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Martedì, 18 Febbraio 2020

Martedì, 04 Febbraio 2020 - nelPaese.it

Il Colosseo come simbolo italiano nel mondo della lotta all’epilessia. È in occasione dell’International Epilepsy Day che il prossimo 10 febbraio uno spettacolo di luci viola colorerà per la prima volta l’Anfiteatro Flavio, come simbolo della lotta contro i pregiudizi e per stimolare la raccolta fondi a favore della ricerca scientifica su questa importante malattia.

L’iniziativa è promossa dalla Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) che per l’importante appuntamento lancia il claim “La solidarietà si propaga. #liberalaricerca”: un gesto solidale, infatti, può diventare contagioso e fare la differenza nella vita delle oltre 500.000 persone che in Italia sono chiamate a fare i conti con l’epilessia e le problematiche che ne derivano.

All’avvio dello spettacolo, sullo storico monumento di fama mondiale verrà proiettato il logo LICE che, per l’occasione, festeggerà il proprio quindicennale impegno nella promozione di campagne di sensibilizzazione, nella divulgazione di una corretta informazione e nel supporto costante alla ricerca scientifica su questa malattia neurologica che conta 50 milioni di pazienti in tutto il mondo.

Non solo Colosseo però. A vestirsi di viola numerosi monumenti, nonché luoghi di storia e di cultura, che anche quest’anno verranno illuminati per sottolineare la necessità di far luce sull’epilessia e sui falsi miti che spesso ruotano attorno a questa patologia generando sconforto e isolamento nelle persone che ne soffrono.  Inoltre, numerosi convegni, open day, ma anche spettacoli di musica e teatrali, scandiranno la Giornata in tutto il territorio italiano: Bolzano, Torino, Novara, Udine, Padova, Milano, Reggio Emilia, L’Aquila, Assisi, Terni, Roma, Venafro, Bari, Foggia, Lamezia Terme, Catania e Cagliari le città aderenti all’iniziativa.

“Il prossimo 10 febbraio oltre 120 Paesi nel mondo accenderanno i riflettori sull’epilessia – ha commentato il Professor Oriano Mecarelli – Presidente LICE, Dipartimento di Neuroscienze Umane La Sapienza (Roma) -. L’Italia è da molti anni tra quelli in prima linea nella lotta a questa patologia che nel nostro Paese interessa oltre mezzo milione di persone, di tutte le età con picchi tra i bambini e gli anziani. La ricerca scientifica ha fatto enormi passi avanti nella diagnosi e nella cura, ma c’è ancora tanto da fare, soprattutto per quelle forme di epilessia farmaco-resistente di cui soffre il 30% dei pazienti. Il fatto che le crisi arrivino spesso senza alcun preavviso, potendo provocare traumatismi o altri tipi di conseguenze negative, – ha proseguito Mecarelli -  rende le persone con epilessia insicure, ansiose e dipendenti dagli altri. Ma non tutti possono contare sull’aiuto di una persona cara e l’assistenza socio-sanitaria sul territorio è ancora molto carente”.

Ed è proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo queste tematiche che in occasione della Giornata promossa a livello mondiale dalla International League Against Epilepsy (ILAE) e dall’International Bureau for Epilepsy (IBE), LICE invita la popolazione al Piccolo Eliseo di Roma per “Il nostro album dei ricordi. 15 anni di immagini e parole per raccontare l’epilessia”. Un evento, quello che si svolgerà lunedì 10 febbraio alle ore 19.30, realizzato per festeggiare 15 anni a supporto delle persone con epilessia. Per prenotarsi è necessario inviare un’email a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

“Aiutare davvero le persone con epilessia - conclude il Professor Mecarelli - significa finanziare e stimolare la ricerca, organizzare meglio i Centri specializzati su tutto il territorio nazionale, scoprire nuove strategie di cura e permettere equamente l’accesso alle terapie più innovative: solo questo potrebbe consentire una qualità di vita il più possibile normale, nonostante l’epilessia”.

Nei Paesi industrializzati, l’epilessia interessa circa 1 persona su 100. Questa patologia si può verificare in tutte le età, con due maggiori picchi di incidenza, uno nei primi anni di vita e l’altro – sempre più elevato - nelle età più avanzate. Attualmente si calcola infatti che in Italia ogni anno si verifichino 86 nuovi casi di epilessia nel primo anno di vita, 20-30 nell’età giovanile/adulta e 180 dopo i 75 anni. Alla base dell’alto tasso di incidenza nel primo anno di vita ci sono soprattutto fattori genetici e rischi connessi a varie cause di sofferenza perinatale, mentre per gli over 75 la causa risiede nel concomitante aumento delle patologie epilettogene legate all’età: ictus cerebrale, malattie neurodegenerative, tumori e traumi cranici.  

