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Martedì, 14 Luglio 2020

Martedì, 03 Marzo 2020 - nelPaese.it

Emergenza coronavirus, servono misure urgenti. Alla luce della grave crisi che ha colpito la cooperazione sociale con la diffusione del contagio da Covid-19 e dei conseguenti provvedimenti restrittivi delle istituzioni nazionali, regionali e locali che hanno decretato la chiusura dei presidi scolastici e dei servizi educativi e sociali, Legacoopsociali chiede, in vista dell’incontro tra Governo e parti sociali del 4 marzo, che "siano definiti interventi urgenti al fine di non penalizzare i lavoratori e dare certezza agli stipendi nonché limitare i danni alle cooperative che comunque risentono delle ricadute più generali dal punto di vista economico e sociale causate dall’emergenza sanitaria".

 Nello specifico ecco le 3 richieste al premier Conte:  "un intervento che non crei sperequazioni fra le zone cosiddette “gialle” e quelle non identificate dai Decreti già emanati, ma che sono state comunque interessate da provvedimenti restrittivi delle autorità locali; semplificazione delle procedure per adire al FIS e incremento della capienza del Fondo a copertura delle richieste provenienti da tutti i territori interessati da ordinanze restrittive; la piena copertura degli impegni economici contrattuali a fronte del fatto che le chiusure non sono imputabili alle cooperative e che gli Enti hanno già a bilancio questi costi consentendo la regolare fatturazione anche con accordi di rimodulazione degli orari o rientro per attività non frontali. tale richiesta. Non ci sembra corretto che, in questa fase, si possa attuare un risparmio nei bilanci degli Enti sulle spalle di lavoratori e imprese cooperative".

“Abbiamo bisogno di dare certezza ai lavoratori – dichiara la presidente nazionale Eleonora Vanni - e alle cooperative su questi primi provvedimenti per impegnarci, insieme al resto del paese a partire dalle parti sociali, e in particolare con le comunità che abitiamo, a rilanciare economia e coesione sociale”.

 

Pubblicato in Nazionale

Per il nono anno consecutivo, l’associazione A Sud promuove il Premio Donne Pace Ambiente Wangari Maathai: l’appuntamento è per il 7 marzo 2020 alle 11:00 presso Lucha Y Siesta. In questa edizione ci saranno importanti novità: Wangari Maathai cambia volto, dopo nove anni. Le donne premiate saranno rappresentative, per la prima volta, non di singoli conflitti ma di ambiti di impegno e attivazione.

Le donne cui sarà conferito quest'anno il riconoscimento sono infatti legate dal proprio impegno sotto diversi profili nelle battaglie volte alla costruzione della giustizia ambientale e climatica.

I premi di quest'anno

Premio Generazione Clima e diritto al futuro. Il riconoscimento sarà conferito alle attiviste di Fridays for Future, che da oltre un anno animano le piazze a difesa del clima di tutto il Pianeta; il premio sarà ritirato dalle giovani donne di Fridays for Future Roma;

Premio Scienza e saperi. Il riconoscimento verrà conferito a Paola Pirastu, ricercatrice del dipartimento di Biologia e Biotecnologie "Sapienza" Roma, impegnata nella direzione scientifica di  Epidemiologia e Prevenzione, co-autrice dello studio Sentieri. La dottoressa riceverà il premio in rappresentanza di tutte le scienziate e le ricercatrici che mettono le proprie energie e le proprie competenze al servizio della tutela del diritto alla salute e a un ambiente sano per tutte e tutti;

Premio Giustizia Ambientale. Il riconoscimento verrà conferito a Nicoletta Dosio, Dana Lauriola, Stella Gentile, Francesca Vaglio e Fabiola De Costanzo attiviste notav in attesa di giudizio, e sarà a loro assegnato in rappresentanza di tutte le donne che mettono consapevolmente a rischio la propria libertà personale, la propria salute, la propria incolumità, per difendere i territori colpiti dall'ingiustizia ambientale;

Premio Giustizia Climatica. Il riconoscimento verrà conferito a Marie Pochon, segretaria generale Notre Affaire à Tous. L’associazione, composta per la maggior parte da giovani avvocatesse e attiviste, è stata fondata nel 2015 proprio per promuovere la giustizia climatica attraverso lo strumento legale. Insieme, hanno citato a giudizio lo Stato francese con l’obiettivo di costringere le istituzioni a prendere misure adeguate rispetto ai cambiamenti climatici (causa “L’Affaire du Siècle). Marie ritirerà il premio a nome della sua organizzazione e in rappresentanza di tutte le donne che provano a costruire giustizia climatica in Italia, in Europa e nel mondo.

