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Sabato, 19 Settembre 2020

Giovedì, 16 Aprile 2020 - nelPaese.it

Amnesty International Italia ha reso pubblici oggi i risultati della sua ricerca .Il Barometro dell'odio - Sessismo da tastiera. La ricerca, la terza della serie sui discorsi d'odio sui social media, si è svolta tra novembre e dicembre 2019 e ha preso in analisi i contenuti relativi a 20 personaggi noti italiani, 10 donne e 10 uomini. Tra questi Chiara Ferragni, Roberto Saviano, Laura Boldrini, Tiziano Ferro, Giorgia Meloni, Gad Lerner, Vladimir Luxuria, Saverio Tommasi e altri.

I commenti valutati sono stati 42.143. Dalla loro analisi è emerso che:  più di un commento su 10 risulta essere offensivo, discriminatorio o hate speech (14 per cento); quando il tema oggetto del contenuto è “donne e diritti di genere” l’incidenza dei commenti offensivi, discriminatori o hate speech sale al 29%, quasi uno su tre; l'incidenza media degli attacchi personali diretti alle donne supera il sei per cento, un terzo in più rispetto a quella degli uomini (quattro per cento); degli attacchi personali diretti alle donne, uno su tre risulta essere di carattere sessista (33 per cento); per alcune delle influencer prese esame il dato arriva fino al 50 per cento o al 71 per cento; negli attacchi personali alle donne il tasso di hate speech è 1,5 volte quello degli uomini: 2,5 per cento contro 1,6 per cento.

Il progetto dedicato al monitoraggio e all'analisi dei discorsi d'odio sui social, che ha coinvolto circa sessanta attivisti di Amnesty International Italia affiancati da esperti nella valutazione dei contenuti, ha avuto come focus principale il "sessismo da tastiera". Amnesty International Italia ha infatti posto l'attenzione sui contenuti offensivi, discriminatori o d'odio raccogliendo post, tweet e menzioni relativi a un campione di persone influenti nel panorama italiano e analizzando i commenti degli utenti.

Tra i temi osservati, diritti di genere, migranti e rifugiati e minoranze religiose. I risultati hanno evidenziato che quasi un contenuto su quattro su "donne e diritti di genere" offende, discrimina o incita all'odio contro le donne (o una donna in particolare). Un commento sessista su quattro ha per tema le donne e i diritti di genere. I contenuti che generano più commenti sessisti, oltre a quelli su "donne e diritti di genere", hanno per argomento principale l'influencer stesso (20,2 per cento), poi “immigrazione” (19,6 per cento) e, infine, minoranze religiose (15,5 per cento).

In generale, è risultato che le donne che espongono le proprie opinioni e fanno sentire la propria voce sono spesso additate da chi non condivide la loro visione e vengono esposte all’aggressività? degli utenti. Sono stati osservati alcuni picchi di commenti offensivi, discriminatori o hate speech riguardanti tre delle donne monitorate, giovani e non abitualmente esposte a livello mediatico: queste influencer sono state “messe alla gogna” sui social network da esponenti politici e/o da portali di informazione o testate giornalistiche nell’atto di portare avanti una campagna politica. 

Amnesty International Italia ha incluso nel campione analizzato anche personaggi promotori dei diritti delle persone Lgbti che hanno preso una netta posizione contro l'omofobia. Il mondo e i diritti delle persone Lgbti sono presenti solo nello 0.4 per cento dei commenti e quasi il 40 per cento è offensivo, discriminatorio o hate speech.

Pubblicato in Parità di genere

È stato pubblicato oggi il rapporto di Amnesty International sull’Europa: i governi europei e quelli dell’Asia centrale hanno violato i diritti delle persone reprimendo sempre più severamente le proteste e cercando di intaccare l’indipendenza del sistema giudiziario per evitare di dover rispondere del proprio operato.

L’organizzazione ha elogiato le persone coraggiose scese in strada per difendere i propri diritti e quelli degli altri ma ha anche denunciato che i governi continuano a perpetrare violazioni dei diritti umani impunemente in tutta la regione. 

