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Venerdì, 29 Maggio 2020

Mercoledì, 01 Aprile 2020 - nelPaese.it

L'Alleanza delle Cooperative della Campania, il coordinamento tra Agci, Confcooperative e Legacoop, ha risposto all'invito della Regione Campania di presentare istanze e proposte utili al rilancio dei comparti economici regionali. Un documento unitario che, comparto per comparto, riepiloga le principali problematiche vissute dalle imprese cooperative a causa dell'emergenza sanitaria da Covid -19 e il conseguente blocco delle attività, sia a livello nazionale che regionale.

"Già diverse settimane fa, prima ancora che la Campania fosse dichiarata zona rossa come tutta l'Italia, avevamo sottoposto al Presidente De Luca i disagi che le nostre cooperative stavano vivendo. Era il 06 marzo e da allora molto è cambiato. Abbiamo accolto il comunicato della Regione come un segnale di estrema apertura, una volontà a collaborare con le parti sociali in un momento faticoso. Sebbene il contenimento del virus sia l'obiettivo prioritario, è innegabile che dobbiamo dare risposte al tessuto economico e sociale. Apprezziamo la disponibilità delle istituzioni, a tutti i livelli, e siamo disponibili a confronti su ogni comparto" fanno sapere Gian Luigi De Gregorio, Antonio Borea e Anna Ceprano, rispettivamente i presidenti di Agci Campania, Confcooperative Campania e Legacoop Campania. 

Oltre le proposte di settore, l'Alleanza delle Cooperative ha posto l'accento anche su questioni chiave, come la sicurezza degli operatori delle imprese impegnati nei servizi essenziali alle quali è fondamentale garantire un approvvigionamento di DPI e il ritardo nei pagamenti della P.a. verso le cooperative che gestiscono servizi per conto della stessa. Sanare le situazioni debitorie, con un monitoraggio da parte della Regione Campania, consentirebbe un'immissione di liquidità nelle casse delle imprese, che in questo frangente è il problema principale, per tutti i comparti. 

Su questa linea anche la proposta di favorire l'accesso al credito agevolato e di istituire un voucher regionale per l'abbattimento degli interessi dei costi della garanzia su finanziamenti finalizzati alla liquidità per le imprese campane.

 

 

 

Pubblicato in Campania

Anche il corAcor - Napoli Rainbow Choir dona un brano napoletano al mondo in lotta contro il covid19 a #cantachetipassa. Io ti vorrei baciare, questa è la traduzione della nostra canzone Io te vurria vasà... è quello che molti innamorati provano verso la persona amata e che non possono ora baciare. Sogna e spera di addormentarsi tanto vicino da stare un'ora al suo "ciato", il soffio del respiro.

La pura poesia struggente napoletana antica arrangiata dal M° Ciro Caravano e diretta dal lui stesso e dal M° Lucia Sacco per il coro arcobaleno LGBT + della città di Napoli. Famoso per l'organizzazione ed il trionfo al Teatro San Carlo e per la Standing Ovation ad Italian's Got Talent, il corAcor, modificato in parte nel corpo e totalmente nella direzione, propone questo brano come il porta fortuna all'Italia e al mondo, augurando a tutte e tutti di poter riabbracciare quanto prima e di riempire di baci i propri e le proprie care persone che oggi si trovano separate, isolate, spaventate ma speranzose guardando al un futuro d'amore.

Il corAcor – Napoli Rainbow Choir, è il coro LGBT + di Napoli, ed è un progetto musicale dell’associazione di promozione sociale LGBT i Ken O.N.L.U.S. diretto dal M° Ciro Caravano già dei Neri per Caso coadiuvato dal M° il seconda Lucia Sacco

Il progetto invita ad aggregarsi attorno alla cultura musicale invitando a studiare il canto e la musica al fine della promozione della cultura delle differenze e per la visibilità delle persone LGBTQI nella società, inoltre stimola e promuove la piena integrazione delle persone ETEROSESSUALI nella comunità gay lesbica e trans. Le prove del laboratorio musicale si svolgono in un immobile sequestrato alla #mafia e casa rifugio per persone LGBT cacciate di casa perchè maltrattate e\o vittime di violenza.

