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Sabato, 19 Settembre 2020

Venerdì, 17 Aprile 2020 - nelPaese.it

I governi europei devono smettere di usare la pandemia di Covid-19 per portare avanti pericolose politiche di contenimento della migrazione e devono rimuovere subito gli ostacoli che impediscono alle organizzazioni umanitarie di salvare vite in mare. È l’appello rivolto a livello internazionale da Medici Senza Frontiere (MSF) dopo i drammatici eventi del weekend di Pasqua nel Mediterraneo centrale.

Citando il Covid-19 come giustificazione per non fornire assistenza, Malta e Italia hanno deciso di non soccorrere diverse imbarcazioni sovraffollate che si trovavano in pericolo nelle proprie zone di ricerca e soccorso, e hanno negato un porto sicuro a circa 200 persone soccorse da due navi umanitarie. Nel frattempo, assetti aerei europei sorvolavano l’area, guardando la situazione peggiorare di giorno in giorno senza intervenire. È ora confermato che almeno cinque persone sono morte e sette sono disperse come diretta conseguenza di quegli eventi, mentre il 12 aprile si sono persi i contatti con un’imbarcazione che aveva circa 85 persone a bordo, e sebbene l’agenzia europea Frontex affermi che sia arrivata in Sicilia, si teme possa essersi capovolta.

“Come organizzazione medica d’emergenza impegnata nella risposta alla pandemia in Europa e nel mondo, MSF conosce perfettamente le durissime sfide imposte dal Covid-19” dichiara Annemarie Loof, responsabile delle operazioni di MSF. “Ma salvaguardare la salute delle persone a terra e rispondere al dovere di salvare vite in mare non sono azioni che si escludono a vicenda”.

“La richiesta della Germania alle organizzazioni tedesche di fermare le operazioni SAR e la decisione di Italia e Malta di chiudere i propri porti alle persone soccorse sono discriminatorie e sproporzionate” continua Loof di MSF. “Nel migliore dei casi sono reazioni istintive e male informate, nel peggiore è un tentativo cinico e deliberato di fare leva sulle preoccupazioni di salute pubblica per vietare le azioni salvavita, chiudendo la porta a persone in disperato bisogno di protezione. MSF teme che gli stati stiano strumentalizzando le misure di controllo dell’epidemia per giustificare la violazione del diritto internazionale e i principi umanitari, lasciando persone vulnerabili a morire a confini dell’Europa.”

Con i meccanismi di reinsediamento, ricollocamento e rimpatrio sospesi, attualmente non ci sono alternative per rifugiati e migranti che cercano di fuggire dalla Libia, un paese in guerra da circa un anno. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), almeno 650.000 rifugiati e migranti sono bloccati oggi nel paese, e circa 150.000 libici sono sfollati. Solo nell’ultima settimana, oltre 700 persone si sono imbarcate su precarie imbarcazioni di legno o di gomma perché era l’unico modo di fuggire dal disastro umanitario in corso. In aggiunta, gli sbarchi di rifugiati e migranti intercettati in mare e riportati forzatamente indietro dalla guardia costiera libica, sono stati ritardati due volte la scorsa settimana a causa dei combattimenti vicino ai porti di Tripoli.

Finisce la partnership tra MSF e SOS MEDITERRANEE

Nonostante l’innegabile bisogno di un’azione di ricerca e soccorso dedicata, gli Stati europei continuano ad abdicare alle proprie responsabilità, ostacolando costantemente l’impegno delle navi umanitarie. La conseguenza è un contesto di ostilità e incertezza, che paralizza gli sforzi di chi cerca di colmare la mancanza di capacità salvavita lasciata dai governi. Pur avendo una nave e team medici, umanitari e di soccorso pronti a tornare in mare, gli ostacoli imposti all’azione umanitaria nel Mediterraneo sono stati ulteriormente aggravati dalla pandemia, impedendo a MSF e SOS MEDITERRANEE di trovare un accordo sul possibile ritorno in mare e compromettendo la fattibilità della partnership.

“MSF e SOS MEDITERRANEE concordano sulla vitale necessità dell’azione salvavita in mare. Ma per SOS MEDITERRANEE per riprendere le attività di soccorso servono ulteriori rassicurazioni da parte degli stati sull’assegnazione del porto di sbarco, mentre per MSF prevale l’imperativo umanitario di salvare quelle vite, che rischiano di annegare mentre continuano a fuggire dalla Libia. Per questo, pur riconoscendo la complessità della situazione, MSF ha preso la difficile decisione di porre fine alla partnership” spiega Annemarie Loof di MSF.

Gli Stati europei, che hanno ridotto la capacità di ricerca e soccorso delle navi umanitarie e posto grossi ostacoli alle poche rimaste, devono urgentemente prendersi la responsabilità della crisi umanitaria che hanno provocato nel Mediterraneo. Questo significa fermare ulteriori perdite e sofferenze, ricostituendo una capacità di ricerca e soccorso europea e ponendo fine al supporto anche economico fornito alla guardia costiera libica per riportare le persone nel paese.

