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Mercoledì, 05 Agosto 2020

Giovedì, 21 Maggio 2020 - nelPaese.it

Il numero di morti nel centro di trattamento per il Covid-19 gestito da Medici Senza Frontiere (MSF) ad Aden, in Yemen, è la prova di una catastrofe più ampia su cui le Nazioni Unite e i paesi donatori devono mobilitarsi con urgenza.

Dal 30 aprile al 17 maggio sono stati ricoverati 173 pazienti, di cui almeno 68 sono morti, nel centro di MSF, l'unica struttura dedicata al coronavirus per tutto il sud dello Yemen. Molti di loro arrivano già affetti da sindromi respiratorie acute severe, cosa che rende difficile salvare le loro vite e suggerisce che molte più persone possano essere malate nelle loro case. Lo confermano le statistiche del governo sui decessi: la scorsa settimana ad Aden sono morte 80 persone ogni giorno, erano 10 prima della pandemia. Anche il numero di operatori sanitari in cura nel centro e il contagio di diversi membri del nostro staff indicano che il virus è ampiamente diffuso.

"Quello che stiamo vedendo nel nostro centro è solo la punta dell'iceberg in termini di numero di persone contagiate e in fin di vita nella città. I pazienti arrivano da noi troppo tardi per essere salvati e sappiamo che molte più persone non vengono affatto e stanno morendo nelle loro case. È una situazione straziante" dichiara Caroline Seguin, coordinatrice di MSF in Yemen. "Le Nazioni Unite e gli Stati donatori devono fare di più e con urgenza, non solo per Aden ma per tutto lo Yemen. Occorre trovare fondi per pagare gli operatori sanitari e fornire loro i dispositivi di protezione necessari perché lavorino in sicurezza. Il paese ha anche bisogno di più macchine per l'ossigeno per aiutare i pazienti a respirare".

"Le autorità locali devono fare tutto il possibile per facilitare il lavoro di organizzazioni internazionali, come MSF, che stanno operando al loro fianco per contrastare il virus, garantendo l'ingresso di forniture mediche e personale internazionale al fine di rafforzare i team sul campo" conclude Seguin di MSF.

Le équipe di MSF, dallo staff yemenita a quello internazionale, lavorano ininterrottamente per fornire le migliori cure possibili nel centro di Aden, che MSF gestisce dal 7 maggio. Come in altri luoghi del mondo, siamo testimoni di quanto questa malattia possa essere letale.

"L'alto tasso di mortalità che vediamo tra i nostri pazienti equivale a quello delle terapie intensive in Europa, ma le persone che vediamo morire sono molto più giovani che in Italia o in Francia. Qui sono soprattutto uomini tra i 40 e i 60 anni" spiega Seguin di MSF.

Il sistema sanitario di Aden era già al collasso dopo cinque anni di conflitto in Yemen prima dell'arrivo del Covid-19, e le autorità non hanno abbastanza mezzi per rispondere adeguatamente all'epidemia. Non ci sono soldi per pagare il personale, i dispositivi di protezione individuale sono pochi e ci sono pochissimi test. Anche se non è possibile conoscere il numero esatto dei casi, i pazienti che vediamo morire hanno chiaramente i sintomi del Covid-19. Malattie come malaria, dengue e chikungunya sono endemiche in città, ma non hanno mai causato così tanti decessi in così poco tempo.

"In tutta la città gli ospedali hanno chiuso o stanno rifiutando alcuni tipi di pazienti perché il personale non ha i dispositivi di protezione individuale, elemento molto preoccupante per gli effetti a catena che questa epidemia può avere su altre malattie" osserva Seguin di MSF.

L'ospedale traumatologico di MSF ad Aden è ancora aperto e ha visto crescere il numero di ricoveri da quando gli altri ospedali hanno iniziato a chiudere. Abbiamo istituito il triage e altre misure di protezione per tenere il personale e i pazienti il più possibile protetti all'interno della struttura. Ogni membro del personale che mostra i sintomi della malattia viene immediatamente mandato a casa per l'autoisolamento.

"Stiamo facendo tutto il possibile, ma non possiamo affrontare questo virus da soli. Sarebbe incosciente per il mondo lasciare Aden e il resto dello Yemen affrontare questa crisi da soli" conclude Seguin di MSF.

