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Martedì, 18 Febbraio 2020

Venerdì, 07 Febbraio 2020 - nelPaese.it

CSVnet lancia la proposta di istituire un riconoscimento annuale per la Capitale italiana del volontariato. L’idea è stata resa pubblica dal presidente dell’associazione dei centri di servizio per il volontariato, Stefano Tabò, durante il suo intervento di fronte al Capo dello Stato, in occasione della cerimonia inaugurale di Padova capitale europea.

“Sarà un modo per intercettare la collaborazione virtuosa fra Comuni e mondo del volontariato, capace di generare e consolidare pratiche, efficaci, innovative, coraggiose” – ha spiegato Tabò, sottolineando che nei prossimi giorni CSVnet “formalizzerà la proposta, dopo averne approfondito gli aspetti essenziali insieme alle irrinunciabili partnership istituzionali”.

Non è casuale il contesto scelto per annunciare il progetto; il riconoscimento di Padova quale capitale europea del volontariato “è per tutti noi motivo di orgoglio”, ha detto Tabò, oltre ad essere un’opportunità per valorizzare “l’identità condivisa che innerva le multiformi manifestazioni della solidarietà di cui è ricco il nostro Paese”.

Proprio dai consensi giunti a Padova anche da numerose amministrazioni locali è nata la proposta di scegliere ogni anno una città o un territorio da “eleggere” “capitale italiana”. I passaggi necessari per arrivare a questo importante traguardo sono ancora in via di definizione. Bisognerà stabilire la “natura” del titolo ed i criteri di candidatura e di assegnazione.
Chiaro invece lo sfondo della proposta, legato alla riforma del terzo settore che determina una svolta importante nei rapporti tra volontariato e pubblica amministrazione.

L’art. 19 del Codice del terzo settore prevede, infatti, che le “le pubbliche amministrazioni promuovono la cultura del volontariato”, una disposizione volta non solo a sostenerne le attività ma a promuoverne valori e modelli come parte del dovere pubblico di perseguire società più solidali.

Padova Capitale ha avuto il merito di sollecitare un ampio consenso, a dimostrazione di quanto sia forte, come spiega Tabò nel suo intervento “il desiderio collettivo di veder riconosciuto l’impegno profuso da amministrazioni locali, volontari, cittadini ed enti del terzo settore per costruire comunità sempre più coese e resilienti, fondate sul contributo di ciascuno per il bene comune”.

Pubblicato in Economia sociale
Una quindicina di detenuti e detenute di varie carceri italiane saranno protagonisti - nella parte di attori, musicisti, poeti - dello spettacolo "Gli ultimi saranno-Laboratori e buone pratiche in carcere", evento organizzato dal deputato del MoVimento 5 Stelle Raffaele Bruno lunedì 10 febbraio alle 16 presso la Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari (via Campo Marzio, 78, Roma). L'evento rappresenta il punto di approdo istituzionale del progetto "Gli ultimi saranno", nato nel 2018 e condotto da un collettivo di artisti, tra cui il deputato Bruno, che ha già realizzato 20 incontri con detenuti di 15 strutture sparse sul territorio nazionale. 
 
"Come ogni volta che andiamo in carcere, anche alla Camera dei deputati vedremo alternarsi in scena musicisti, attori del nostro gruppo e le persone detenute, che avranno l'occasione di esprimere la propria creatività", racconta Raffaele Bruno. "Grazie e attraverso la carica emotiva dell'arte, si assisterà a uno scambio umano unico nel suo genere, in cui etichette e stigmi sociali semplicemente smettono di esistere per lasciare spazio alla creazione di un'unica comunità". 
 
Dopo l'iniziativa 'Dona un libro' promossa dal presidente della Camera Roberto Fico per raccogliere e distribuire nelle carceri minorili libri donati dai deputati, il convegno-spettacolo del 10 febbraio rappresenta una nuova e originale tappa istituzionale per accendere i riflettori sulle condizioni di vita delle persone detenute e, soprattutto, sul valore dell'arte come strumento per la loro emancipazione e inclusione sociale.
 
Oltre ai detenuti, interverranno durante il convegno rappresentanti dei seguenti istituti penitenziari: Salerno, Regina Coeli (RM), Sant'Angelo dei Lombardi (AV), Istituto Penale Maschile e Femminile per Minorenni Casal del Marmo (RM), Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli, Arienzo (CE), Carinola (CE), Secondigliano (NA).
 
