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Venerdì, 03 Aprile 2020

Martedì, 17 Marzo 2020 - nelPaese.it

Uno studio della Società di medicina ambientale con le Università di Bari e Bologna indica una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento da PM10 dei territori, coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali. “La relazione tra i casi di COVID-19 e PM10 suggerisce un’interessante riflessione sul fatto che la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio in Pianura Padana mentre minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d’Italia”

A scrivere lo studio sono Leonardo Setti - Università di Bologna Fabrizio Passarini - Università di Bologna Gianluigi de Gennaro - Università di Bari Alessia Di Gilio - Università di Bari Jolanda Palmisani - Università di Bari Paolo Buono - Università di Bari Gianna Fornari - Università di Bari Maria Grazia Perrone- Università di Milano Andrea Piazzalunga - Esperto Milano Pierluigi Barbieri - Università di Trieste Emanuele Rizzo - Società Italiana Medicina Ambientale Alessandro Miani - Società Italiana Medicina Ambientale.

Riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico. “È noto – è scritto nello studio - che il particolato atmosferico funziona da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze. Il particolato atmosferico, oltre ad essere un carrier, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni. Il tasso di inattivazione dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali: mentre un aumento delle temperature e di radiazione solare influisce positivamente sulla velocità di inattivazione del virus, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso diffusione del virus cioè di virulenza”.

Per valutare una possibile correlazione tra i livelli di inquinamento di particolato atmosferico e la diffusione del COVID-19 in Italia, sono stati analizzati per ciascuna Provincia:  “i dati di concentrazione giornaliera di PM10 rilevati dalle Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale (ARPA) di tutta Italia. Sono stati esaminati i dati pubblicati sui siti delle ARPA relativi a tutte le centraline di rilevamento attive sul territorio, considerando il numero degli eventi di superamento del limite di legge (50 μg m-3) per la concentrazione giornaliera di PM10, rapportato al numero di centraline attive per Provincia (n° superamenti limite PM10 giornaliero/n° centraline Provincia) - i dati sul numero di casi infetti da COVID-19 riportati sul sito della Protezione Civile (COVID-19 ITALIA) In particolare si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo 10 Febbraio-29 Febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 Marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 Febbraio di 14 gg approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta)”.

Tali analisi sembrano quindi dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 Febbraio, “concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune Province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo. A questo proposito è emblematico il caso di Roma in cui la presenza di contagi era già manifesta negli stessi giorni delle regioni padane senza però innescare un fenomeno così virulento”.

Oltre alle concentrazioni di particolato atmosferico, come fattore veicolante del virus, in alcune zone territoriali possono inoltre aver influito condizioni ambientali sfavorevoli al tasso di inattivazione virale. Il gruppo di lavoro sta approfondendo tali aspetti per contribuire ad una comprensione del fenomeno più approfondita.

“Si evidenzia – conclude lo studio - come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico che ha esercitato un’azione di carrier e di boost. Come già riportato in casi precedenti di elevata diffusione di infezione virale in relazione ad elevati livelli di contaminazione da particolato atmosferico, si suggerisce di tenere conto di questo contributo sollecitando misure restrittive di contenimento dell’inquinamento”.

Pubblicato in Nazionale

Partiamo da un assunto che riteniamo imprescindibile: questa crisi non deve creare nuove disuguaglianze e far crescere rabbia e risentimento nelle persone, deve accrescere non ridurre la coesione sociale. Bisogna tutelare ogni persona a rischio, sia i garantiti, sia gli esclusi. Questo significa: fare a un tempo cose diverse: salvaguardare i posti di lavoro, ogni volta che sia possibile; assistere chi perde l'occupazione; attenuare gli effetti che derivano dal temporaneo cambio di vita. Agire solo a tutela di alcune categorie d'individui, magari di quelli che hanno una voce più forte, sarebbe profondamente errato e ingiusto. Secondo requisito cruciale è che le misure adottate siano di attuazione semplice e tempestiva: intervenire senza effetti certi e immediati, infatti, sarebbe fatale.