“Nel 2019, in Europa e Asia centrale le persone hanno subito minacce, intimidazioni e accuse, sono state oggetto di uso eccessivo della forza da parte della polizia e sono state discriminate. Tuttavia, la mobilitazione locale di persone coraggiose che hanno osato opporsi e chiedere che gli stati rispondessero delle proprie azioni offre uno spiraglio di speranza per il futuro”, ha dichiarato Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa.

L’indipendenza del sistema giudiziario sotto minaccia

In Polonia, l’indipendenza del sistema giudiziario, fondamentale per garantire processi equi e per la difesa dei diritti umani, è stata sfrontatamente minacciata da parte del partito al potere con azioni volte a controllare giudici e tribunali.

Giudici e procuratori si sono ritrovati a rischiare un procedimento disciplinare per aver fatto sentire la propria voce in difesa del sistema giudiziario e di diventare a loro volta vittime di violazioni dei diritti umani. Molti sono stati oggetto di campagne diffamatorie sui mezzi di comunicazione di stato e sui social. 

Sono altresì aumentate le preoccupazioni sull’indipendenza del sistema giudiziario in paesi quali l’Ungheria, la Romania e la Turchia. I giudici ungheresi hanno ricevuto attacchi da più direzioni con continui tentativi da parte del governo di minare l’indipendenza del sistema giudiziario. A maggio, la Commissione europea ha ammonito la Romania ad affrontare le interferenze dell’esecutivo con il potere giudiziario o avrebbe rischiato una sospensione di alcuni diritti di stato membro per la violazione reiterata dei valori fondanti dell’Unione europea. In Turchia, il parlamento ha approvato un pacchetto di riforme giudiziarie, che non sono riuscite ad arginare la grande pressione politica sul sistema giudiziario o a mettere fine ad accuse e condanne inique e con motivazione politica.

Libertà di riunione pacifica

Nel 2019 gli stati hanno posto pesanti restrizioni alle dimostrazioni in Francia, Polonia e Turchia, mentre molti altri stati hanno avviato procedimenti penali sui dimostranti e tribunali indipendenti sono stati fondamentali per salvaguardare le libertà individuali quando l’ingerenza dello stato è diventata eccessiva. 

Si sono svolte importanti manifestazioni contro le misure di austerità e contro la corruzione, in difesa della giustizia sociale e dell’indipendenza del sistema giudiziario in numerosi paesi in tutta Europa, fra cui Austria, Francia, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Ungheria. Proteste e scioperi per chiedere con forza ai governi di prendere le misure contro il cambiamento climatico sono divenuti un appuntamento ricorrente nelle principali città europee. 

Molti stati hanno represso le manifestazioni violando i diritti alla libertà di riunione pacifica e di espressione. In Francia, Austria e Spagna centinaia di persone sono rimaste ferite durante gli scontri con la polizia. La polizia ha fatto ricorso all’uso eccessivo della forza in Francia e ha interrotto con violenza assembramenti pacifici in Turchia, dove il divieto assoluto di assembramenti è stato spesso utilizzato per negare il diritto alla libertà di assemblea pacifica. Gli stati spesso falliscono nel portare le proprie forze di sicurezza di fronte alla giustizia per rispondere delle violenze commesse durante le proteste. Le autorità polacche hanno attaccato o rimosso alcuni giudici impegnati in casi relativi alle proteste.

A Mosca e in altre città della Russia il più alto numero di dimostranti pacifici da molti anni a questa parte ha protestato contro il diniego delle autorità di consentire ai candidati dell’opposizione di partecipare alle elezioni comunali. La conseguente repressione ha portato alla condanna penale di una ventina di partecipanti, solo per aver esercitato il proprio diritto di protesta.

“La rappresaglia nei confronti di coloro che hanno preso parte alle proteste di massa a Mosca ha dato avvio a una campagna di solidarietà senza precedenti che segnala l’ulteriore risveglio della consapevolezza dei diritti umani e del potere del popolo in Russia”, ha commentato Marie Struthers.

Le migrazioni

Gli stati europei continuano a evitare di rispondere delle violazioni dei diritti umani che derivano dalle politiche migratorie che “esternalizzano” il controllo delle frontiere a paesi con una dubbia situazione in materia di diritti umani. Nel 2019, le politiche in tema di migrazioni hanno continuato a dare priorità alla protezione delle frontiere piuttosto che a quella delle vite umane. I paesi europei hanno continuato a cooperare con la Libia per contenere migranti e richiedenti asilo nel paese, nonostante il peggioramento dello stato della sicurezza nell’area.