Il progetto musicale sostiene questo centro che si chiama "Questa Casa non è un Albergo - Rainbow Center Napoli" intitolato a "Silvia Ruotolo ed a tutte le vittime innocenti di Mafia" di proprietà del Comune di Napoli ed affidato all'associazione i Ken dal servizio Beni Confiscati. i Ken ONLUS è associata a Libera contro le Mafie, ARCC - Feniarco – CFCC

Pubblicato in Parità di genere

#AMenoDiUnMetro: si chiama così l’appello rivolto alle Istituzioni da AGCI, Agevolando, Casa al Plurale, Centro Astalli, CNCA nazionale e Federazione CNCA LAZIO, CNCM, Confcooperative Federsolidarietà, Forum Terzo Settore Lazio, Legacoopsociali Lazio, Rete Mb Lazio Mam&Co.

“Cuore pulsante della società”, così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nel suo ultimo messaggio agli italiani, ha definito il ruolo del volontariato e del non profit: è un riconoscimento chiaro dell’importanza, del valore di chi si impegna per gli altri, ma il terzo settore non è soltanto quello chiamato ad occuparsi della distribuzione dei buoni spesa per le persone in difficoltà. Anche in questo momento di emergenza nazionale, migliaia di persone fragili vivono in case famiglia, nelle comunità alloggio e sono centinaia gli operatori sociali che stanno portando avanti il proprio lavoro con forza, consapevolezza e, sicuramente, a meno di un metro di distanza.

In piena pandemia Covid- 19, si prendono cura delle persone con disabilità, di minorenni, di madri con i figli in condizioni di fragilità, di anziani, di persone senza fissa dimora. Lo stanno facendo e continueranno a farlo. Ma hanno bisogno di sentire le Istituzioni schierate a protezione, insieme a loro, delle fasce più fragili della nostra società, consapevoli di questo importantissimo servizio che gli operatori sociali svolgono a nome e per conto di tutta la comunità.

A sollecitare maggiore attenzione e un piano ad hoc per le persone più vulnerabili sono AGCI, Agevolando, Casa al Plurale, Centro Astalli, CNCA nazionale e federazione CNCA LAZIO, CNCM, Confcooperative Federsolidarietà, Forum Terzo Settore Lazio, Legacoopsociali Lazio, Rete Mb Lazio Mam&Co.

Operatrici e operatori, volontarie e volontari non hanno mai smesso, da quando è cominciata l’epidemia di coronavirus, di prendersi cura di chi è più fragile, mettendo a tacere anche le paure personali: come si fa a vestire, imboccare, una persona con disabilità a distanza di un metro? Come si fa a consolare un bimbo che piange restando a distanza? Come si fa a farlo se mancano persino i dispositivi di protezione individuale?

Per loro e per il personale che con loro opera, per continuare a fornire servizi già ora economicamente insostenibili, va previsto un piano di sostegno economico specifico dopo la fine dell’emergenza, in controtendenza a quanto avvenuto negli ultimi anni, che hanno visto un continuo e significativo taglio alla spesa sociale, affermano le Associazioni e gli enti coinvolti nell’appello.

La richiesta – rivolta a tutti i poteri dello Stato, centrali e locali – è di non cadere nella facile tentazione dei tagli alla spesa pubblica per il sociale. Desta infatti non poca preoccupazione l’allarme lanciato da diversi sindaci sulla stabilità dei conti pubblici degli enti locali che, com’è noto, non possono ricorrere al finanziamento in deficit. Al manifestarsi dei primi dissesti finanziari, nei conti degli enti locali, su chi si abbatterà la scure dei tagli?

È questo il momento – chiedono le centinaia di associazioni del terzo settore firmatarie di questo appello – nel quale le istituzioni si facciano promotrici, insieme alle associazioni, di un programma speciale di sostegno ai più fragili, oggi ospiti delle comunità di accoglienza, anche attraverso stanziamenti necessari ad accrescere, sviluppare e remunerare opportunamente gli operatori sociali e le strutture stesse, perché se tutti noi ci auguriamo che la fase che oggi viviamo finisca al più presto, “la fase della ricostruzione” sarà molto lunga, soprattutto per i più deboli, ed avrà bisogno di tante energie e risorse da programmare e spendere insieme.

