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Venerdì, 03 Aprile 2020

Giovedì, 05 Marzo 2020 - nelPaese.it

Coronavirus, i rischi e le misure intraprese tra i timori del Paese su salute e conseguenze economiche. L’emergenza prosegue, almeno fino al 15 marzo data dei provvedimenti del governo, e per gli italiani ci sono ancora alcune domande senza risposta. Alcuni quesiti sono stati posti al professore Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute di Filadelfia e ordinario al Dipartimento biotecnologie mediche di Anatomia patologica all’Università di Siena.  

Professore Giordano, innanzitutto le voglio chiedere cosa pensa delle misure adottate dal governo come risposta al contagio.

Il primo obiettivo del Governo consiste nel contenimento del contagio da coronavirus; conseguentemente le misure adottate sono di forte contenimento e rallentamento della diffusione dell'infezione.

Condivido questa impostazione considerato che l'elemento preoccupante di questo nuovo virus è la sua elevata capacità di contagio che avviene più facilmente nei locali chiusi e per contatti relativamente ravvicinati, (al di sotto dei due metri di distanza). Una certa percentuale di persone contagiate necessita di assistenza in terapia intensiva, poiché la gravità di queste forme che sono superiori all'influenza coinvolgono anche le basse vie aeree, quindi causa di polmoniti. Finché i numeri sono bassi, il Sistema sanitario nazionale può assisterli efficacemente, ma in caso di crescita esponenziale non solo l'Italia ma nessun Paese al mondo potrebbe affrontare.
 
Le misure di salute pubblica introdotte in questi giorni hanno lo scopo di evitare una grande ondata epidemica, con un picco di casi concentrato in un breve periodo di tempo in quanto la gestione che ne deriverebbe sarebbe loro complessa e complicata.  Nel caso del coronavirus dobbiamo tenere conto, inoltre, che l'Italia ha una popolazione anziana, peraltro molto più anziana di quella cinese, che bisogna proteggere il più possibile. Le misure indicate dalle autorità, quindi, vanno seguite nella loro totalità. Conoscere la situazione ci permetterà di mettere a punto misure sempre più efficaci. Ognuno di noi può, con i propri comportamenti responsabili, far da barriera alla diffusione del virus.
Il Paese mi appare un po' smarrito ed alla ricerca della reale pericolosità del virus. 

Il Paese è smarrito e vuole capire qual è la realtà pericolosità del virus tra appelli alla calma e gli allarmi dell'Organizzazione mondiale della sanità. Lei ha pubblicato già due articoli in merito: ad oggi cosa ci può dire?

Credo che sia necessario frenare gli allarmismi, ma avere consapevolezza di quello che sta succedendo; capire che il numero dei soggetti trovati positivi, in Italia, in Europa e nel mondo aumenterà. Questo è inevitabile per due motivi; il primo è che ormai sappiamo quanto SARS-CoV-2 sia infettivo. Il secondo è che individuare i soggetti che sono venuti in contatto con chi è già positivo, avrà come inevitabile conseguenza il fatto di trovarne degli altri ma, allo stesso tempo, permetterà di proteggere un numero esponenzialmente più alto di cittadini dal rischio del contagio.

Il coronavirus causa una malattia più grave dell'influenza stagionale, e il numero dei decessi sembrerebbe più alto, ma dobbiamo anche dire che mentre molte persone in tutto il mondo hanno accumulato immunità ai ceppi stagionali questo è un nuovo virus a cui nessuno è immune. Abbiamo vaccini e terapie per l'influenza stagionale, ma al momento non esiste un vaccino e nessun trattamento specifico per il Covid-19.
 
La scienza e la tecnologia sono l'arma più potente nella battaglia contro le malattie, quindi anche la ricerca sul COVID-19 deve essere vista come un compito urgente. Un contributo è stato dato anche dal prof. Bucci Enrico, dello Sbarro Istitute, di Philadelphia, centro da me diretto. In questo editoriale, pubblicato proprio in questi giorni su Journal of Thoracic Oncology, Bucci e altri co-autori sottolineano alcune cose che hanno ostacolato il contenimento della malattia da parte della sanità pubblica internazionale.
 