Pubblicato in Diritti&Inclusione

A un anno dall’entrata in vigore dei protocolli statunitensi sulla migrazione, decine di migliaia di richiedenti asilo sono intrappolati in Messico, dove affrontano violenze quotidiane e le conseguenze psicologiche causate dalle condizioni di rischio e incertezza costante, sostiene Medici Senza Frontiere (MSF).

“Gli Stati Uniti continuano a respingere i richiedenti asilo nel pericolo e nelle mani dei trafficanti che controllano le rotte migratorie in Messico” dichiara Sergio Martin, capomissione di MSF in Messico. “A Matamoros, a pochi passi dal confine americano, migliaia di richiedenti asilo vivono in campi improvvisati con un accesso limitato a un rifugio o a cure mediche di base. A Nuevo Laredo abbiamo pazienti che non escono più dai loro rifugi per paura di essere rapiti o uccisi".

In vigore dal gennaio 2019, i protocolli statunitensi sulla migrazione hanno costretto più di 62.000 richiedenti asilo a tornare in Messico in attesa che la loro richiesta di asilo venga esaminata, esposti a rapimenti e violenze. MSF lavora lungo la rotta migratoria in Messico e nelle località di confine di Nuevo Laredo, Matamoros, Mexicali e Reynosa, ed è testimone delle devastanti conseguenze umanitarie di queste politiche che hanno di fatto decretato la fine delle procedure di asilo lungo il confine meridionale degli Stati Uniti.

Nei primi nove mesi del 2019, circa l'80% dei migranti assistiti dalle équipe di MSF a Nuevo Laredo ha riferito di aver subito almeno un episodio di violenza. Il 43,7% dei pazienti ha dichiarato di essere stato vittima di violenza nei sette giorni precedenti la visita.

Nel settembre 2019, il 43% dei pazienti di MSF mandati a Nuevo Laredo dal protocollo erano stati rapiti di recente, il 12% ha riferito di essere stato vittima di un tentativo di sequestro non riuscito. Nell'ottobre 2019, la percentuale di pazienti di MSF bloccati a Nuevo Laredo e vittime di un rapimento è salita al 75%. Questi numeri riguardano solo i programmi di MSF e non sono quindi rappresentativi della violenza complessiva subita dai migranti.

A Nuevo Laredo, i pazienti di MSF soffrono di ansia, depressione e stress post-traumatico, provocati dal pericolo di essere rimpatriati in Messico e dall'incertezza sul loro futuro. “Vivono in un limbo, sono traumatizzati e hanno bisogno di supporto psicologico” dichiara Martin di MSF.

I protocolli sulla migrazione sono solo una delle tante nuove restrizioni al diritto d'asilo, emanate dagli Stati Uniti in collaborazione con i governi della regione, che mettono intenzionalmente le persone in pericolo. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno negoziato con i governi di Guatemala, Honduras ed El Salvador una serie di accordi sulla migrazione, che di fatto permettono di mandare i richiedenti asilo in quei paesi.

“Molti dei nostri pazienti stanno fuggendo da alti livelli di violenza in Guatemala, Honduras ed El Salvador” afferma Marcelo Fernandez, coordinatore dei programmi di MSF in America Centrale. “È assurdo che gli Stati Uniti rimandino le persone negli stessi paesi da cui fuggono”.

Oltre ad essere insicuri, questi paesi non hanno infrastrutture, meccanismi di protezione o finanziamenti adeguati per accogliere i richiedenti asilo. Ci sono inoltre poche informazioni sui termini esatti di questi accordi, su come saranno attuati e con quali tempi.

“Le persone che incontriamo lungo la rotta migratoria sono consapevoli dei rischi a cui vanno incontro, ma cercando disperatamente una via di fuga da violenza e povertà, non potranno che continuare a cercare rifugio negli Stati Uniti” dice Fernandez di MSF. “Le politiche di contenimento colpiscono soprattutto i più vulnerabili. Gli Stati Uniti devono porre fine a queste politiche crudeli e disumane che costringono uomini, donne e bambini a rischiare le loro vite per chiedere asilo”.

 

 

Pubblicato in Dal mondo

La diffusione del coronavirus (2019-nCov), iniziata nella città cinese di Wuhan (situata nella provincia dello Hubei) alla fine del 2019 è stata dichiarata emergenza sanitaria globale dall'Organizzazione mondiale della sanità.

