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Mercoledì, 15 Luglio 2020

Mercoledì, 18 Marzo 2020 - nelPaese.it

L’emergenza per il Coronavirus ha generato un cambiamento senza precedenti. I rischi per la salute e i relativi decreti hanno bloccato il Paese. A tutti è stato rivolto l’appello #iorestoacasa. Su questa pur indispensabile esigenza, che rischia di diventare però anche una retorica, si pongono alcune domande per chi vive territori di periferia come Scampia, della provincia, dei quartieri popolari del centro storico: cosa accade a chi una casa non ce l’ha? E per chi la casa è un luogo di sofferenza per la presenza di nuclei familiari numerosi in pochi metri quadrati o per la presenza di persone fragili, disabili o non autosufficienti? E se la casa rappresenta un rischio per le donne e bambini vittime di violenza di genere?

Questa crisi rischia di creare nuove disuguaglianze e far crescere isolamento, depressione e rabbia nelle persone, come ha denunciato tra gli altri il Forum Disuguaglianze Diversità. A queste domande bisogna fornire una risposta. Oltre alla questione abitativa c’è il dramma del reddito. In un quartiere come Scampia, (ma certamente ce ne sono tantissimi) con il 40% del tasso di disoccupazione ci sono intere famiglie che basano il proprio reddito su lavori informali, saltuari e a nero, di ogni tipo: ambulanti, garzoni, pulizie a domicilio. Come faranno queste fasce popolari?

E ancora la questione istruzione. Le scuole si attrezzano con lezioni on line. Come faranno quelle famiglie più vulnerabili e fragili che non hanno un pc o in quelle aree dove non arriva la copertura del WI FI come un campo rom? Tutti quelli che non riescono ad accedere al sistema di istruzione a distanza saranno tagliati fuori?

“Come associazione chi rom e...chi no e Centro Chikù – dichiarano Barbara Pierro, Biagio Di Bennardo e Emma Ferulano - in relazione da sempre con le fasce più precarie della popolazione, in particolare le comunità rom residenti nei campi e in case della città metropolitana, vittime di sistematiche discriminazioni e violazioni dei diritti umani, e comunità italiane residenti nei rioni popolari, in particolare bambini, giovani e donne, colpiti da una cronica disoccupazione e normalmente esclusi dai circuiti lavorativi e sociali, denunciamo quanto con i nostri occhi e orecchie sentiamo, vediamo e raccontiamo accadere sulla pelle di tanti, troppi, sempre gli stessi esclusi e contemporaneamente insieme alle realtà con cui da sempre ci confrontiamo e operiamo, facciamo un richiamo alla responsabilità collettiva e istituzionale per allargare sempre di più e consolidare in questo momento di particolare crisi, una rete di solidarietà per sostenere chi vive ai margini, in baracca, in luoghi remoti e fuori dall'orbita di azione delle amministrazioni, soprattutto durante una emergenza mai vista prima, che esaspera isolamento e povertà”. 

“Come cittadini e attivisti – aggiungono - richiamiamo l'attenzione in primis della politica affinchè si faccia carico di chi vive forme di esclusione sociale e le sensibilità di tutti, di ciascuno e ciascuna per sostenere in questo momento preciso quanti vivono sulla soglia della sopravvivenza e rischiano di non farcela. È giunto il momento, ora più che mai, di sovvertire, piantare semi di solidarietà per essere più forti e pretendere maggiore uguaglianza e giustizia sociale nel futuro”.

“A Scampia una ampia comunità si sta organizzando per fornire le prime risposte resilienti. Abbiamo lanciato un crowdfunding su buonacausa.org insieme a tutta le rete sociale, i fondi verranno usati per l'acquisto di beni di prima necessità per garantire la sopravvivenza di almeno un mese per le comunità del territorio metropolitano a partire dai rom ma senza escludere nessuno, almeno 800 persone, con una altissima percentuale di minori e giovani. Servono risposte immediate e universali, noi vogliamo attivare forma di organizzazioni dal basso ma è necessaria la risposta delle istituzioni a ogni livello. Nessuno deve essere lasciato solo”, conclude la nota.

Pubblicato in Campania

Le ultime dichiarazioni del vicesindaco di Trieste sono un "buon" esempio dell'inadeguatezza dello stile che va per la maggiore di troppe figure politiche contemporanee.