A novembre, il governo italiano ha prolungato con la Libia, di altri tre anni, il suo accordo relativo ai migranti nonostante le costanti prove di sistematiche violazioni dei diritti umani, tra cui le torture nei centri di detenzione libici.

Le segnalazioni di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di richiedenti asilo e rifugiati, unitamente alla reiterata negazione di accesso alla protezione, non hanno portato l’Unione europea a recedere dall’accordo Ue-Turchia del 2016, stretto per frenare le migrazioni. Prima dell’incursione della Turchia nel nordest della Siria nell’ottobre 2019, Amnesty International aveva condotto decine di colloqui secondo i quali centinaia di siriani sarebbero stati deportati dalla Turchia tra maggio e settembre, con presunti “rientri volontari”. L’accordo sta anche provocando un sovraffollamento senza precedenti nei centri delle isole dell’Egeo, dove decine di migliaia di persone vivono in condizioni di indigenza. 

Difensori dei diritti umani sotto attacco

Società civile, giornalisti e persone responsabili di aver chiesto ai governi di rispondere del proprio operato hanno subito pressioni. “I difensori dei diritti umani, i giornalisti, le Ong e coloro i quali si sono impegnati per una società più equa e giusta sono stati i più bersagliati delle repressioni dei governi nel 2019”, ha detto Marie Struthers.

“Il loro lavoro per far rispondere le autorità del proprio operato sarà ancora più fondamentale durante la crisi del Covid-19 e nel periodo successivo ad essa. L’umanità e la solidarietà che mostrano nei confronti delle persone più emarginate della nostra società sono necessarie ora più che mai e continueranno a essere indispensabili durante la ripresa post Covid-19”, ha concluso Marie Struthers.

 

Pubblicato in Nazionale

Negli ultimi giorni il numero di pazienti positivi al Covid-19 in Iraq è aumentato in modo significativo, con oltre 1.400 casi e 78 decessi confermati, secondo i dati forniti dal Ministero della Salute. Dall'inizio della diffusione dell'epidemia nel paese, la capitale Baghdad è la città che ha registrato il maggior numero di casi e di morti.

Dal 1° aprile 2020 Medici Senza Frontiere (MSF) supporta l'ospedale Ibn al-Khatib di Baghdad, una delle tre strutture individuate dal Ministero della Salute per la cura dei pazienti Covid-19 in città. Dopo una prima valutazione sul livello di preparazione dell'ospedale, un team di MSF ha formato il personale della struttura sulle misure di prevenzione e controllo del contagio e sulla gestione del triage. Questa preparazione servirà a garantire che i pazienti Covid-19 ricevano trattamenti adeguati, proteggendo allo stesso tempo gli altri pazienti e lo staff medico per evitare che vengano contagiati.

"Il primo obiettivo del nostro intervento è supportare l'ospedale nella gestione dei casi confermati o sospetti di Covid-19, per garantire che vengano accolti e trattati nel miglior modo possibile, evitando inoltre che il virus si diffonda in ospedale causando l'insorgere di nuovi casi" spiega Shaukat Muttaqi, capomissione di MSF in Iraq. "Raggiungeremo questi obiettivi lavorando in stretta collaborazione con lo staff degli stessi ospedali."

MSF sta supportando le autorità sanitarie locali nella risposta al Covid-19 anche in altre zone del paese. A Mosul, nel governatorato di Ninewa, MSF ha allestito una struttura all'interno del complesso sanitario di Al Salam destinata all'isolamento dei casi sospetti. Accanto a questa struttura si trova l'ospedale di Al-Shifaa, ricostruito da MSF nel 2019, che è stato indicato dalle autorità locali come principale struttura di riferimento per i ricoveri dei pazienti Covid-19. MSF ha in programma di riconvertire il proprio servizio di cure post-operatorie all'interno del complesso di Al Salam, per supportare l'ospedale di Al-Shifaa nella cura dei pazienti Covid.

