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Domenica, 12 Luglio 2020

Lunedì, 27 Aprile 2020 - nelPaese.it

"Le disposizioni illustrate dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in merito alla fase 2 della gestione dell'emergenza Coronavirus e contenute nel Dpcm pubblicato ieri sera sul sito del Governo ci lasciano sconcertati": così Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay.

"In particolare – prosegue Piazzoni - il fatto che l'allentamento delle restrizioni sulle relazioni sociali sia circoscritto alla definizione di "congiunti", che nei nostri codici è riferita inequivocabilmente alla dimensione formale della parentela, di sangue o acquisita, rappresenta un inedito e inaccettabile intervento dello Stato nella definizione della gerarchia degli affetti dei cittadini e delle cittadine, che taglia fuori ciò che lo Stato non vede o non riconosce, come ad esempio i genitori sociali non ancora riconosciuti all'interno delle famiglie omogenitoriali o le relazioni elettive che in alcuni casi sostituiscono addirittura quelle determinate dai legami biologici. Rivendichiamo con forza e senza disponibilità ad alcuna trattativa sul tema, una definizione di famiglia plurale e sociale, che sia in grado di includere tutte le formazioni elettive che costituiscono la rete di sostegno reale di tutte le persone, in primis le persone lgbti. Sia chiaro: condividiamo senza dubbio la prudenza con cui ci sia avvia al superamento del lockdown della fase 1”.

“A questo proposito, anzi, ci preme ricordare – aggiunge il presidente Arcigay - che i morti e le persone contagiate dal Coronavirus e ricoverate nelle terapie intensive sono i nostri amici, i nostri conoscenti, i nostri nonni e le nostre nonne, i nostri genitori, le persone che abbiamo amato e ancora amiamo. Insomma, il lutto e la paura hanno toccato i cittadini e le cittadine nell'intimo, producendo una drammatica consapevolezza, che non può essere confusa con noncuranza o leggerezza. Pertanto respingiamo qualsiasi rappresentazione che faccia pensare ai cittadini e alle cittadine come irresponsabili o peggio ancora incuranti delle conseguenze di una nuova eventuale ondata di contagi. Nessuno e nessuna di noi vorrebbe vedere un persona cara finire intubata a causa delle leggerezza o dell'incoscienza di contatti e relazioni. Questo allora deve essere il punto di partenza, il presupposto condiviso di qualsiasi strategia. Ci deve essere fiducia reciproca e responsabilità da tutte le parti. Quindi: benissimo che il Governo normi in maniera stringente e prudente la quantità di contatti e la modalità con cui essi debbano avvenire, cioè mantenendo la distanza prescritta e indossando gli appositi ausili. Ma nessun Governo può indicarci chi incontrare e chi no”.

“Non si può continuare ignorare il benessere psicologico di milioni di persone che vivono sole e che non hanno famiglia o che non hanno relazioni con i congiunti. Inoltre, ci rifiutiamo di pensare che il Governo non si preoccupi delle necessità relazionali dei giovani, che con scuole e università chiuse vedono completamente preclusa ogni possibilità di vita fuori dalla famiglia. La situazione è complessa, ed è indubbio che la ripresa della normalità debba passare da interventi ben ponderati, ma questo non può avvenire attraverso forzature che surrettiziamente promuovono alcune formazioni sociali a scapito di altre, infierendo ulteriormente sull'equilibrio psicofisico e sul benessere delle persone. Chiediamo con forza che gli esperti consultati riformulino tempestivamente la proposta contenuta nel Dpcm firmato ieri, senza concedere quantitativamente  di più ma astenendosi dal tentativo torbido di distinguere affetti di serie A e di serie B, prescindendo dalle esperienze dei singoli e perfino della fotografia che i servizi demografici danno della nostra società. Diversamente, le tante persone colpite dai limiti del provvedimento, rischiano di essere costrette a disubbidire per garantire quel minimo di relazioni e contatti sociali che sono necessari e indispensabili per il benessere degli individui." , conclude Piazzoni.

Pubblicato in Parità di genere

L'Unione Europea dovrebbe sospendere il finanziamento al programma attraverso cui i migranti vengono bloccati in Libia, poiché tale programma viola le norme di diritto finanziario dell'UE e le norme internazionali sui diritti umani, sostengono il Global Legal Action Network (GLAN), l' Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione (ASGI) e l' Associazione Ricreativa e Culturale Italiana (ARCI) in un esposto presentato oggi alla Corte dei Conti dell'UE.

