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Venerdì, 03 Aprile 2020

Venerdì, 13 Marzo 2020 - nelPaese.it

Rischiano il collasso i servizi di assistenza socio-sanitaria alle persone più fragili, a causa della mancanza di dispositivi di protezione individuale per operatori e infermieri. Si tratta di circa mille OSS (operatori socio sanitari) che in un mese assistono un'utenza stimabile sulle 10mila persone, presso i presidi ospedalieri, i Centri residenziali e diurni e nelle carceri, a fianco di persone con disabilità, anziani, sofferenti psichici, persone con dipendenze, detenuti e ammalati.

Data l'emergenza del Coronavirus, gli operatori dovrebbero indossare adeguate mascherine protettive che, però, sono irreperibili per l'aumento esponenziale della richiesta.

In queste ore di drammatica emergenza, ogni ordinativo delle mascherine richiede tempi lunghissimi che non si possono aspettare. Perciò Gesco lancia un appello affinché istituzioni pubbliche ed enti privati mettano a disposizione quante più mascherine possibili, per fare in modo che gli operatori socio-sanitari e gli infermieri del gruppo possano continuare a lavorare nei servizi

Il gruppo Gesco precisa che sta procedendo con ordini continui delle mascherine ma che questi restano inevasi, data l'emergenza nazionale. Stiamo parlando di quantitativi enormi di cui necessitano gli operatori: ne servono almeno mille al giorno, e il totale è di 15mila se si considera l'emergenza per i prossimi 15 giorni.

Di qui l'appello ad aiutarci a reperirle in qualche modo. Due i modelli di cui gli OSS hanno bisogno: le mascherine "chirurgiche" e le FFP2-N95, queste ultime con capacità filtranti grazie alla dotazione di un filtro in carbonio.

Per chiunque possa indicare come reperirle o voglia donarle la comunicazione va fatta a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in Campania

L'emergenza sanitaria legata all'epidemia da COVID-19 ha imposto l'adozione di misure eccezionali, giungendo da ultimo (art. 2 DPCM 10 marzo 2020 ed ancora con DPCM 11 marzo 2020) al divieto di ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico, ciò che costituisce una forte compressione di diritti costituzionalmente tutelati.Tutte le misure adottate sono tese a limitare i rischi di contagio e dunque a evitare che si creino condizioni in cui le persone si trovino vicine e in condizioni di promiscuità.

Per tale ragione sono stati sospesi servizi essenziali, come le scuole e le università, oltre a attività nelle quali si possano generare occasioni di aggregazione di persone, come tutte quelle legate ad eventi culturali, ricreativi o sportivi; da ultimo tali misure sono state estese anche a tutti gli esercizi commerciali esclusi quelli di vendita e somministrazione di beni primari. In questo quadro generale, desta agli scriventi estrema preoccupazione la condizione nei CPR, ove un numero elevato di persone vive in condizioni di promiscuità, spesso in condizioni sanitarie precarie ed in assenza di adeguati presidi sanitari interni ai centri.

La Campagna Lasciatecientrare, Asgi, Lunaria, Actionad Italia e altre associazioni con decine di avvocati e operatori sociali firmano un appello per chiedere di fermare gli ingressi nei Centri per il rimpatrio.

“In considerazione della diffusione del virus – è scritto in una nota - nonché della circostanza che i Centri sono, necessariamente e quotidianamente, frequentati da persone che vivono all'esterno (dal personale di polizia e dell'esercito, al personale degli enti gestori, ai mediatori, agli operatori, ai giudici e avvocati), e che non può certo ridursi o evitarsi tale afflusso, nonché del fatto che per quanto a conoscenza degli scriventi (e sulla base delle informazioni diffuse) il pericolo di contagio proviene anche da soggetti asintomatici, anche le misure eventualmente adottabili (autocertificazioni, uso di mascherine, mantenimento della distanza di almeno un metro tra trattenuti e altre persone) non appaiono idonee a scongiurare il rischio che avvengano contagi all'interno. Peraltro, tra i trattenuti non sarebbe certo ipotizzabile, per i limiti strutturali propri dei Centri, ipotizzare l'applicazione delle misure (distanze, misure igieniche, uso di mascherine) previste dalle disposizioni e raccomandazioni nazionali di tutela sanitaria”.