 

Pubblicato in Dal mondo

La situazione di emergenza in cui ci siamo trovati tutti da un giorno all’altro ha fatto accrescere la consapevolezza dell’importanza di sfruttare diversi strumenti di comunicazione e piattaforme innovative. Coopbund Alto Adige Südtirol, l’associazione di rappresentanza delle cooperative altoatesine, ha sperimentato diverse modalità per continuare a offrire i suoi servizi, mantenersi in contatto con le proprie associate e portare avanti il lavoro. Coopbund ha quindi lanciato un servizio chiamato #smartCoop che intende fornire alle cooperative una serie di strumenti per diventare appunto “smart” (agili, intelligenti, sveglie, capaci) e per orientarsi e superare la crisi con un atteggiamento costruttivo.

“Dall’inizio dell’emergenza coronavirus abbiamo focalizzato le nostre forze nell’aiutare le imprese cooperative ad affrontare la situazione. Abbiamo intrapreso azioni a livello di rappresentanza partecipando a incontri in videoconferenza con l’amministrazione provinciale e le parti sociali. Inoltre abbiamo informato tempestivamente le nostre cooperative in merito a tutte le novità che le riguardavano direttamente: decreti, misure di aiuto messe in atto a livello provinciale e nazionale, bandi ecc. Anche nel periodo di lockdown abbiamo sempre mantenuto un contatto diretto con i nostri soci. I nostri collaboratori sono sempre rimasti in servizio e hanno continuato a lavorare da casa, rimanendo raggiungibili e potendo così rispondere ai dubbi dei nostri associati. Il nostro motto era non dimenticare nessuno. Abbiamo fin da subito riconosciuto i vantaggi offerti dagli strumenti di comunicazione più innovativi e per il nostro tipo di lavoro si sono rivelati molto efficaci” dichiara Heini Grandi, presidente di Coopbund Alto Adige Südtirol.

Da qui è nata l’idea di #smartCoop, che è uno spazio sul sito di Coopbund, in cui vengono raccolti diversi strumenti di comunicazione utili per portare avanti la propria attività nonostante le limitazioni imposte per motivi di sicurezza. In questo spazio vengono inoltre pubblicati i webinar organizzati da Coopbund per le proprie associate, ossia seminari online che approfondiscono temi importanti in questo momento. Infine, ma non meno importante vi è una sezione dedicata alle consulenze gratuite che le cooperative possono richiedere per orientare la propria impresa al nuovo contesto e alle prospettive future. Inoltre è presente la lista dei contributi e degli aiuti a cui possono fare ricorso le cooperative per fronteggiare la fase di emergenza coronavirus.

“#smartCoop è in continua evoluzione, è uno strumento agile che stiamo sviluppando man mano che la situazione cambia e che speriamo sia di aiuto alle nostre cooperative” conclude Heini Grandi.

 

 

 

 

Pubblicato in Trentino-Alto Adige

È tempo di “Crescere senza distanza”: siglato un Protocollo tra il Ministero della Salute, il Ministero dell’Istruzione, la Fondazione Zancan e l’Impresa Sociale ‘Con i bambini’. Apprendimento ed educazione a distanza: da queste due esigenze nasce il protocollo “Crescere senza distanza. Cosa ci insegnano le esperienze dei ragazzi con patologie croniche sull’apprendimento a distanza”, siglato da Ministero della Salute, Ministero dell’Istruzione, Fondazione Zancan e Impresa Sociale ‘Con i bambini’.

Il Protocollo è rivolto a bambine e bambini ospedalizzati, e successivamente dimessi, che in questo periodo di emergenza sanitaria da Coronavirus e di sospensione delle attività didattiche hanno l’accresciuta necessità di una risposta efficace ai bisogni educativi. Costretti a recarsi in ospedale per le terapie ma al tempo stesso impediti a frequentare la scuola per l’obbligato distanziamento sociale, vivono una condizione che, di fatto, rischia di amplificare le differenze e le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione e all’educazione. Dunque, una sofferenza doppia.

L’intesa appena siglata prevede una nuova mappatura dei protocolli di insegnamento e apprendimento (teaching e learning) a distanza, per mettere a frutto quanto già si conosce e si fa per l’età evolutiva affetta da quelle patologie croniche che costringono i bambini a sperimentare “la scuola a distanza”. L’iniziativa avrà la durata di un anno e prevede il coinvolgimento di medici, insegnanti, educatori degli ospedali, dei centri di oncoematologia pediatrica o di malattie rare e croniche e delle scuole che volontariamente hanno aderito in tutta Italia.