"A Mosul e in tutta l'area del governatorato di Ninawa il sistema sanitario è stato pesantemente colpito dal conflitto nel 2017. Con il suo intervento, MSF vuole fare la propria parte per evitare che l'epidemia infligga ulteriori sofferenze e perdite a una popolazione già duramente provata" afferma Muttaqi di MSF.

Nel governatorato di Erbil, le équipe di MSF stanno collaborando con tre degli ospedali indicati dal Ministero della Salute per la gestione dell'emergenza, con l'obiettivo di fornire supporto tecnico sulle misure di controllo e prevenzione dell'epidemia, il triage dei pazienti e il supporto psicologico.

Nel resto del paese, MSF continua a fornire assistenza medica alle comunità vulnerabili: cure chirurgiche e di emergenza, assistenza neonatale, pediatrica e ostetrica, terapie per malattie non trasmissibili e supporto psicologico. In tutti i propri progetti regolari MSF ha implementato ulteriori misure preventive per limitare il rischio di diffusione del virus tra i i pazienti e lo staff.

"In Iraq MSF supporta centinaia di persone vulnerabili ogni giorno attraverso i propri programmi medici. Per questo è vitale facilitare il regolare movimento di forniture mediche e personale sanitario e assicurare la continuità delle cure mediche essenziali, talvolta salvavita, ai pazienti dei nostri progetti regolari" conclude Muttaqi di MSF.

MSF in Iraq

MSF lavora in Iraq dal 1991 e attualmente ha più di 1.500 operatori impegnati in diversi progetti nel Paese. MSF fornisce assistenza primaria e secondaria, assistenza pre e post-natale, cure per malattie croniche, chirurgia e riabilitazione per feriti di guerra, supporto psicologico e attività di educazione alla salute. Attualmente MSF è presente nei governatorati di Baghdad, Ninewa, Diyala e Kirkuk.

Pubblicato in Dal mondo

L'osservatorio "Mutamenti Sociali in Atto-COVID19" (MSA-COVID19) è un progetto dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irpps) realizzato in collaborazione con l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e la Fondazione Movimento Bambino ONLUS. Mediante un sondaggio diffuso su scala nazionale, esplora e analizza gli effetti psico-sociali della contrazione dell'interazione, della prolungata convivenza e del distanziamento sociale dovuti all'emergenza COVID-19. I primi risultati dello studio forniscono informazioni circa la condizione abitativa, relazionale e lavorativa, analizzando nello specifico le attività quotidiane, l'uso di internet e l'iperconnessione, la violenza domestica, la fiducia sistemica e gli stati psicologici.

Il 73,1% dei rispondenti ha in questo momento un partner, con cui convive per il 56,7%, a fronte del 13% di persone che abitano sole. Circa la metà degli intervistati vive con almeno 2 o 3 persone. Il 49,3% è impiegato a tempo pieno e per il 24,9% dei soggetti l'attività lavorativa è sospesa. Tra i rimanenti lavoratori, il 23,4% opera in smart working e il 10,8% si reca sul posto di lavoro.  Circa 4 persone su 10 prevedono di andare incontro a gravi perdite economiche, più di una su 10 di perdere il lavoro o la propria attività, e due su 10 di andare in cassa integrazione. Il titolo di studio risulta un importante salvagente della tenuta lavorativa. Il rischio di non riuscire a far fronte anche alle esigenze alimentari nei prossimi giorni è concreto per circa 3 persone su 10, soprattutto nel centro e sud Italia.

Si evidenzia un'elevata quota di incertezza per il futuro, che riguarda in particolare le donne (il 44,9% contro il 31,1% degli uomini) e chi possiede un titolo di studio medio-basso. Si evidenziano condizioni di disagio connesse all'assenza dell'interazione sociale, l'aumento di stati depressivi, disturbi di tipo alimentare e legati all'abuso del digitale e dell'alcool. Sui minori di 12 anni, il distanziamento sta producendo un disagio dovuto al distacco da amici e nonni (rispettivamente 64,5% e 47,5%) e un rilevante abuso di internet a scopo di gioco e comunicazione (rispettivamente 33,5% e 19,2%). 