“Abbiamo scelto Lucha y Siesta come sede di questa nona edizione un luogo fondamentale e un punto di riferimento importante per la città e per le donne. Saremo a Lucha per rispondere all’attacco scandaloso che sta subendo nella maniera più naturale possibile: vivendo quello spazio, portandoci delle donne, discutendoci tra donne. Avevamo stabilito, insieme al collettivo di donne che anima Lucha y Siesta, di tenere l’evento del premio nel tardo pomeriggio di venerdì 6 marzo. Alla luce dei recenti sviluppi della situazione di Lucha, dell’imminente assurdo sgombero e della probabilità che le utenze della struttura siano staccate nei prossimi giorni, non abbiamo alcuna intenzione di mollare e di spostare l’evento ma anzi ci sembra ancora più urgente e importante presidiare insieme quello spazio, dargli forza, attraversarlo con le nostre iniziative, con la nostra voglia di incontrarci e confrontarci. “Il premio resta dunque a Lucha, viene solo posticipato a sabato mattina, alle 11, così’ da poter approfittare della luce mattutina per tenere l’evento”.

 

 

Pubblicato in Parità di genere

Un aumento del livello medio del mare nella laguna di Venezia di circa 82 centimetri entro la fine del secolo causato dall'effetto combinato di cambiamento climatico e subsidenza. Sarebbe questo lo scenario emerso da uno studio condotto dai ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e della Radboud Universiteit dei Paesi Bassi.

Il lavoro, pubblicato nel 2019 su "Water" e oggi approfondito sulla rivista "Le Scienze" per il pubblico italiano si inserisce nel quadro degli studi sull'aumento del livello del mare a scala globale, in forte accelerazione a partire dalla fine del XIX secolo, in corrispondenza dell'inizio della seconda rivoluzione industriale che ha prodotto un sensibile aumento dell'immissione in atmosfera di anidride carbonica.

"L'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) indica un aumento massimo del livello marino tra 52 e 98 centimetri nel 2100", spiega Marco Anzidei, co-autore dell'articolo e coordinatore dei progetti europei SAVEMEDCOASTS e SAVEMEDCOASTS-2, che si occupano degli impatti di aumento di livello marino dovuto al cambiamento climatico lungo le coste del Mediterraneo più esposte al rischio di inondazione. "Nel caso della laguna veneta, nel computo delle proiezioni per la valutazione degli impatti si deve includere la subsidenza, ovvero il lento movimento verso il basso della superficie terrestre, legato a cause naturali e antropiche. Tale movimento ha per effetto l'accelerazione dell'aumento del livello marino locale".

Lo studio ha approfondito il contributo dei fattori locali nell'aumento del livello del mare nella laguna veneta: tra questi, la variabilità climatica naturale e i movimenti verticali della crosta terrestre. Le analisi sono state effettuate utilizzando un gruppo di stazioni mareografiche del Mediterraneo poste nel nord dell'Adriatico e nel nord del Tirreno, presenti negli archivi italiani dell'ISPRA e in quelli globali del Permanent Service for Mean Sea Level (PSMSL), gestito dal National Oceanography Centre di Liverpool. Alla stazione di Venezia Punta della Salute, le analisi stimano un aumento medio di 82 cm nel 2100, ma con un'incertezza di 25 centimetri in più o in meno, quindi anche fino a 108 cm.

Il quadro fornito da SAVEMEDCOASTS sulle aree mediterranee maggiormente esposte al rischio di allagamento marino nel 2100, compresa la laguna veneta con la città di Venezia, evidenzia 163 principali pianure costiere poste a una quota entro 2 metri sopra il livello medio attuale del mare, corrispondenti a un'area totale a rischio allagamento pari a circa 5,5 milioni di campi da calcio.

"Le proiezioni di aumento di livello marino, insieme a indicatori specifici, permettono anche di valutare i potenziali impatti socioeconomici per una data area e sono quindi utili per favorire la mitigazione dei rischi naturali, la sicurezza della vita umana e la gestione consapevole della fascia costiera", prosegue Anzidei. "Questo risulta particolarmente importante per la città di Venezia, che il 12 novembre del 2019 ha conosciuto la seconda marea più alta mai registrata (di 188 centimetri) dopo quella disastrosa del 1966. Nel 2100 un'acqua granda, come la chiamano i veneziani, potrebbe quindi fare alzare il livello fin quasi a tre metri nelle condizioni peggiori. Tuttavia si deve considerare che il livello marino ha sempre oscillato per cause naturali e continuerà a farlo anche in futuro. Studiarne le cause e gli effetti attesi nei prossimi anni diventa quindi di fondamentale importanza per un approccio consapevole nella gestione del fenomeno", conclude Anzidei.