Saranno raccolti e studiati i protocolli in uso e tutte le esperienze italiane di scuola in ospedale e di scuola a distanza. Saranno coinvolte anche le famiglie che hanno sperimentato l’insegnamento a domicilio perché possano illustrare le proprie esperienze. Da questo studio, che prevede il coinvolgimento degli alunni di 9 classi delle scuole italiane (tre al Nord, tre al Centro e tre al Sud), nascerà un nuovo protocollo “Crescere senza distanza” e nuove linee guida che recepiscono i cambiamenti necessari e quindi migliorano la qualità dell’offerta.

Una iniziativa, dunque, che consente di valorizzare le buone pratiche in grado di non aggiungere al disagio della patologia quello di un ritardo nella formazione culturale e della perdita di contatto con i propri coetanei.

“Questo Protocollo arriva in un momento delicatissimo della vita di milioni di bambine e bambini, che ha maggiormente penalizzato i più vulnerabili tra loro.    A loro si rivolge dunque questo progetto che si propone di contrastare la povertà educativa nel settore specifico dell’apprendimento a distanza. Sono grata alla Fondazione Zancan per averci coinvolto in questa iniziativa che si rivolge in particolare a minori e adolescenti in condizioni di maggiore svantaggio determinato dall’allontanamento forzato dalla scuola. A loro e alle loro famiglie è necessario dare le stesse opportunità, anche se costretti a stare lontani dai propri compagni di classe e dai propri insegnanti per potersi curare. A loro va il nostro incondizionato sostegno. La salute è il risultato di un insieme di fattori di cui anche l’educazione e l’apprendimento sono parte” - sottolinea la Sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa.

"L'emergenza sanitaria che stiamo vivendo - dichiara la Vice Ministra dell'Istruzione Anna Ascani - ha dimostrato che la scuola è fondamentale per ogni bambino e ragazzo non solo in termini di apprendimento, ma anche in termini di socialità, legami, relazioni. Per continuare a mantenere un contatto con la vita normale anche in periodi di difficoltà. Da anni il nostro sistema di istruzione, grazie al prezioso lavoro delle comunità scolastiche e del personale specializzato, ha portato avanti esperienze preziose di scuola in ospedale e di istruzione domiciliare. Questa intesa rappresenta un ulteriore importante tassello: vengono condivise buone pratiche nell'ottica di un miglioramento del sistema. La scuola funziona bene se non perde nessun alunno. Sono felice della collaborazione messa in campo, è essenziale per assicurare il rispetto dei diritti dei nostri giovani e la costruzione di una società realmente inclusiva".

"Abbiamo pensato di chiedere a ragazzi con gravi malattie, ai loro genitori, insegnanti, operatori sanitari come riescono a integrare le cure e la scuola a distanza” – spiega Tiziano Vecchiato, Presidente della Fondazione Emanuela Zancan onlus. “I ragazzi e i genitori affrontano questi problemi al limite della speranza, con tutta la fiducia necessaria per fare la differenza. I ragazzi sono orgogliosi di dirci che imparano quanto valgono. Con questa forza riducono le distanze dalla vita di tutti. A breve avvieremo lo stress test con classi del nord, centro e sud per verificare le soluzioni migliori”.  

“Questa grande crisi – aggiunge Carlo Borgomeo, Presidente di ‘Con i bambini’ - comporta un rischio concreto per i ragazzi, per il ritardo negli studi, l’acuirsi delle criticità sociali e familiari, i risvolti di una socialità mancata. Le differenze sociali si fanno più profonde e la povertà educativa, che è mancanza di opportunità, preoccupa di più. Occorre mettere al centro degli interventi i minori, partendo dalle buone pratiche, sperimentando, creando sinergie tra istituzioni e agenzie educative, in altre parole puntando sul concetto di ‘comunità educante’. È l’obiettivo del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Questo accordo rappresenta un ulteriore passo avanti che, attraverso la verifica della replicabilità di importanti sperimentazioni in atto, punta a colmare non solo le distanze tecnologiche e di apprendimento, ma anche quelle educative e sociali”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Salute

Il documento che ANCI ha inviato al ministro Franceschini «La Cultura nelle Città dopo l’emergenza», contiene una serie di proposte per la ripartenza del settore culturale. Il documento riprende anche numerosi aspetti sui quali in questi anni Forum Terzo Settore e ANCI hanno lavorato insieme.

“Il terzo settore in ambito culturale è stato uno dei primi a sentire gli effetti di questa crisi. Costretto a fermare tutte le sue attività e le possibilità di autofinanziamento, ha subito un duro colpo, con gravi ripercussioni sulla socialità delle nostre comunità. Quello culturale è un ambito strategico per la ripresa economica e sociale del Paese, per creare occupa zione per i giovani e sviluppo, soprattutto nelle aree più deboli e pe r contribuire a superare la povertà educativa.” Così la Portavoce del Forum Terzo settore Claudia Fiaschi.