Appare, ancora, del tutto evidente che un contagio all'interno della popolazione dei CPR avrebbe conseguenze drammatiche: “le condizioni promiscuità renderebbero molto facile la diffusione del contagio nella popolazione trattenuta; molti trattenuti sono affetti da varie patologie, che ne debilitano il corpo, con conseguenti maggiori pericolo anche per la stessa esistenza in vita; un contagio in larga scala non potrebbe essere affrontato con misure di isolamento dei soggetti che risultassero contagiati, sia in quanto non sono normativamente previste aree siffatte, sia in quanto ciò significherebbe concentrare in condizioni di promiscuità, in aree isolate e con privazione dei diritti fondamentali, un numero sempre maggiore di trattenuti contagiati, con conseguente peggioramento delle loro condizioni, non impedendo al contempo la diffusione del virus, e non consentendo la somministrazione di adeguate cure di contrasto agli effetti del virus (contrasto che non può certo adeguatamente essere operato nelle infermerie dei CPR); l'esplodere del contagio nei CPR, dunque, imporrebbe presumibilmente un aumento significativo del numero di ricoveri in ospedale dai CPR medesimi, con conseguenti effetti anche sulla tenuta e funzionalità de sistema sanitario (già gravemente sollecitato dall'emergenza in atto)”.

A ciò si aggiunga che, nell'attuale congiuntura, molti Paesi hanno limitato “se non vietato le possibilità di ingresso ai soggetti provenienti dall'Italia, con il conseguente rischio di dilatazione a dismisura dei periodi di trattenimento”.

“Appare, quindi, sin da subito necessaria l'adozione di misure che limitino il rischio di contagio e, nel bilanciamento tra i diritti e gli interessi in gioco (bilanciamento imposto da varie norme, prime tra tutte quelle di cui alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo), obbediscano al prioritario obiettivo di ostacolare la diffusione dell'epidemia e salvaguardare la salute e la vita dei trattenuti e della popolazione tutta”, prosegue la nota.

“Per tutti questi motivi gli scriventi – conclude l’appello - chiedono che venga disposta l'immediata sospensione di ogni nuovo ingresso nei CPR, che vengano disposte anche quanto a soggetti già trattenuti le misure alternative al trattenimento di cui all'art 13, co. 5.2, Testo Unico Immigrazione, e che si proceda con la massima tempestività alla progressiva chiusura dei Centri”.

Pubblicato in Nazionale

 Leggere poesia per affrontare questo momento difficile. È l’iniziativa di Gianni Trezzi, dirigente scolastico del liceo ‘Parini’ di Seregno in provincia di Monza. In questi giorni il preside ha scritto una mail ai suoi docenti nella quale ricorda l’importanza della poesia.

“Marzo è il mese della poesia. La poesia è cibo per l’anima, è la cura attraverso il bello. Essendo convinto che anche tramite ciò che nutre l’anima sia possibile alzare le nostre difese immunitarie ho pensato di donare a chi lo desidera delle gemme poetiche e non potendolo fare di persona le leggerò ad alta voce a chi mi chiamerà al telefono dal lunedì al venerdì dalle 9.00 (circa) alle 15.00 (circa). Abbiamo di fronte almeno quattro settimane di sosta forzata e le allieterò con i seguenti poeti: Wislawa Szymborska, Gaio Valerio Catullo, Alda Merini, Giacomo Leopardi”.

“La poesia che sarà letta - prosegue il dirigente– verrà scelta attraverso la pratica della bibliomanzia, ovvero aprendo il libro a caso. Confido che questo gioco poetico di resistenza umana possa contribuire ad alzare l’umore di chi avrà la compiacenza di chiamarmi, per aiutare almeno un poco a sconfiggere il nulla che avanza. Non abbiate timore, aspetto le vostre telefonate e se volete, inoltrate il messaggio ai vostri contatti”.