Il Governo sembra intenzionato a contrastare la creazione di nuove disuguaglianze e ad agire con tempestività. La partita si gioca, dunque, sulla definizione degli interventi da mettere in campo. L'esperienza internazionale ci offre importanti spunti, invitandoci da subito ad adottare un approccio universale, rivolto a tutte le persone, e a raggiungere l'obiettivo utilizzando e adattando strumenti già a disposizione, che consentono sia l'identificazione e il supporto immediati dei beneficiari sia la possibilità di differenziare le risposte in base alle diverse esigenze di ognuno.  

Le proposte che il Governo sta per sottoporre in queste ore al Parlamento e al paese potranno essere valutate alla luce di due criteri. Primo, abbracciare con lo sguardo l'intera popolazione e distinguere al suo interno le diverse categorie di persone colpite: da un lato, minori, inoccupati e pensionati, a seconda delle differenti condizioni di partenza di ciascuno; dall'altro, gli occupati, ma cogliendo anche qui i loro assai diversi gradi di vulnerabilità. Suggeriamo un modo per farlo, individuando quattro categorie che tengono conto sia della natura dei rapporti di lavoro, sia della resilienza delle imprese.

Secondo, per ognuna di queste categorie, individuare gli strumenti di welfare esistenti più adatti, modificandoli ed espandendoli in modo da adattarli alla situazione emergenziale. Per il lavoro saltuario e irregolare (oltre 4 milioni di persone) solo l'espansione del Reddito di Cittadinanza appare in grado di impedire l'impoverimento delle persone che perderanno il lavoro, esplorando così le ipotesi che prefiguriamo. Per il lavoro dipendente o autonomo di piccole e medie imprese (oltre 3 milioni), appare necessario valutare sia l'adattamento della "Nuova assicurazione sociale per l'impiego" (NASpI), sia, di nuovo, l'"espansione" del Reddito di Cittadinanza. Gli stessi due strumenti vanno presi in considerazione per il lavoro dipendente precario (diretto o indiretto) di piccole, medie e grandi imprese resilienti (fra 2 e 3 milioni), per cui l'efficacia di misure come la Cassa Integrazione è dubbia e controversa. Quest'ultimo strumento appare invece appropriato, insieme ad altri strumenti tradizionali, per il lavoro dipendente stabile o autonomo di piccole, medie e grandi imprese resilienti (fra 11 e 12 milioni).

I gravi rischi relativi a una di queste categorie, il "lavoro stabile di imprese resilienti", stanno per essere affrontati espandendo le misure esistenti di Cassa integrazione guadagni. Bene. Compiamo uno sforzo collettivo affinché anche tutte le altre categorie, del lavoro e del non-lavoro, siano raggiunte. E affinché per tutte esse si proceda partendo dall'impianto, dall'infrastruttura organizzativa e pratica, di misure esistenti, e comunque con procedure di assoluta semplicità e automaticità e che tutelino la dignità delle persone.

Se il confronto delle prossime ore in Parlamento e nel paese si avvarrà di questo schema metodologico, i provvedimenti finali potranno essere giusti e sentiti dal paese e ognuno si sentirà accompagnato. Se vi è la necessità di prendersi pochi giorni in più, esiste il modo di combinare tempestività e robustezza dell'azione: si approvino subito i principi e la logica complessiva di una risposta a carattere universale, e ci si prenda quei pochi giorni per i dettagli da cui dipendono robustezza ed efficacia dell'azione complessiva. In tanta preoccupazione e cupezza, questo atto rappresenterebbe una rottura positiva, in linea con l'orgoglio che il paese sta mostrando per la scelta compiuta di mettere la salute al primo posto. Sarebbe un segnale che lo stesso Stato che ti "chiude in casa" è davvero consapevole delle conseguenze che ne derivano per la tua vita ed è attrezzato ad aiutarti ad affrontarle. Chiunque tu sia.

Forum Disuguaglianze Diversità

 

 

Pubblicato in Nazionale

L'emergenza portata dal coronavirus (COVID-19), dichiarata pandemia, riguarda ormai tutto il mondo. Per questo la MSIF (Multiple Sclerosis International Federation), la Federazione Internazionale delle Associazioni di sclerosi multipla, ha elaborato un documento con le nuove raccomandazioni per le persone con sclerosi multipla (SM), affinché adottino le misure adeguate per prevenire il rischio di contagio dal virus, e prendano le decisioni corrette riguardo alla gestione delle terapie e dei trattamenti per la sclerosi multipla. 