Se questi sono i dati epidemiologici già preoccupanti nei Paesi industrializzati, il quadro diventa drammatico nei Paesi in via di sviluppo dove la prevalenza della patologia diventa 3-4 volte più frequente. L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ha più volte attenzionato questo problema, sottolineando che nel mondo l’accesso alle cure necessita di un’inversione di rotta: dati allarmanti, infatti, evidenziano come la disponibilità di medicinali antiepilettici nei Paesi a basso e medio reddito sia inferiore al 50%. Ma l’80% delle persone con epilessia vive proprio nei Paesi a medio-basso reddito e, di queste, circa tre quarti potrebbe non ricevere le cure necessarie.

Anche in relazione a questo, presso l’Assemblea plenaria dell’OMS sarà discusso l’Epilepsy Action Plan promosso da ILAE ed IBE ed appoggiato da molti Stati membri. Se l’Epilepsy Action Plan verrà approvato, nel prossimo decennio tutti gli Stati membri dell’OMS dovranno mettere in atto tutte le azioni possibili per assicurare migliori strategie di diagnosi e cura alle persone con epilessia e migliorarne quindi la qualità di vita.

 

 

Pubblicato in Salute

Al centro del volontariato. La riforma del terzo settore e le opportunità offerte dai Centri di Servizio. Un’occasione per conoscere meglio il nuovo CSV Lazio, il radicamento nel territorio, i servizi che offre, il ruolo nel far crescere il volontariato, dopo la riforma del Terzo settore e anche per conoscere la riforma stessa e cosa rappresenta per le associazioni di volontariato e per tutto il Terzo Settore. L’incontro si svolgerà giovedì 20 febbraio dalle 9:00 alle 18:00 nella sala Tirreno della Regione Lazio (Piazza Oderico da Pordenone n. 15, Roma)
 

Questa iniziativa si colloca nell’ambito del progetto Capacit’Azione, programma di formazione nazionale sulla riforma del terzo settore, promosso dal Forum Terzo settore Lazio in collaborazione con CSVnet, Forum Nazionale del Terzo Settore e un’ampia rete di partner, realizzato con i fondi del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali con l’obiettivo di formare 1300 esperti italiani sulla riforma del terzo settore.
 
Il modulo formativo dedicato ai Centri di servizio per il volontariato (Csv), importante tassello della nuova legislazione, diventa così una giornata ricca di storie e approfondimenti, per spiegare il lavoro svolto sul territorio, i servizi offerti, la compagine sociale, ma anche un’occasione per conoscere cosa prevede la riforma del Terzo settore, le novità in cantiere e le sfide da affrontare. Rispetto al passato, infatti, i Csv sono chiamati a promuovere la presenza dei volontari impiegati in tutti gli enti del Terzo settore (Ets) e non solo nelle organizzazioni di volontariato. Con la riforma, quindi, l’esperienza ventennale di questo sistema diffuso in tutt’Italia si mette a disposizione di una platea più ampia di utenti, secondo un sistema unitario.
 
Grazie al progetto Capacit’Azione sono già stati realizzati oltre 80 appuntamenti in tutt’Italia su 200 moduli previsti per 8 aree tematiche diverse. Partnership di progetto sono Anpas, Anteas, Arci, Auser e CdO-Opere sociali insieme ai collaboratori di sistema Acli, Anci Lazio, Anffas, Pro Bono Italia, Coordinamento periferie, Legambiente, Leganet e Legautonomie. Capacit’Azione è realizzato con i fondi del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali in seguito all'Avviso per il finanziamento di iniziative e progetti di rilevanza nazionale ai sensi dell'articolo 72 del Codice del terzo settore (decreto legislativo 117/2017).

Il programma è disponibile a questo link.

 

Pubblicato in Lazio

L’offensiva militare del governo siriano e dei suoi alleati nell’area meridionale di Idlib continua, peggiorando le già critiche condizioni della popolazione in Siria nord-occidentale. In due mesi, tra dicembre 2019 e gennaio 2020, circa 390.000 persone hanno dovuto abbandonare la propria casa, o perfino i campi in cui erano già rifugiati, per fuggire da bombardamenti aerei o attacchi da terra. Almeno 150.000 di loro sono fuggite nelle ultime due settimane di gennaio, secondo i dati delle Nazioni Unite.