La nuova routine. Cultura e attività stereotipate per genere

Il distanziamento sociale sta producendo una parziale rimodulazione dell'uso del tempo libero. Tra le principali attività svolte in questi giorni spicca la lettura di libri. Le scelte appaiono però spesso prodotte dai condizionamenti sociali e da una visione stereotipata dei ruoli. Queste persone ritengono che in questo periodo sia giusto offrire agli uomini maggiori valvole di sfogo, ad esempio permettendo loro di uscire per la spesa o altre esigenze, ma soprattutto che questo momento offra alla donna la possibilità di "riacquistare il suo ruolo naturale di madre e moglie" (sono d'accordo il 27% delle donne e il 37% degli uomini). La presenza di stereotipi, che coinvolge il 16,1% degli intervistati, è maggiore tra gli uomini (circa il 20% vs il 10% delle donne), i non laureati, i credenti, nel Mezzogiorno, tra chi ha un orientamento politico di centro-destra e cresce con l'età.

Il web. Virtuosi e complottisti  

Gli atteggiamenti e i comportamenti sul web possono definirsi virtuosi. Moltissimi prestano attenzione a ciò che leggono (80%), alle conseguenze di ciò che scrivono (94%) e controllano immagini e testi prima di condividerli (88%). Pochissimi si dichiarano favorevoli ad azioni di odio sul web (3%), ma per il 30% è più facile esprimere sincerità in rete che dal vivo. La "teoria del complotto" fa però da contraltare. Circa 4 soggetti su 10 ritengono che il web offra ciò che i notiziari nascondono deliberatamente, lo pensano prevalentemente i maschi (45% contro il 37% delle donne) e le persone con titolo di studio medio-basso (42% contro 32%).

Iperconnessione: dal reale nel virtuale

Rispetto all'uso dei social media si assistendo per almeno 4 soggetti su 10 a un raddoppio del tempo di utilizzo (fino a 60 minuti, 21,5%; da 1 a 3 ore, 42,1%; oltre 3 ore, 33,7%). Tutti, indipendentemente dall'età, trascorrono in questo momento più tempo sui social: leggermente di più le donne, chi vive nel Mezzogiorno e chi non ha figli. A tale aumento di tempo si evidenzia un incremento di emozioni e stati negativi quali rabbia, disgusto, paura, ansia e tristezza. Parallelamente, si evidenzia una diminuzione di felicità e rilassamento. L'immersione di massa nel digitale, l'implicita legittimazione della trasposizione del reale sul virtuale, soprattutto in ambito didattico e ludico per i più giovani, sta generando un'iperconnessione che potrà divenire un fattore patologico (è stato rilevato tra i minori di 12 anni un abuso di internet per gioco e comunicazione, pari al 33,5% e al 19,2%). Circa la metà delle persone, il 44,5%, ritiene che la comunicazione virtuale (social, chat ecc.) possa sostituire quella personale (faccia a faccia).

Violenza domestica e assistita

Il 57% dei soggetti convive in questo periodo con un partner o ex partner: il 15% dichiara che è possibile che si verifichi un atto di violenza psicologica commessa dagli uomini sulle donne e il 9% delle donne sugli uomini. Il rischio di violenza fisica degli uomini sulle donne è percepito dal 13% e quella delle donne sugli uomini dal 3%. Il 5% di chi vive in coppia dichiara che il clima è poco collaborativo, pacifico e affettuoso, un dato in linea con le tendenze rilevate dall'ISTAT. I genitori dichiarano inoltre che i ragazzi assistono alle loro liti nel 5% circa dei casi. Infine, il 6% di chi vive con un partner dichiara una seria preoccupazione per la stabilità di coppia a causa della convivenza forzata.

Fiducia sistemica

La fiducia espressa verso sue componenti sociali, istituzionali e collettive indica che raccolgono il più elevato consenso gli scienziati, la protezione civile, le forze dell'ordine e la sanità. I più bassi livelli vengono invece attribuiti a politici, banche, informazioni diffuse sui social e Unione Europea (l'unica ad aver registrato un calo). Discorso a parte per le singole figure istituzionali: il presidente della Repubblica, del Consiglio e il Papa, godono di un'elevata quota di fiducia.  