 Questo documento è stato prodotto da un team di neurologi esperti a livello internazionale e rappresentanti delle organizzazioni che compongono la Federazione Internazionale SM. Si tratta di un gruppo di lavoro composto da AISM e SIN - Società Italiana di Neurologia - lo ha poi declinato per lo specifico contesto italiano.

 Oltre ai consigli in generale per le persone con SM, le linee guida includono le raccomandazioni della dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i consigli per chi fa trattamenti modificanti la malattia, per chi è sottoposto a terapia aHSCT cioè a trattamento chemioterapico intensivo e per chi è in trattamento riabilitativo.

Per quanto riguarda le donne con SM in gravidanza al momento non esistono indicazioni specifiche.

“Questo documento offre raccomandazioni specifiche, mirate alle persone con sclerosi multipla, molte di loro sono trattate con immunosoppressori, che affrontano questa situazione in una condizione di particolare fragilità”, dichiara il Prof Mario Alberto Battaglia, Presidente FISM, Fondazione italiana Sclerosi Multipla. “Si consiglia a tutte le persone con SM di prestare particolare attenzione alle linee guida per ridurre il rischio di infezione da COVID-19. Queste raccomandazioni sono rivolte anche ai caregiver, i familiari che vivono con una persona con SM o che la visitano regolarmente, per ridurre la possibilità di portare l'infezione da COVID-19 a casa e mettere a rischio contagio la persona con SM”

“E’ importante in questo momento - ha affermato il Prof. Gioacchino Tedeschi, Presidente della Società Italiana di Neurologia e Direttore Clinica Neurologica e Neurofisiopatologia, AOU Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli - che i pazienti con sclerosi multipla e i loro caregiver rispettino le raccomandazioni suggerite e che, contestualmente, facciano sempre riferimento al neurologo che li segue così come all’AISM per qualunque dubbio sulle terapie e sul proprio stato di salute, piuttosto che sulle procedure da seguire per diminuire il rischio di contagio da coronavirus. La Società Italiana di Neurologia, di concerto con l’AISM, si impegna a tenere aggiornate le raccomandazioni, monitorando l'evolversi della situazione e raccogliendo ulteriori informazioni scientifiche anche a livello internazionale”.

 Le raccomandazioni sono disponibili su neuro.it e aism.it

Pubblicato in Salute

Studiare i minerali magmatici eruttati dal vulcano di Stromboli, come il pirosseno, per comprendere come si muove il magma dalla profondità della crosta terrestre e quali processi avvengono durante la sua risalita. Questo è l'obiettivo del lavoro Mush cannibalism and disruption recorded by clinopyroxene phenocrysts at Stromboli volcano: new insights from recent 2003-2017 activity appena pubblicato sulla rivista Lithos e condotto dai ricercatori del Laboratorio per le Alte Pressioni e Alte Temperature di Geofisica e Vulcanologia Sperimentali (HPHT) dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con l'Università La Sapienza di Roma, l'Università del Queensland (Australia) e con il Natural History Museum di Londra.

"Il pirosseno" spiega Piergiorgio Scarlato, vulcanologo e responsabile del Laboratorio HPHT dell'INGV, "è un minerale magmatico che ha la peculiarità di registrare i processi che avvengono all'interno della crosta e al disotto degli edifici vulcanici, permettendo così di ricostruire cosa avviene quando magmi con diversa composizione chimica interagiscono fra loro e con quali scale temporali questi processi avvengono".

Lo studio ha riguardato, in particolare, i prodotti delle eruzioni dello Stromboli nel periodo che va dal 2003 al 2017 e ha importanti ripercussioni sulla comprensione dei meccanismi che hanno prodotto le esplosioni dell'estate del 2019.

"Le analisi sui minerali", prosegue Scarlato, "evidenziano che il magmatismo di Stromboli è alimentato da un magma molto caldo che si trova a profondità massime di dieci chilometri. Questo magma risale all'interno della crosta per poi entrare in contatto con un magma più freddo che si trova a meno di tre chilometri di profondità. L'interazione tra questi due magmi è una delle principali cause che produce le violente eruzioni esplosive dello Stromboli. Inoltre", aggiunge il ricercatore, "i pirosseni rinvenuti nei prodotti dell'esplosione avvenuta il 5 aprile 2003 mostrano che questo processo di interazione è stato molto più veloce rispetto alle eruzioni successive che sono avvenute fino al 2017; questo significa che la geometria e la forma della camera magmatica che si trova sotto il vulcano hanno iniziato a cambiare nel tempo, in accordo con il fatto che i pirosseni hanno registrato un processo di interazione tra i due magmi molto meno evidente". 

