso anno. Il giudizio sull’attività di Con i Bambini impegnata nell’attuazione dei programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è positivo per il 67%.

 

 

Pubblicato in Nazionale

In Umbria nelle 300 cooperative sociali sono occupati 8.000 soci lavoratori, di cui 800 persone svantaggiate impegnati nel garantire la presenza di una rete capillare di servizi educativi, sociali e socio sanitari in tutta la regione di cui usufruiscono ogni giorno 50.000 umbri e nel fornire servizi di grande importanza per la comunità come, ad esempio, la ristorazione scolastica.

Le conseguenze economiche dell'emergenza, unite ai ritardi accumulati dalla Regione Umbria nell'applicare accordi e norme esistenti stanno mettendo in crisi il welfare e a rischio gli occupati, le imprese e la rete di servizi costruita negli ultimi decenni. Durante la prima ondata le cooperative sociali hanno contribuito a garantire la tenuta del sistema di welfare regionale, ora, denunciano le centrali cooperative, le imprese ed i soci lavoratori sono allo stremo.

"Da mesi denunciamo i problemi che affliggono il settore - afferma Andrea Bernardoni di Legacoopsociali - in questi mesi però poco è stato fatto per affrontarli ed almeno in pare risolverli. Il 14 giugno scorso nel primo ed ultimo incontro che abbiamo avuto con la Presidente Tesei abbiamo chiesto l'apertura di un tavolo di crisi, dove poter rappresentare le istanze di un comparto delicato ed essenziale per la tenuta socio-economica della Regione, ma non siamo stati ascoltati. Venerdì scorso abbiamo scritto ai prefetti ed alla Presidente della Regione per chiedere un incontro urgente. Oggi abbiamo ricevuto la convocazione da parte dell'Assessore Coletto. Siamo fiduciosi che a partire dall'incontro con l'Assessore in programma domani inizieremo ad affrontare nel merito i problemi che interessano la cooperazione sociale".

Le centrali cooperative chiedono alla Regione Umbria di riconoscere la funzione pubblica della cooperazione sociale ed affrontare i problemi legati alla gestione dell'emergenza che si aggiungono ai quelli strutturali presenti prima dell'esplosione della pandemia dovuti ai ritardi delle precedenti amministrazioni regionali.

"La scorsa settimana – afferma Carlo Di Somma di Federsolidarietà – i soci lavoratori delle cooperative sociali hanno discusso ed approvato in assemblea un documento di 9 punti che contiene delle proposte concrete subito applicabili. Abbiamo più volte cercato di avviare un confronto con la Giunta regionale, comunicazioni formali, informali, pec, financo una serie di trasmissioni radio ma alla fine nulla di fatto. Non è questa l'attenzione che meritano le nostre lavoratrici e i nostri lavoratori che stanno insieme a tanti in prima linea e si vedono snobbati! Speriamo che da domani si apra una nuova pagina nei rapporti con la Regione."

"In questi mesi le cooperative sociali hanno resistito – afferma Massimo Giovannelli – ma ora sono in grande difficoltà. Nello specifico vorrei sottolineare le grandi criticità che stanno vivendo le cooperative di inserimento lavorativo. I lavoratori svantaggiati sono infatti i primi ad essere stati espulsi dai processi produttivi e rischiano di non essere più riassorbiti".

Le priorità

Assicurare la continuità dei servizi sociali, socio assistenziali e socio sanitari rimodulandoli ove necessario applicando l'Art 89 del Decreto Rilancio che stabilisce che questi servizi sono da considerarsi servizi pubblici essenziali.

Garantire a tutti gli operatori delle cooperative sociali l'accesso ai tamponi ed alle misure di prevenzione e di diagnostica per monitorare il Covid-19 tutelando i lavoratori ed i fruitori dei servizi erogati dalla cooperazione sociale.

Garantire immediata ed integrale applicazione da parte delle Aziende USL del protocollo d'intesa sottoscritto il 21 aprile scorso da Regione Umbria.

Adeguare le rette dei servizi accreditati ferme al 2005 rivalutando le stesse applicando l'indice Istat del periodo 2005-2019.