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Esce per Altreconomia “L’Italia è bella dentro”, un libro che racconta un Paese inaspettato, quello delle "aree interne": Luca Martinelli è il narratore di questa Italia lontana dalla grande città, considerata marginale e spesso fragile, ma allo stesso tempo sorprendentemente viva e portatrice di innovazione, che trova forze e risorse dove in apparenza c’è solo abbandono.

Questo libro restituisce voce e valore ai territori dove, in oltre 5.000 Comuni, vivono 12 milioni di persone, raccontando le forme di resistenza (o di “restanza”) e di ritorno, un fenomeno che riguarda Alpi e Appennini. Nelle aree interne si produce 2/3 del valore dei servizi ecosistemici, le risorse che gli ecosistemi producono (ossigeno, acqua, cibo, ecc.) per la necessità delle società umana, che secondo stime attendibili a livello nazionale valgono 93 miliardi di euro l’anno, quasi il 5% del PIL.

Per scongiurarne l’abbandono e favorire il “ritorno” nelle aree interne è necessario far sì che chi vive nei territori al margine e nei piccoli e piccolissimi Comuni abbia accesso ai servizi essenziali di cittadinanza, come presidi sanitari, scuole, trasporti, innovazione digitale e altre funzioni “comunitarie”. Senza tale processo è impossibile "riabitarli" e di conseguenza saltano la cura e la tutela del patrimonio rurale e del paesaggio, delle “infrastrutture verdi” come i boschi, oltre che la salvaguardia dei saperi tradizionali.

È la missione -ad esempio- della Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI) della presidenza del Consiglio dei ministri e di altre iniziative, anche private, come il programma intersettoriale "AttivAree" di Fondazione Cariplo o il lavoro delle Associazioni fondiarie, di cui il libro rende conto. All'esperienza della SNAI è dedicata in particolare una lunga intervista che coinvolge Fabrizio Barca, oltre a Giovanni Carrosio, Daniela Luisi e Filippo Tantillo.

Il libro racconta poi le storie di chi ritorna. Non vicende eroiche ma spesso esemplari: scelte di persone normali che esplorano nuovi stili di vita e imprenditoriali, trasformando le tradizioni in mestieri dell’oggi, in primis un’agricoltura che ritrova l’alleanza fra uomo e natura. Storie di riabitanti, resistenti, ritornanti, dalla Val Borbera alla Val Trompia e alla Val Sabbia, dall'Appennino Reatino all'Irpinia e ai Monti Dauni. C'è chi riscopre antichi vitigni o grani antichi tradizionali, chi crea una nuova "filiera del bosco", chi apre un museo del territorio e chi diventa una "comunità ospitale".

Qual è il messaggio? Le disuguaglianze territoriali si combattono prima di tutto applicando l’articolo 3 della Costituzione. Spiega Fabrizio Barca, coordinatore del Forum disuguaglianze diversità ed ideatore della Strategia Nazionale Aree Interne: “Perché torni la voglia ai giovani e ai meno giovani che stanno mostrando desiderio di restare in questi luoghi, gli si deve fornire una ragione per rimanere. Prima di tutto ridurre la loro esclusione sociale: da una scuola di qualità, da una salute dignitosa, dalla copertura con la banda larga, da un trasporto rigido fatto di grandi bus inutili in questi territori, dal credito […]. Ed esclusione, infine, anche dalla terra, resa inaccessibile ai potenziali giovani agricoltori. Che cosa fare allora? C’è da attuare l’articolo 3 della Costituzione, rimuovere questi ostacoli e ridurre così le disuguaglianze […] permettendo che – anziché andarsene – chi vive in questi territori manifesti le proprie idee imprenditoriali”.

Un dialogo sull’Italia con altri illustri contributi: la bella prefazione di Alessio Maurizi, giornalista di Radio24, un’intensa conversazione con il poeta e paesologo Franco Arminio che dice: "Ogni sindaco dovrebbe sentirsi come la vertebra di una schiena, ogni area interna diventa il pezzo di un discorso che riguarda tutto il Paese. (...).