La resilienza

Rispetto alla resilienza, la capacità di fronteggiare, resistere e reagire positivamente a un evento stressante o traumatico (misurata su due indicatori: "orientato al problema" e "focalizzato su emozioni positive") i dati evidenziano una capacità maggiormente focalizzata sulle emozioni positive (più gli uomini) e un po' meno orientata al compito (più le donne). La resilienza cresce con il livello di istruzione e l'età, la fascia 50-69enne è la più orientata al problema. Rispetto all'indicatore emozioni positive, il Nord ottiene il punteggio più alto e il Mezzogiorno il più basso.

Le emozioni primarie

Tra le emozioni primarie, le maggiormente percepite in conseguenza del distanziamento sociale sono tristezza, paura, ansia e rabbia. La felicità ottiene il punteggio più basso. Le donne provano le stesse emozioni degli uomini, ma con maggiore intensità. Le emozioni mostrano un andamento inversamente proporzionale all'età: gli over 70 hanno un'intensità emotiva più bassa rispetto ai giovani fino a 29 anni. La fascia 30-49 anni prova paura con maggiore intensità. Emozioni più accentuate risultano nel Mezzogiorno, dato apparentemente in contrasto con la minore diffusione del contagio, e potrebbe avere origine nei tratti culturali dell'interazione sociale che a sud si esprime di più nel senso della comunità e nelle reti di vicinato interrotte dal distanziamento sociale. In merito a tristezza, paura e rabbia, i valori maggiori si riscontrano in Calabria, Basilicata, Campania, Molise, Puglia e Sicilia.

Pubblicato in Nazionale

L’Alzheimer in epoca Covid - 19: le misure restrittive precauzionali adottate dal nostro Governo possono essere causa di peggioramenti in quelle persone affette da demenze o Alzheimer. Una domiciliazione forzata può favorire stati di ansia di difficile gestione causando non poche difficoltà anche ai familiari, che rappresentano l’unico pilastro fondamentale per l’assistenza ai pazienti stessi. La Società italiana di Neurologia insieme con la SINdem (Associazione Autonoma Aderente alla SIN per le demenze) indica quegli accorgimenti utili per vivere la quarantena, nel migliore dei modi, anche per quelle persone affette da patologie neurologiche come Alzheimer o demenza e i loro familiari.

 Amalia Bruni, Direttrice del Centro Regionale di Neurogenetica dell’ospedale Giovanni Paolo II di Lamezia Terme, presidio di rilevanza mondiale per lo studio delle demenze degenerative, e Presidente eletto della SINdem richiama l’attenzione su questo aspetto: “Pur condividendo la necessità del divieto di uscire da casa posto in essere contro il Covid -19, sono sinceramente preoccupata per i pazienti con Alzheimer per i quali non poter andar fuori per la consueta passeggiata può significare un aumento dell’ansia e quindi un peggioramento del loro stato di salute. Inoltre, la chiusura dei luoghi di assistenza sanitaria e sociale, come gli ambulatori medici, i caffè Alzheimer e i centri diurni, fa sì che l’accudimento dei pazienti gravi interamente sui propri familiari che, senza quelle poche ore di relax, non riescono a recuperare le energie fisiche ed emotive per sostenere i pazienti, con il rischio dell’aumento di disturbi comportamentali non solo nel paziente ma anche nel familiare stesso”.

Un circolo vizioso che va evitato aiutando i caregiver: numerose strutture sanitarie (CDCD) e associazioni di volontariato hanno ampliato l’assistenza via web o via telefono e alcune hanno delle linee dedicato al supporto psicologico dei familiari (Federazione Alzheimer, Alzheimer Uniti e AIMA).

“I numeri dell’Alzheimer sono altissimi – ha affermato il Prof. Gioacchino Tedeschi, Presidente Società Italiana di Neurologia e Direttore Clinica Neurologica e Neurofisiopatologia, AOU Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli - 600.000 persone solo in Italia con un continuo trend in aumento a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione. Si tratta di una malattia che coinvolge l’intera famiglia e impatta sulle vite di tutti i componenti del nucleo familiare. In questi giorni di quarantena, i pazienti costretti a rimanere in casa possono diventare più agitati, aggressivi e quindi più impegnativi da accudire. Per cercare di evitare l’aumento delle terapie, stiamo diffondendo alcuni suggerimenti messi a punto con la SINdem”.