 

 

Pubblicato in Nazionale

"La sospensione, anche se temporanea, delle attivita' produttive per fronteggiare l'emergenza sanitaria da Covid-19 ha, fra le altre cose, causato per 3,7 milioni di lavoratori il venir meno dell'unica fonte di reddito familiare".

E' quanto dichiara in un nota la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. In base ai dati emersi dall'analisi della Fondazione, "ad essere piu' colpite le coppie con figli (1.377 mila, 37%) e genitori soli (439 mila, 12%) con il rischio di non riuscire a fronteggiare le spese quotidiane. Un dato preoccupante se si considera che ben il 47,7% dei lavoratori dipendenti dei settori che hanno chiuso guadagnava meno di 1.250 euro mensili e il 24,2% si trova addirittura sotto la soglia dei mille euro. È quanto emerge dall'analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro COVID-19: aumentano le famiglie in ristrettezza economica".

Ad essere coinvolta inoltre, "oltre ai ceti piu' deboli a rischio (o gia' in) poverta', e' anche la vasta platea di lavoratori a reddito medio-basso, per la quale l'assenza di reddito anche per un solo mese puo' determinare una situazione di grave disagio. Tra i profili sociali in bilico ci sono, poi, i giovani che rischiano di scontare un notevole disagio: stipendi piu' bassi (oltre il 60% della popolazione 25-29 anni abitualmente non supera i 1.250 euro), dovuti alla minore anzianita' lavorativa, vuol dire per gli under 30 anche una inferiore disponibilita' di risparmio da poter utilizzare in questa fase emergenziale. Meno critica, in generale, potrebbe sembrare la situazione di altre popolazioni, come ad esempio quella delle donne, piu' largamente occupate nella Pubblica Amministrazione!"

 Tuttavia si legge ancora nella nota, "se osserviamo la sub-popolazione degli occupati costretti a casa dall'emergenza sanitaria, scopriamo che 2,5 milioni di donne (in particolare le addette nelle attivita' di vendita e le occupate part time) sono per 2/3 (65,8%) al di sotto di uno stipendio di 1.250 euro al mese contro il 36% dei maschi. Da un punto di vista territoriale e' al Sud che si ha la maggiore concentrazione di disagio con una incidenza, tra i lavoratori dipendenti temporaneamente senza lavoro, dei monoreddito, pari al 49,6% (contro il 35,2% dei residenti del Centro e il 34,3% del Nord Italia).

La situazione appare piu' critica tra gli autonomi: non solo la quota di quanti non lavorano per effetto delle chiusure da COVID-19 e' piu' alta (55% contro il 38,2% dei dipendenti), ma tra questi ultimi e' piu' elevata anche la percentuale di chi vive in famiglie monoreddito (sono il 42% contro il 38% dei dipendenti), e dove pertanto nei mesi in questione viene a mancare l'unica fonte di reddito familiare".

"I provvedimenti adottati a tutela della salute pubblica hanno esposto a maggiore rischio proprio i lavoratori meno qualificati e a piu' basso reddito, che avrebbero invece avuto bisogno di piu' tutele. Si pensi alla chiusura dei comparti manifatturieri, al lavoro artigiano e operaio, all'edilizia o al commercio- ha dichiarato la Presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro, Marina Calderone- al contrario chi ha potuto contare sulla continuita' lavorativa tramite smart working sono stati soprattutto i lavoratori della conoscenza, impiegati e quadri di aziende pubbliche e private, professioni a piu' alta qualificazione, che vantano titoli di studio e redditi piu' elevati. In tale ottica, l'emergenza COVID-19 sta avendo a livello occupazionale un vero e proprio effetto divaricante, amplificando il disagio sociale in quei segmenti socio territoriali che gia' si trovavano in condizioni economiche molto precarie e mettendo in grande difficolta' anche quella vasta platea di famiglie abituata a gestire con grande oculatezza il proprio bilancio mensile e che non puo' contare su una riserva di risparmio sufficiente a garantire la copertura da eventuali rischi o emergenze come l'attuale", ha poi concluso.

(Fonte: agenzia Dire)

Pubblicato in Nazionale

Cooperare significa “avere uno sguardo che comprende”. La coop sociale Il Margine racconta dalla viva voce dei suoi operatori che ormai vivono nelle strutture di cura e inclusione.