 

Pubblicato in Economia sociale

Si intitola Volontari inattesi ed è la prima indagine nazionale sull' "impegno sociale delle persone di origine immigrata". Curata da Maurizio Ambrosini e Deborah Erminio per il centro studi Medì, è stata promossa da CSVnet e condotta sul campo nel 2019 con l’apporto determinante dei Centri di servizio per il volontariato.

I risultati che ne emergono - raccolti in un volume edito da Erickson (352 pagg.) che sarà presentato il 17 aprile prossimo a Roma - rovesciano una delle immagini più diffuse degli stranieri, rappresentati spesso dai media come beneficiari, se non profittatori, di aiuto da parte degli italiani: dimostrano invece che esiste un buon numero di immigrati che si impegnano in attività solidali gratuite, più o meno formali, anche o soprattutto a vantaggio della popolazione italiana. “È in un certo senso un’esplorazione dell’altra faccia della luna, - ha scritto Ambrosini nell’introduzione: - abbiamo voluto guardare alle persone di origine immigrata che passano metaforicamente dall’altra parte della linea rossa che distingue fornitori e percettori di aiuti”.
 
Integrati o marginali?

L’indagine non aveva ovviamente il solo scopo di “attrarre l’attenzione su un fenomeno emergente ma misconosciuto”. Si proponeva anche di comprendere con maggiore precisione chi fossero le persone coinvolte, e in particolare se la loro partecipazione attraverso il volontariato si accompagnasse “con un’integrazione sociale già avanzata su altri piani, come lo studio, il lavoro, l’accesso alla cittadinanza”, oppure se fosse praticata “soprattutto da soggetti marginali, in forme compensative di una mancata inclusione nella società dal punto di vista economico e culturale”.

In tal senso, i primi dati quantitativi presentati lo scorso ottobre alla conferenza di CSVnet a Trento avevano già delineato una “tipologia” di immigrati giovane, istruita e ben integrata. Un identikit che tuttavia risulta ora troppo limitativo per descrivere le innumerevoli sfumature messe in luce dal rapporto finale.

Un altro obiettivo della ricerca era “l’approfondimento delle motivazioni della partecipazione: quali spinte interiori o sollecitazioni esterne inducono a impegnarsi, quali benefici le persone perseguono, quali percorsi intraprendono”. Un ultimo obiettivo riguardava la dimensione associativa: quali contesti si rivelano più ricettivi, e in quali attività gli immigrati si inseriscono con maggiore facilità? E se per le organizzazioni l’ingresso di queste persone può essere senz’altro un’occasione di apertura culturale e di adeguamento operativo, in quali modi esso può anche suscitare resistenze e incomprensioni?
 
La “matrice” nazionale

Attraverso quasi 700 questionari e 110 interviste in profondità, raccolti in 163 città italiane, la ricerca fa dunque parlare i protagonisti, provenienti da 80 paesi diversi. Ma aggiunge anche il racconto dettagliato di 10 progetti di eccellenza attivi nella penisola, e riporta le esperienze e i dati di 5 grandi reti nazionali del terzo settore (Avis, Misericordie, Fai, Touring Club, Aido) che si avvalgono nelle loro attività del contributo volontario di cittadini di origine immigrata.

Dandosi però alcuni precisi criteri per identificare la platea da indagare. Anzitutto la definizione “di origine immigrata” è stata intesa in senso ampio, “comprendendo anche stranieri naturalizzati e seconde generazioni”. In secondo luogo, tra le attività di volontariato sono state incluse non solo quelle strutturate e promosse da associazioni formali, ma anche quelle più informali, in sintonia con le tendenze attuali verso un “volontariato post-moderno”.

Inoltre è stata focalizzata l’attenzione sulle situazioni in cui queste persone collaborano con italiani per discendenza e con associazioni autoctone, ossia sulle forme più tipiche dell’impegno volontario, non considerando quindi le associazioni “di immigrati per immigrati” (su cui esistono già diverse ricerche locali). Infine è restato a margine della ricerca il fenomeno del lavoro volontario dei richiedenti asilo, “un impegno, - si spiega nell’introduzione, - generalmente encomiabile, ma di natura spuria, in quanto previsto da norme di legge e organizzato dai soggetti gestori dell’accoglienza”, e dove “i richiedenti asilo partecipano, spesso volentieri, ma non hanno molti margini di scelta”. In sintesi, dunque, il lavoro riguarda “principalmente persone di origine immigrata che scelgono liberamente di dedicare tempo ed energie ad attività con finalità sociali, i n contesti organizzativi di matrice nazionale e collaborando con volontari italiani”.