I ricercatori hanno inoltre scoperto che le eruzioni del periodo che va dal 2003 al 2017 sono collegate ad un sistema magmatico superficiale molto più caldo di quello del passato.  "Questa ulteriore scoperta", spiega il vulcanologo, "probabilmente è in relazione con le esplosioni avvenute la scorsa estate a Stromboli. Per questo motivo il nostro team sta ora studiando i prodotti vulcanici eruttati nell'ultimo anno, allo scopo di comprendere se il sistema di alimentazione dello Stromboli si sia ulteriormente modificato", conclude Piergiorgio Scarlato.

Pubblicato in Ambiente&Territorio

I presidenti di Legacoopsociali Umbria, Federsolidarietà Umbria e AGCI Solidarietà – rispettivamente Andrea Bernardoni, Carlo Di Somma e Massimo Giovannelli – hanno scritto ai Prefetti di Perugia Claudio Sgaraglia e Terni Emilio Dario Sensi, alla Presidente della Regione Umbria Donatella Tesei e all'Assessore alla Sanità Luca Coletto per segnalare che le cooperative sociali impegnate nella gestione di servizi sociali e socio-sanitari residenziali, semi-residenziali e domiciliari – a favore di minori, disabili fisici e psichici e anziani – non hanno la possibilità di acquistare sul mercato i dispositivi di protezione individuale necessari ai propri lavoratori per operare in sicurezza.

I rappresentanti delle centrali cooperative hanno inoltre evidenziato che vi sono casi di contagio conclamati o sospetti in strutture residenziali socio sanitarie gestite dalle cooperative associate.

Per queste ragioni Bernardoni, Di Somma e Giovannelli hanno chiesto ai Prefetti ed alla Presidente della Regione di attivare un tavolo di crisi per affrontare la situazione di emergenza e garantire alle cooperative impegnate nella gestione dei servizi essenziali la fornitura da parte della Protezione Civile dei dispositivi di protezione individuale necessari per garantire la sicurezza dei lavoratori e degli utenti. La situazione è gravissima – chiudono i responsabili della cooperazione – è a rischio la continuità di molti servizi essenziali.

 

Pubblicato in Umbria

L'ennesimo incendio scoppiato nel campo per rifugiati e richiedenti asilo di Moria, sull'isola di Lesbo, ha causato la morte di un bambino e seminato panico e paura tra le persone. La clinica di Medici Senza Frontiere (MSF) appena fuori dal campo sta fornendo cure mediche e supporto psicologico alle persone coinvolte.

"Oggi un nuovo incendio nel campo di Moria sull'isola di Lesbo ha provocato la morte di un bambino - dichiara Marco Sandrone, capo progetto di MSF a Lesbo - secondo quanto riportato dai Vigili del Fuoco. Le fiamme hanno seminato paura e panico tra le persone che vivono nel campo. L'incendio è stato spento e non abbiamo informazioni sulle cause che l'hanno provocato o se ci sono altri morti o feriti. Le nostre équipe mediche nella clinica di MSF fuori dal campo stanno fornendo supporto medico e psicologico".

"Questo incendio arriva a soli due mesi da quello scoppiato nel campo di Kara Tepe e a cinque da un altro che aveva colpito Moria a settembre 2019. Questi eventi ci mostrano ancora una volta l'impatto drammatico che possono avere sulla salute fisica e psicologica delle persone che vivono in campi sovraffollati e non sicuri come quello di Moria. Le autorità europee e greche, che continuano a trattenere le persone in condizioni così disumane, hanno delle responsabilità sul ripetersi di questi terribili episodi. Quante volte ancora dobbiamo vedere le tragiche conseguenze di queste disumane politiche di contenimento prima di evacuare urgentemente le persone dall'inferno di Moria?", aggiunge Sandrone.

