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Martedì, 04 Agosto 2020

Giovedì, 11 Giugno 2020 - nelPaese.it

“FISH crede profondamente nella potenzialità inclusiva delle attività ludiche soprattutto per i bambini. Questa convinzione ci ha profondamente animato nella conduzione del progetto nazionale Giochiamo tutti!. Realizzare parchi giochi accessibili a tutti nelle nostre città assieme alle comunità, assieme alle famiglie, con le amministrazioni che ci credono. Gli atti vandalici nell’area giochi dell’Aquila sono di una gravità incommentabile, un gesto di violenza, l’ennesimo, contro i bimbi, contro le persone con disabilità.”

Così commenta Vincenzo Falabella, Presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, il grave episodio avvenuto ieri a l’Aquila ai danni dell’area giochi accessibile realizzata da FISH, con il supporto di Mediafriends, e inaugurata il 13 giugno 2015 con una bellissima festa pubblica che coinvolse l’intero quartiere e moltissimi cittadini e coronò un lungo percorso di coprogettazione e realizzazione.

“Questi gesti ci avviliscono ma non fermano il nostro impegno quotidiano nelle istituzioni, ma ancora di più nei territori e nelle comunità che sono e rimangono profondamente solidali e orientate all’inclusione. Continueremo, ora più che mai, rilanciando il nostro progetto Giochiamo tutti! che riteniamo un’esperienza irrinunciabile.”

Pubblicato in Abruzzo

I mesi di distanziamento sociale nella Comunità alloggio Casa Carli a Maniago non hanno assopito la volontà degli ospiti nel voler lavorare e divertirsi. La straordinarietà della situazione, creata dalla pandemia da Covid-19, ha sollecitato l'equipe della Cooperativa sociale Itaca, che gestisce il servizio, a creare nuove opportunità oltre che rivedere diverse modalità interne per una coabitazione all'insegna della sicurezza per le persone con disabilità che, oramai da quattordici anni, vivono in via della Repubblica.

La stretta alleanza con il laboratorio artistico Officina Creativa e con il Gruppo appartamento Girasole ha permesso ai residenti di essere protagonisti di laboratori, giochi e momenti di riflessione guidati dagli educatori e animatori di Itaca. Grazie alle loro competenze sono proseguite le attività di riciclo creativo, come anche è stata avviata la creazione di mascherine (ex art.16) necessarie per convivere con l'emergenza in atto. Un lavoro di squadra che ha visto la partecipazione alle attività subordinata alla suddivisione in piccoli gruppi, che hanno agito rispettando responsabilmente le disposizioni ministeriali e regionali.

Un notevole lavoro è stato portato avanti nella cura degli spazi con la potatura degli alberi, delle piante e il rifacimento dell'orto, grazie anche alla generosità e competenza del Molino Del Mistro di Maniagolibero. L'importanza del prendersi cura del proprio luogo è stata la chiave per il benessere e la soddisfazione dei singoli che, tra i numerosi impegni, hanno avuto modo di beneficiare delle varie attitudini degli operatori in servizio, tra cui i training nell'attività fisica e la cura del corpo, momenti dedicati alle arti come la musica e la fotografia e, naturalmente, lo spazio per giocare e divertirsi.

Ci sono stati appassionanti tornei di bocce e ping pong, sino ad una giornata interamente dedicata ai giochi del passato come la corsa con i sacchi, con tanto di vere e proprie premiazioni per tutti i partecipanti. Tutto questo è stato accompagnato dalle mansioni ordinarie previste quotidianamente a Casa Carli, come la cucina, la pulizia delle stanze e dell'abbigliamento.

Nel corso di questi mesi non sono di certo mancate le domande, tra cui la più frequente "ma quando finisce tutto questo?", alla quale si sono accompagnate ansie e stanchezze che hanno trovato costanti momenti di ascolto e incoraggiamento da parte dell'equipe di Itaca.

Se, come recita il mantra di questo periodo, "nulla sarà più come prima", gli inquilini di Casa Carli hanno regalato a tutti una grande lezione di pazienza rispetto all'attesa indefinita e incerta, si sono messi in gioco ogni giorno, sia nelle attività che hanno condiviso insieme sia nella coabitazione "forzata" dal lockdown. Il desiderio di rientrare al lavoro in molti è fondamentale per ricostruire la quotidianità, bruscamente interrotta ai primi di marzo, questo periodo di convivenza rimarrà però indelebile nella memoria di ognuno, anche per le belle ore passate all'interno e all'esterno della casa.