Tra le proposte di ANCI: l’istituzione di un Fondo speciale per i Comuni da destinare al sostegno di musei, biblioteche, luoghi di cultura ‘civica’ e dello spettacolo dal vivo (“CuraCultura”), di cui una parte da assegnare in via sperimentale alle organizzazioni (associazioni, imprese sociali, cooperative di comunità ec c), o alle comunità. Ancora, un fondo speciale per il sostegno delle organizzazioni di Terzo settore culturale, la possibilità di revisione dei contratti pubblici con le imprese culturali, l’ampliamento dell ’Art Bonus, il rafforzamento delle forme di co-programmazione e co-progettazione tra Enti di Terzo settore ed Enti pubblici in attuazione del principio di sussidiarietà ed in applicazione del Codice del Codice del Terzo settore.

“Con ANCI – prosegue Fiaschi – abbiamo in corso un importante protocollo d’intesa per la promozione dei beni e delle attività culturali, per la valorizzazione del patrimonio culturale e per ampliare la fruizione dei luoghi della cultura attraverso una maggiore collaborazione tra Comuni ed enti del Terzo settore, consapevoli del contributo che possiamo porta re in termini di innovazione e creatività. Siamo convinti, e questo periodo lo ha reso più che mai evidente, che sia necessario sostenere la tenuta di questo settore, e anzi implementarlo con un piano strategico nazionale della cultura, come richiama il documento di ANCI. Il nostro auspicio è anche quello di poter prevedere la riapertura di quelle attività delle associazioni che possono essere svolte in piena sicurezza.”

“Ci uniamo all’appello del presi dente Decaro – conclude Fiaschi – perché le proposte contenute nel documento possano servire da piattaforma di lavoro per la definizione dei provvedimenti a cui sta lavorando il Governo per rilanciare la Cultura nel nostro Paese.”

 

Pubblicato in Cultura

 Le imprese di comunità sono imprese che producono beni e/o servizi in maniera stabile e continuativa, tra cui rientrano, ad esempio, anche quelli di interesse pubblico. Esse hanno un carattere cooperativo e si caratterizzano per il forte radicamento all’interno della propria comunità con l’obiettivo, attraverso le attività realizzate, di migliorarne le condizioni di vita e rispondere ai bisogni dei soggetti che la compongono.

Ad oggi, sono 109 quelle individuate in Italia e presenti nel database che Euricse ha costruito e sta costantemente aggiornando. Realtà che si stanno diffondendo uniformemente nel territorio nazionale, con un’equa distribuzione tra il Nord (27%), il Centro (36%) e il Sud (37%).

“Le imprese di comunità – è il commento del ricercatore Euricse Jacopo Sforzi – possono avere un posto di rilievo nel dibattito attuale ed essere un valido strumento quando pensiamo a come far ripartire il Paese. Mai come oggi abbiamo bisogno di ripensare il modello di sviluppo italiano facendo leva sulle comunità locali. È fondamentale valorizzare le nuove forme di imprenditorialità che nascono grazie all'impegno e alle capacità di chi i luoghi li vive realmente.”

 La ricerca – L’analisi, condotta dai ricercatori Jacopo Sforzi e Cristina Burini, punta a cogliere la rilevanza e le potenzialità delle imprese di comunità per lo sviluppo locale, partendo dalle specificità che distinguono queste forme di impresa. I dati sono stati raccolti tramite questionario (76 i questionari inviati, 48 restituiti). Gli otto casi studio invece sono stati realizzati tramite interviste semi-strutturate.

L’indagine rivolge particolare attenzione ai processi generativi di questi modelli imprenditoriali, alla loro capacità di favorire e promuovere il protagonismo dei cittadini nella co-produzione e co-gestione di beni e servizi, alle ricadute delle loro attività e del loro modo di operare sulle condizioni economiche e sociali del territorio, sia esso urbano o rurale.

Il rapporto è il proseguimento, del lavoro, ormai decennale, di Euricse sul tema (rif. Euricse, Libro Bianco sulla cooperazione di comunità, 2016; P.A. Mori e J. Sforzi, Imprese di comunità, Il Mulino, 2018).