L'esposto sostiene che la Commissione europea fornisce supporto finanziario a progetti che risultano nel respingimento di persone verso la Libia, dove queste subiscono terribili abusi, in violazione dei suoi obblighi sul non contribuire a gravi violazioni dei diritti umani. 

La Corte dei conti, l'istituzione preposta al controllo delle finanze dell'Unione attraverso l'attività di audit, dovrebbe dare inizio ad una "special review" (analisi) del programma di gestione integrata delle frontiere (IBM) finanziato attraverso il Fondo Fiduciario per l'Africa che supporta le autorità libiche e assicurarsi che la Commissione europea sospenda il programma in attesa delle revisioni necessarie, come richiesto dal diritto dell'UE.

L'esposto è basato sull'opinione fornita da esperti di diritto finanziario e politiche di cooperazione allo sviluppo dell'UE, Prof. Dr. Phillip Dann and Dr. Michael Riegner of Humboldt University and Ms. Lena Zagst of Hamburg University.

L'Unione ha allocato 90 milioni di euro affinché il programma IBM riducesse il flusso migratorio dalla Libia, incrementando la capacità della guardia costiera libica di bloccare le barche dei migranti in fuga, attraverso formazioni e fornendo equipaggiamenti. I fondi usati dal Fondo fiduciario per l'Africa provengono principalmente da fondi per lo sviluppo, i quali, per l'appunto, possono finanziare solo azioni finalizzate a obiettivi di sviluppo. Di conseguenza, l'utilizzo di tali fondi per obiettivi securitari e di controllo delle frontiere comporta una violazione del diritto dell'UE.

Inoltre, i fondi per lo sviluppo dell'UE sono soggetti a norme basate sul principio della buona gestione finanziaria. Queste norme includono l'obbligo che i progetti siano dotati di un sistema di valutazione, mitigazione e monitoraggio del loro impatto sui diritti umani. Ciononostante, il Fondo fiduciario per l'Africa non prevede misure di mitigazione, né procedure di monitoraggio. Invece, il fondo prevede che le attività di valutazione e monitoraggio dell'impatto del progetto sui diritti umani siano condotte da chi riceve i fondi, i c.d. partner di attuazione. L'affidamento del Fondo fiduciario si è rivelato inadeguato nel caso dell'Italia, partner nell'attuazione dei programmi finanziati in Libia. Come sostenuto dal Comitato ONU contro la tortura, la cooperazione tra Italia e Libia acuisce il rischio dell'esercizio di forme di tortura da parte delle autorità libiche. L'Italia è stata già coinvolta in diversi contenziosi per i suoi programmi in Libia in materia di diritti umani davanti a organismi nazionali e internazionali.

Il programma IBM è ora nella sua seconda Fase, che è previsto prosegua sino a fine 2021. Al momento non viene proposta alcuna restrizione o condizionamento nell'uso dei fondi, né tantomeno il riferimento a un eventuale sistema di valutazione e di monitoraggio continuativo sull'impatto del programma sui diritti umani. Attraverso questo programma, l'UE sta quindi permettendo il perpetrarsi di gravi abusi sui rifugiati e migranti intrappolati in Libia. Il Ministero dell'Interno italiano, che si occupa dell'attuazione di gran parte delle attività, ha ripetutamente rifiutato di condividere informazioni o di rispondere puntualmente rispetto alle problematiche sollevate.

Il diritto dell'UE ed il diritto internazionale, sottolinea l'esposto, richiedono che l'Unione e i suoi stati membri condizionino il finanziamento attraverso misure concrete e verificabili, inclusa la chiusura dei centri di detenzione libici e l'adozione e attuazione di norme che garantiscano il diritto d'asilo da parte delle autorità libiche.

Nonostante ripetute richieste, le istituzioni dell'Unione si sono rifiutate di fornire informazioni sui finanziamenti utilizzati per ridurre il flusso migratorio in partenza dalla Libia. Ostacolare e rifiutare l'accesso all'informazione viola i doveri dell'Unione in termini di trasparenza finanziaria.

Questo esposto si aggiunge dunque a precedenti tentativi finalizzati a cercare di far valere la rule of law nel contesto del supporto da parte dell'UE ai respingimenti verso la Libia. A seguito di diversi casi presentati davanti ai fori per i diritti umani, l'esposto apre nuove strade appellandosi al supporto materiale che l'Unione fornisce alla Libia. 