È questo il momento di rinnovare un’alleanza con le Istituzioni per dare risposte concrete delle fasce più fragili della nostra società. Infine vogliamo si ottolineare l’apporto in questa crisi di migliaia di volontari – a cui va il ringraziamento di tutta la comunità – che, oltre a svolgere servizi fondamentali per la sopravvivenza delle comunità come approvvigionamento alimentare, farmaci e visite sanitarie per gli ospiti, stanno facendo sentire la propria vicinanza con inedita creatività, attraverso donazioni, messaggdi solidarietà e sperimentazioni di ogni genere nel campo multimediale e della comunicazione a distanza, per continuare a raggiungere persone ospiti nelle case famiglia.

È questo il momento di non dimenticare le persone più fragili e valorizzare concretamente tutti quelli che operano #AMenoDiUnMetro.

 

Pubblicato in Lazio

Passeggiare, salire e scendere le scale invece di prendere l’ascensore, utilizzare la bicicletta al posto dell’auto per gli spostamenti più brevi, ballare, fare lavori domestici e giardinaggio. Queste alcune delle attività che dovremmo compiere ogni giorno per mantenerci in salute, arrivando ai quei 30 minuti di attività fisica aerobica che sono sufficienti per sfruttare al meglio gli effetti protettivi del movimento.

L’attuale situazione di emergenza, però, ci obbliga ad osservare norme precise di comportamento che limitano le nostre attività e ci costringono a rimanere a casa. Le nostre possibilità di spostamento sono di conseguenza limitate: camera da letto, soggiorno, cucina e, per chi ne ha possibilità il giardino di casa. Se non continueremo a mantenerci attivi, purtroppo, non tarderanno a presentarsi risultati negativi: qualche chilo in più, molta fatica nel compiere qualsiasi attività anche quando questa non comporta sforzi fisici impegnativi.

Se poi la persona ha da tempo ulteriori problemi, legati ad una condizione di disabilità causata da un precedente ictus, la mancata possibilità di eseguire la fisioterapia quotidiana diventa un’ulteriore difficoltà da superare.

Oggi gli esperti suggeriscono di impostare e rispettare una nuova routine quotidiana, con orari e impegni fissi (o quasi) utili per preservare e migliorare il nostro benessere psico-fisico. Anche in questo periodo, l’attività fisica deve diventare un punto cardine delle nostre giornate: è infatti fondamentale mantenersi attivi e non perdere i vantaggi di un recupero raggiunto spesso con grande impegno, costanza e fatica. E’ sicuramente più difficile per le persone abituate a eseguire gli esercizi indicati sotto l’attenta guida dei professionisti (fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali….) perché manca un osservatore qualificato e attento che conosce le singole problematiche e che conduce l’esercizio, lo controlla e lo facilita. Come fare quindi in questo periodo? 

“Con qualche accortezza possiamo tutti trasformare momenti di sedentarietà e inattività in brevi intervalli di esercizio – dichiara la Dottoressa Caterina Pistarini, Direttore Neuroriabilitazione ICS Maugeri di Genova.  Possiamo ad esempio salire le scale invece di prendere l’ascensore quando usciamo di casa per accompagnare il nostro familiare a fare la spesa, per andare in farmacia o per vincere semplicemente la pigrizia di rimanere in casa. Già questo può essere un buon inizio: l’utilità del gesto ci consente di muoverci, facendo qualcosa che é gratificante anche dal punto di vista psicologico. Per chi poi a casa possiede una cyclette, pedalare tutti i giorni per 30 minuti davanti ad un programma televisivo distensivo può essere una buona opzione da prendere in considerazione. Chi possiede un deambulatore e può camminare all’aperto, nel giardino di casa o nell’area intorno al proprio condominio, compie un’attività leggera che é anche un esercizio aerobico molto vantaggioso”.