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

"Rilancio ITALIA 2020-2022" fa propri gli obiettivi del Green Deal e rivendica il ruolo del Capitale naturale per il benessere della società e il rilancio economico delle nostre imprese. Tra le proposte per "aumentare e preservare le aree verdi, il territorio e gli ecosistemi nazionali" c'è la creazione del "Registro nazionale dei crediti di carbonio generati da progetti forestali ed agricoli" che dia coerenza alle iniziative già messe in atto, basti pensare al Codice Forestale del Carbonio (CFC), ossia le linea guida per lo sviluppo di un mercato volontario dei crediti di carbonio in Italia.

Il CREA è l'autore e promotore di questo documento che definisce le Linee Guida e di indirizzo per la realizzazione di progetti forestali, su proprietà pubbliche e private, e identifica i criteri minimi qualitativi per generare e vendere crediti di CO2e nel Mercato volontario, il tutto nel rispetto dei principi di Addizionalità (impegni aggiuntivi alle normali pratiche di gestione), Permanenza, (nel tempo e nello spazio dei crediti generabili ai vari tipi di rischi), Leakage (insussistenza del rischio di generare esternalità negative) e Doppio conteggio (fissazione del carbonio già contabilizzata dallo Stato ai fini del Protocollo di Kyoto o doppia vendita dello steso credito a due diversi beneficiari) previsti dalle linee guida IPCC (il prestigioso Panel dell'Onu per cambiamento climatico).

I crediti di carbonio, ossia le tonnellate di CO2 equivalente immagazzinata nella biomassa vegetale o nel suolo da attività di gestione, imboschimento o rimboschimento vengono utilizzate nella contabilizzazione degli impegni internazionali sottoscritti dal Governo italiano nell'ambito del Protocollo di Kyoto per compensare le emissioni generate dai diversi settori produttivi. A sua volta possono anche essere quantificati e commercializzati in un mercato volontario locale dal fornitore (titolare della gestione) che genera il credito ad un beneficiario acquirente che può compensare le proprie emissioni o la propria impronta carbonica residua dopo aver realizzato un progetto di riduzione.

Quindi, l'azione proposta dal Rilancio Italia intende stimolare un'economia circolare, in accordo con il Green Deal, facilitando investimenti privati e pubblici nella gestione sostenibile delle foreste e dei terreni agricoli, nella creazione di nuove foreste e nel miglioramento dei sistemi verdi in ambienti agrario ed urbano in Italia. Rappresenta, insomma, una importante opportunità per le imprese nazionali che potranno compensare o ridurre le proprie emissione di gas serra e i loro impatti ambientali attraverso il finanziamento di progetti e attività agricole e forestali di gestione, imboschimento o rimboschimento volti a generare Crediti di carbonio e altri servizi ecosistemici.(assorbimento del carbonio, conservazione della biodiversità o purificazione dell'aria o dell'acqua).

Il CFC è stato pubblicato nel 2014 dal gruppo di lavoro Nucleo Monitoraggio Carbonio (NMC) coordinato dal CREA, con il suo Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia e composto dal: dipartimento Tesaf dell'università di Padova, dal dipartimento Dibaf dell'Università della Tuscia, da Compagnia delle foreste srl e IPLA di Torino, che dal 2012 realizza un rapporto annuale di monitoraggio dei Mercati volontari dei crediti di carbonio. Scaturisce da varie consultazioni pubbliche che hanno coinvolto tutti i maggiori stakeholder di settore ed è stato sottoposto al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, affinché fosse riconosciuto come documento ufficiale a livello nazionale per generare e commercializzare crediti di carbonio.

"Proporre il "Codice Forestale del Carbonio" come strumento per definire le Linee guida nazionali volte a fissare criteri minimi qualitativi che riducano la possibilità di generare forme di greenwashing – affermano Raoul Romano e Saverio Maluccio, ricercatori CREA Politiche e Bioeconomia che hanno coordinato il Gruppo di Lavoro - significa non solo riconoscere il lavoro scientifico e tecnico svolto dal CREA, ma anche valorizzare la responsabilità ambientale degli imprenditori e dei cittadini e l'unicità, riconosciuta e registrata in un Registro nazionale dei progetti agricoli e forestali realizzati in Italia e delle transazioni di mercato tra il fornitore e il beneficiario".