La mancanza di programmi di monitoraggio dei diritti umani e il rischio che i fondi allo sviluppo vengano sviati per supportare programmi sulla sicurezza, così come avvenuto per i programmi finanziati dal fondo Fiduciario per l'Africa, sono allarmanti evidenze che le istituzioni dell'UE e gli Stati membri devono prendere in considerazione. La recente proposta del governo di Malta di incrementare il finanziamento alla Libia in risposta all'epidemia di Covid-19 di 100 milioni, includendo nelle priorità il supporto alla guardia costiera libica, mostra che la mancanza di accountability rispetto al finanziamento dell'UE alla Libia persistite.

"Le leggi di bilancio europee impongono all'UE di garantire un uso corretto dei fondi europei per lo sviluppo, anche monitorando e valutando continuamente i loro impatti sui diritti umani. Senza le garanzie sulla salvaguardia dei diritti umani, il programma dell'UE in Libia è in palese violazione delle leggi europee ed internazionali ed è complice della sofferenza umana causata dal ritorno dei migranti in Libia", dichiara Valentina Azarova, consulente legale, GLAN

"Per garantire trasparenza sull'uso dei fondi pubblici e accountability per le azioni che portano a gravi violazioni dei diritti umani e restrizioni all'accesso al diritto di asilo per i cittadini stranieri intrappolati in Libia, ASGI ritiene fondamentale ricorrere a nuove strade e meccanismi di controllo, promuovendo azioni di contenzioso strategico al fine di evidenziare la responsabilità dell'Europa e dei paesi membri per tali violazione di diritti fondamentali - conseguenza delle politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto di asilo", sostiene Giulia Crescini, avvocato ASGI

"Un'Europa che contribuisce a gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale attraverso lo sviamento dei fondi destinati allo sviluppo, è un'Europa che manca ai suoi impegni e mina le sue proprie fondamenta. Mentre la società civile delle due sponde del Mediterraneo chiede a gran voce lo svuotamento dei centri di detenzione libici, la cooperazione dell'Italia con la Libia, finanziata ed incoraggiata dall'Unione, si traduce in respingimenti illegali di uomini, donne e bambini che vengono ancora una volta rimandati indietro nell'inferno libico, anzi che trovare salvezza e riparo in un porto sicuro", sottolinea Filippo Miraglia, Responsabile Immigrazione ARCI

Pubblicato in Migrazioni

Servizi educativi, infanzia e famiglie. “Nel pieno rispetto delle priorità sanitarie e di sicurezza per bambini e operatori, chiediamo che si attivi immediatamente un confronto per la riapertura anche di questi servizi e attività, finalizzato alla formulazione di linee guida nazionali che diano indicazioni di sistema, da declinare poi sui bisogni e sulle risorse locali attraverso percorsi di co-progettazione con i soggetti direttamente interessati”. Lo dichiara Eleonora Vanni, presidente nazionale di Legacoopsociali

“Perché i bisogni di dieci milioni di bambini e adolescenti e delle loro famiglie non sembrano presi in considerazione nella programmazione della Fase 2 dell’emergenza Covid? – aggiunge Vanni -  Come si può pensare di riaprire una percentuale consistente di attività produttive senza pensare che le esigenze di salute e sicurezza sono primarie, ma non possono annullare all’infinito i bisogni educativi, relazionali e sociali di bambine, bambini e adolescenti nonché di famiglie che non avranno strumenti sufficienti per conciliare il rientro al lavoro con la cura dei figli”.

“Il periodo di confinamento domiciliare a cui tutti ci siamo sottoposti, necessario per far fronte al dilagare dell’epidemia Covid, ha inoltre evidenziato ulteriori disuguaglianze economiche, sociali e territoriali e provocato stress familiare e incremento delle violenze domestiche; tutti elementi la cui presa in carico non può essere rimandata a settembre”, prosegue la presidente di Legacoopsociali che sottolinea: “lo sforzo e la creatività, spesso anche in carenza di mezzi adeguati, di insegnanti ed educatori ha fornito un contributo fondamentale, in epoca di servizi chiusi e sospesi, per non abbandonare le famiglie, per mantenere legami con i bambini e gli adolescenti e per dare continuità educativa, di insegnamento e di svago. Ma il lavoro a distanza, che comunque non raggiunge tutti nello stesso modo creando ulteriori disuguaglianze, non può essere l’unica risposta a un bisogno multiforme e complesso”.

“La cooperazione sociale è pronta con proposte e strumenti innovativi per gestire la Fase 2 dei servizi educativi: la riapertura degli spazi, l’educazione all’aperto e a distanza, gli interventi domiciliari possono far parte di un programma articolato che risponda e esigenze diverse. Proprio in momenti come questo di grande difficoltà si deve ricorrere alla responsabilizzazione personale e comunitaria e attivare la cooperazione fra tutti i soggetti coinvolti che valorizzi e metta a frutto l’intelligenza e l’esperienza collettiva per non tornare indietro di anni ad un welfare familista, mai completamente superato, che si basa sul sacrificio delle famiglie e non riconosce i diritti di cittadinanza ai bambini e di autodeterminazione alle persone tutte”, conclude Vanni.