Con la chiusura del confine turco e la linea del fronte che avanza, per gran parte dei tre milioni di siriani che vivono in Siria nord-occidentale, l’accesso all’assistenza è sempre più limitato e il numero delle vittime aumenta. Nelle ultime settimane, Medici Senza Frontiere (MSF) ha incrementato il proprio supporto a diverse strutture mediche nell’area per aiutarle ad affrontare la situazione, fornendo in particolare kit di primo soccorso e chirurgici a quattro ospedali.

“In pochi mesi un numero consistente di ospedali è stato colpito in Siria nord-occidentale, alcuni sono stati totalmente o parzialmente distrutti” ha detto Cristian Reynders, coordinatore delle operazioni di MSF per l’area settentrionale di Idlib. “Se gli scontri continueranno, le persone avranno sempre meno possibilità di accedere alle strutture sanitarie. Se dovranno andare lontano per ricevere cure, la possibilità che le ferite si aggravino o la probabilità di morire non possono che aumentare”.

L’ospedale di Maarat al Numan, uno dei più grandi nell’area meridionale di Idlib, è stato chiuso a causa dei bombardamenti. Il 29 gennaio un gruppo armato dell’opposizione ha fatto irruzione in un’altra delle più grandi strutture della zona, l’ospedale centrale di Idlib al quale MSF aveva appena donato kit chirurgici e di primo soccorso, e per qualche ora lo ha occupato per scopi militari, nonostante le proteste dello staff medico. Lo stesso giorno, a mezzanotte, l’ospedale di Ariha è stato colpito da ripetuti attacchi aerei, che hanno provocato gravi danni all’edificio e al suo magazzino. La maggior parte dei farmaci, delle forniture e delle riserve di carburante dell’ospedale sono state danneggiate o disperse, la farmacia è stata distrutta, mentre decine di feriti a causa dei bombardamenti venivano ricoverati d’urgenza per essere curati.

Queste incursioni e bombardamenti contro le strutture mediche, che si aggiungono allo stallo complessivo dell’assistenza sanitaria, colpiscono Idlib in un momento in cui le cure salvavita sono indispensabili. MSF condanna con forza queste evidenti violazioni del diritto umanitario internazionale, dalla distruzione di strutture sanitarie al loro uso per scopi militari. Gli ospedali non solo stanno chiudendo uno dopo l’altro, ma l’intero sistema sanitario è costantemente minacciato da attacchi terrestri o aerei.

“Oggi la situazione medico-umanitaria è davvero terribile. In questi giorni ci sono continui bombardamenti contro strutture sanitarie nella zona. Il mio ospedale è ancora in piedi, ma solo nelle ultime settimane altri cinque qui vicino sono stati parzialmente o totalmente distrutti e sono fuori uso” racconta il medico che gestisce una delle strutture sanitarie della zona recentemente supportate da MSF. “Siamo completamente sopraffatti dal numero di pazienti che sarebbero stati curati in quegli ospedali e che ora dobbiamo assistere noi. Lo staff dell’ospedale è sotto pressione sia fisica che psicologica. Lavoriamo senza sosta, anche fino a notte fonda, per operare e curare tutte le persone che arrivano e vediamo le nostre scorte diminuire drasticamente, senza sapere quando o addirittura se riusciremo ad averne di più. Come se non bastasse, operiamo nella paura costante di essere i prossimi ad essere colpiti”.

MSF ha allestito uno stock medico d'emergenza in grado di coprire 50 interventi chirurgici, 300 casi d'urgenza e mille visite mediche nelle prossime settimane per supportare i bisogni di altre strutture sanitarie. Nel frattempo, MSF continua le missioni esplorative nell’area settentrionale di Idlib, dove decine di migliaia di persone vivono in condizioni terribili.

“Stiamo assistendo a uno tsunami umano” aggiunge il direttore dell’ospedale. “Le persone stanno provando a fuggire a nord, verso il confine turco, il più velocemente possibile. Negli ultimi giorni, abbiamo visto decine di migliaia di persone fuggire nelle loro auto. Oggi ci vogliono circa 3 ore per percorrere appena 30 chilometri perché tutti sono in strada e in movimento. Per lo staff medico prendere una decisione in questa situazione è ancora più difficile: rimaniamo a curare i malati e i feriti, o fuggiamo anche noi? La mia famiglia per esempio è fuggita pochi giorni fa e io ho deciso di restare, per ora. Da allora non li ho ancora sentiti e sono molto preoccupato. Mi sembra che stiamo vivendo una serie di scelte impossibili”.

MSF sta continuando anche ad aumentare il supporto alle famiglie appena sfollate, fornendo acqua potabile nei campi e distribuendo beni di prima necessità, come coperte e materiali utili a riscaldarsi, ma i bisogni sono urgenti e aumentano.

 

 

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