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Martedì, 22 Settembre 2020

Mercoledì, 27 Maggio 2020 - nelPaese.it

Medici Senza Frontiere (MSF) sta intensificando le sue operazioni sul Covid-19 nell’Amazzonia brasiliana, che con 1.780 decessi è tra le regioni con il maggior numero di morti nel paese, nonostante una popolazione relativamente limitata. Nell’area l’epidemia ha determinato il crollo non solo del sistema sanitario ma anche di quello funerario. Data la gravità della situazione, MSF si occuperà di assistere i pazienti critici in terapia intensiva, di garantire l’isolamento medico per quelli meno gravi e di attività di promozione della salute, cruciali per spezzare la catena del contagio sia nelle aree urbane che in quelle rurali.

Gli ospedali locali di Manaus, capitale dello stato di Amazonas, sono riusciti ad aumentare il numero di letti in terapia intensiva, ma il tasso di mortalità legato alla malattia rimane elevato. Nelle ultime settimane, nella capitale e in tutto lo stato, i numeri hanno raggiunto livelli allarmanti. Per ridurre i decessi, MSF lavorerà presso l’ospedale “28 de Agosto” di Manaus gestendo 12 posti letto nel reparto di terapia intensiva e altri 36 dedicati ai casi più lievi, in modo da supportare lo staff medico nella cura dei pazienti Covid. I team di MSF si stanno preparando a supportare anche altri ospedali della città.

MSF ha già lavorato a Manaus in sei strutture per rifugiati e senzatetto, organizzando sessioni di promozione della salute, fornendo supporto sulle misure di igiene e prevenzione volte a contrastare e contenere il virus ed effettuando visite mediche per individuare persone che potessero aver contratto il virus. Entro la fine di questa settimana, in collaborazione con le autorità locali, MSF allestirà un centro di isolamento e osservazione per le persone vulnerabili positive al coronavirus ma che non necessitano del ricovero ospedaliero.

La salute delle comunità indigene, che hanno limitato accesso alle cure mediche, è un elemento di grande preoccupazione per MSF, che è in contatto con i leader comunitari indigeni per guidare l’assistenza a queste comunità. In settimana le équipe di MSF inizieranno a fornire cure anche nelle aree più remote e rurali dello stato, in particolare nel comune di São Gabriel da Cachoeira.

"La situazione nell’Amazzonia brasiliana è molto preoccupante. Crediamo che il nostro lavoro possa fare la differenza e stiamo facendo del nostro meglio per iniziare le attività il più rapidamente possibile" afferma la dott.ssa Cecilia Hirata, capo progetto di MSF nello stato di Amazonas.

Rallentare la diffusione del Covid-19 è un altro obiettivo cruciale della risposta di MSF nel paese. Riducendo il tasso di contagio, diminuisce il numero di pazienti gravemente malati che necessitano di cure mediche, alleviando così il carico sul sistema sanitario. Le attività di promozione della salute sono essenziali per la diffusione di una corretta informazione sulle misure di prevenzione. MSF prevede di espandere questo tipo di attività sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Per raggiungere le persone che vivono nelle aree remote, i team di MSF si stanno preparando a fornire corsi di formazione ai leader comunitari in modo tale che le conoscenze apprese vengano poi trasmesse a tutte le comunità. 

In Brasile, oltre a Manaus, MSF sta rispondendo al COVID-19 nelle città di San Paolo, Rio de Janeiro e Boa Vista

Pubblicato in Dal mondo

Tre stelle.  Il massimo. Le ha ottenuto la cooperativa sociale di tipo B, Betadue. Le sono state assegnate dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ente amministrativo indipendente istituito con la legge 287 del 1990. Le tre stelle sono relative al rating di legalità.

"Al di là del linguaggio formale - commenta il Presidente di Betadue, Gabriele Mecheri - l'attribuzione di questo rating conferma un elemento per noi essenziale e cioè il rispetto delle regole. La cooperativa ha da poco compiuto 22 anni e la sua crescita è stata costante. Continuiamo ad assolvere al nostro compito istituzionale e cioè gli inserimenti lavorativi delle persone svantaggiate e lo facciamo sviluppando settori di lavoro e quindi opportunità di occupazione. La decisione dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato conferma che questa crescita è stata e continua ad essere pienamente rispettosa delle norme".