Pubblicato in Nazionale

Test sierologici per i dipendenti delle fabbriche e delle aziende che riprenderanno le proprie attività produttive con l’avvio della fase 2. A lanciare l’appello è l’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini immunologici (WAidid) a seguito del termine del lockdown annunciato dalle Istituzioni. Obiettivo deve essere quello di riprendere quanto prima le attività produttive contenendo la curva del contagio da Covid-19 attraverso l’indagine sulla presenza di anticorpi specifici, nonché l’identificazione precoce dei positivi asintomatici, che gli studi di siero-prevalenza consentono di ottenere.

“Nell’ottica della riapertura delle attività produttive sarebbe stato necessario, nelle ormai 6 settimane di chiusura, pianificare la ripresa definendo i controlli sanitari reali e concreti da effettuare ai lavoratori - ha dichiarato la Professoressa Susanna Esposito, Presidente WAidid e Ordinario all’Università di Parma-. Per avviare la fase 2 non era sufficiente aspettare che il virus circolasse meno, ma sarebbe stato fondamentale pianificare una strategia di ripresa che tutelasse concretamente la popolazione. I test sierologici servono ad individuare i soggetti che sono entrati in contatto con il virus, costituendo uno strumento di estrema importanza nella pianificazione post lockdown, così da allentare progressivamente le misure restrittive. Non si può affermare, così come avvenuto a lungo per i tamponi diagnostici e per le mascherine, che non servano o che addirittura test approvati dalle autorità regolatorie di Europa e Stati Uniti non siano affidabili, lasciando la popolazione libera di circolare affidandosi esclusivamente al distanziamento fisico. Non bastano buonsenso e rispetto delle regole, ma per vincere questa lotta, e ritornare quanto prima alla normalità, servono gli strumenti messi a disposizione dalla scienza, inclusi gli studi di siero-prevalenza”.

Ripartire effettuando immediatamente studi di siero-prevalenza è, dunque, il monito di WAidid che mette in evidenza come i test sierologici, che hanno una sensibilità e specificità che varia dall’85% al 98%, risultino di fondamentale importanza per tracciare anche i positivi asintomatici che, inconsapevolmente, contribuiscono a rendere l’epidemia inarrestabile.

Ricostruire la storia della malattia attraverso i test sul sangue, rilevando gli anticorpi prodotti in risposta al SARS-Cov-2, rappresenta un tassello fondamentale tanto quanto la tracciabilità dei casi con il tampone. Studi sul modello animale e l'utilizzo del plasma di soggetti guariti da COVID-19 dimostrano molto chiaramente come a seguito dell’infezione da SARS-CoV-2 si sviluppi una risposta immunitaria protettiva.

“Ad oggi il R0, ovvero il tasso di contagiosità, è basso (<1) perché la popolazione è stata invitata a stare a casa e uscire solo in caso di necessità – ha aggiunto la Professoressa Esposito -. Nel momento in cui le persone ricominciano a circolare, il R0 è destinato inevitabilmente ad incrementare a seconda del livello di immunità e della densità della popolazione e, quindi, a far subire un’impennata alla curva dei contagi. L’unico modo per evitare che questo accada è quello di effettuare su larga scala test sierologici almeno su quei soggetti che riprenderanno a svolgere le proprie attività all’interno dei luoghi di lavoro, dove non sempre è semplice rispettare il distanziamento sociale. Un conto è dichiarare che il Sistema Sanitario Nazionale non può farsi carico di sostenere le spese per la sierologia di tutti i lavoratori, un altro è affermare che non serva o che sia addirittura sbagliato effettuare valutazioni di siero-prevalenza”.

Due le tipologie di test sierologici esistenti: rapidi, effettuati su una goccia di sangue ottenuta attraverso la digitopuntura, che stabiliscono se un soggetto abbia prodotto o meno anticorpi e, quindi, sia entrato in contatto con il virus; quantitativi, effettuati su una provetta di sangue ottenuta con prelievo venoso, che dosano le quantità di anticorpi prodotti e che sono utili per avere indicazioni presuntive sul grado di protezione immunitaria dei già infettati a fronte di una nuova ondata.