Agli anziani é stato raccomandato di evitare qualsiasi uscita. In questo caso muoversi in casa, partendo dalle semplici pulizie al riordino della casa, fare qualche piccola faccenda domestica a seconda delle proprie possibilità, è indicato per mantenersi in movimento e gestire lo stress. Esercizi raccomandati sono quelli per mantenere in attività le articolazioni delle braccia, delle spalle, degli arti inferiori e possono essere fatti senza grossi sforzi: alzare le braccia, le spalle, flettere le anche e le ginocchia.

Ci sono poi esercizi che mantengono allenate le nostre capacità intellettive e di comunicazione, la lettura, la scrittura: esistono programmi consolidati per mantenere attiva la nostra memoria e il linguaggio. E’ necessario che la persona mantenga i propri punti di riferimento con costanza e impegno: possiamo e dobbiamo, infatti, facilitare il ritorno alla nostra condizione di normalità quando questa situazione, così costrittiva, sarà auspicabilmente finita.

La scarsa attività motoria, oggi, è considerata tra i fattori di rischio più importanti per tutte le patologie cerebro-cardiovascolari, tra le quali l'ictus, e per le malattie croniche in generale quali diabeteobesità, neoplasie, depressioneosteoporosi. Uno stile di vita sano (smettere di fumare, raggiungere il peso forma, mangiare in maniera equilibrata e svolgere regolare attività fisica) incide notevolmente sull’aspettativa di vita, con ben 10 anni di vita in più senza malattie.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization) e la Federazione Mondiale del Cuore (World Heart Federation) hanno sollecitato tutti i governi e le società scientifiche a promuovere, anche con il supporto dei media, tutte le iniziative più idonee e attrattive per diffondere in tutta la popolazione il principio che l'attività fisica, abbinata a uno stile di vita sano, aiuta a prevenire queste patologie. E l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale raccoglie questo invito in occasione dell’importante appuntamento annuale che dedica alla prevenzione della malattia, istituzionalmente realizzato nel mese di Aprile (per maggiori informazioni visitare il sito www.aliceitalia.org in costante aggiornamento).

Sono numerose le evidenze scientifiche che sottolineano come il livello di attività fisica sia inversamente proporzionale alla mortalità per cause cerebro-cardiovascolari sia negli uomini che nelle donne, così come confermano che il rischio di morte conseguente a queste patologie sia di 5 volte maggiore nei soggetti inattivi rispetto a quelli molto allenati. L’attività fisica svolge insomma un ruolo molto importante sia come prevenzione primaria sia come prevenzione secondaria, per evitare cioè ricadute dopo un primo episodio.

“Nonostante il periodo complesso che stiamo vivendo, la nostra Associazione vuole ribadire ancora una volta quanto sia davvero fondamentale riuscire a modificare tutte le ‘cattive abitudini’, adottando stili di vita adeguati - dichiara la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia ODV (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale). Seguire una alimentazione bilanciata e sana come quella prevista dalla dieta mediterranea, astenersi dal fumo, controllare la pressione arteriosa e limitare il consumo di alcol. Ben 8 ictus su 10 potrebbero infatti essere evitati seguendo questi consigli. Obiettivo della nostra Associazione è quello di focalizzare l’attenzione di tutti i Cittadini su questa opportunità, ribadendo anche l’importanza del riconoscimento tempestivo dei sintomi e dell’urgenza di recarsi tramite il 112 (118) nei Centri dedicati alla cura di questa patologia, grave ma attualmente curabile se presa in tempo”.

L’ictus cerebrale, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Quasi 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia per il miglioramento delle terapie attualmente disponibili.

 

 

 

 

 

Pubblicato in Salute

"Aiutateci, perché l’unica scelta che ci rimane è chiudere”. Questa è la richiesta che proviene dal settore extralberghiero in una lettera inviata al ministro Dario Franceschini. Non tutte le strutture di microricettività svolgono attività imprenditoriale e per questo sembra non siano state ricomprese negli aiuti del decreto “Cura Italia”; tuttavia anche loro pagano regolarmente le tasse, i mutui e gli affitti, e il 45% delle piccole attività familiari sopravvive solo grazie al frutto di questo lavoro.