In questo momento è necessario innanzitutto cambiare prospettiva: il rimanere a casa imposto dal Covid – 19 ha permesso un rallentamento dei ritmi delle giornate inimmaginabile in una situazione normale. Sarebbe auspicabile, quindi, approfittare di questi tempi più “umani” per dedicarsi alla cura dei pazienti in casa seguendo alcuni consigli pratici: non alterare i ritmi sonno veglia, mantenendo le abitudini del mattino: dall’ora del risveglio, alla colazione, dall’igiene personale e all’abbigliamento. Non rimanere in pigiama per tutto il giorno; approfittare delle tecnologie oggi disponibili come le videochiama te per contattare amici e parenti e magari coloro che non si ha mai tempo di sentire; are attività motoria durante la giornata, semplici esercizi, brevi passeggiate intorno al palazzo o sul terrazzo condominiale per favorire il relax; ecuperare ricordi del passato magari attraverso vecchie fotografie e filmati; coinvolgere i pazienti nell’impegno della casa come cucinare, apparecchiare, riordinare; dedicarsi a hobby quali disegnare, cantare, ascoltare musica, vedere la tv e commentare; pianificare un obiettivo della giornata

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Salute

C.Re.S.Co - Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, in  rappresentanza degli oltre 140 soci - lavoratori e imprese dello spettacolo dal vivo diffusi sull’intero territorio nazionale – ha scritto ieri mattina al professor Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei Ministri, e all’on. Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in merito alla nomina della Commissione di esperti in materia economica e sociale che avranno il compito di proporre soluzioni necessarie alla ripresa del Paese, toccato dalla più grande crisi globale della storia recente.

In qualità di operatori dello spettacolo dal vivo e del mondo culturale C.Re.S.Co ha sottoposto all’attenzione del professor Conte le specificità di un settore che, pur impiegando migliaia di addetti e garantendo un indotto pari a milioni di euro, è legato a tempistiche e modalità di ripresa ad oggi profondamente incerte. A preoccupare ulteriormente un comparto estremamente sofferente è il tempo della ripresa che non sarà certamente immediata perché occorrerà fare un grande lavoro contro la paura, quando l’emergenza sarà rientrata.

Lo spettacolo dal vivo ha da sempre, fra le sue funzioni, una rielaborazione critica delle istanze della propria epoca, offrendo un’immagine chiara e nitida della società in cui vive. Da sottolineare, inoltre, come proprio chi lavora nel settore dello spettacolo dal vivo non è solo un economista o un artista, ma è in primis un creativo e, come dice lo scienziato H. Poincarè, “la creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove”.

Il pensiero creativo e la relazione con le comunità sono capacità essenziali per chi lavora in questo settore e riteniamo che possano essere di grande utilità nella ricostruzione del mondo che sarà, al termine della tragedia epocale che stiamo vivendo.

Per queste ragioni C.Re.S.Co ha chiesto che, all’interno del Comitato, sia nominato un esperto del settore dello spettacolo dal vivo, affinché le specificità descritte possano essere di aiuto alla comunità tutta, considerando lo specifico di ogni settore.

Pubblicato in Cultura

 Con un documento di approfondimento,  ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione), pur consapevole della estrema delicatezza dell'attuale situazione in Italia, che per ragioni sanitarie comporta restrizioni a numerosi diritti costituzionalmente garantiti, ritiene che "il Decreto interministeriale del 7 aprile 2020 con cui i Ministri delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell'Interno, degli Affari Esteri e della Salute dichiarano che "per l'intero periodo di durata dell'emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus COVID-19, i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di Place of Safety ("luogo sicuro"), in virtù di quanto previsto dalla Convenzione di Amburgo, sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell'area SAR italiana" presenti numerose criticità e seri dubbi di conformità alle Convenzioni internazionali poste a tutela dei diritti fondamentali delle persone salvate in mare".

"Un provvedimento generalizzato che, di fatto, fornisce indicazioni agli organi dell'Amministrazione di non procedere all'assegnazione di un porto per le imbarcazioni straniere che abbiano salvato delle persone da un naufragio, eludendo così l'obbligo di valutazione caso per caso, appare di dubbia legittimità, abnorme e del tutto irragionevole, anche in presenza dell'arrivo di un numero contenuto di persone (241 a marzo, 434 fino al 14 aprile) che certamente si avrebbe la possibilità di tutelare insieme alla - e non a detrimento della - salute collettiva" si legge nella nota di approfondimento di Asgi.