In entrambi i casi, l’obiettivo è quello di verificare la presenza di anticorpi IgM e/o IgG contro il SARS-CoV-2. Se ad esser rilevate sono le IgM significa che l’infezione è recente ed in corso, dal momento che si tratta di anticorpi che si manifestano dopo 5-7 giorni dalla sua insorgenza. Nel secondo caso, gli anticorpi IgG compaiono dopo circa 14 giorni e permangono a lungo anche quando il paziente è guarito, conferendo uno stato di immunità al soggetto.

In caso di positività delle IgM e/o delle IgG contro il SARS-CoV-2 attualmente è raccomandata l’esecuzione del tampone naso-faringeo per la ricerca del virus, così da escludere che il soggetto positivo sia un portatore asintomatico. Al momento non è possibile stabilire quanto duri l’immunità e quale sia il livello minimo anticorpale che può essere considerato protettivo.

 

 

Pubblicato in Salute

A chi si sta chiedendo, in questo delicato momento, cosa ne sarà delle istituzioni educative che da decenni hanno rappresentato un’eccellenza, un investimento e un vanto per la Regione Emilia Romagna, e non solo, vorremmo proporre un ragionamento frutto della nostra esperienza e riconducibile alla specifica realtà quotidiana, evitando possibilmente prese di posizione pregiudiziali.

Perché Gulliver cooperativa sociale di Modena, da oltre 40 anni, si occupa di servizi alla persona, ed in particolare di servizi all’infanzia, con competenza, professionalità e passione. E non lo fa come soggetto privato (come si sente dire di recente in modo riduttivo e semplicistico), ma gestendo servizi e strutture pubbliche come privato sociale qualificato, seguendo regole e standard da rispettare ben precisi, sottostanti a norme tutelanti per tutte le parti interessate: l’amministrazione pubblica, i lavoratori della Cooperativa, le famiglie che fruiscono dei servizi ed ovviamente i bambini.

Il Sistema Educativo della Cooperativa Gulliver propone risposte progettuali e gestionali rivolte ai bambini dagli 0 ai 6 anni e alle comunità di cui le loro famiglie fanno parte. Per noi, i nidi d'infanzia sono servizi educativi e sociali d’interesse pubblico, aperti a tutte le bambine e i bambini in età compresa tra i tre mesi e i tre anni, che concorrono con le famiglie alla loro crescita e formazione, nel quadro delle moderne politiche per la prima infanzia garantendo il diritto all'educazione nel rispetto dell'identità individuale, culturale e religiosa.

A seguire, la scuola dell’infanzia si rivolge a tutte le bambine e i bambini da tre ai sei anni di età e risponde al loro diritto all’educazione e alla cura, in coerenza con i principi della Costituzione Italiana, della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dei documenti dell’Unione Europea, con la finalità di promuovere nei bambini lo sviluppo dell’identità, dell’autonomia, della competenza e della futura cittadinanza.

Nel corso del 2019, ci siamo occupati di 1.636 bambini, di cui 1.111 della fascia 0-3 anni e 525 della fascia 3-6 anni, avvalendoci di personale, Soci e dipendenti, qualificati composto da uno staff di 233 educatrici e 116 ausiliarie che viene regolarmente formato e supervisionato dai Responsabili e dai Coordinatori del Settore. Siamo presenti su diversi territori, la maggior parte in Emilia Romagna, ma possiamo annoverare tra i servizi educativi 0-6 anche alcune positive esperienze nelle regioni Lombardia e Piemonte. In particolare: nidi e scuole d’infanzia nel Comune di Modena, nella provincia di Modena, nella provincia di Mantova e Cremona, nella Città di Torino, e nella provincia di Torino ed altri servizi educativi integrativi (come centri estivi e invernali, centri bambini e famiglie, laboratori, spazi di consulenza educativa, eventi Ludobus) per un totale di più di 70 attività per 17 Committenze.

La nostra esperienza e professionalità ci ha permesso, nel tempo, di strutturare modelli teorici e di riferimento importanti per i nostri colleghi e per i lavoratori di altre realtà con cui siamo in contatto (pubblici, di altre cooperative, associazioni), di confrontarci con altri soggetti su diversi territori arricchendoci e ampliando il nostro perimetro di competenze , di sperimentare servizi innovativi e di adottare modalità di lavoro inclusive, partecipate e integrate con le diverse famiglie e Committenze. L’impegno della Cooperativa nella realizzazione di servizi alla persona, nel corso del tempo, ci ha consentito di avviare percorsi di innovazione, di sperimentazione e di cambiamento dei servizi stessi, in modo da accompagnare l’evolversi dei bisogni sociali delle comunità e delle persone che direttamente fruiscono dei servizi offerti, in un’ottica di benessere comune.