I B&B, gli Affittacamere, gli Agriturismo, le Case Vacanza e le Locazioni Turistiche danno lustro, insieme al settore alberghiero di cui sono complementari e non concorrenti, al panorama turistico nazionale. Lo hanno rivoluzionato in meglio ampliandone l’offerta e attirando milioni di nuovi viaggiatori da tutte le parti del mondo.

Senza l’aiuto dello Stato, ora, il settore extralberghiero, che rappresenta ormai una fetta importantissima del mercato turistico nazionale, si vedrà irrimediabilmente frenato nella sua capacità di reagire quando sarà il momento di ripartire.

 

 

 

 

Pubblicato in Lavoro

Amnesty International ha chiesto alle autorità della Siria di collaborare al massimo con le agenzie delle Nazioni Unite e con le organizzazioni umanitarie per impedire la diffusione del Covid-19 nelle prigioni, nei centri di detenzione e negli ospedali militari del paese.

Prigionieri e detenuti, comprese decine di migliaia di persone vittime di arresti arbitrari o di sparizione forzata, rischiano di contrarre il virus dato che sono trattenuti in condizioni antigieniche in centri diretti dalle varie forze di sicurezza del paese.

“Nelle prigioni e nei centri di detenzione della Siria il Covid-19 potrebbe diffondersi rapidamente a causa dei pessimi servizi igienici, della mancanza di acqua potabile e del grave sovraffollamento”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

“Il governo siriano ha una lunga storia di diniego delle cure mediche e dei medicinali ai prigionieri e ai detenuti che ne hanno urgente bisogno. Tutte queste persone ora devono poter beneficiare delle misure di protezione e dei trattamenti medici finché la pandemia da Covid-19 minaccia le loro vite”, ha aggiunto Maalouf.

“Chiediamo l’immediato e incondizionato rilascio di tutti i prigionieri di coscienza: attivisti politici, difensori dei diritti umani e ogni altra persona finita in carcere solo a causa dell’esercizio pacifico dei suoi diritti. Chiediamo inoltre che sia valutato il rilascio anticipato o condizionato dei prigionieri ad alto rischio di contagio, come gli anziani o quelli in cattive condizioni di salute”, ha concluso Maalouf.

Alla data del 30 marzo, il ministero della Salute aveva ammesso 10 casi di Covid-19 e un decesso in totale in tutto il paese.

Dal 2011, anno dell’inizio della crisi siriana, chiunque sia sospettato di opporsi al governo rischia di subire un arresto arbitrario o la sparizione forzata con successivi maltrattamenti e torture e, in molti casi, di morire durante la detenzione.

Secondo dati delle Nazioni Unite del 2019, in Siria risultano detenute, sequestrate o scomparse 100.000 persone.

Amnesty International ha costantemente denunciato arresti arbitrari e sparizioni forzate di numerose persone solo a causa del loro attivismo politico. Altre sono state imprigionate al posto di loro parenti ricercati o fuggiti all’estero, o dopo che erano state accusate falsamente da informatori del governo.

Amnesty International ha anche documentato accuratamente le condizioni inumane delle prigioni militari siriane, comprese quella di Saydanya e di altri centri di detenzione: estremo sovraffollamento delle celle, mancato accesso a medicine e cure mediche, assente o inadeguata disponibilità di servizi igienico-sanitari, di acqua e di cibo.

Ex detenuti hanno riferito ad Amnesty International di essere rimasti per giorni insieme ai cadaveri dei compagni di cella. Altri hanno denunciato di aver subito maltrattamenti e torture.

Secondo Amnesty International, il sistematico uso della tortura e le morti di massa nei centri di detenzione del paese costituiscono crimini contro l’umanità.