A scanso di equivoci, ci affrettiamo a precisare subito che la stessa Giunta Dipiazza non può essere giudicata sulla base di tali cadute di stile, offrendo esempi di assessori moderati, sensibili ed impegnati nel volontariato.

Mai come in questo caso la forma è sostanza: chi fa il politico, cioè - come dice il vocabolario - ciò "che riguarda la politica, cioè l'arte del governo, l'esercizio dei pubblici poteri, l'amministrazione dello stato e, in genere, la vita pubblica" (Treccani), non può comportarsi come uno che sproloquia tuttologicamente appoggiato al bancone di un'osteria, con modalità da sempre non additate come esemplari da parte del comune senso della dignità civile. In sintesi: chi fa politica in un regime democratico deve avere un comportamento rispettoso delle diversità di opinione, e delle stesse critiche, anche le più aspre. Altrimenti, o non siamo in un regime democratico, oppure chi si esprime in tal modo non è degno dell'alta funzione che è chiamato a svolgere.

Non si pretende che il vicesindaco tergestino si possa ispirare allo stile esemplare del Memoriale di un Aldo Moro, per il suo livello squisitamente raffinato - demodé, purtroppo, e perfino irritante nella sua talvolta vellutata cautela - ma è anche ora di porre termine al malcostume di politici che, invece di lavorare, passano la giornata a lanciare messaggi sugli a-social, incuranti dei danni che procurano.

Proprio in questo momento grave per il Paese e l'Umanità, i danni prodotti dalla politica di disprezzo e di odio possono essere incolmabili. Certo, per fortuna - almeno qui, nella "civile Europa" - in occasione delle catastrofi naturali non si usa più bruciare i quartieri ebraici con dentro tutti i loro abitanti; oppure non si linciano i sovversivi... ma fino a quando? Inoltre: un politico dovrebbe ringraziare chi si impegna strenuamente in questo momento, nel quale assumersi responsabilità sociali vuol dire pagare costi ed assumersi rischi più alti che di consueto. Altrimenti, lo stesso politico, invece di amministrare la cosa pubblica, crea tensioni, insinua dissapori, provoca fratture sociali i cui effetti sono difficili da prevedere.

E cosa fa il vicesindaco tergestino, se non invocare proprio quelle forme di discriminazione e stigmatizzazione che nel passato - e non vogliamo andare molto indietro nel tempo: ci riferiamo al non lontano 1991, quando i proiettili della guerra jugoslava penetrarono anche fisicamente nel territorio italiano! - hanno bagnato il nostro suolo comune di sangue dei nostri simili ? Non è esplosivo parlare di diffondere campi di concentramento nella regione che - tra il 1920 e il 1945 - ha visto una feroce guerra etnica contro sloveni e croati, con le conseguenze che tutti conosciamo? Non è pazzesco parlare di ghettizzazione nella città che vide la proclamazione mussoliniana delle leggi antiebraiche nel 1938, e l'erezione del forno crematorio della Risiera di San Sabba? Non è dimostrazione di smemoratezza erigere un campo di concentramento a Gradisca d'Isonzo, a pochi passi dai campi di concentramento (italiani) di Gonars, Fossalon, Poggio Terza Armata, Torviscosa? Non è segno di miopia cercare di dimenticare il fatto che, purtroppo, il coronavirus non ha spento i fuochi di guerra, e che ai profughi da essa vanno date risposte razionali, di accoglienza unita a vigilanza sanitaria? Non è assurdo che, in una città costituita per metà da discendenti dei profughi istroveneti, non si voglia accogliere altri, più recenti, fratelli e sorelli nella razza umana, provenienti da altre catastrofi?

Proprio il ricordo del passato (le guerre jugoslave e, come loro conseguenza, la nascita dell'ICS come Consorzio di tutto il pacifismo italiano, e la creazione a Trieste dell'Ufficio Profughi di guerra, che ha letteralmente creato l'esperienza italiana di accoglienza diffusa, in un momento in cui l'Italia manco si era ancora resa conto di essere diventata, da paese di emigranti, anche paese di immigranti) ci porta a ritenere che l'offesa a Gianfranco Schiavone sia non solo maleducata e sopra le righe, ma richieda anche una pubblica ammenda, non tanto verso di lui, ma verso tutte le persone che nel suo esempio si riconoscono.