Pubblicato in Ambiente&Territorio

"Addolora ma non sorprende ritrovare la CEI sulle barricate di chi contrasta ogni ipotesi di legge per tutelare dall'odio e dalla violenza le persone lgbti, specie giovani e giovanissime": Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, ribatte a muso duro alle posizioni della CEI sulle proposte di legge contro l'omotransfobia, in discussione alla Camera.

"Lo spauracchio della legge liberticida o del reato di opinione, del tutto infondato, impallidisce dinanzi alla quotidianità martellante dell'odio e della violenza di origine omotransfobica. L'Italia è l'unico Paese dell'Europa occidentale a non avere legislazioni a prevenzione e contrasto di questi fenomeni e questo è il motivo per cui siamo in coda in ogni classifica europea. Le forze politiche hanno il dovere di dare una risposta alle tantissime persone che hanno subito e subiscono violenze, approvando un testo di legge efficace e concreto, che cominci finalmente ad aggredire il fenomeno. E hanno il dovere di farlo tenendo la CEI fuori dalla porta, stigmatizzandone la scompostezza e il tentativo bieco di eterodirezione e ristabilendo i principi della nostra Carta costituzionale", aggiunge il presidente Arcigay. 

"Già in passato, le gerarchie ecclesiastiche si sono schierate clamorosamente dalla parte dei violenti, coprendo crimini agiti spesso proprio da chi vestiva l'abito talare. E la storia ci ha mostrato che i pastori che proteggono i violenti fanno estinguere il gregge. L'auspicio è che le parti più sane delle istituzioni cattoliche - conclude Piazzoni - quelle che combattono veramente la violenza, sappiano correggere questa deriva e smentire nei fatti le parole dei vescovi", conclude Piazzoni. 

Pubblicato in Parità di genere

L'85% delle cooperative associate a Legacoop Bologna è stato coinvolto nel lockdown, per queste imprese si è registrata una perdita di fatturato che varia dal 20% all'80%. Il 40% del totale dei dipendenti di cooperative aderenti a Legacoop Bologna ha avuto accesso ai diversi tipi di ammortizzatori sociali, strumenti cui ha fatto ricorso il 60% delle associate.

Sono alcuni dati dell'impatto della pandemia sulle cooperative, presentati dalla presidente Rita Ghedini nel corso Direzione di Legacoop Bologna che si è tenuta in remoto su una piattaforma digitale e alla quale ha partecipato anche il sindaco di Bologna, Virginio Merola. Nel corso della Direzione sono state rendicontate le attività dell'associazione durante la pandemia: supporto alle associate per l'accesso agli ammortizzatori sociali e alla liquidità, informazione e assistenza sui provvedimenti normativi e recupero, anche grazie alla collaborazione di Camst, di DPI per i dipendenti delle imprese.

Il confronto tra le cooperative associate e il sindaco Merola ha messo al centro i temi della ripresa che fanno riferimento al modello di Sviluppo Sostenibile e alla necessità un Nuovo Patto Comunitario che rifondi il welfare, le relazioni di lavoro, il rapporto impresa-comunità, lo sviluppo dell'imprenditorialità.

"Promozione della salute come condizione abilitante per il benessere individuale e collettivo, riprogettazione dei servizi, trasformazione digitale, tutela dell'ambiente, rigenerazione delle competenze, nuovi modelli di work-life balance per rispondere alle mutate esigenze del lavoro. Sono questi gli assi su cui lavoreremo per supportare le cooperative nella ripartenza - ha dichiarato Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna - Continueremo a misurare i risultati della nostra attività in relazione al raggiungimento degli SDGs, gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'Agenda Onu 2030. Un approccio adeguato ad affrontare i nuovi problemi e integrato con il nostro sistema di principi e valori per sviluppare una attività economica in grado di produrre e distribuire valore, contrastando disuguaglianze e lacerazioni sociali acuite dalla pandemia".