 “In queste giorni che si annodano e inciampano, accade anche di sorprendersi ancora. Di fronte a scelte che segnano in modo indelebile il lavoro di chi da anni si occupa di cura alla persona. Come quelle che fanno la differenza nella nostra RAF di Poirino. Scelte che disegnano una storia collettiva e che rappresentano un esempio meno isolato di quanto si pensi nell’ambito del sociale. E che ci piaceva condividere”. Dice Simonetta, responsabile di area

“La nostra Raf di Poirino è un contesto umano e professionale dove non sempre la distinzione tra lavoro e persona è netta e definita. È un tempo fatto di piccole quotidianità ripetute, di fragilità che si esprime in molti modi, di grandi conquiste da raggiungere. Ed è proprio qui che alcuni operatori, a fronte di un tampone positivo, hanno scelto e hanno chiesto di poter restare per combattere la battaglia contro il Covid-19 non solo di chi gli è stato affidato, ma anche la propria. Quando il senso di “cura” e il concetto di “mutualità” non sono solo parole, ecco che cooperare significa, soprattutto, avere uno sguardo che comprende”, dicono Nino, Elisa, Cristina, Angela educatori e OSS alla Raf di Poirino

Il Margine racconta

NON PUOI STARNE FUORI. Quando vivi tutto il giorno con questi ragazzi perdi la percezione che questo sia un lavoro, e non puoi mai starne fuori, tanto meno adesso.

MI È STATO CHIESTO: PERCHÉ? Perché ho scelto di diventare OSS in un momento sicuramente strano? Beh, è stata la miglior scelta che potessi fare nella vita. Perché in RAF ho scoperto un mondo umanamente ricco e, dopo quasi un mese che ci sono dentro, mi sono già affezionata a ognuno degli ospiti presenti. Non li avrei mai lasciati soli. E poi, perché ho capito che l'équipe è uno strumento fondamentale per fare questo lavoro: anche i colleghi hanno bisogno di supporto.

HO DECISO DI FARE LA QUARANTENA IN STRUTTURA. Perché amo il mio lavoro. Noi educatori, come tutto il personale che decide di lavorare nel sociale, diventiamo punti di riferimento per i nostri ospiti e siamo le persone che combattono per loro. Siamo quelli che in questo momento di caos, restiamo qui: li guardiamo negli occhi, sorridiamo e gli diciamo "andrà tutto bene". Sono rimasta piacevolmente sorpresa di come tutti loro stiano fronteggiando e gestendo questo momento faticoso, rinunciando alle loro abitudini e restando chiusi all'interno della struttura. Come se anche loro ci dicessero "andrà tutto bene".

RELAZIONI E FIDUCIA CHE LEGANO. L'idea di lasciare queste persone dall'oggi al domani, con un'équipe nuova, senza nessuno di noi, mi ha terrorizzato. Si troverebbero di colpo da soli e forse alcuni di loro si sentirebbero abbandonati. Io ho sempre inteso la cura e la presa in carico della persona nella sua totalità, “in” e “nella” relazione. Relazioni che si costruiscono giorno dopo giorno e che si basano soprattutto sulla fiducia, quella che si dimostra tutti i giorni, soprattutto in quelli difficili.

 

 

Pubblicato in Piemonte

Il Comitato Direttivo regionale di Legacoopsociali Fvg ha esaminato oggi la situazione critica del settore, creatasi a seguito dell'emergenza Covid-19.

Gran parte dei servizi sociosanitari, educativi e di inserimento lavorativo di persone svantaggiate sono sospesi, con oltre metà dei lavoratori del settore (più di 6.000 su 12.000, in stragrande maggioranza donne) sospesi dal lavoro e retribuiti solo grazie agli ammortizzatori sociali. Ma i fondi relativi – che per altro remunerano solo in parte le retribuzioni perse – debbono essere anticipati dalle cooperative, in attesa dei pagamenti da parte dell'INPS .

A questa situazione si aggiunge la mancata remunerazione, da parte delle stazioni appaltanti - massimamente Comuni ed Aziende Sanitarie - del nuovo CCNL, approvato (con ben 7 anni di ritardo) nel 2019. Per cui gli oneri dello stesso ricadono su appalti che hanno una marginalità generalmente vicina allo zero.

“Ciò significa che, con le retribuzioni di marzo, distribuite in questi giorni – scrive in una nota Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia - le cooperative sociali esauriranno pressoché totalmente la loro liquidità, e non saranno quasi certamente in grado di garantire le retribuzioni dei mesi successivi. E questo mentre moltissimi operatori sono in questo momento impegnati, letteralmente allo spasimo, in delicati servizi assistenziali, come ad esempio nelle case per anziani, al limite della capacità di resistenza fisica, in condizioni difficilissime”.

“In tale situazione – continua la nota - emerge l'irresponsabilità soprattutto di quegli enti, che si rifiutano in molti casi di riconoscere: l'obbligo legislativo di co-progettare i servizi sospesi, al fine di riattivarli a favore dell'utenza (soprattutto minori, anziani, disabili, utenti dei servizi di salute mentale e dipendenze), attualmente priva di assistenza e confinata a domicilio in situazioni critiche per le famiglie; ma anche la necessità di onorare gli impegni contrattuali, garantendo – come prescrive l'art. 48 del decreto-legge 18 "Cura Italia" - quei pagamenti che possono garantire la sopravvivenza del settore”.

“In mancanza di un rapido intervento, per il quale si auspica l'assunzione di responsabilità da parte della Regione, si ritiene che sarà inevitabile la proclamazione dello stato di crisi del settore con l'inizio del mese di maggio”, conclude Legacoopsociali Fvg.

 

Pubblicato in Lavoro
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