Le criticità

“Il decreto non può essere in alcun modo utilizzato dal Governo per dichiarare la chiusura dei porti alle navi che, anche in questo particolare momento storico, continuano a salvare vite in mare. Esso non esclude né può escludere la possibilità di approdo nei porti italiani, né stabilisce alcuna conseguenza giuridica – in termini di sanzioni pecuniarie ovvero amministrative - nei confronti delle navi battenti bandiera straniera che abbiano eseguito salvataggi in mare al di fuori della area SAR del nostro Paese;

la decisione di assegnare ad una imbarcazione che abbia salvato dei naufraghi un luogo di sbarco sicuro è funzionale alla concreta tutela dei diritti delle persone che devono essere poste in sicurezza;

la Convenzione di Amburgo del 1979 prevede obblighi di cooperazione in buona fede per individuare un porto sicuro con tempestività rispetto alle concrete circostanze di fatto, tra cui le condizioni di distress dell'imbarcazione, le condizioni meteomarine o la condizione personale dei naufraghi;  

in questo contesto interviene anche il Decreto del Capo Dipartimento Protezione civile n. 1287 del 12 aprile 2020 che stabilisce che il Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno assume il ruolo di soggetto attuatore delle misure di protezione civile, e che, letto unitamente al decreto interministeriale del 7 aprile 2020, chiarisce le modalità operative delle autorità italiane ;  

le misure di sorveglianza sanitaria, anche in apposita nave, o di vigilanza sanitaria fiduciaria o di permanenza domiciliare per finalità sanitaria non comportano comunque deroghe alle norme legislative vigenti che danno agli stranieri soccorsi altre forme di assistenza e la facoltà di manifestare la volontà di presentare domanda di protezione internazionale e ai conseguenti adempimenti successivi, incluso l'accesso alle ordinarie strutture di accoglienza sul territorio italiano in condizioni di sicurezza sanitaria (e non più a bordo di navi), al termine del periodo di quarantena;

questi decreti tuttavia non possono sminuire la risposta operativa del centro di soccorso italiano per il coordinamento delle operazioni di salvataggio in mare, né costituire il pretesto per attuare di fatto un respingimento di potenziali richiedenti asilo, vietato anche dalla Convenzione internazionale sullo status dei rifugiati firmata a Ginevra nel 1951 di fatto disincentivando, dissuadendo o ritardando ulteriori salvataggi delle persone in fuga dalla guerra civile in corso in Libia, i cui porti sono da tutti considerati porti non sicuri e pertanto alcun rientro dei salvati in Libia è mai possibile;

rimane concreto il rischio di una "deroga di fatto" alle norme internazionali e costituzionali attraverso l'emanazione di un decreto interministeriale e di un successivo decreto emergenziale, provvedimenti che mai (neanche nel contesto emergenziale in atto) potrebbero inficiare i principi fondamentali su cui si basa l'ordinamento e quelli derivanti dal diritto internazionale, che obbligano lo Stato italiano”.

La richiesta

La revoca del decreto interministeriale è dunque “necessaria a eliminare dall'ordinamento giuridico italiano l'ennesimo provvedimento che elude i diritti fondamentali della persona e mette a rischio l'adempimento da parte dell'Italia di inderogabili obblighi internazionali e dei principi costituzionali”.

ASGI ritiene che sia importante lanciare “un forte appello ad una maggiore solidarietà dei Paesi europei affinché tutti partecipino al primario compito dell'Europa di salvaguardare le vite di tutte le persone in pericolo in mare e di impedire che possano restare nelle carceri libiche o nella situazione di guerra in tale Paese; occorre ricordare che se le navi di privati sono oggi impegnate nel salvare vite umane questo accade proprio per l'inerzia delle autorità pubbliche. E' tempo che le istituzioni italiane e dell'Unione tornino a discutere delle missioni europee nel Mare Mediterraneo e della riforma del sistema europeo di asilo”.

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