Nel corso della direzione è stato consegnato anche il dossier "Il contributo delle imprese associate a Legacoop Bologna al raggiungimento degli obiettivi dell'Agenda ONU 2030" curato da Gianluigi Bovini (statistico e demografo), Edoardo Croci (Università Bocconi) e Walter Vitali (Direttore esecutivo di Urban@it). Dai dati rilevati emerge la maggiore sensibilità delle cooperative associate a Legacoop Bologna sui temi dello Sviluppo Sostenibile rispetto alla totalità delle imprese tradizionali, in termini di occupazione femminile (66,6% vs 39,1%), di occupazione a tempo indeterminato (92,1% vs 88,7%) e di minor divario salariale in termini di rapporto tra salario più alto e più basso percepito (4,6 vs 12,2). Nella totalità delle imprese bolognesi si registra un maggior tasso di occupazione giovanile (under 34) rispetto alle cooperative associate a Legacoop Bologna (25,5% vs 16,4%).

"Lo sviluppo sostenibile legato ai territori, nelle sue declinazioni economica, sociale e ambientale, è e resta il tema centrale per il futuro dell'area metropolitana bolognese. Non serve cercare nuovi obiettivi ma concentrarsi sulla realizzazione di quelli che abbiamo individuato - ha dichiarato il sindaco di Bologna, Virginio Merola, nel corso del suo intervento alla direzione di Legacoop Bologna - Le città potranno dare un contributo fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici. In assenza di politiche nazionali, stiamo lavorando per la creazione di una agenda urbana regionale, con un ruolo forte dell'area metropolitana di Bologna. Con il supporto della Regione, con i fondi europei disponibili e grazie anche ai processi di aggregazione e razionalizzazione che stiamo portando avanti,  avremo le risorse necessarie per avviare la transizione mantenendo alta la coesione sociale e i servizi di welfare. Il contributo della cooperazione sarà determinante per il raggiungimento, nella nostra area metropolitana, degli obiettivi dell'Agenda Onu 2030 sullo Sviluppo Sostenibile".

Pubblicato in Emilia-Romagna
Giovedì, 11 Giugno 2020 10:20

NAPOLI: ARRIVA IL CAR SHARING CON AMICAR

Napoli si mette al passo con le grandi città d'Europa con il nuovo servizio Amicar il car sharing di auto totalmente elettriche e, quindi, a emissioni zero, che integra il trasporto pubblico e quello dei taxi e offre una valida alternativa all'uso dell'auto privata. Il servizio è promosso dal gruppo di imprese sociali Gesco dopo una prima sperimentazione durata circa un anno ed è stato presentato questa mattina in piazza del Gesù dal presidente del gruppo Sergio D'Angelo con Marisa Laurito come madrina d'eccezione. Con loro hanno illustrato il servizio il direttore di Gesco e coordinatore del progetto Giacomo Smarrazzo, il direttore creativo della campagna di comunicazione Antonello Colaps dell'agenzia Dopolavoro e lo sviluppatore della piattaforma di sharing Mario Cuollo Conforti della società Be Smart.

Amicar si propone come un servizio di car-sharing ecologico, sicuro, comodo, sociale: risponde alle nuove e diverse esigenze di mobilità imposte dal rischio Coronavirus e, allo stesso tempo, offre la possibilità di disincentivare l'uso dell'auto privata per evitare l'inquinamento e il congestionamento del traffico.

Il servizio parte con un parco auto di 50 vetture Peugot 208 che aumenteranno a 80 entro la primavera del 2021, a emissioni zero, distribuite su tutto il territorio cittadino e prenotabili con una App che si può scaricare dal sito www.amicarnapoli.it gratuitamente e sarà la "chiave" per utilizzare l'auto, tramite il proprio cellulare.

Gratuito è anche il parcheggio, sia nelle aree di parcheggio comunale (strisce blu) che nei parcheggi convenzionati, distribuiti in tutta la città.

Con Amicar si potrà circolare nelle ZTL e anche nelle corsie preferenziali, mentre la sicurezza per la salute è garantita dalla sanificazione periodica e dall'obbligo di utilizzo di mascherine e guanti alla guida, oltre che da un disinfettante in dotazione a ciascuna autovettura.

"Napoli ha più di un'auto per ogni 2 abitanti, la Campania è la regione italiana dove si trascorre più tempo in auto: 20 giorni all'anno – spiega il presidente di Gesco Sergio D'Angelo - e ogni abitante usa mediamente l'auto per quasi 300 giorni all'anno. È un "costo" elevatissimo per l'ambiente e per le nostre città, ma anche per le nostre tasche, perchéP mantenere un'auto costa e anche molto. Ogni auto condivisa sostituisce in media 8 autoveicoli, perciò il car sharing conviene a tutti: riduce il numero di auto in circolazione, decongestiona il traffico, riduce i problemi di parcheggio. Confidiamo nell'attenzione non solo dei turisti ma di tutti i napoletani, stanchi di passare ore nel traffico o di spendere per un'auto quanto il mutuo per la casa".