Da sottolineare infine il ruolo della rete dei Centri di servizio per il volontariato, che si è fatta carico della diffusione e somministrazione del questionario, nonché della maggior parte delle interviste: “Si può parlare quindi di una ricerca partecipata, - ha sottolineato Ambrosini, - che ha valorizzato la presenza e il rapporto dei Csv con le associazioni dei territori e con il volontariato di origine immigrata, stimolando nello stesso tempo l’interesse per il fenomeno”.
 
Da oggi tutti gli articoli su “Volontari inattesi” sono raccolti in un focus sul sito di CSVnet, insieme alle storie di alcune delle persone di origine immigrata intervistate per la ricerca.

 

 

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Medici Senza Frontiere (MSF) commenta la situazione in Grecia e in particolare a Lesbo dove è presente con una clinica pediatrica fuori dal campo di Moria. "Sono passati ormai quattro anni da quando l'accordo UE-Turchia strumentalizza vite umane per motivi politici - Stefano Argenziano, coordinatore delle operazioni di MSF in Grecia - Ancora una volta, vediamo che gli stati membri dell'UE vogliono impedire a tutti i costi alle persone di cercare sicurezza piuttosto che fornire assistenza di base a uomini, donne e bambini in pericolo, mettendoli così in una condizione di ulteriore rischio. Questa situazione ha portato alla morte di un bambino e all'attacco con gas lacrimogeni contro le persone alle frontiere. Sono inoltre arrivate notizie riguardo la guardia costiera che ha ostacolato imbarcazioni in difficoltà invece di prestare soccorso.

"Con 40.000 persone intrappolate nelle isole greche – aggiunge Argenziano - la situazione ha raggiunto il limite di sopportazione per i richiedenti asilo e per le comunità locali, entrambi abbandonati dai leader europei a causa dell'accordo UE-Turchia. Di conseguenza, crescenti tensioni hanno portato a scontri, blocchi nelle strade e attacchi contro chi cerca di dare assistenza.

“Le persone in stato di necessità sono private dell'assistenza fondamentale – prosegue - perché sia le équipe di MSF che altre organizzazioni hanno dovuto limitare il volume di attività per problemi di sicurezza. Il governo greco e l'UE devono agire immediatamente per ridurre il livello di tensione. Le misure di emergenza annunciate dal governo greco avranno conseguenze devastanti in quanto tolgono il diritto di chiedere protezione e mirano a respingere le persone in Turchia. Tutto questo porterà soltanto più caos, morti in mare, escalation di violenza e un disastro umanitario ancora peggiore”.

“Gli Stati membri dell'UE devono affrontare la vera emergenza: evacuare le persone dalle isole verso i paesi dell'UE, fornire un sistema di asilo funzionante, smettere di intrappolare le persone in condizioni orribili", conclude il coordinatore di Msf in Grecia.

MSF fornisce assistenza medica e umanitaria a richiedenti asilo e migranti in Grecia dal 1996. Dal 2014 MSF ha ampliato le proprie attività in Grecia per rispondere ai bisogni di un numero crescente di richiedenti asilo, rifugiati e migranti in arrivo dalla Turchia e dal 2016 fornisce cure mediche di base, trattamenti per malattie croniche, assistenza psicologica e psichiatrica, insieme a un ampio pacchetto di supporto sociale. Attualmente i team di MSF lavorano sulle isole di Lesbo, Samos e ad Atene.

Nelle ore che precedono la riunione straordinaria del Consiglio giustizia e affari interni, Amnesty International ha chiesto agli stati membri dell'Unione europea di raddoppiare gli sforzi per affrontare la situazione al confine tra Grecia e Turchia.

"Al confine tra Grecia e Turchia si sta sviluppando una crisi di umanità dell'Europa. La protezione dei rifugiati non è qualcosa da cui gli stati possono sottrarsi quando gli va. La Grecia deve rispettare il diritto d'asilo e l'Unione europea deve aiutarla. Il diritto di chiedere asilo non è negoziabile", ha dichiarato Eve Geddie, direttrice dell'ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee.

"L'Unione europea ha sollecitamente espresso solidarietà alla Grecia ma non anche ai richiedenti asilo e ai migranti che hanno grande necessità di essere protetti. Coloro che arrivano in Europa in cerca di salvezza si vedono negare con violenza i loro diritti. Chiediamo ai ministri della Giustizia e degli Affari interni anche di condannare l'uso eccessivo della forza contro le persone, i volontari delle Ong e i giornalisti lungo la frontiera marittima e terrestre tra Grecia e Turchia", ha concluso Geddie.