Perché si costituiscono le imprese di comunità? Dai questionari emerge che le imprese di comunità sono state costituite principalmente per quattro ragioni: la necessità di ricostruire/rafforzare il tessuto sociale di un dato territorio (86,4%), il contrasto allo lo spopolamento (81%), la necessità di rispondere a bisogni specifici della popolazione (77,3%) e, infine, il desiderio di offrire servizi mancanti alla comunità (77%).

Settori di attività – I settori interessati dall’attività delle imprese di comunità sono principalmente: turismo (41%), agricoltura (21%), servizi alla persona (14%), cultura (10%), ricreazione (8%) ed energia (5%). In generale le nuove imprese di comunità si contraddistinguono per il perseguimento dell’interesse generale di tutta la comunità, senza alcun tipo di distinzione o limitazione (sono multi-attoriali), attraverso la realizzazione e l’integrazione di molteplici attività differenti (sono multi-settoriali).

Il ruolo dei gruppi promotori e dell’ente pubblico Tra i fattori fondamentali e indispensabili che contribuiscono al processo generativo di un’impresa di comunità, uno dei principali è la presenza di un gruppo promotore. Dai dati emerge che il 74 % delle imprese di comunità nasce grazie ad un gruppo informale di individui con ideali comuni.

Si osserva, poi, una buona presenza dell’ente locale nella fase iniziale di presentazione e promozione del progetto imprenditoriale, con un 46% di organizzazioni che dichiarano di averlo coinvolto fin dalle fasi iniziali. In questo senso, la maggior parte delle organizzazioni (58%) ha risposto che l’amministrazione locale ha sostenuto positivamente la nascita dell’impresa di comunità durante il suo processo di costituzione.

Forme giuridiche La diversità dei modelli di governance adottati fino ad oggi dalle imprese di comunità emerge chiaramente dalla ricerca. Su 109 imprese, la cooperativa di produzione e lavoro è la forma giuridica più diffusa (57 imprese), seguita dalla forma "altra cooperativa" (18 imprese) e dalla cooperativa sociale (14 imprese). Di queste ultime, 8 hanno optato per la cooperativa sociale mista; 4 sono cooperative sociali di tipo B (orientate quindi all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati) e 2 cooperative sociali di tipo A.

Casi studio – L’indagine si concentra su tre regioni, Toscana, Abruzzo e Campania, dove il processo generativo delle imprese di comunità è stato ampiamente sostenuto e accompagnato da enti pubblici o privati. Per la Regione Toscana: Compagnia Popolare del Teatro Povero di Monticchiello, Vivi Petroio, Parco Vivo, La Montagna Cortonese, Filo&Fibra. Per l’Abruzzo: la rete delle imprese di comunità Borghi In Rete. Per la Regione Campania: Piccoli Comuni del Welcome e Tralci di Vite. Infine, un approfondimento è dedicato al rapporto tra imprese di comunità e beni comuni grazie anche ad un caso studio umbro: Impresa Sociale Edicola 518 di Perugia.

All’evento di presentazione, trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Euricse, due i casi studio presentati nel report: Antonio Brizioli di Edicola 518 (Impresa sociale di comunità di Perugia) e Francesco Giangregorio della Cooperativa di Comunità Tralci di Vite (Chianche, provincia di Avellino).

“Gli studi di caso analizzati nel rapporto consentono di riflettere sull'importanza di valorizzare le forme di auto-organizzazione della comunità e al tempo stesso sul bisogno di promuovere una nuova cultura comunitaria dei territori”, sottolinea Cristina Burini, ricercatrice Euricse e dottoranda all’Università di Perugia. “Compito che potrebbe essere svolto non solo dal mondo cooperativo, ma anche da opportuni interventi pubblici."

“Le cooperative di comunità rappresentano una forma inedita, anche nel campo della cooperazione, per dare valore alle ricchezze latenti di un territorio. Quelle che ho conosciuto, andando alla ricerca di un’Italia che non si rassegna e dal basso organizza forme di resistenza, hanno la capacità di saperle leggere e interpretare queste ricchezze per trovare soluzioni per sé, per il proprio lavoro e per il proprio futuro, e per arrecare benefici a una comunità che rischia di disperdersi e di svanire, a un territorio che rischia l’abbandono” – conclude il moderatore dell’evento Francesco Erbani, giornalista e autore del libro “L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso”(Einaudi, 2019).

Il rapporto di ricerca si inserisce all’interno delle attività di studio in campo economico e sociale promosse da Euricse e rese possibili grazie al sostegno della Provincia Autonoma di Trento. Il rapporto è disponibile qui.

Pubblicato in Economia sociale
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