Pubblicato in Dal mondo

"Abbiamo appreso, dal decreto attuativo del "Cura-Italia", che i braccialetti elettronici messi a disposizione per il controllo delle persone detenute che potrebbero accedere agli arresti domiciliari sono 5.000, di cui 920 già disponibili. Il Provvedimento prevede l'installazione di un massimo di 300 apparecchi a settimana. Numeri ampiamente insufficienti per affrontare l'emergenza coronavirus e le ricadute drammatiche che potrebbe avere sul sistema penitenziario. Con il numero di installazioni attualmente previste, gli ultimi detenuti usciranno dal carcere infatti tra oltre tre mesi, quando ci auguriamo la fase acuta legata al diffondersi del Covid-19 sarà già ampiamente alle spalle". A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

"Il Parlamento e il Governo insieme - prosegue Gonnella - devono disinnescare i rischi della bomba sanitaria in carcere, ponendo le condizioni affinché in carceri si assicuri distanziamento sociale a garanzia di detenuti e poliziotti. I detenuti con meno di due anni di pena sono circa 15 mila. Se due terzi di loro oggi uscissero le condizioni sarebbero nettamente migliorate. Si tratta di persone che vanno mandate agli arresti domiciliari entro un paio di settimane e non nell'arco di mesi, con forme di controllo diverse dal braccialetto, altrimenti dal punto di vista sanitario la misura non avrebbe senso. Noi - dice ancora Patrizio Gonnella - abbiamo presentato diversi emedamenti per arrivare all'obiettivo di ridurre in fretta i numeri, e qualsiasi intervento che vada in questa direzione è benvenuto".

"Un altro aspetto che va affrontato con urgenza è quello dei trasferimenti dei detenuti - sottolinea ancora il presidente di Antigone. Mentre nel mondo libero stiamo impedendo alle persone di spostarsi dal proprio comune, in quello penitenziario continuano i trasferimenti da un carcere ad un altro, con tutti i rischi che questo comporta e con un importante aggravio del lavoro condotto dal personale medico che presta servizio negli istituti di pena. Bisogna essere consapevoli - dice ancora Patrizio Gonnella - che l'unico modo per affrontare l'impatto che questa crisi potrebbe avere nel sistema penitenziario è garantire le stesse politiche che si stanno applicando per le persone libere. Ora che si intravede la luce fuori evitiamo che si entri nel tunnel carcerario".

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Mentre continuano ad aumentare le vittime civili della guerra aerea segreta delle forze militari statunitensi in Somalia, Amnesty International denuncia che non vi è nessuna giustizia o riparazione per le vittime di possibili violazioni del diritto umanitario internazionale. L’associazione ha reso noti dettagli di due ulteriori attacchi aerei mortali avvenuti finora nel corso di quest’anno.

Il Comando Usa in Africa (Africom) ha condotto centinaia di incursioni aeree durante la decennale lotta contro il gruppo armato al-Shabaab, ma ha ammesso di aver ucciso civili solo in un unico attacco avvenuto esattamente due anni fa – ammissione dovuta alle attività di ricerca e pressione di Amnesty International. 

“Stiamo raccogliendo le prove e sono piuttosto schiaccianti. L’Africom non solo ha completamente fallito nella sua missione di segnalare le vittime civili in Somalia, ma sembra anche non curarsi della sorte delle numerose famiglie che ha distrutto”, ha dichiarato Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale.

“Abbiamo documentato caso dopo caso l’inasprimento della guerra aerea degli Usa in Somalia, dove l’Africom pensa di poter semplicemente etichettare le vittime civili come “terroristi” senza porsi alcuna questione. Ciò è inconcepibile; le forze militari americane devono cambiare strada, cercare la verità e chiarire le responsabilità di questi casi, coerentemente con gli obblighi previsti dal diritto umanitario internazionale (leggi di guerra)”, ha aggiunto Deprose Muchena.

Due nuovi casi solo a febbraio

Amnesty International ha portato alla luce prove secondo le quali l’Africom ha ucciso due civili e ne ha feriti tre nel corso di due raid aerei avvenuti durante il mese di febbraio di quest’anno.

A seguito di entrambi gli attacchi, l’Africom ha pubblicato dei comunicati stampa in cui viene riportata l’uccisione di un “terrorista” di al-Shabaab, senza presentare la minima prova dei presunti collegamenti della vittima al gruppo armato.