Gli stati membri dell'Unione europea possono contribuire a migliorare la situazione aiutando la Grecia a gestire le richieste di asilo e a mettere a disposizione strutture di accoglienza adeguate, nonché ricollocando i richiedenti asilo al proprio interno.

 

 

Pubblicato in Migrazioni

Il coronavirus e gli italiani: dal panico alla grande secondo i dati dell’Osservatorio Swg. Nella prima fase (quella della diffusione iniziale dell’epidemia nella città di Wuhan e in Cina) l’opinione pubblica ha guardato con un certo distacco una situazione che pareva confinata nel Paese del Dragone.

La crescita dell’epidemia, unitamente alle immagini circa le azioni di contenimento svolte dalle autorità cinesi e alla decisione delle autorità italiane di chiudere i voli tra Italia e Cina, ha alimentato la paura per la pericolosità del virus.

Sui media italiani cresce il risalto dato alla notizia, che comincia a comparire nelle prime pagine, non ancora come notizia principale. Nella seconda fase, cresce la preoccupazione da parte dei nostri connazionali. L’epidemia non riguarda più solo la Cina, ma si affaccia anche in Europa (e in particolare in Italia), per quanto abbia ancora il volto delle persone cinesi.

Nell’Osservatorio SWG del 4 febbraio il 62% degli italiani si diceva preoccupato per il virus, il 37% dichiarava di avere cambiato alcune abitudini e il 49% esprimeva soddisfazione per l’operato del Governo.

Tra le misure di precauzione prese dai nostri concittadini, il 10% degli intervistati indicava la scelta di evitare ristoranti asiatici e/ o di avere contatti con persone asiatiche. Si registrano le prime disdette di prenotazioni turistiche.

Nella terza fase, l’epidemia diventa una questione italiana, con l’individuazione dei primi contagiati e con i primi decessi. Se a metà febbraio i dati dell’osservatorio Confcommercio-SWG evidenziavano i primi segnali di irrequietudine dell’opinione pubblica, due giorni dopo la scoperta del primo focolaio italiano a Codogno si registra un picco di preoccupazione e di ansia.

Le stesse azioni che avevano rassicurato quando erano state applicate alla Cina (quarantena e chiusura delle aree a rischio), applicate all’Italia creano una situazione di allarme tale da portare a veri e propri assalti ai supermercati con un crollo verticale della fiducia sul prossimo futuro.

Nella quarta fase cambia radicalmente il mood comunicativo dei media, facendo proprie le preoccupazioni di amministratori e cittadini sugli effetti del virus rispetto all’economia locale e nazionale.

In questo contesto sembra cambiare, all’interno dell’opinione pubblica, la dimensione semantica della preoccupazione. Il contagio fa meno paura dal punto di vista sanitario (il 33% degli intervistati per l’Osservatorio SWG ritiene probabile subire il contagio e l’84% ritiene che in Italia non si arriverà a 500 decessi), ma crescono i timori per le conseguenze economiche derivate dalle azioni di contenimento.

Economia e lavoro: la grande paura

Ormai a fine febbraio i timori per la salute sono praticamente coperti da quelli per l’economia del Paese. Nel giro di una settimana i pessimisti sul futuro dello Stivale passano dal 29 al 52% mentre tra fine gennaio ad oggi oltre la metà degli intervistati non è preoccupato per il virus e le conseguenze sulla salute.

In Lombardia, una delle regioni epicentro del contagio, oltre un terzo degli intervistati ritiene eccessive le misure prese contro l’epidemia. Il 68% degli italiani è preoccupato per l’economia e di questi il 60% teme danni possibili, soprattutto tra le persone con un lavoro. Infatti il 53% teme che “la propria azienda o attività subisca conseguenze” mentre il 44% teme di perdere il lavoro.

Su dove reperire informazioni corrette gli italiani si fidano della Protezione civile (78%) e del Ministero della salute (76%). Meno di tv e giornali (56% e 47%), praticamente nulla dei social media con solo il 16%.

Gli italiani sono fiduciosi sul fatto che le vittime saranno poche centinaia e che nel giro di qualche mese l’emergenza rientrerà. Insomma, non è il virus che spaventa ma le sue conseguenze sul sistema Paese che destava già profonda preoccupazione. È su questo punto che bisogna dare risposte concrete.

 

 

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