È assodato ormai che i genitori dei bambini che frequentano i servizi all’infanzia non si pongono necessariamente il problema di chi sia il conduttore del servizio, ma hanno a cuore la qualità delle cure che verranno riservate ai loro figli, la formazione, la qualifica e l’empatia del personale impiegato, l’adeguatezza delle risorse e gli investimenti per la gestione e manutenzione degli impianti e degli immobili, il sistema valutazione adottato. Sono perfettamente a conoscenza di come si lavora in un determinato nido o scuola d’infanzia, li conoscono per nome, indirizzo e reputazione.

La prova concreta è anche data dalle preferenze espresse dalle famiglie al momento dell’iscrizione dei bimbi.

Sono da tempo messi in atto sistemi di analisi strutturati ed efficienti, necessari alla Cooperativa per monitorare l’andamento dei singoli servizi, in modo tale da produrre valutazioni condivise con le Committenze, provenienti dalle famiglie che abitano nei nidi e scuole d’infanzia, riportando negli anni feedback positivi e rimandi costruttivi, su cui si è sempre ripartiti per lavorare insieme su nuovi obiettivi, nuove proposte e nuove prospettive condivise. Inoltre, per mantenere alta la qualità dei servizi educativi la Cooperativa Gulliver ha sempre investito in ore di formazione e progettazione e di ricerca di modalità nuove e sperimentali all'interno dei servizi, con flessibilità e attenzione ai bisogni dei bambini, in co- progettazione con le famiglie e i Committenti. La circolarità delle informazioni, la pluralità delle voci coinvolte e la reciprocità di ascolto tra tutti i soggetti ha fatto sì che il dialogo fosse sempre costruttivo e migliorativo, mettendo al centro i bambini e i loro bisogni e diritti.

Siamo certi che l’interdipendenza tra pubblico, privato sociale e cittadini in un sistema integrato sia la chiave del successo del modello educativo che si è venuto a creare in questi anni per la Cooperativa Gulliver e che tale approccio vada perseguito e difeso consapevolmente, a mantenimento e beneficio dell’intero sistema dei servizi educativi, così come accade nel complesso mondo dei servizi alla persona. L’esperienza di questi giorni difficili, che ci vede impegnati su altri fronti, ne è la testimonianza concreta.

Pertanto è importante che venga sottolineata, ancora una volta, l’importanza della Comunità professionale allargata, intesa come l’insieme di più soggetti accomunati da un valore condiviso: promuovere insieme la cultura dell’infanzia. A questo proposito non vanno dimenticate le positive esperienze dei nidi aziendali, promossi da apprezzabili iniziative ed investimenti di enti pubblici e privati (Polizia di Stato, Az. Policlinico di Modena, Tetrapak, BPER, ecc.) messi a sistema da un buon quadro normativo regionale, che tra l’altro prevede integrazione tra bambini delle famiglie dipendenti dalle aziende/enti ed i bambini provenienti dalla graduatoria pubblica.

Riteniamo che il benessere dell’infanzia non costituisca una prerogativa solo dei genitori o solo degli educatori e insegnanti o solo degli amministratori, ma è un impegno della collettività intera, che non crediamo possa sottrarsi, né ora né in futuro, a questo dovere morale condiviso, che non dovrebbe prevedere suddivisioni nette o separazioni di intenti e competenze.

Ben lontano dal nostro modo di operare è porsi a giudicare la qualità del lavoro di altri soggetti, a prescindere da elementi concreti e dai risultati ottenuti, di certo però non ci sentiamo di riconoscere le espressioni che propongono la professionalità dell’insieme delle nostre competenze con termini dequalificanti e che tentano di collocare il nostro lavoro in una categoria secondaria.

Insieme a tanti altri rappresentiamo con orgoglio l’eterogeneo sistema del così detto Terzo Settore, nel quale sono impegnate in silenzio e passione migliaia di persone in città, del quale vogliamo sperare non se ne debba ricordare il valore sociale solo in occasione di particolari eventi drammatici, come quelli che sta purtroppo  attraversando il nostro Paese, operatori e professionisti, ma anche cittadini che guardano con attenzione alle scelte che l’Amministrazione Pubblica è chiamata a compiere nell’interesse generale della comunità.

Massimo Ascari - presidente coop sociale Gulliver

Pubblicato in Nazionale

"Anche nel caso relativo alla concessione della detenzione domiciliare per motivi di salute a Pasquale Zagaria si sta creando un polverone strumentale e inaccettabile. La magistratura di sorveglianza deve poter svolgere il proprio lavoro in modo indipendente applicando la legge”. A dirlo è il presidente di Antigone Patrizio Gonnella.