Amnesty International, invece, non ha trovato alcuna prova che indichi che le persone uccise o ferite fossero membri di al-Shabaab o che avessero qualche tipo di coinvolgimento diretto nelle ostilità. L’organizzazione ha svolto interviste con familiari, membri della comunità e colleghi delle vittime; ha analizzato immagini satellitari, prove fotografiche e video della scena degli attacchi e identificato le munizioni statunitensi utilizzate.

Il 2 febbraio, alle 20.00 circa, un’arma lanciata dall’alto, probabilmente una GBU-69/B Small Glide Munition statunitense con testata da 16 chilogrammi, ha colpito l’abitazione di una famiglia composta da cinque persone riunita a cena nella città di Jilib, nella regione somala della Middle Juba. Nurto Kusow Omar Abukar, una ragazza di 18 anni, è stata colpita alla testa da un pesante frammento metallico della munizione ed è rimasta uccisa sul colpo. L’attacco ha anche ferito due sorelle minori della vittima, Fatuma e Adey, 12 e sette anni, e la loro nonna, Khadija Mohamed Gedow, di circa 70 anni.

Il padre delle ragazze, Kusow Omar Abukar, contadino cinquantenne che si trovava in casa durante il raid, ha descritto l’attacco ad Amnesty International: “Non avrei mai immaginato che avrebbe colpito noi. All’improvviso, ho sentito un forte rumore, sembrava che la casa fosse crollata… Avevo gli occhi pieni di polvere e fumo”.

Durante il pomeriggio del 24 febbraio un missile Hellfire proveniente da un altro attacco aereo statunitense ha colpito la fattoria Masalanja vicino al villaggio di Kumbareere, 10 chilometri a nord di Jilib, provocando l’uccisione di Mohamud Salad Mohamud, 53 anni, coltivatore di banane e responsabile della sede di Jilib per Hormuud Telecom, che ha lasciato la moglie e otto figli.

Un alto funzionario della Hormuud ha espresso la propria incredulità per il fatto che Mohamud Salad Mohamud fosse stato l’obiettivo, in considerazione della sua passata attività con organizzazioni umanitarie internazionali e perché era stato fermato più volte da parte di al-Shabaab: “Quando ho saputo della sua morte, ho pensato che fosse stato ucciso da al-Shabaab. Non avrei mai immaginato potesse essere ucciso dal governo somalo o statunitense. È davvero strano, non me lo spiego”.

Questi due raid aerei fanno parte di una serie di 20 attacchi di rappresaglia che le forze statunitensi hanno condotto in Somalia dopo l’assalto di al-Shabaab a una base aerea Usa a Manda Bay, in Kenya, all’inizio di gennaio. Il comandante di Africom, il generale statunitense Stephen Townsend, ha promesso di “cercare senza sosta i responsabili” dell’attacco, che aveva provocato la morte di un soldato e due contractor statunitensi e distrutto cinque velivoli, tra i quali due speciali aerei spia di grande valore.

“Niente può giustificare il disprezzo delle leggi di guerra. Qualsiasi risposta del governo somalo o statunitense agli attacchi di al-Shabaab deve distinguere tra combattenti e civili e prendere ogni possibile precauzione per evitare danni ai civili”, ha dichiarato Abdullahi Hassan, ricercatore di Amnesty International per la Somalia.

Nessuna riparazione per la famiglia a El Bur

Le ultime famiglie dei civili vittime nella regione del Medio Juba si sommano ai tanti altri civili somali che hanno perso i propri cari a causa di attacchi aerei statunitensi ma che a oggi non hanno ottenuto alcun chiarimento di responsabilità o riparazione.

Un attacco aereo statunitense che il 1° aprile 2018 ha colpito un veicolo che giungeva da El Bur, a nord di Mogadiscio, costituisce un esempio significativo.

A poco più di un anno, AFRICOM ha amesso pubblicamente che l’attacco aveva causato la morte di una donna e di un bambino: sono le uniche vittime civili riconosciute, in una guerra aerea in Somalia che dura da oltre un decennio. Nonostante la famiglia delle vittime di questo attacco avesse contattato l’ambasciata degli Usa a Mogadiscio nel mese di aprile dello scorso anno, fino a ora né l’ambasciata né l’Africom si sono messi in comunicazione con loro per offrire una riparazione.