"Sono particolarmente soddisfatto per l'avvio dell'innovativa iniziativa del Consorzio Gesco – dichiara Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud, che sostiene l'iniziativa - per due ordini di motivi: questo progetto rappresenta una grande opportunità per la città di Napoli ed è significativo che nasca da un forte soggetto del non profit; in secondo luogo questa iniziativa investe il Fondo Sefea Impact, promosso dalla Fondazione Con il Sud che ne è il principale sottoscrittore: fondo specializzato per accompagnare lo sviluppo di imprese sociali e imprese che puntano a declinare concretamente il valore della sostenibilità".

 

"Sono molto felice di essere madrina di questa iniziativa – ha detto stamattina Marisa Laurito – Anche io ho un'auto elettrica e conosco bene la sua utilità. Perché non inquina e rende la vita più facile: parcheggi dove vuoi, non paghi il bollo, rispetti l'ambiente, puoi parcheggiare sulle strisce blu senza pagare, e viaggi in silenzio, come quando si va in barca a vela. Dobbiamo far respirare le nostre città, liberarle dall'inquinamento: perciò speriamo che la cultura delle auto elettriche e del car sharing si diffonda sempre di più"

 

 

Amicar sharing ha la collaborazione di EAV, Peugeot Auto Uno, Be Smart, Radio Kiss Kiss, Napoliclick, ANM, Teatro Trianon Viviani e Ordine dei Giornalisti della Campania.

 

Pubblicato in Campania

Le analisi mettono in luce una carenza strutturale nella disponibilità di servizi educativi per la prima infanzia rispetto al potenziale bacino di utenza (bambini di età inferiore a 3 anni) e una distribuzione profondamente disomogenea sul territorio nazionale.

I posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi pubblici e privati corrispondono mediamente al 12,3% del bacino potenziale di utenza al Sud e al 13,5% di quello delle Isole, contro una media nazionale del 24,7% (anno scolastico 2017/2018). Una dotazione ben al di sotto dell’obiettivo del 33% fissato per il 2010 dal Consiglio europeo di Barcellona del 2002 per sostenere la conciliazione della vita familiare e lavorativa e promuovere la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro. Il Nord-est e il Centro Italia hanno tassi di copertura decisamente più alti, 32,5% e 32,4% rispettivamente, segue il Nord-ovest con il 29,2%.

Lo dice il Rapporto “Nidi e servizi educativi per l’infanzia, stato dell’arte, criticità e sviluppi del sistema educativo integrato”, frutto dell’accordo di collaborazione triennale stipulato a fine 2018 tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Politiche della Famiglia - l’Istat e l’Università Ca’ Foscari Venezia.

I dati

Le strutture per la prima infanzia risultano concentrate nei territori più sviluppati dal punto di vista economico e nei Comuni più grandi, mentre le aree più povere e i piccoli centri soffrono spesso di una carenza di servizi. Ad esempio, l’insieme dei comuni capoluogo di provincia ha una dotazione media di 32,8 posti per 100 bambini di 0-2 anni, valore nettamente superiore rispetto a quello dell’insieme dei comuni non capoluogo (21,4%).

In tutte le regioni del Centro-nord e in Sardegna la copertura dei capoluoghi di provincia supera l’obiettivo target del 33% e in molti casi supera il 40%, con punte fino al 59% di Aosta e al 67,5% di Bolzano. I capoluoghi del Mezzogiorno si differenziano meno dal resto dell’area ma hanno livelli di copertura decisamente inferiori.

L’analisi georeferenziata dell’offerta evidenzia aree di maggiore concentrazione dei servizi e di omogeneità tra territori confinanti. Ad esempio in Emilia Romagna i livelli di copertura sono elevati e omogenei e la percentuale di comuni non serviti è molto bassa; in Calabria, al contrario, i servizi risultano rarefarsi rispetto alle estensioni territoriali e ai bambini che vi risiedono, mentre in Sardegna convivono aree molto coperte dal punto di vista dei servizi all’infanzia e aree in cui l’offerta è sottodimensionata rispetto alla domanda potenziale.