“La legge, a partire dalla nostra Costituzione, prevede che il diritto alla salute sia garantito ad ogni individuo (art. 32) e che la pena non possa consistere in trattamenti contrari al senso di umanità (art. 27). Disposizioni che valgono per tutti, senza eccezioni di sorta. La preannunciata ispezione ministeriale sembra quasi voler disincentivare il ruolo di garanzia giurisdizionale dei magistrati e sembra voler rispondere ad un montare di prese di posizioni strumentali, di chi concepisce la pena come vendetta e pensa, in spregio al disposto della nostra Carta costituzionale, che i detenuti debbano marcire in carcere”, aggiunge Gonnella.

“In queste settimane – prosegue il presidente di Antigone - è soprattutto grazie ai giudici di sorveglianza che si sta lentamente riducendo la popolazione detenuta e di questo siamo a loro grati. È un antidoto al disastro che sempre incombe sul sistema penitenziario. Sottolineiamo, inoltre, laddove ce ne fosse bisogno, che non c'è alcun rischio di scarcerazione di massa di boss mafiosi, tanto che sempre ieri è stata negata la concessione di un provvedimento di detenzione domiciliare (che resta comunque una pena e non è un ritorno in libertà) a Nitto Santapaola. Quello che fanno i magistrati e di valutare, caso per caso, e dietro il parere di medici, la compatibilità tra lo stato di salute di un detenuto e le possibilità che le patologie vengano curate al meglio all'interno degli istituti. E, solo laddove ciò non fosse possibile, vengono disposte misure alternative”.

“Nel caso specifico di Pasquale Zagaria, poi, ben conosciamo e stimiamo per qualità, onestà, indipendenza, professionalità, il giudice De Vito a cui esprimiamo massima solidarietà e vicinanza. Infine crediamo che uno Stato forte non abbia paura di una persona malata, anche se mafiosa. Mai. Uno Stato forte si fida dei suoi giudici", conclude Gonnella.

Pubblicato in Diritti&Inclusione

I rappresentanti di sei diverse realtà territoriali della Rete dei Numeri Pari hanno incontrato il governo, nella persona del Ministro per il Sud e la Coesione territoriale Giuseppe Provenzano, in un incontro organizzato dalla Rete dei Numeri Pari e dal Forum Disuguaglianze e Diversità. Al centro dell'incontro la lotta alle disuguaglianze e la necessità di alcune misure legate alla casa e al reddito, su cui hanno qualche giorno fa richiamato la politica ad intervenire, necessarie a rispondere alla drammatica situazione sociale del paese e per scongiurare un aumento senza precedenti delle disuguaglianze e della povertà.

Ha coordinato l'incontro Fabrizio Barca, Coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità. "Lavoriamo da mesi con la Rete dei Numeri Pari perché le sue esperienze di auto-organizzazione e mutualismo sono un punto di forza per il cambio di rotta di cui abbiamo bisogno. Ascoltarne le esperienze e le proposte è un modo per ricostruire il rapporto fra Istituzioni e società, ricordandoci della tante conoscenze che maturano nei luoghi e che vanno ascoltate quando si disegnano le politiche e gli interventi. E' importante per noi oggi la presenza del Ministro Provenzano".

Giuseppe De Marzo, Coordinatore nazionale della Rete dei Numeri Pari, ha ricordato che il momento attuale impone un realismo sulle reali condizioni in cui si troveranno molte persone. "In passato abbiamo chiesto coraggio alla politica per opporsi alle misure di austerità, sulla crisi finanziaria, sul collasso climatico, sulle mafie e non siamo stati ascoltati. Oggi chiediamo – ha continuato De Marzo - di essere realisti e pensare ai milioni di nuovi poveri che emergeranno nelle prossime settimane e rappresenteranno un esercito di manodopera di riserva per le mafie e la criminalità organizzata. Se la politica non metterà in campo misure adeguate, questa emergenza si tradurrà in disperazione sociale. Per questo crediamo sia necessario ed urgente dare spazio e forza ad un paradigma che mette insieme giustizia sociale, ambientale ed ecologica."

Mariangela Di Gangi - presidente del Laboratorio Zen Insieme, racconta che "nel quartiere Zen 2 di Palermo vivono 17mila persone, tutte occupanti non regolarizzabili e senza residenza a causa di quanto previsto dall'art 5 della legge Renzi-Lupi. Questo vuol dire che nessuna di loro potrà accedere agli ammortizzatori sociali previsti dal Decreto Cura Italia e senza il nostro sostegno si sarebbero trovavate immediatamente in situazioni di estremo disagio". Di Gangi ha ricordato la necessità di responsabilizzare i territori e le realtà sociali, attraverso la partecipazione e la possibilità di pesare sulle scelte e sulle strategie del Governo.