Formalmente nata nel 2013 dalla fusione tra due cooperative sociali, Beta e 2000 Onlus,  il nucleo originario della cooperativa è in realtà attivo da 22 anni ed opera in vari settori: ristorazione scolastica e di comunità, servizi ambientali, gestione del verde, pulizie, comunicazione, servizi amministrativi, logistica, servizi per cultura e spettacolo. Tutte le attività sono finalizzate all'inserimento lavorativo e sociale di soggetti esposti al rischio di esclusione.
Betadue è parte integrante della Rete Koinè che rappresenta un gruppo di organizzazioni no profit che tendono a sviluppare economie sociali e partecipate. E la cooperativa sostiene attivamente il lavoro delle associazioni di volontariato, culturali e di rappresentanza delle persone deboli dell'area in cui agisce, collaborando su progetti e attività. Betadue è stata tra le protagoniste della nascita del consorzio Coob che riunisce oltre trenta cooperative sociali del tipo B della Toscana. Attualmente Betadue occupa 440 addetti e il fatturato supera i 12 milioni di euro nel 2019.

 

Pubblicato in Economia sociale

L’emergenza coronavirus impone decisioni straordinarie per affrontare le ricadute economiche che inevitabilmente ci sono e ci saranno anche nel prossimo futuro. Per dare un concreto aiuto alle proprie cooperative, Coopbund Alto Adige Südtirol fa scendere in campo il proprio fondo mutualistico START.

Il direttivo del fondo, con il benestare del collegio sindacale, ha infatti deliberato di intervenire a sostegno delle cooperative che per effetto del Covid-19 hanno registrato una riduzione del fatturato.

Il presidente del fondo mutualistico START, Stefano Ruele, metterà così a disposizione un terzo dell’intera liquidità presente per iniettare nuove risorse nel capitale sociale delle cooperative associate a Coopbund. “Un apporto di nuova finanza, ma anche di fiducia, che andrà a rinforzare stabilmente il patrimonio netto delle singole imprese senza quindi aumentare i debiti” sostiene Stefano Ruele.

START è il Fondo Mutualistico per lo sviluppo della cooperazione e delle cooperative a cui aderiscono di diritto tutte le cooperative socie dell’associazione di rappresentanza Coopbund. Lo scopo del fondo consiste nella promozione e nel finanziamento delle imprese cooperative in Alto Adige.

Il fondo viene finanziato attraverso il versamento annuale pari al 3% dell’utile realizzato dalle società cooperative aderenti a Coopbund, come previsto dall’articolo 11 della Legge 31 gennaio 1992, n. 59. 

I versamenti delle cooperative al fondo mutualistico START rappresentano la loro “mutualità esterna”, ossia l’aiuto reciproco e la solidarietà fra cooperative, uno dei principi che sta alla base del pensiero cooperativo. Le risorse che approdano al fondo mutualistico Start vengono impiegate per promuovere – attraverso la partecipazione al capitale, la concessione di prestiti e garanzie per gli istituti bancari – la nascita di nuove imprese e lo sviluppo di quelle esistenti.

 

Pubblicato in Trentino-Alto Adige

Quest’oggi, con un nuovo agghiacciante rapporto, Amnesty International ha ammonito la Nigeria ad affrontare con urgenza il fallimento del paese nel proteggere e fornire l’istruzione a un’intera generazione di bambini nel nord-est del paese, una regione devastata da anni di atrocità perpetrate da Boko haram e da enormi violazioni delle forze militari.

Il rapporto di 91 pagine, “Ci siamo asciugati le lacrime’: occupiamoci dei bambini vittime del conflitto della Nigeria nord-orientale”, analizza le pratiche diffuse della detenzione illegittima e della tortura a opera delle forze militari, che hanno aggravato le sofferenze dei bambini degli stati di Borno e Adamawa che hanno affrontato crimini di guerra e crimini contro l’umanità per mano di Boko haram.

Il rapporto svela altresì come i donatori internazionali abbiano foraggiato un programma fallimentare che pretende di reinserire ex presunti combattenti, ma che perlopiù equivale a una detenzione illegale di minori e adulti.

“Gli ultimi dieci anni di aspro conflitto tra le forze militari nigeriane e Boko haram hanno costituito un attacco all’infanzia stessa nella Nigeria nord-orientale. Le autorità nigeriane rischiano di dar vita a una generazione perduta se non affrontano con urgenza la questione di migliaia di minori che sono stati presi di mira e traumatizzati dalla guerra”, ha dichiarato Joanne Mariner, direttrice per le risposte alle crisi di Amnesty International.