Pubblicato in Migrazioni

"La tutela dei dipendenti e degli utenti dei servizi è da sempre al primo posto per la cooperazione sociale, ma oggi la difficoltà di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale, in particolare mascherine, sta determinando una situazione che corre il rischio di diventare insostenibile. Questo significa che la cooperazione sociale si potrebbe trovare in condizione di non riuscire più a garantire l'apertura dei servizi della rete di welfare". E' la dichiarazione del presidente di Legacoop Marche, Gianfranco Alleruzzo, in relazione allo stato di difficoltà in cui sono al momento costretti ad operare i lavoratori della cooperazione sociale nei servizi di welfare affidati a causa della mancanza di materiali di protezione individuali, fondamentali per la prevenzione della diffusione del coronavirus, per la tutela dell'assistito e del lavoratore.

"Non è costume della cooperazione sociale generare allarme attorno alla rete dei servizi che garantisce da anni – afferma Alleruzzo -, ma è ormai evidente che il mercato non è in grado di rispondere alla grande richiesta di dispositivi di protezione proveniente da ogni settore economico e da singoli cittadini. Per questo, chiediamo che sia immediatamente resa operativa la distribuzione di dispositivi da parte del sistema pubblico per garantire la sicurezza di coloro che sono obbligati a lavorare a stretto contatto con persone fragili e, per questo, maggiormente a rischio".

Alleruzzo sottolinea che "in questo frangente di grave carenza di dispositivi di protezione individuale, invitiamo tutte le cooperative, di concerto con gli enti, a considerare prioritario garantire la continuità dei servizi residenziali e, di conseguenza, di valutare il fermo temporaneo di tutti gli altri servizi, ad esclusione dei casi di assoluta necessità, così da concentrare tutti i dispositivi attualmente disponibili per questi servizi essenziali. Segnaliamo inoltre che, oltre quanto sta succedendo alla cooperazione sociale, sono ormai decine le filiere produttive sospese in quanto le cooperative, per gli stessi motivi riportati sopra, non sono più in grado di garantire la sicurezza dei soci lavoratori".

Pubblicato in Marche

«Siamo al mayday per tutta la rete sociale e sociosanitaria organizzata dalle cooperative sociali e dalle imprese sociali che erogano servizi domiciliari e assistono persone anziane, minori, persone con disabilità (sia presso le residenze che a domicilio), le persone con dipendenze, senza fissa dimora e migranti, che gestiscono le comunità psichiatriche e garantiscono i servizi essenziali alle  famiglie». È quanto chiede in una nota l’Alleanza delle Cooperative Sociali (Confcooperative Federsolidarietà, Legacoopsociali, Agci Solidarietà).

 «In tutti questi settori sono oltre 300.000 gli occupati che lavorano in condizioni estreme, poiché la distribuzione dei dispositivi protettivi, che prevede giustamente la priorità per i presidi ospedalieri, non tiene in considerazione tutti quei servizi, integrativi del Sistema Sanitario e Socio-Sanitario Nazionale e Regionale svolti dalle cooperative sociali. Inoltre – continua la nota – non tutte le persone affette dai sintomi di coronavirus sono ospedalizzate oppure ospedalizzabili e una buona parte di questi pazienti, una volta dimessi, dovranno essere assistiti a domicilio. È impensabile farlo nelle attuali condizioni».

«Va pertanto sostenuto e strutturato un Piano Nazionale a sostegno dei servizi sociali, sociosanitari ed educativi per combattere oggi la diffusione del virus, ma altresì  per far fronte alle ricadute di più lungo periodo. Proponiamo un piano – conclude la nota – articolato in tre punti:tutelare e coordinare l’erogazione dei servizi sociali, sociosanitari ed educativi, riorganizzati nelle modalità più consone al momento e adeguati a non lasciare da soli i soggetti più fragili; garantire la sopravvivenza della stessa rete sociale, sociosanitaria ed educativa quando parte di tali servizi non possono essere riorganizzati; dotare il sistema, e distribuire con urgenza anche ai servizi sociali, sociosanitari ed educativi i dispositivi di protezione e gli strumenti adeguati affinché si possa evitare il contagio tra gli operatori che lavorano in condizioni al limite del possibile e garantire sicurezza alle persone»

 

Pubblicato in Nazionale
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