Pensa che il sistema sanitario nazionale sia in grado di fronteggiare questa crisi?
 
Malgrado il ridimensionamento delle risorse, gli indicatori generali di salute e di efficacia del nostro sistema sanitario nazionale restano complessivamente piuttosto buoni.
 
L'intero sistema sanitario nazionale che pur con tutte le sue falle, sta cercando di contenere il virus e offrire un letto a tutti gli ammalati, ma per quanto efficiente rischia di andare in sovraccarico, avendo il problema con la terapia intensiva, se la crisi dovesse proseguire. Di fronte al coronavirus il sistema sanitario sta rispondendo in modo unitario e col massimo impegno, quindi sicuramente promosso il Servizio sanitario nazionale, ma bocciata la politica che per decenni ha definanziato la sanità italiana.

 

Lei si occupa da anni del rapporto tra ambiente inquinato e salute. Ci sono altre emergenze sotto traccia per la salute dell'uomo di chi bisogna parlare?

Si, l'inquinamento ambientale rappresenta una di queste. Le quantità di rifiuti prodotte (anche illegalmente) in Italia negli ultimi due decenni sono disastrosamente cresciute di anno in anno, sono state quindi introdotte nell'ambiente una miriade di sostanze di ogni tipo e di nuove molecole, a cui si aggiungono emissioni di radiazioni o radiofrequenze: un vero e proprio squilibrio del nostro stato di salute ed un aumento dell'incidenza di svariate patologie. L'attenzione della scienza è stata rivolta, però, soprattutto alla diagnosi precoce piuttosto che alla sua prevenzione primaria. La realtà di oggi, quindi, vede un costante aumento dell'incidenza dei tumori. Per tali ragioni ritengo che sia necessaria ogni attività di biomonitoraggio al fine di far emergere la stretta correlazione tra inquinamento e cancro e costringere la società a mettere al primo posto l'uomo e la "sua casa" (ambiente).

L'intervista completa si può ascoltare in podcast su www.giornaleradiosociale.it 

 

Pubblicato in Nazionale

Un laboratorio hi-tech a dieci metri sotto il livello del mare del Golfo dei Poeti (La Spezia), dotato di telecamera digitale, sensori per il monitoraggio dei parametri ambientali (temperatura, salinità e velocità delle correnti) e speciali gabbie per lo studio della degradazione delle plastiche e l'assorbimento di sostanze inquinanti in ambiente marino.

È l'identikit dell'innovativo osservatorio sottomarino installato dal Distretto Ligure delle Tecnologie Marine (DLTM), in collaborazione con l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), l'Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), l'Istituto Idrografico della Marina Militare, il Comune di Lerici e la Cooperativa Mitilicoltori Associati, nell'ambito del progetto LabMare finanziato dalla Regione Liguria.

Oltre al monitoraggio ambientale, finalizzato anche allo studio degli effetti del cambiamento climatico, l'infrastruttura potrà essere utilizzata da parte di enti di ricerca e imprese come un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per testare tecnologie all'avanguardia e sensori subacquei innovativi. Il collegamento cablato dell'infrastruttura permetterà inoltre la fruizione in tempo reale delle immagini e dei dati geofisici e oceanografici acquisiti.

Realizzato grazie alla condivisione di risorse umane, infrastrutture e attrezzature di tutti gli enti di ricerca coinvolti, il laboratorio è posizionato nella baia di Santa Teresa davanti all'omonimo Centro ENEA e fa parte dello stesso progetto scientifico dell'osservatorio sottomarino profondo installato lo scorso anno a circa 600 metri di profondità al largo dell'Area Marina Protetta delle Cinque Terre.

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Nella giornata di ieri Antigone ha scritto al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte e al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, chiedendo che ogni detenuto possa telefonare per 20 minuti ai propri famigliari, a fronte dei 10 minuti a settimana previsti dalle norme dell'ordinamento penitenziario.

