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Domenica, 09 Agosto 2020

Venerdì, 22 Maggio 2020 - nelPaese.it

Materiale riciclato, creatività e tanto entusiasmo sono gli ingredienti del progetto “Non più giovani artisti” realizzato nella Casa Residenza “Sandro Pertini” di Altedo, struttura gestita dalla Cooperativa sociale Cadiai.

In questi giorni di chiusura forzata della Residenza al mondo esterno, gli ospiti si sono messi in gioco per creare vere e proprie opere d’arte recuperando oggetti o parti di oggetti non più utilizzati. Una prassi, quella dell’uso di materiale da riciclo, a cui gli anziani del Pertini erano già abituati perché parte integrante di alcune attività svolte dall’animazione così come accade in tutte le strutture Cadiai. I negozi chiusi non hanno quindi impedito agli ospiti di dare sfogo alla propria creatività.

Ed è così che la carta di giornale ha dato origine ad un gufo, una lumaca e un orologio a cucù; la carta alluminio ad un chiarore di luna, salviette monouso ad un cagnolino, un guanto di pelle ad un cactus e due piccoli rotoli di carta ad un topolino.

Il progetto ha rappresentato un valido strumento per infondere positività e far sentire meno la mancanza del contatto con l’esterno. Nelle immagini alcune delle opere e momenti dell’attività svolta.

 

 

 

Pubblicato in Emilia-Romagna

Studenti poco informati sul contesto mafioso della loro città e poco consapevoli dei rischi sul loro presente e sul loro futuro. È questa la fotografia scattata dalla prima indagine conoscitiva sulla percezione del fenomeno mafioso in relazione alla droga e alla sicurezzatra gli studenti romani condotta negli istituti superiori della Capitale da Associazione daSud nel periodo febbraio-aprile 2020 con la collaborazione dell'istituto di ricerca IRIAD, nell'ambito di MaiDireMafia, la campagna per la costruzione di un'inchiesta partecipata sul potere criminale a Roma.

Svolta con strumenti quali-quantitativi della ricerca sociale su un campione di quasi 600 giovani tra i 16 e i 18 anni (72 quelli coinvolti nei focus group, 512 i rispondenti al sondaggio demoscopico), la rilevazione è rappresentativa della popolazione studentesca della città di Roma e fornisce dati che per Danilo Chirico, presidente di daSud, "sono lì a testimoniare una situazione allarmante che deve interrogarci e farci riflettere profondamente".

Giovani su mafie a Roma

Per il 54% degli studenti, la tipologia di organizzazioni criminali più presenti a Roma sono le mafie straniere. I clan autoctoni (Casamonica, Spada) sono indicati solo dal 13,5% dal campione intervistato, il cui 81% afferma di sapere poco o nulla dell'inchiesta "Mondo di mezzo": una percentuale che invece si ribalta se il quesito proposto fa riferimento all'espressione più comune "Mafia Capitale".

Giovani romani su mafie e droga

Per quanto concerne la percezione delle mafie in relazione alla droga, gli studenti che frequentano un istituto tecnico/professionale e risiedono in periferia hanno una maggiore consapevolezza del rischio rispetto a chi frequenta un liceo e vive in zone centrali. 

In generale l'attività di spaccio di sostanze stupefacenti è ritenuta meno dannosa di non gestire in maniera corretta la raccolta differenziata dei rifiuti (72,2% contro 80,3%).

Giovani romani su mafie e sicurezza

In merito alla percezione delle mafie rispetto alla sicurezza, le infiltrazioni mafiose sono ritenute allarmanti solo dal 9% degli studenti, mentre a rappresentare la principale causa di insicurezza nella città di Roma è il degrado urbano (21,7%).

Poca informazione e scarsa consapevolezza

Da un'attenta lettura dei dati, filtrati attraverso l'esperienza educativa e sociale condotta dall'associazione daSud nella periferia sud-est della Capitale nell'ambito di ÀP-Accademia popolare dell'antimafia e dei diritti, per daSud sono tre le principali concause a generare insufficiente informazione e consapevolezza nella popolazione studentesca romana:

la ripetuta mancanza di confronto fra istituzioni, corpo docente e studenti, momento necessario per la creazione di una relazione educativa proficua;

le carenze strutturali di un sistema scolastico che non ha saputo fornire agli studenti le conoscenze e gli strumenti necessari per comprendere al meglio un tema così essenziale. Una inadeguatezza che appare ancor più grave tenendo in considerazione gli sforzi educativi compiuti e gli innumerevoli progetti sulla legalità, l'antimafia e la cittadinanza – fra cui non mancano brillanti eccezioni – condotti in questi anni.

l'altrettanto scarsa conoscenza e consapevolezza del tema da parte della città e di quel mondo adulto che neppure dopo recenti sentenze ha saputo o voluto accettare e riconoscere, per avviare azioni di contrasto, la presenza e il ruolo crescente dei clan a Roma.