"Noi non siamo stati colti impreparati – afferma Don Angelo Cassano – Parroco San Sabino di Bari. Non ci aspettavamo il virus e la pandemia ma ci era chiaro che stavamo andando incontro a una situazione drammatica. Questa situazione ha raddoppiato il numero delle famiglie che sosteniamo, con le nostre attività e con la solidarietà della città, raggiungendo anche quelle non abituate a chiedere. In questo modo abbiamo impedito che scivolassero nelle mani delle mafie ma se le istituzioni non metteranno in campo misure adeguate questo rischio diventerà realtà".

"I numeri della povertà che abbiamo davanti ci rappresentano una situazione inquietante: 3milioni di nuclei familiari non potranno permettersi di pagare un affitto nelle prossime settimane, afferma Paolo Di Vetta – Movimenti per il diritto all'abitare, ricordando il paradosso dell'alto numero di case vuote e dell'enorme numero di persone senza una casa. "Per affrontare la questione abitativa bisogna tenere conto che il blocco degli sfratti deve tutelare le famiglie non solo fino a settembre ma per tutto il 2021. È importante ricordare che – prosegue Di Vetta – a causa dell'articolo 5 della legge Renzi-Lupi è stato creato un esercito di invisibili, che in gran parte vive nelle occupazioni abitative per necessità, che rimane escluso da tutti gli ammortizzatori sociali. È fondamentale che si affronti il tema del diritto alla casa non solo come legato all'emergenza ma che siano previsti piani nazionali strutturali che ripensino la creazione di alloggi popolari utilizzando il costruito".

"Ai centri di accoglienza oggi non è permesso di far entrare nuove persone a causa delle direttive nazionali ma sta diventando difficile anche tenere dentro chi c'è già, racconta Alessandro Radicchi, Presidente della Cooperativa sociale Europe Consulting Onlus, ricordando la necessità di investimenti per far fronte ai nuovi bisogni. In questa situazione, alle persone senza dimora non viene garantita l'assistenza necessaria e questo rappresenta un vuoto amministrativo enorme che impedisce di mettere insieme il diritto alla salute con la tutela delle persone più fragili. Non si tratta solo di tutelare i diritti delle singole persone ma di tutto il Paese – prosegue Radicchi - perché se decine di migliaia di persone continuano a vivere in strada, senza nessuna assistenza medica, non possiamo sorprenderci se il virus continua a circolare!"

"Essendo una realtà auto-organizzata e non dovendo rendere conto al manager controllore – afferma Luca Federici, Presidente della Società Cooperativa Rimaflow - siamo riusciti a rispondere alle necessità del territorio seguendo i criteri della giustizia ambientale ed ecologica. Occorre pensare a quali politiche riusciranno a rispondere ai bisogni dei milioni di poveri che ci saranno al termine dell'emergenza. È il tempo di lavorare a una legge partecipata – conclude Federici - che permetta ai lavoratori e alle lavoratrici di recuperare le fabbriche fallite o confiscate di potersi ricreare lavoro buono organizzandosi tra di loro usufruendo di linee di finanziamento nazionali".

"In questa fase è mancato totalmente un approccio di genere all'emergenza e se mancasse ancora si creerebbe un problema strutturale – afferma Maura Cossutta, Presidente della Casa Internazionale delle Donne. È necessario implementare il lavoro buono delle donne e affrontare il tema della cura e del reddito universale. I diritti sociali – conclude Cossutta - devono essere sganciati dal lavoro altrimenti si rischia di ritornare nelle dinamiche di assistenzialismo e di workfair che abbiamo conosciuto in questi anni".

 

Il Ministro ha chiuso l'incontro con l'impegno che nella seconda fase venga raccolto il contributo e la conoscenza di queste esperienze, che svolgono un lavoro di irrobustimento del capitale sociale di cui abbiamo la società ha bisogno. L'impegno, su cui si sta adoperando su suggerimento di Carlo Borgomeo, Presidente della Fondazione Con il Sud, è volto ad assicurare alle organizzazioni della società e della cittadinanza attiva il supporto finanziario necessario per la loro accresciuta funzione. Ha infine ricordato che la politica ha bisogno di costruire alleanze, basate sul confronto e il conflitto democratico, che va garantito anche nelle attuali condizioni.

 

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