"La richiesta – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – si giustifica con l'emergenza coronavirus che sta portando importanti limitazioni anche in ambito penitenziario. I detenuti hanno paura e vivono con angoscia la solitudine. In molte carceri non sono consentiti colloqui visivi e sono impediti gli accessi ai volontari. Le indicazioni emanate dall'Amministrazione Penitenziaria servono a prevenire il diffondersi dell'epidemia anche in questi luoghi. Non sono omogenee sul territorio nazionale. Stiamo comunque assistendo – specifica ancora Gonnella - a una compressione dei diritti delle persone detenute. In alcuni casi inevitabile".

"Proprio per questo – afferma il presidente di Antigone – invitiamo il governo a concedere 20 minuti di telefonate al giorno (che tra l'altro inciderebbe positivamente sull'uso illecito di cellulari), ad attivare dappertutto Skype per i colloqui a distanza. Quello di aumentare la possibilità di telefonate e di Skype è un provvedimento che con poco dispendio organizzativo sarebbe capace di tutelare quel contatto con gli affetti esterni che è fondamentale per le persone recluse e che tante volte si è dimostrato essenziale anche nella prevenzione di gesti tragici. Allo stesso modo - conclude Patrizio Gonnella - pensiamo sia utile favorire la concessione di provvedimenti di detenzione domiciliare e affidamento, che riducano la pressione sulle carceri e sugli operatori, per tutti coloro che sono a fine pena e hanno fatto un positivo percorso penitenziario. Chiediamo in tal senso alla magistratura di sorveglianza grande apertura. Infine si valutino anche misure di incentivo per lo staff carcerario impegnato in un momento così duro e si preveda la distribuzione di linee guida di prevenzione a tutti i detenuti".

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Nel 2018, sono stati commessi 345 omicidi (erano 357 l’anno precedente), 212 hanno interessato gli uomini (22 in meno rispetto al 2017) e 133 le donne (10 in più). Gli uomini sono quindi più numerosi ma in calo, mentre aumenta la quota di donne assassinate sul totale che, dall’11% del 1990, raggiunge il 38,6% nel 2018. Lo rileva l’Istat.

Per le donne il rischio è soprattutto nell’ambiente domestico: sono uccise soprattutto da partner o ex partner (54,9%) e da parenti (24,8%); per gli uomini lo spazio pubblico: il 37,7% è vittima di sconosciuti mentre il 33% non ha un autore identificato.

Negli ultimi anni è diminuita la mortalità per omicidio volontario soprattutto per gli uomini, in particolare quella causata dalla criminalità organizzata di tipo mafioso.
Nei primi anni Novanta, si contavano 5 vittime di sesso maschile per ogni donna uccisa . Nel 2018 si sono invece verificati 212 omicidi di uomini e 133 di donne (corrispondenti rispettivamente a un tasso di 0,72 e 0,43 omicidi per 100mila abitanti dello stesso sesso). Sono quindi assassinati più gli uomini delle donne, ma il rapporto è sceso a 1,6.

Nel triennio 2016-2018 la quota di stranieri tra le vittime di omicidio è del 21,1%; distinguendo per genere il 20,2% è composto da maschi e il 23,1% da femmine.

Tra il 1983 e il 2018 sono stati rilevati 6.681 omicidi attribuibili a organizzazioni criminali di tipo mafioso. Nelle regioni Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, territori di radicamento storico di camorra, cosa nostra, ndrangheta e sacra corona unita, si concentra nell’intero periodo il 95,6% degli omicidi mafiosi. Il periodo più cruento è sicuramente il quinquennio a cavallo del 1990, in cui la quota di omicidi mafiosi arriva a costituire un terzo dei circa 8mila omicidi avvenuti tra il 1988 e il 1992.