Le aree territoriali più in sofferenza si concentrano, oltre che nel Mezzogiorno, lungo l’arco alpino e in parte sulla dorsale appenninica in corrispondenza di territori montani. Non rientrano in questo gruppo i comuni delle Province autonome di Trento e Bolzano e della Valle d’Aosta, e ciò lascia supporre che anche in territori con particolari conformazioni territoriali l’offerta dei servizi educativi possa essere sostenuta dal governo locale dei servizi.

È pubblica il 51% della dotazione complessiva di posti per i servizi rivolti alla prima infanzia. I comuni spendono circa 1 miliardo e 461 milioni di euro l’anno per i nidi e i servizi integrativi per la prima infanzia, di cui il 19,6% rimborsato dalle famiglie sotto forma di compartecipazione degli utenti.

Al Centro-nord la spesa media dei Comuni per un bambino residente passa da poco meno di 2.000 euro l’anno nei comuni altamente urbanizzati a poco meno di 700 euro nei comuni con grado di urbanizzazione medio e basso. Nel Mezzogiorno si ha una media di 389 euro per bambino nei Comuni più urbanizzati e di circa 300 euro l’anno nei Comuni a media e bassa urbanizzazione.

Sulla possibilità di fruizione dei servizi educativi per la prima infanzia pesa anche un vincolo di natura economica, poiché il costo dei servizi non è esiguo e può essere non sostenibile per le famiglie a basso reddito e a rischio di povertà. La spesa media a carico delle famiglie che si avvalgono degli asili nido pubblici o privati è di circa 2.000 euro l’anno.

I costi degli asili nido contribuiscono a selezionare i bambini che accedono al servizio dal punto di vista del reddito familiare. Infatti, il reddito netto delle famiglie che usufruiscono del nido risulta mediamente più alto di quello delle famiglie con figli di età compresa fra 0 e 2 anni che non frequentano il nido: 40.092 euro annui contro 34.572 euro.

Ordinando la popolazione in cinque gruppi per livello crescente di reddito, l’utilizzo del nido risulta decisamente più basso per il primo gruppo, composto dalle famiglie più povere, al cui interno solo il 13,4% dei bambini fruisce del servizio. Tale valore sale al 23,5% nel secondo quinto, cresce in misura molto più contenuta nel terzo (24,8%) e nel quarto gruppo (25,9%) e di nuovo in misura più consistente nella fascia più alta di reddito (31,2%).

Le percentuali di utilizzo del nido risultano decisamente sotto la media in corrispondenza delle principali condizioni di disagio, come la grave deprivazione materiale (13,7%), il rischio di povertà (14,2%) e la bassa intensità lavorativa (15,5%) mentre nelle famiglie che non presentano alcuna condizione di disagio la quota è del 26,2%.

Altri fattori tendono a ridurre l’utilizzo dei servizi educativi per la prima infanzia tra le famiglie con minori disponibilità economiche. Il ricorso al nido d’infanzia riguarda ad esempio i bimbi di genitori che lavorano in sette casi su 10 nel triennio 2017-2019, anche per i criteri di priorità definiti dai Comuni. Criteri spesso orientati soprattutto alla funzione di conciliazione: danno la precedenza a coppie in cui entrambi i genitori lavorano escludendo presumibilmente nuclei familiari che, invece, potrebbero trarne grandi benefici anche per l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro.

Gli anticipi e questione economica

Un altro aspetto è quello degli anticipi nella scuola d’infanzia: una parte non esigua della domanda si rivolge a forme educative non appropriate alla delicata fascia di età dei bambini sotto i 3 anni. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle regioni meridionali, in stretta correlazione con la scarsa diffusione di asili nido e altri servizi specifici per la prima infanzia.

Se rapportati ai bambini di 2 anni compiuti, gli anticipatari alla scuola d’infanzia raggiungono il 15% dei loro coetanei a livello nazionale e superano il 20% nelle regioni del Sud, con il livello più alto, pari al 31,3%, in Calabria. Una piccola parte dei bambini anticipatari risulta inoltre “irregolare”, poiché questi bambini compiono 3 anni oltre il limite previsto dalla normativa, fissato al 30 aprile dell’anno scolastico di riferimento.