“Tra le varie atrocità, Boko haram ha più volte attaccato scuole e rapito moltissimi minori per farne soldati o ‘spose’. Il trattamento delle forze militari nigeriane per coloro che sfuggono a tale brutalità è stato altrettanto atroce. Dalla detenzione illegittima e di massa in condizioni disumane a pestaggi e torture, fino a consentire abusi sessuali da parte di detenuti adulti: è difficile immaginare un altro luogo al mondo in cui ai minori possano essere arrecati danni così gravi dalle stesse autorità deputate alla loro protezione”, ha proseguito Joanne Mariner.

Tra novembre 2019 e aprile 2020, Amnesty International ha intervistato oltre 230 persone colpite dal conflitto, tra le quali 119 che, quando hanno subito gravi crimini da parte di Boko haram, delle forze militari nigeriane o di entrambi, erano minori. Il gruppo includeva anche 48 minori che erano stati in regime di detenzione militare per mesi o anni, oltre a 22 adulti che erano stati arrestati insieme ai loro figli.

La brutalità di Boko haram

I minori sono uno dei gruppi più colpiti dalle atrocità di Boko haram, perpetrate su grandi aree della Nigeria nord-orientale per circa un decennio. Il gruppo armato ha fatto ampio ricorso ad attacchi a scuole, rapimenti di massa, reclutamento e utilizzo di bambini soldato, matrimoni forzati di ragazze e giovani donne, che per il diritto internazionale sono tutti crimini.

Questo modello di crimini è ben noto per via di casi di grande rilievo come il rapimento di centinaia di studentesse a Chibok nel 2014. Tuttavia, la portata dei rapimenti è stata ampiamente sottovalutata e con grande probabilità raggiunge le migliaia. Boko haram continua a costringere genitori a consegnare ragazzi e ragazze, sotto minaccia di morte. Continua a “sposare” dietro costrizione bambine e giovani donne. E continua a uccidere le persone che cercano di scappare.

I minori nelle aree sotto il controllo di Boko haram sono stati sottoposti a torture, come fustigazioni e altre violenze, oltre a essere costretti ad assistere a esecuzioni pubbliche e ad altre brutali punizioni.

Una ragazza di 17 anni che è fuggita da Boko haram dopo essere stata rapita e tenuta in prigionia per quattro anni ha descritto la vita nella foresta di Sambisa: “Il [mio] perfido ‘marito’ mi picchiava sempre… Le mie attività giornaliere comprendevano la preghiera, cucinare se c’era del cibo, [e] andare a lezione di Corano. Non era permesso nessuno spostamento e non si poteva andare a trovare gli amici. È stata un’esperienza terribile e ho assistito a diverse punizioni: fucilazioni, lapidazioni o fustigazioni”.

La ragazza e la maggior parte delle altre ex “spose” bambine intervistate, tra le quali alcune che erano tornate con dei bambini nati durante la prigionia, hanno ricevuto poca o nessuna assistenza nel rientrare a scuola, procurarsi i mezzi di sostentamento o accedere a un sostegno di natura psicosociale.

“Vorrei andare a scuola ma non ci sono soldi”, ha detto la diciassettenne. “Il più grande aiuto per me sarebbe andare a scuola”.

Detenzione militare

I minori che scappano dal territorio di Boko haram affrontano moltissime violazioni a opera delle autorità nigeriane, tra le quali anche crimini di diritto internazionale. Se va bene, finiscono sfollati a combattere per la sopravvivenza con uno scarso o nessun accesso all’istruzione. Se va male, sono tenuti in regime di detenzione arbitraria per anni in caserme militari, in condizioni che equivalgono a tortura e altri maltrattamenti.

L’Onu ha comunicato ad Amnesty International di aver verificato il rilascio di 2879 minori dal regime di detenzione militare a partire dal 2015, sebbene avesse precedentemente menzionato un numero maggiore di minori detenuti tra il 2013 e il 2019. È molto probabile che questi dati siano ampiamente sottostimati. L’Onu ha riferito di avere accesso limitato alle strutture di detenzione militare e quindi non è in grado di fornire il numero reale dei minori detenuti nell’ambito del conflitto.

La maggior parte di queste detenzioni sono illegali; i minori non sono mai accusati o perseguiti per un reato ed è loro negato il diritto di accesso a un avvocato, di comparire davanti a un giudice o di comunicare con le famiglie. Le detenzioni illegali diffuse possono configurarsi come crimine contro l’umanità.