A partire dai primi anni Novanta, l’Italia ha visto diminuire il tasso di omicidi, inizialmente in modo repentino, e successivamente in modo più regolare. Nel 2018, a un tasso nazionale di 0,57 omicidi per 100mila abitanti, corrispondono valori pari a 0,43 per il Centro-nord e a 0,83 per il Mezzogiorno. Malgrado vi sia ancora un divario notevole tra il Mezzogiorno, storicamente caratterizzato da incidenze più elevate di omicidi di criminalità organizzata, e il resto del Paese, il forte decremento che ha caratterizzato alcune regioni meridionali porta a un riavvicinamento delle aree geografiche

 

Pubblicato in Nazionale

Prima dell'inizio del vertice di Mosca tra il presidente russo Vladimir Putin e quello turco Recep Tayyip Erdogan, convocato a seguito dell'escalation del conflitto nella provincia siriana di Idlib, interviene la direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International Lynn Maalouf: "il vertice di Mosca rappresenta un'opportunità perché Russia e Turchia diano priorità alla salvezza della popolazione civile. Il destino di quasi un milione di persone costrette a lasciare le loro abitazioni è in bilico".

"Dopo nove anni di guerra – aggiunge Maalouf - caratterizzati dal totale disprezzo per la vita dei civili, i nuovi attacchi nella zona di Idlib, anche contro scuole e ospedali, stanno causando ulteriori indicibili sofferenze a persone che, nella maggior parte dei casi, erano già state costrette a fuggire più volte da altre zone della Siria in questa storia di orrore umanitario".

"Chiediamo anzitutto a Russia e Turchia di esercitare pressioni sul governo siriano affinché ponga fine agli attacchi contro i civili, in modo da evitare altri morti, feriti e sfollati. Tutte le parti in conflitto devono consentire percorsi sicuri ai civili che vogliono lasciare le zone di combattimento e facilitare l'accesso agli aiuti umanitari per coloro che non sono in grado di partire", conclude la rappresentante di Amnesty


Da anni i civili di Idlib stanno subendo le dure conseguenze di un assedio prolungato e di attacchi illegali. A peggiorare la già drammatica situazione umanitaria, molte organizzazioni locali e internazionali hanno dovuto sospendere la fornitura degli aiuti a causa degli attacchi in corso.

Oggi milioni di persone nella provincia di Idlib hanno accesso limitato a servizi fondamentali come le cure mediche, l'istruzione e la fornitura di acqua potabile. Amnesty International chiede a tutte le parti in conflitto di porre fine agli attacchi illegali e permettere l'ingresso delle organizzazioni umanitarie per portare aiuti a tutti coloro che ne hanno bisogno. La comunità internazionale deve chiedere immediatamente a tutte le parti in conflitto di rispettare il diritto internazionale umanitario per evitare l'ulteriore aggravamento della catastrofe umanitaria.

Pubblicato in Dal mondo

Ugo Russo aveva 16 anni ed è morto mentre faceva una rapina con una pistola giocattolo. Ad ucciderlo i colpi di pistola della sua vittima, un carabiniere fuori servizio, che oggi è indagato per omicidio volontario: uno dei proiettili sarebbe stato sparato dopo il primo e alle spalle mentre Ugo era in fuga. La magistratura valuterà le responsabilità penali, sul campo resta un ragazzino che in un sabato notte non doveva stare in giro con una pistola giocattolo per fare le rapine.

Nei giorni successivi si è scatenato un dibattito molto acceso sulla stampa locale e nazionale. A far discutere molto è stata la reazione di amici e familiari che hanno devastato il pronto soccorso dell’ospedale dove era stato condotto Ugo. Sempre quella stessa notte sono stati sparati colpi di arma da fuoco fuori la caserma dei Carabinieri. Come è tipico del condominio italico si sono create le curve, da una parte i giustizialisti e dall’altra una certa sinistra ancorata a un’immagine del rapinator gentile di inizio novecento.

La questione minorile: i dati

Prima di entrare nel merito della vicenda ci sono i dati che spiegano il contesto. Se Napoli è da sempre una città che paga la condizione di abbandono e devianza dei minori, dai primi reportage di Joe Marrazzo e Giancarlo Siani negli anni ’80, oggi non ci troviamo in una situazione di emergenza. Su questo giornale abbiamo pubblicato i numeri della giustizia penale minorile che vedono gli indicatori con il segno meno tra il 2014 e il 2018 e le associazioni come Antigone esprime soddisfazione perché funzionano i percorsi alternativi al carcere.