Questa è una delle storie raccolte in Mondo Scuola dal portale Dire Giovani dell’agenzia stampa Dire.

Pubblicato in Cultura

La drammatica sfida posta all'Italia e ad altri stati dalla dichiarata pandemia del Covid-19 pone un duplice problema di diritti umani: salute e alloggio adeguato.

Le persone senza fissa dimora, infrangendo il divieto di rimanere in casa senza una valida giustificazione, rischiano per di più di essere denunciate per inosservanza di un provvedimento dell'autorità, che secondo l'art. 650 del codice penale prevede l'arresto fino a tre mesi o un'ammenda fino a 206 euro. Un primo caso si è già verificato a Milano il 12 marzo e, anche se la Questura di Milano ha fatto sapere che la denuncia non andrà avanti, è evidente che questa situazione di fragilità va affrontata senza ulteriore ritardo.

“Il diritto alla salute è un diritto universale – scrivere Amnesty International Italia - che dev'essere garantito a tutti a prescindere dalla loro condizione, status od origine. Nel momento in cui le autorità italiane, opportunamente, invitano la popolazione a rimanere in casa, è necessario che sia garantito un altro diritto fondamentale: quello a un alloggio adeguato”.

Come è stato recentemente messo in evidenza, tanto dalle associazioni di volontariato laiche e religiose quanto dallo stesso capo della Protezione civile, occorre garantire il diritto alla salute anche alle oltre 50.000 persone - 12000 solo a Milano - che in Italia vivono in strada, in situazioni di estrema precarietà, isolatamente o in quelli che potrebbero essere definiti assembramenti di necessità. La loro salute è a rischio, così come la salute di tutte le persone che incrociano.

“L'appello a rimanere in casa – conclude Amnesty - avrà pieno senso solo se, pur in questo difficile momento, le autorità competenti assicureranno un alloggio provvisorio ma adeguato e sicuro alle persone che non hanno una casa in cui restare”.

Pubblicato in Nazionale

Il sovraffollamento e le terribili condizioni di vita negli hotspot sulle isole greche sono la tempesta perfetta per un’epidemia di Covid-19. È l’allarme lanciato da Medici Senza Frontiere (MSF) dopo i primi segnali di coronavirus sull’isola di Lesbo.

Data la mancanza di adeguati servizi igienico-sanitari e lo scarso accesso alle cure mediche, il rischio che tra gli abitanti dei campi si diffonda il virus è molto elevato. Dopo il primo caso confermato sull’isola, una cittadina greca, l’evacuazione dei campi è diventata più urgente che mai.

“In alcune parti del campo di Moria c’è solo un rubinetto ogni 1.300 persone e il sapone non è disponibile. Famiglie di cinque o sei persone devono dormire in meno di tre metri quadri. Questo significa che le misure raccomandate per prevenire la diffusione del virus, come lavarsi spesso le mani e la distanza sociale, sono semplicemente impossibili” dice la dott.ssa Hilde Vochten, coordinatore medico di MSF in Grecia.

I governi di tutto il mondo stanno annullando gli eventi e proibendo gli assembramenti di persone, ma nei campi sulle isole greche le persone non hanno alternative se non vivere attaccati gli uni agli altri. La loro salute è in pericolo. Il Covid-19 può anche essere l’ultima delle minacce che le persone devono affrontare qui, ma le condizioni in cui vivono le rendono più vulernabili rispetto al resto della popolazione.

“Siamo in contatto con l’Organizzazione nazionale per la salute pubblica per coordinare le possibili azioni, tra cui attività di promozione della salute e gestione dei casi per i residenti locali e i richiedenti asilo” aggiunge Vochten di MSF. “Ma dobbiamo essere realisti: sarebbe impossibile contenere un’epidemia in insediamenti di questo genere a Lesbo, Chios, Samos, Leros e Kos. A oggi non abbiamo visto un piano di emergenza credibile per proteggere e trattare le persone che vivono nei campi in caso si diffondesee un’epidemia.”