La lettera alla città per un nuovo patto sociale

Sulla scia di questi risultati e in concomitanza con il 28° anniversario della strage di Capaci, daSud rivolge una lettera aperta alle istituzioni e alla città per denunciare a Comune, Regione, MIUR e Governo gli enormi rischi a cui il tessuto cittadino è esposto e per delineare le opportunità da mettere in campo. 

Non può e non deve infatti stupire che - in un contesto di maggiore scarsità di risorse da parte delle famiglie per via dell'emergenza economica e sociale provocata dal Coronavirus, di sostanziale fallimento della didattica a distanza per le fasce più deboli della popolazione, di nuove solitudini - possano tornare a crescere i numeri dell'abbandono scolastico a favore della strada più semplice per la sopravvivenza: la criminalità.

"L'opportunità che le istituzioni e la città dovranno saper cogliere è collegata – afferma Danilo Chirico – a un necessario e rapido ripensamento strategico non solo di quei luoghi, come la scuola e le periferie, dove le diseguaglianze sono maggiori e diventano più visibili, ma anche dei metodi e degli strumenti da mettere in campo".

DaSud, anche alla luce dell'emergenza CoVid-19, che da sanitaria è diventata economica, sociale ed educativa, propone la sottoscrizione di un nuovo patto sociale indicando quattro punti su cui avviare un ragionamento concreto e praticare la trasformazione:

Scuola: Una grande alleanza educativa strategica con il terzo settore più innovatore, con il mondo della cultura, con istituzioni territoriali per affrontare fino in fondo le diseguaglianze e promuovere la circolazione di competenze e opportunità, valorizzando, modellizzando e diffondendo le esperienze di collaborazione tra scuola e territorio dove l'integrazione del Piano dell'offerta formativa è già realtà.

Antimafia in classe: L'avvio di un confronto serrato con dirigenti e insegnanti volto a pianificare gli interventi per esercitare e praticare l'antimafia tra i banchi. 

Periferie: Il recupero e la valorizzazione di spazi abbandonati, dismessi, inutilizzati perché vengano trasformati in centri generativi e inclusivi per le persone e le comunità, luoghi in cui possano ritrovarsi competenze capaci di promuovere l'innovazione di pratiche culturali, artistiche ed educative.

Antimafia popolare: Dare vita con Comune, Regioni, forze sociali, economiche e culturali da una Assemblea generale dell'antimafia a Roma, un luogo permanente di riflessione profonda, partecipata, diffusa, popolare e senza sconti su come la città e la comunità che la abita stanno cambiando a causa della presenza indisturbata dei clan. 

"Stiamo vivendo la più grande crisi economico-sociale che il Paese abbia conosciuto dal dopoguerra ad oggi e siamo a poco più di un anno dalle prossime elezioni amministrative a Roma. Ci attende un periodo di grandi trasformazioni sulle quali è fondamentale discutere per cercare di dare una nuova identità e nuove funzioni ai servizi pubblici, all'istruzione, al Paese, alle città. Noi per parte nostra, sin d'ora mettiamo a disposizione anche un momento pubblico di discussione: l'8, 9 e 10 ottobre, date in cui organizzeremo il nostro annuale festival Restart", conclude Danilo Chirico.

Il rapporto completo e la lettera aperta sono disponibili a questo link: https://bit.ly/2ZrMImj 

 

Pubblicato in Lazio

Erano 52.679 i detenuti presenti nelle carceri italiane lo scorso 15 maggio. 8.551 in meno rispetto a fine febbraio. Il tasso di affollamento attuale è del 112,2%, mentre due mesi e mezzo fa era del 130,4%. Da 5 anni, dal periodo post sentenza Torreggiani, il numero di persone recluse nei penitenziari italiani non era così basso. Da allora era stata una costante crescita fino alla quota di 61.230 registrata proprio alla fine del mese di febbraio. Il rischio, denunciato anche in passato da Antigone, era che questo costante aumento avrebbe potuto portare il sistema carcerario nuovamente a quella condizione che costò all'Italia la condanna della Corte Europea per i Diritti dell'Uomo per trattamenti inumani e degradanti.

"Lo scoppio della pandemia - ha sottolineato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - ha messo a nudo tutte le problematiche del nostro sistema penitenziario che da anni andiamo sottolineando e denunciando, in primis quello del sovraffollamento. Anche nei precedenti rapporti sottolineavamo come servissero politiche penali e penitenziarie più miti, con un utilizzo meno frequente della custodia cautelare e la concessione di misure alternative alla detenzione per tutti quei detenuti, erano quasi 20.000, che hanno pene da scontare inferiori ai tre anni. Improvvisamente, la necessità di fare spazio per prevenire i contagi, ha visto mettersi in moto una macchina che in poche settimane è riuscita a fare quello che fino a pochi giorni prima dello scoppio della pandemia sembrava impossibile solo a dirsi".