Considerando l’intero percorso educativo e scolastico da 0 a 6 anni, le prime evidenze che emergono sono relative proprio a questa criticità: gli anticipi nella scuola di infanzia sembrano trarre origine dagli squilibri del segmento educativo dei 0-3 anni con conseguenze che si estendono anche alle fasce di età successive.

A livelli anomali di iscrizioni anticipate alla scuola d’infanzia corrispondono, infatti, sul territorio numerosi anticipi anche nella scuola primaria, fenomeno che nelle regioni del Sud interessa mediamente il 16% dei bambini di 5 anni. Si configura uno scenario in cui l’iscrizione anticipata alla scuola primaria può diventare il naturale proseguimento di un percorso scolastico iniziato in maniera inappropriata con l’iscrizione dei bambini di 2 anni alla scuola d’infanzia piuttosto che al nido. Una scelta, dettata da motivi economici e di scarsità dell’offerta, che può avere ripercussioni sull’intero percorso scolastico, con lo slittamento in avanti di tutte le classi frequentate indipendentemente dalla reale propensione dei bambini all’apprendimento precoce.

I dati delle più recenti indagini campionarie evidenziano un andamento temporale positivo, con tassi di iscrizione al nido crescenti ma ancora al di sotto del 30% nel 2019. Ulteriori miglioramenti sono condizionati alle risorse aggiuntive che ancora dovranno essere dedicate a questo settore.

Dal punto di vista normativo, Regioni e Province Autonome sono da tempo impegnate in un articolato percorso di attuazione della riforma che ha introdotto il “sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni” (Legge n.107/2015, Decreto legislativo n. 65/2017 e successivo Piano di azione nazionale pluriennale). In particolare, per la progressiva implementazione del Sistema “ZEROSEI”, con le risorse statali e il cofinanziamento regionale sono stati realizzati e sono tuttora in corso interventi diversificati che riguardano gli indirizzi di programmazione, il sostegno alle spese di gestione dei servizi, la formazione del personale, la promozione dei coordinamenti pedagogici territoriali, l’avvio delle procedure per costruire i Poli per l’infanzia.

La recente emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 ha sollevato alcune preoccupazioni, principalmente per le possibili ripercussioni sulla gestione dei nidi da parte dei Comuni, i quali già risentono delle mancate entrate e dei rimborsi dovuti alle famiglie per le rette afferenti al periodo di chiusura delle strutture educative. Analoghe preoccupazioni riguardano il settore privato, anche per le inevitabili ripercussioni economiche che la crisi avrà sulle famiglie, riducendo la loro capacità di spesa e condizionando la scelta di frequenza dei bambini ai servizi educativi per l’infanzia.

I commenti

“Il Rapporto sui servizi educativi per l’Infanzia presentato oggi - sottolinea la Ministra Bonetti - ci restituisce un quadro chiaro della situazione nel nostro Paese e offre ulteriori elementi per strutturare politiche che diano risposte di stabilità alle famiglie e accompagnino i bambini nel loro percorso di crescita in una fase importantissima quale è quella della prima infanzia. Aumentare l’offerta educativa e ridurre il gap che esiste tra i vari territori è una direttrice su cui abbiamo investito nell'ultima legge di bilancio e investiamo strutturalmente nel Family Act, con una progettualità integrata e multidimensionale che guarda ai bisogni reali del Paese nella loro complessità e attiva le energie e il sostegno delle comunità intorno alle famiglie. Una dimensione di stabilità e di fiducia è ciò che occorre per ritrovare collettivamente un senso di futuro e lo studio oggi presentato è ulteriore conferma della direzione da dare alle nostre politiche”.

 “La statistica ufficiale si è arricchita negli ultimi anni di nuovi strumenti informativi, frutto della condivisione e della collaborazione tra Istituzioni, amministrazioni centrali, regionali, enti locali e mondo della ricerca -dichiara il Presidente Blangiardo -. Ne è un esempio l’impegno per consolidare l’indagine sui servizi educativi per l’infanzia al fine di fornire informazioni più tempestive e rispondenti alle esigenze di monitoraggio e di valutazione delle politiche. Occasioni come quella offerta da questo Rapporto costituiscono preziosi momenti di confronto con attori specializzati, alla cui domanda d’informazioni e di conoscenza siamo costantemente chiamati a rispondere”

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