Quello che ci si aspetta dalle autorità è un piano che includa misure di prevenzione e controllo dell’infezione, promozione della salute, rapida identificazione dei casi, isolamento e gestione dei casi lievi e il trattamento di casi gravi e critici. Senza queste misure, l’evacuazione dei campi sulle isole greche è ora più urgente che mai. Costringere le persone a vivere in quei campi come parte delle politiche di contenimento dell’Europa è sempre stato irresponsabile, ma diventa un’azione criminale se non viene intrapresa alcuna misura per proteggere le persone.

Ci sono 42.000 richiedenti asilo bloccati nei cinque hotspot sulle isole greche. L’idea di chiedere la loro evacuazione in un periodo di epidemia può spaventare, ma costringere le persone a vivere in campi sovraffollati, senza protezione, sta diventando criminale. Il governo greco e gli stati membri dell’Unione Europea devono agire il prima possibile e trasferire la maggior parte dei richiedenti asilo in sistemazioni adeguate prima che sia troppo tardi.

 

 

 

Pubblicato in Migrazioni

Parte nel lodigiano, epicentro dell’epidemia di Covid-19 in Italia, l’intervento di Medici Senza Frontiere (MSF) in supporto alla taskforce del governo. In collaborazione con le autorità sanitarie locali e il personale ospedaliero, le équipe di MSF sono al lavoro negli ospedali di Lodi, Codogno, Casalpusterlengo e Sant’Angelo Lodigiano, che fronteggiano ancora un altissimo numero di casi. 

L’intervento di MSF supporterà gli infettivologi degli ospedali nella gestione dell’epidemia. Tra Codogno e Lodi verranno anche riattivati una ventina di posti letto, già esistenti ma attualmente inutilizzati per carenza di personale rispetto all’afflusso straordinario di questi giorni. Il team di MSF affiancherà medici e infermieri chiamati da altri reparti della struttura e insieme assisteranno i pazienti di coronavirus tuttora ricoverati e bisognosi di cure.

“Negli ospedali del lodigiano abbiamo conosciuto medici e infermieri che da settimane lavorano senza sosta in una situazione di totale eccezionalità. Da oggi proviamo a dare il nostro contributo al loro grandissimo lavoro, per aiutare ad assistere i pazienti e fronteggiare insieme l’epidemia” dice la dott.ssa Claudia Lodesani, infettivologa e presidente di MSF che coordina l’intervento MSF per il coronavirus in Italia.

Il team di MSF attivo nella provincia di Lodi è composto da infettivologi, anestesisti, infermieri e logisti italiani, che porteranno la loro esperienza nella gestione di epidemie in diversi paesi del mondo in cui MSF lavora.

“A Medici Senza Frontiere va il nostro più sentito ringraziamento” commenta Massimo Lombardo, Direttore Generale dell’ASST di Lodi. “L’esperienza nella gestione di crisi in molte aree del mondo, la professionalità e soprattutto il cuore dei medici e di tutto il personale dell’associazione sono risorse preziose in questo momento; di contro l’esperienza innanzitutto clinica ed organizzativa degli ospedali del Lodigiano sono un patrimonio che con orgoglio mettiamo a disposizione di Medici Senza Frontiere come di tutta la comunità scientifica”.

Le attività di supporto infettivologico si affiancheranno a tutte le principali azioni di prevenzione già messe in atto all’interno delle strutture per gestire i casi e contenere la trasmissione del virus.

“In un’epidemia come questa interrompere la trasmissione del virus è cruciale. Negli ospedali è fondamentale ridurre i rischi per il personale in prima linea. Fuori, tutti devono rispettare le indicazioni del ministero della salute, per frenare il contagio e non gravare ulteriormente sugli ospedali, che devono continuare a curare tutti, per ogni tipo di patologia” conclude la dott.ssa Lodesani, presidente di MSF.

MSF ha offerto la propria disponibilità nella risposta al coronavirus in Italia come segno di vicinanza alla popolazione italiana e a tutti gli operatori sanitari impegnati in prima linea per fermare l’epidemia. MSF è in contatto con le autorità sanitarie per il Covid-19 anche in altri paesi in cui lavora. 

 

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