I detenuti in due mesi e mezzo diminuiscono del 13,9%. Da fine febbraio al 19 marzo le presenze in carcere sono calate di 95 persone in meno al giorno. Questa tendenza accelera con l'entrata in vigore del decreto "Cura Italia", che prevede le prime misure deflattive: dal 19 marzo al 16 aprile la popolazione detenuta cala ulteriormente di 158 persone al giorno. Dal 16 aprile 2020 in poi il clima cambia. Si pone il tema delle scarcerazioni di persone appartenenti alla criminalità organizzata e le presenze in carcere iniziano a calare di 77,3 presenti al giorno, meno della metà di prima.

Il Garante nazionale riferisce che le detenzioni domiciliari concesse fra il 18 marzo e il 15 maggio erano 3.282, e in 919 casi era stato adottato il braccialetto elettronico. Sono persone condannate per reati non gravi con meno di 18 mesi da scontare.

"Un altro aspetto importante è stata la concessione di strumenti tecnologici attraverso i quali i detenuti potessero sentire i propri familiari - ha dichiarato ancora Gonnella". 

Anche in questo caso, da tempo Antigone conduceva una battaglia affinché il carcere si aprisse a questi strumenti di comunicazione. I 10 minuti a settimana di telefonate, così come previste nell'ordinamento penitenziario del 1975, potevano forse andar bene all'epoca, ma di certo non oggi. Anche in questo caso ci siamo sempre sentiti rispondere che questa dotazione avrebbe posto problemi di sicurezza. Con lo scoppio della pandemia e la chiusura dei colloqui in presenza sono arrivati nelle carceri oltre 1.600 tra smartphone e tablet e il numero di telefonate concesse settimanalmente è stato aumentato.

"La pandemia - conclude Gonnella - ci ha dimostrato che sistema penale e penitenziario possono essere più miti e attenti ai diritti, senza che questo pregiudichi in alcun modo la sicurezza pubblica. Dunque, ci auguriamo che le istituzioni si facciano contagiare dal buon senso e ci si muova in una direzione di meno carcere e più opportunità sociali".

Pubblicato in Nazionale

Abbiamo apprezzato il 16 maggio 2020 la presentazione delle “Linee guida per la gestione in sicurezza di opportunità organizzate di socialità e gioco per bambini ed adolescenti nella fase 2 dell’emergenza COVID19”  utili alla riapertura dei centri estivi che dovrebbero riaprire nei prossimi giorni condividendo in particolare che “Tale prospettiva è stata perseguita ricercando il giusto bilanciamento tra il diritto alla socialità, al gioco ed in generale all'educazione dei bambini e degli adolescenti e, d'altra parte, la necessità di garantire condizioni di tutela della loro salute, nonché di quella delle famiglie e del personale educativo ed ausiliario impegnato nello svolgimento delle diverse iniziative.”

A scriverlo è Legacoopsociali con Crescerete, la rete di coop sociali che si occupano di prima infanzia, in una lettera aperta al governo. "Rileviamo con enorme dispiacere che le linee guida non comprendano la fascia di età dai 0 ai 3 anni se non per attività gestite dai genitori nei parchi e quindi le attività svolte all'interno dei nidi. Ricordiamo il grande valore educativo e di sostegno alla genitorialità rappresentato dai nidi d'infanzia e il valore delle esperienze di servizi educativi 0/6".

"Come cooperazione sociale da molti anni nei mesi estivi trasformiamo gli spazi dedicati durante l'anno ai servizi 0-3 o alle scuole per l'infanzia 3-6 in spazi e attività rivolti a bambini 0-6 anni con grande soddisfazione dei bambini e delle famiglie", continua la lettera.

"Non abbiamo compreso le motivazioni che hanno portato all'esclusione dei bambini di età 0-3 anni dalle linee guida e sarebbe interessante capire perché un bimbo che ha 38 mesi può partecipare ai centri estivi e un bimbo di 34 mesi non può farlo. Vogliamo fare notare che altre regioni, vedi Alto Adige, sono ripartite con i servizi 0-6 da lunedì 18 maggio, che sperimentazioni sono in corso nel comune di Torino all'interno del progetto "scuole aperte società protetta", che la Regione Liguria ha licenziato linee guida che comprendono anche i servizi 0-3", aggiunge.

"Riteniamo quindi urgente integrare le linee guida comprendendo anche i bambini di età inferiore ai 3 anni per favorire l'apertura di servizi dedicati alla fascia d’età 0-6 naturalmente prevedendo tutte le misure necessarie per salvaguardare la salute, dei bambini, delle operatrici, dei familiari", conclude Legacoopsociali.

Pubblicato in Nazionale
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