Vogliamo quindi auspicare che l'amministrazione della città giuliana (e perché no, lo stesso vicesindaco, dopo essersi ricomposto) saprà offrire un messaggio del tutto diverso di apprezzamento, per quella che tutta Italia ritiene una vera e propria eccellenza nazionale.

Gian Luigi Bettoli, presidente di Legacoopsociali Fvg

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

“Le misure approvate a sostegno delle organizzazioni di Terzo settore vanno nella direzione giusta.” Questo il primo commento della Portavoce del Forum Terzo Settore Claudia Fiaschi al decreto Cura Italia, approvato lunedì dal Consiglio dei Ministri.

“Questa crisi sta colpendo duramente anche il nostro mondo, che non è solo un pezzo importante della nostra vita sociale, ma anche dell’economia del Paese, con i suoi 6 milioni di volontari, gli oltre 800 mila occupati e un valore economico pari al 4% del Pil. L’emergenza in atto ci sta mettendo a dura prova. Le nostre organizzazioni, i volontari e gli operatori stanno affrontando con coraggio e responsabilità questo momento difficile, dando un sostegno fondamentale ai cittadini più fragili e con più difficoltà. Tanti volontari e tanti operatori stanno continuando a fornire servizi ad anziani soli o persone malate o con disabilità, a minori, persone con dipendenze, a senza fissa dimora e migranti, attivandosi anche conforme di sostegno a distanza. La nostra missione resta intatta: non lasciare indietro né solo nessuno” dichiara la Portavoce Fiaschi.

Nello specifico il testo contiene le misure contro l’emergenza covid-19 e diversi provvedimenti specifici per il Terzo settore. A partire dalla previsione della cassa integrazione in deroga, per lavoratori d i qualsiasi datore di lavoro e di qualsiasi dimensione, compresi gli enti del Terzo settore. Viene prorogato al 31 ottobre 2020 il termine, attualmente fissato al 30 giugno 2020 per l’adeguamento degli statuti pe r le Odv, Aps e Onlus che potranno approvare i propri bilanci entro il 31 ottobre prossimo. Anche per le imprese sociali il termine per l’adeguamento alla Riforma viene portato al 31 ottobre. I servizi educativi e scolastici sospesi potranno essere forniti con modalità alternative attra verso forme di coprogettazione con gli enti locali. Prevista anche per Odv, Aps e Onlus la sospensione dei versamenti delle ritenute, dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria. Non mancano poi misure di sostegno al lavoro estese a tutto il Terzo settore e misure fiscali a sostegno delle famiglie e delle imprese e provvedimenti a tutela delle persone con disabilità e delle loro fami glie con misure compensative di sostegno anche domiciliare. Presenti nel decreto anche importanti provvedimenti per sostenere il settore della cultura e quello sportivo. 

 “Non ci fermiamo – prosegue Fiaschi -. Non lo abbiamo mai fatto e continueremo ad andare avanti, compatibilmente con le disposizioni di legge. Molte delle nostre realtà sono state messe in ginocchio da questa crisi sanitaria e sociale. Circoli e associazioni chiusi, attività rallentate, operatori e lavoratori che non possono proseguire con le iniziative nelle quali erano impegnati”. “La nostra preoccupazione – conclude la Portavoce – va anche al dopo emergenza, la ricostruzione sarà molto impegnativa e richiederà un impegno forte di tutti quanti.”

 

Pubblicato in Economia sociale

"La situazione nelle carceri è drammatica. E resta drammatica anche oggi a primo decreto approvato. Le norme in materia penitenziaria, inserite all'interno del nuovo decreto del governo, pubblicato ieri in gazzetta ufficiale, sono evidentemente insufficienti per rispondere alle esigenze di estrema gravità e urgenza che la situazione richiederebbe. Troppe le cautele. Nell'interesse e nel rispetto della salute e della vita di detenuti e operatori bisogna liberare le carceri di almeno altre diecimila persone". A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

"Le carceri rischiano di diventare una bomba sanitaria che si può ripercuotere sulla tenuta stessa del sistema sanitario nazionale – sostiene Gonnella. La grande promiscuità in cui sono costretti a vivere i detenuti può facilmente far degenerare il numero di contagi. Inoltre lo stato di salute di chi vive in carcere, con il 67% dei reclusi che ha almeno una patologia pregressa, potrebbe rendere necessario il ricorso al ricovero nei reparti di terapia intensiva. Senza contare che un contagio in carcere può oltrepassare quelle mura con il personale penitenziario a far da veicolo tra il dentro e il fuori. Intervenire urgentemente non è quindi un regalo ai detenuti, ma una logica e irrimandabile necessità a tutela della salute pubblica".