All'inizio di febbraio l'epidemia ha contagiato oltre 28.000 persone nel mondo, quasi tutte in Cina. Le autorità cinesi hanno dichiarato 563 morti, per lo più nello Hubei. L'epidemia ha raggiunto 25 altri paesi e territori nel mondo.

La risposta a un'epidemia può avere un impatto potenziale sui diritti umani di milioni di persone. Al centro di tutto c'è il diritto alla salute, garantito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, che contempla il diritto di accedere alle cure mediche e alle informazioni, il divieto di discriminazione nella fornitura di servizi sanitari, la libertà dalle cure mediche prive di consenso e altre importanti garanzie.

"Censura, discriminazione, arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani non devono trovare posto nella lotta contro l'epidemia da coronavirus", ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l'Asia.

"Le violazioni dei diritti umani ostacolano, anziché facilitare, la risposta alle emergenze sanitarie e riducono la loro efficacia", ha aggiunto Bequelin.

Durante un'epidemia sono a rischio altri diritti umani: la libertà dagli arresti arbitrari, la libertà di movimento e di espressione e altri diritti socio-economici. Questi diritti possono essere limitati ma solo se le restrizioni corrispondono ai principi di necessità, proporzionalità e legalità.

La censura iniziale

Il governo cinese si è strenuamente impegnato a sopprimere informazioni sul coronavirus e sui rischi per la salute pubblica. Alla fine del dicembre 2019, medici di Wuhan hanno condiviso coi loro colleghi i timori riguardo a pazienti che presentavano sintomi simili alla sindrome respiratoria acuta grave, diffusasi nella Cina meridionale nel 2002. Sono stati immediatamente ridotti al silenzio e puniti dalle autorità locali per "diffusione di voci prive di fondamento".

"I medici cinesi hanno cercato di lanciare l'allarme sul virus. Se il governo non avesse minimizzato il pericolo, il mondo avrebbe potuto rispondere in modo più tempestivo", ha commentato Bequelin.

In un post pubblicato un mese dopo, la Corte suprema del popolo ha contestato i provvedimenti presi dalle autorità di Wuhan nei confronti del personale medico: questa pronuncia è stata da molti interpretata come un riconoscimento delle preoccupazioni espresse dai medici.

Nondimeno, i tentativi di minimizzare la gravità dell'epidemia sono stati condivisi ai livelli più alti del governo cinese, come si è visto in occasione dei tentativi aggressivi della Cina, rivelatisi poi privi di successo, di non far dichiarare l'emergenza sanitaria globale da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità.

Il diritto alla salute

Il sistema sanitario di Wuhan è stato travolto dagli eventi. Il personale medico e le strutture sanitarie stanno lottando per gestire gli enormi numeri dell'epidemia. Molti pazienti vengono respinti dagli ospedali dopo ore di attesa, le strutture mediche non hanno accesso ai fondamentali test diagnostici.

"La Cina deve assicurare che tutte le persone contagiate dal coronavirus abbiano accesso a cure mediche adeguate, a Wuhan e altrove. Contenere l'epidemia è importante ma lo sono anche la prevenzione e i trattamenti sanitari: ciò significa che il diritto alla salute dev'essere parte integrante della risposta all'epidemia", ha sottolineato Bequelin.

"Sebbene l'Organizzazione mondiale della sanità stia incessantemente lodando la Cina, la realtà è che la risposta del governo di Pechino è stata e rimane altamente problematica", ha aggiunto Bequelin. Gli organi d'informazione locali riferiscono di persone non in grado di arrivare velocemente agli ospedali a causa del blocco dei trasporti pubblici e, in alcuni casi, di impossibilità di portare fuori di casa i corpi delle persone decedute.

La censura prosegue

L'insistenza delle autorità cinesi nel controllo dell'informazione e nell'evitare commenti negativi continua a determinare una censura nei confronti di informazioni talora legittime sul virus.

Dall'inizio della crisi sono stati censurati numerosi articoli, anche su quotidiani di larga tiratura. "Le autorità cinesi rischiano di non far circolare informazioni che potrebbero aiutare la comunità medica a contrastare l'epidemia e le persone a proteggersi dall'esposizione al virus. Il fatto che alcune di queste informazioni non siano accessibili a tutti aumenta il rischio di esposizione al coronavirus e ritarda una risposta efficace", ha precisato Bequelin.