Quasi tutti coloro che scappano dal territorio di Boko haram, anche i minori, sono “controllati” dalle forze militari e dalla Task force civile congiunta attraverso un processo che per molti comporta la tortura fino a quando si “confessa” l’affiliazione a Boko haram. I presunti membri e sostenitori di Boko haram vengono trasferiti e detenuti, spesso per mesi o anni, in condizioni misere in centri di detenzione come la caserma di Giwa a Maiduguri e la base militare di Kainji nello stato del Niger.

Ogni ex detenuto intervistato ha descritto le condizioni in maniera coerente e molto dettagliata: grande sovraffollamento, mancanza di aerazione in un clima di caldo asfissiante, parassiti ovunque, urine e feci sul pavimento a causa della mancanza di servizi igienici. Nonostante vi siano stati alcuni miglioramenti negli ultimi anni, molti ex detenuti, tra i quali alcuni minori, hanno anche dovuto affrontare uno scarsissimo accesso ad acqua, cibo e assistenza sanitaria.  
Decine di migliaia di detenuti sono stati tenuti in queste condizioni, talmente estreme da costituire il crimine di guerra di tortura, e molti minori continuano a esserlo, persino dopo i rilasci di massa alla fine del 2019 e all’inizio del 2020. Amnesty International calcola che almeno 10.000 persone, tra cui molti minori, siano deceduti in regime di detenzione durante il conflitto.

Un ragazzo di 14 anni che Boko haram aveva rapito da piccolo prima che potesse scappare ed era stato posto in regime di detenzione dalle forze militari nigeriane ha dichiarato: “Le condizioni a Giwa sono così terribili da morirci. Non c’è un posto dove stendersi… Fa caldo, hai tutti i vestiti bagnati come se ti avessero messo in un fiume… Finora, nessuno mi ha detto perché sono stato portato qui, cosa ho fatto e il motivo per cui mi hanno arrestato. Mi chiedo, perché sono scappato via [da Boko haram]?”

L’operazione Corridoio sicuro

Amnesty International ha anche documentato violazioni nell’operazione Corridoio sicuro, un programma di aiuto di milioni di dollari elargiti da Unione europea, Regno Unito, Usa e altri partner. Il centro di detenzione fuori Gombe gestito dalle forze militari è stato istituito nel 2016 con lo scopo di deradicalizzare e riabilitare presunti combattenti o sostenitori di Boko haram. Ci sono stati circa 270 “diplomati” in molti gruppi da allora.

Le condizioni sono migliori in Corridoio sicuro rispetto a qualsiasi altro contesto di detenzione militare e gli ex detenuti si sono espressi in maniera positiva in merito al sostegno psicologico e all’istruzione per adulti ricevuti lì. Tuttavia, alla maggior parte degli uomini e dei ragazzi presenti nel centro non è stata comunicata alcuna motivazione legale per la loro detenzione e ancora non hanno accesso ad avvocati o tribunali per presentare ricorso. Era stato loro promessa una permanenza di sei mesi, che in alcuni casi è stata prolungata a 19 mesi, periodo durante il quale sono stati privati della libertà e sono stati costantemente sotto vigilanza armata.

Gli ex detenuti hanno riferito ad Amnesty International che l’assistenza medica era profondamente carente. Sono morti sette detenuti, molti, se non tutti, dopo aver ricevuto un’assistenza medica inadeguata. Le autorità nigeriane non lo hanno neanche comunicato alle famiglie, che sono invece state informate dai detenuti rilasciati.  

Un programma di formazione professionale che fa parte di Corridoio sicuro potrebbe corrispondere a lavoro forzato, considerato che la maggior parte dei detenuti, se non tutti, non è mai stato condannato per nessun reato e fabbrica di tutto, dalle calzature ai saponi e ai mobili senza ricevere alcun corrispettivo.
Il programma costringe anche alcuni detenuti a lavorare in condizioni non sicure. Alcuni di essi hanno subito dei gravi incidenti alle mani per aver dovuto lavorare a contatto con la soda caustica, sostanza altamente corrosiva, senza dispositivi di protezione. “La soda caustica è pericolosa. A contatto con il corpo, toglie la pelle”, ha detto un ex detenuto sessantunenne.

“Nessuno dei maggiori donatori del programma Corridoio sicuro approverebbe un tale sistema di detenzione prolungata e illegale per i propri cittadini, quindi perché lo fanno in Nigeria?”, ha dichiarato Osai Ojigho, direttrice di Amnesty International Nigeria.