"Con questo decreto – sottolinea ancora il presidente di Antigone - saranno pochissimi i detenuti che potranno lasciare le carceri, di gran lunga meno degli oltre 14 mila che andrebbero scarcerati per riportare le carceri ad una situazione di legalità e rendere possibile il contrasto di casi di coronavirus all'interno degli istituti. Mancano inoltre, nel decreto del governo, norme che tengano conto delle condizioni di salute dei detenuti che, se dovessero contrarre il covid-19, potrebbero non salvarsi. A loro bisognava guardare con norme ad hoc".

"Su questo – prosegue Gonnella - chiediamo che si esprima l'amministrazione penitenziaria, che non può pensare che tutto sia sotto controllo. Così non è e così non è stato".

Quello che Antigone fa è di continuare a sollecitare i provvedimenti che insieme a Cgil, Anpi, Arci e Gruppo Abele, Conferenza nazionale volontariato giustizia e Ristretti aveva segnalato come fondamentali. "Bisogna far uscire subito i detenuti che non hanno un posto regolamentare per affrontare al meglio il possibile diffondersi del coronavirus. Iniziano a esserci casi di persone detenute risultate positive ai controlli medici. Per questo ci vuole un nuovo decreto urgente" afferma Patrizio Gonnella.

"Ci appelliamo inoltre affinché da oggi si ripristini dappertutto e per tutti un collegamento (telefonico, whatsapp o skype) con le famiglie. Ci scrivono parenti di detenuti che non sanno più nulla dei loro cari da giorni. Inoltre abbiamo ricevuto segnalazioni e denunce di ricorso illegale alla violenza nei confronti dei detenuti nei giorni scorsi. Presenteremo altrettanti esposti alle procure. Chiediamo all'amministrazione penitenziaria di fare proprie inchieste interne e stigmatizzare ogni episodio di uso arbitrario della violenza o di rappresaglia rispetto alle rivolte dei giorni scorsi" conclude il presidente di Antigone.

Pubblicato in Nazionale

In questi giorni di estrema difficoltà nazionale c’è un’altra categoria di lavoratori e lavoratrici che, ogni giorno, continua la sua quotidiana attività per rispondere ai bisogni delle nuove generazioni da un punto di vista sanitario e sociale.

La Cooperativa Sociale Utopia di Cagli, presente nella provincia di Pesaro Urbino, con una comunità terapeutica per minori chiamata Acquaviva (Casa Lupo Rosso età 9-14 anni; Casa Orizzonti Blu 14-18), una comunità educativa chiamata Casa Lucia, con progetti di sostegno alla comunità territoriale indirizzata ai minori di età e con progetti territoriali di accompagnamento nel ri-inserimento sociale dopo un percorso di comunità terapeutica, non si è mai fermata. 

“Come Cda vogliamo dire grazie, grazie ed ancora grazie a chi, ogni giorno, c’è e continua a lottare in una dimensione di inquietudine mondiale non perdendosi d’animo ma seminando speranza e positività in questi ragazzi e ragazze che hanno, prima di tutto, vissuto ingiustizie e sofferenze tremende e che, sicuramente, fanno fatica a dare un senso a tutto quello che sta succedendo e vivendo - ha commentato Roberto Marinucci, il presidente, esprimendo gratitudine e riconoscenza per il costante impegno degli operatori e delle operatrici ma anche per l’immutato senso di umanità che accompagna questa nostra Cooperativa".

“In questo momento così complesso, delicato e surreale, noi ci siamo. Le comunità terapeutiche-psichiatriche sono un presidio extra-ospedaliero che rispondono ai bisogni di sofferenza umana trasformandosi in una " casa per un po' - dice Wanda Grosso - cosicché i frutti di questa parentesi possano servire per un migliore reinserimento nella società civile”.

E ancora Marinucci:  “il costante, incessante lavoro professionale e umano delle operatrici e operatori , in questo particolare momento  è  volto a tramutare questa angoscia collettiva che ci ha travolto come uno tsunami, in un'attesa costruttiva”.

Gli operatori, le operatrici e il Cda della coop sociale Utopia

 

Pubblicato in Marche
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