Minacce e intimidazioni contro gli attivisti

Persone che hanno cercato di condividere informazioni sui social media circa il coronavirus sono state prese di mira dalle autorità cinesi. Ad esempio, il noto avvocato e giornalista Chen Qiushi ha denunciato di essere stato minacciato dopo aver diffuso online fotografie degli ospedali di Wuhan.

Un abitante di Wuhan, Fang Bin, è stato trattenuto per breve tempo dalle autorità locali dopo che aveva diffuso un video che mostrava apparentemente cadaveri di vittime del coronavirus.

"Confutare le notizie false è fondamentale ma lo è altrettanto la diffusione di accurate informazioni a carattere sanitario. Censurare legittime informazioni sui quotidiani o sui social media non è funzionale ad alcun obiettivo di salute pubblica", ha commentato Bequelin.

Repressione a livello regionale delle "notizie false"

La diffusione del virus dalla Cina verso paesi del Sudest asiatico è andata di pari passo coi tentativi dei governi di mantenere il controllo sui flussi informativi. In Malesia, Thailandia e Vietnam ci sono stati arresti e multe per aver diffuso "notizie false" sui social media.

"I governi devono prevenire la disinformazione e fornire linee-guida sanitarie accurate e tempestive. Ogni limitazione alla libertà di espressione dev'essere proporzionata, legittima e necessaria. Una lezione che i governi del Sudest asiatico e di altre zone devono apprendere rispetto alla gestione dell'epidemia da parte delle autorità cinesi è che limitare la libertà d'informazione e sopprimere il dibattito in nome della 'stabilità produce gravi rischi e può essere assai controproducente", ha dichiarato Bequelin.

Discriminazione e xenofobia

Persone di Wuhan, anche quando non presentavano alcun sintomo, sono state respinte dagli alberghi e costrette a barricarsi in casa mentre informazioni personali su di loro circolavano in modo indisturbato sui social media.

Denunce di xenofobia contro i cinesi o in generale contro gli asiatici sono arrivate da altri paesi. In Corea del Sud, Giappone e Vietnam alcuni ristoranti hanno rifiutato l'ingresso a clienti cinesi, in Indonesia un gruppo di manifestanti ha costretto dei turisti cinesi a lasciare un albergo. In Australia e Francia alcuni quotidiani sono stati accusati di razzismo.

"Il governo cinese deve prendere tutte le misure necessarie per proteggere le persone dalla discriminazione. Analogamente, i governi degli altri paesi devono assumere un approccio da 'tolleranza-zero' nei confronti degli attacchi razzisti contro persone di origine cinese e asiatica. L'unico modo in cui il mondo può combattere l'epidemia è la solidarietà e la cooperazione transfrontaliera", ha sottolineato Bequelin.

I controlli di frontiera e i provvedimenti di quarantena devono essere proporzionati

A seguito della diffusione del coronavirus, molti stati hanno chiuso le loro frontiere a persone provenienti dalla Cina o da altri paesi asiatici, altri hanno imposto rigide misure di quarantena.

Il governo australiano ha inviato centinaia di suoi connazionali in un centro di detenzione per immigrati sull'isola di Christmas, dove in precedenza l'Associazione medica australiana aveva denunciato condizioni "inumane" a causa delle sofferenze fisiche e mentali provate dai rifugiati che all'epoca vi erano trattenuti. Papua Nuova Guinea ha chiuso le sue frontiere alle persone provenienti da tutti i paesi asiatici, compresi quelli in cui non sono stati confermati casi di coronavirus, col risultato che alcuni studenti papuani sono rimasti bloccati nelle Filippine.

La quarantena, che limita il diritto alla libertà di movimento, è giustificata dal diritto internazionale solo se si tratta di un provvedimento proporzionato, adottato nei tempi giusti e per motivi legittimi, strettamente necessario, ove possibile volontario e sempre applicato in modo non discriminatorio.

La quarantena dev'essere imposta con modalità sicure e rispettose e i diritti di coloro che vengono sottoposti a tale misura devono essere rispettati e protetti, con particolare riguardo alle cure mediche, al cibo e ad altre loro necessità. "I governi stanno affrontando una situazione complicata e devono prendere misure sia per impedire l'ulteriore diffusione del coronavirus sia per assicurare che le persone contagiate abbiano accesso alle cure mediche di cui hanno bisogno", ha concluso Bequelin.

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