Far rispettare alle Aziende ASL, agli enti partecipati ed ai Comuni la norma regionale che disciplina il Tariffario Regionale delle Cooperative Sociali, sia nel caso di cooperative sociali di tipo A che in quello delle cooperative sociali di tipo B.

Far applicare alle Aziende USL, alle società partecipate ed ai Comuni l'Art. 112 del Codice dei Contratti e degli Appalti Pubblici, al fine di favorire l'inserimento lavorativo delle persone disabili e dei lavoratori svantaggiati, che sono state le prime ad essere espulse dai processi produttivi con la crisi da COVID-19.

Adottare una norma regionale che contrasti gli appalti guidati dalla logica del massimo ribasso.

Di individuare per la cooperazione sociale di inserimento lavorativo specifiche forme di ristoro.

Di riconoscere alla cooperazione sociale ed agli Enti del Terzo Settore il ruolo attivo nella fase di co-programmazione e co-progettazione delle politiche pubbliche.

 

Pubblicato in Umbria

La società farmaceutica Moderna ha annunciato che i dati preliminari di un ampio studio di fase 3 in corso per testare un potenziale vaccino contro il Covid-19 suggeriscono un'efficacia del 94,5%. Anche se è un passo promettente, un comunicato stampa di Moderna non basta per trarre conclusioni definitive. Per parlare di efficacia e utilità del vaccino, è necessaria la piena trasparenza dei dati degli studi clinici.

Sapendo che non si potrà garantire un numero sufficiente di dosi di vaccino in tempi rapidi, le società farmaceutiche non devono creare ulteriori barriere alla produzione da parte di altre aziende, impedendo l'immissione sul mercato di altri prodotti analoghi, una volta dimostrata l'efficacia e la sicurezza. Oltre a rispettare l'impegno annunciato di non imporre alcun brevetto, Moderna deve condividere tutte le informazioni sul vaccino, incluse la tecnologia, i dati e il know-how necessari a realizzarlo, in modo che altri produttori possano assicurare la produzione e garantire l'accesso a questo vaccino potenzialmente salvavita.

"Il mondo attende con impazienza i risultati positivi degli studi clinici sul vaccino per il Covid-19 nella speranza di avere uno strumento che aiuti a tenere sotto controllo la pandemia, ma la loro validazione per la distribuzione servirà a poco se questi vaccini non vengono distribuiti equamente alle persone di tutto il mondo a un prezzo di costo completamente trasparente." dichiara la dr.ssa Stella Egidi, responsabile medico di MSF. "La capacità del settore pubblico di stabilire un prezzo equo richiede trasparenza. Moderna deve impegnarsi nella pubblicazione di un'analisi dettagliata del prezzo e di tutti i costi di sviluppo del vaccino. Solo se Moderna renderà pubblici questi dati, i governi potranno valutare se i prezzi sono giusti e accessibili. La ricerca, lo sviluppo e la produzione del vaccino Moderna sono stati per lo più finanziati da fondi pubblici, con circa 2,5 miliardi di dollari del governo americano, eppure i contribuenti in assenza di trasparenza non possono chiederne conto. Moderna deve vendere il vaccino al prezzo di costo e non puntare al profitto per un prodotto in gran parte finanziato dallo stato, nel pieno di un'emergenza senza precedenti."

"Si stima che circa l'80% delle dosi iniziali del vaccino di Moderna siano già vincolate da accordi bilaterali non trasparenti con paesi ad alto reddito, tra cui gli Stati Uniti, lasciando quantità insufficienti a disposizione dei paesi in via di sviluppo e contesti umanitari più colpiti dalla crisi. Rendere il vaccino un lusso per pochi non è la soluzione per sconfiggere il virus né per salvare vite. Se provate di sicura efficacia, le prime dosi del vaccino di Moderna e delle altre aziende produttrici dovrebbero essere equamente distribuite in tutto il mondo sulla base di chiari criteri definiti dall'OMS" conclude la dr.ssa Egidi.

Pubblicato in Salute
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