Gli Usa intensificano gli attacchi aerei

Solo nei primi tre mesi del 2020, le forze statunitensi hanno condotto complessivamente 31 attacchi aerei in Somalia, secondo il gruppo di monitoraggio Airwars. Si tratta del doppio del 2019, quando Africom aveva lanciato 63 attacchi nel paese.

Dalla relazione pionieristica di Amnesty International del marzo 2019 La guerra nascosta degli Usa in Somalia, l’organizzazione ha condotto indagini approfondite su otto raid aerei statunitensi che hanno causato la morte di civili nelle regioni somale del Basso Shabelle e del Medio Juba. Insieme all’attacco di El Bur, complessivamente i raid hanno causato la morte di 21 civili e il ferimento di 11. In ogni caso, Africom non si è messa in contatto con le famiglie delle vittime.

“Non dovrebbe essere permesso alle forze militari statunitensi di continuare a dipingere le vittime civili dei loro attacchi come “terroristi’ mentre abbandonano le famiglie nel dolore. Resta ancora molto da fare per arrivare alla verità e per portare i responsabili degli attacchi statunitensi che hanno causato la morte di così tanti civili somali a risponderne davanti la giustizia; alcuni di questi attacchi sembrano rappresentare violazioni del diritto umanitario internazionale”, ha concluso Abdullahi Hassan.

Pubblicato in Dal mondo

Mascherine, medicinali, strumenti sanitari. Anche la cancelleria e tutto ciò che serve ad ospedali, distretti e ambulatori. Per le strade semivuote della Toscana meridionale viaggiano gli uomini e i mezzi della cooperativa sociale Betadue di Arezzo. E' una cooperativa d'inserimento lavorativo che, all'interno di un'associazione temporanea d'imprese, gestisce la logistica Estar per la Usl Toscana sud est. 20 mezzi e 40 addetti, per il 35% dei quali persone svantaggiate. Impegnati sia nella gestione di magazzini come ad esempio quello di Poggibonsi sia nella consegna di ogni tipo di materiale.

"Queste settimane sono frenetiche - commenta il Coordinatore del servizio, Francesco Nocentini. L'attività emergenziale è ovviamente aumentata. La priorità è data alle protezioni e agli strumenti anti Covid. E non ci sono più giorni e orari stabili. Lavoriamo anche il sabato e la domenica e abbiamo destinato due addetti alle sole consegne non programmate. Quindi rispondiamo in tempo reale ad ogni necessità e ad ogni richiesta".

Per gli addetti Betadue impegnati in questo servizio , la vita è cambiata. "Nessuno guarda ai tempi e ai ritmi di lavoro - sottolinea Nocentini. Siamo tutti consapevoli che oggi bisogna fare uno sforzo straordinario. Certo rimane un normale timore acuito dalle procedure. Alcuni colleghi si vedono misurare le febbre 6 o 7 volte al giorno. Fin dai primi segnali di quella che si annunciava una straordinaria emergenza, hanno tutti i dispositivi di sicurezza ma ogni volta che fanno una consegna in uno struttura sanitaria devono giustamente passare tutti i controlli, ad iniziare appunto dalla misurazione della febbre. E' normale che ci sia un po' di ansia ma vorrei sottolineare che su 40 persone, nessuna si è tirata indietro. E alcune di esse hanno senza dubbio fragilità maggiori di altri".

Gabriele Mecheri è il Presidente di Betadue: "sta crescendo l'attenzione al passaggio dall'emergenza sanitaria a quella economica. Mi auguro che anche la situazione delle cooperative sociali di tipo B e cioè quelle che si occupano degli inserimenti lavorativi delle persone svantaggiate, sia tenuta nel giusto conto. Noi abbiamo più difficoltà di altre e molte piccole realtà sono a rischio. Nonostante questo stiamo dando il massimo, come nel caso della logistica per la sanità, dell'igiene urbana e dei servizi essenziali".

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