Sui reati predatori c’è un calo di molti delitti: gli omicidi volontari (-46,6%) e colposi (-45,4%), i sequestri di persona (-17,2%), i furti (-14,03%), le rapine (-3,9%) e l'associazione per delinquere (-82,5%). Aumenta molto, in modo preoccupante, il numero dei minori segnalati per associazione di tipo mafioso (+93,8%: erano 49 nel 2014, sono diventati 95 nel 2018). In generale c’è un calo dei reati commessi dai minori dell’8.3%.

Partendo da questi numeri si può capire meglio il fenomeno, come spiegano gli operatori sociali, i magistrati e anche chi vive determinati territori a forte esclusione sociale.

Tra esclusione e lo status del boss onnipotente

Intervistando con Lorenzo Giroffi alcuni ragazzi di area penale di una comunità nel 2017 fu interessante la risposta al motivo per cui fare una rapina: “c’è chi lo fa per bisogno e chi invece se stai un gradino più in alto io lo raggiungo con la violenza, per comandare”. Questo punto di vista ci parla di una mutazione dei valori e delle aspirazioni che si legano in quell’indice di aumento dei minori segnalati per associazione mafiosa. Il complice 17enne di Ugo ha raccontato che quella rapina per il rolex serviva ad andare in discoteca e chissà quante altre rapine di altri ragazzi servono a “salire quel gradino” o acquistare una griffe per mostrare il proprio status.

La violenza nelle relazioni sociali è un tema che investe i minori, soprattutto quelli sottoposti a contesti di fragilità e devianza sociale. Ed è per questo che la giustificazione di ampi settori verso gli atti di distruzione di un pronto soccorso è una posizione sconsiderata e che non pone quel limite invalicabile tra rabbia sociale e i diritti inalienabili di persone vulnerabili, altro che infantilismo, come chi era in quel momento sottoposto alle cure o ci è morto come la donna pestata dal marito.  

Dall’altra parte c’è un clima che vuole “giustiziare” e non “recuperare”, un Paese che mette in conto la morte di un 16enne come qualcosa che non gli riguarda perché “se fai le rapine questo ti può capitare”. E abbiamo un carabiniere che, in questo clima, gira con una pistola stando fuori servizio e che di fronte al terrore di un’arma puntata contro può sparare come è accaduto. Questo è il clima di chi fa della sicurezza una bandiera ideologica priva di ricadute sociali e della legittima difesa un uso strumentale per “armare” i cittadini contro i criminali.  

Il vuoto delle istituzioni

Lo ha spiegato bene un’operatrice dell’Associazione quartieri spagnoli dove Ugo fino a 13 anni era uno dei ragazzi delle attività ludiche e sociali. Le istituzioni hanno demandato al terzo settore il tentativo di mediazione sociale per creare occasioni di inclusione per questi minori. Ma quei valori “per salire il gradino” e le condizioni del contesto familiare possono portare i tanti Ugo fuori dai percorsi scolastici, formativi e inclusivi per darsi un’opportunità di vita alternativa a povertà o reati predatori. “Uno scende e decide se farsi una partita di pallone o una rapina”. In questa frase c’è il vuoto che impedisce a un 16enne di prendere in considerazione il fatto di impugnare un’arma come se fosse un gesto normale ed inevitabile.

Povertà educativa, degrado sociale e territori espulsi da circuiti produttivi e culturali sono il contesto dove crescono i minori a mano armata. Questi ragazzi inseguono nuovi miti, pistola in pugno, per dare una risposta alle proprie privazioni o in continuità con i propri contesti familiari. È una lunga storia di Napoli, del Sud e di tutte le periferie urbane dove la devianza nutre il malaffare.

Ugo aveva solo 16 anni e non doveva stare un sabato notte con una pistola a rapinare qualcuno. E non doveva morire, ammazzato, così. Per evitare che non ci siano più altri Ugo bisogna parlare con loro, ascoltarli, capire bene cosa pensano e, soprattutto, intervenire: più welfare e più formazione, il lavoro come cultura e come diritto. Altrimenti sarà un far west dove Scarface o l'Immortale resteranno l'unico immaginario possibile per i "muschilli" napoletani dei rioni popolari e di tutte le periferie del Paese.

 

 

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