“Le forze armate nigeriane devono rilasciare tutti i minori in detenzione arbitraria e mettere fine alle altre violazioni che sembrano avere l’obiettivo di punire migliaia di minori, molti dei quali sono stati anche vittime delle atrocità di Boko haram. Un impegno nell’istruzione dei minori e nel loro recupero psicologico potrebbe aprire la strada a un nuovo percorso per il nord-est del paese”, ha concluso Osai Ojigho.

Pubblicato in Nazionale

La cooperazione sociale cambia l’approccio del welfare aziendale per diventare interlocutore preferenziale delle aziende con l’obiettivo di favorire condizioni di benessere per lavoratori e caregiver.

Da sempre vicino alle fragilità delle famiglie, il mondo cooperativo si avvicina ulteriormente alle imprese e, partendo dall’esperienza consolidata di tre reti di Cooperative operative in gran parte del territorio nazionale (ComeTe, Pronto Serenità e Ribes), presenta Consorzio FIBER realtà che riunisce alcune tra le più importanti cooperative e consorzi sociali italiani e che ha dato vita al marchio Welfare Come Te.

FIBER è costituito da 17 realtà imprenditoriali che aggregano oltre 100 cooperative socie che operano a livello nazionale con standard qualitativi certificati, raggiungendo insieme un numero di lavoratori che supera le 50.000 unità. Inoltre, grazie a partnership territoriali consolidate con numerose cooperative sociali, garantisce una presenza capillare in ogni Regione italiana, facendo quindi in modo che il welfare aziendale possa avere una forte ricaduta territoriale.   

«Welfare Come Te – spiega il Presidente Alessandro Micich – vuole promuovere una nuova cultura del welfare aziendale: non più solo “benefits” ma veri progetti di responsabilità sociale in grado di rispondere alle reali esigenze socio-demografiche, disegnati e portati avanti dagli stessi attori che, per decenni, si sono occupati di welfare locale, al fianco dei comuni: le cooperative sociali. E lo fa anche lanciando su tutto il territorio nazionale la figura chiave dei Care Manager, persone di grande esperienza nell’ambito dei servizi di cura, tutor che incontrano le famiglie e le orientano nel trovare la soluzione migliore alla loro difficoltà». 

Un vero e proprio cambio di paradigma: in questo modo, viene capitalizzata l’esperienza della cooperazione sociale nella partecipazione ai servizi di welfare territoriale, dando forma a un modello nazionale in grado di offrire risposte di accompagnamento personalizzato, che non si limita a vendere servizi, ma che si appoggia, dove possibile, a servizi esistenti, pubblici o privati. 

Welfare Come Te si posiziona all’interno del mercato come interlocutore per aziende, provider, associazioni di categoria e consulenti del lavoro, mettendo a disposizione la propria competenza nello sviluppo e nella gestione di servizi educativi e socio-assistenziali. L’approccio “verticale” di Welfare Come Te nell’ambito del welfare aziendale gli consente di avere anche un ruolo integrativo ai Piani di Welfare Aziendale già esistenti, inserendosi come progetto di welfare sociale dedicato ai caregiver. 

Welfare sociale anche per le PMI. La proposta di Welfare Come Te è pensata per offrire anche alle imprese più piccole l’opportunità di uscire da un approccio al welfare aziendale standardizzato, affiancandole nella realizzazione di Piani di Welfare personalizzati, sostenibili e caratterizzati da un forte impatto sociale.   

Concetto ribadito da Franca Guglielmetti (Cadiai/ComeTe), Gianni Calabrese (Coopselios/Pronto Serenità) e Amedeo Duranti (Ribes), Presidenti delle reti attraverso le quali è nato Fiber e il progetto Welfare Come Te. «La cooperazione sociale si prende la responsabilità di “ridare dignità” alla parola Welfare, lavorando con le imprese di ogni dimensione, per portarle a essere protagoniste nell’integrazione tra il Primo e il Secondo welfare, tra il pubblico e il privato, valorizzando il proprio radicamento territoriale nel dialogo con i diversi stakeholder (lavoratori, sindacati, clienti, consumatori) e rafforzandone identità, valore e responsabilità sociale».

 Il Consorzio FIBER è costituito da Cadiai, Coopselios, Care Expert, Codess Sociale, Universiis, Cidas, Consorzio Parsifal, Cooperativa Animazione Valdocco, Gesco, S.G.S, Cooss Marche, Sisifo, Cad, Itaca, Labirinto, Seacoop e Zerocento.

Pubblicato in Lavoro
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