Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Martedì, 04 Agosto 2020

Giovedì, 25 Giugno 2020 - nelPaese.it

Sul nelpaese.it prosegue la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di  Chiara Minigutti.

 

Nelle ultime settimane, sono cominciati a Genova i lavori per la realizzazione di una Rete di Mobilità di Emergenza (RME) con l’obiettivo di permettere una gestione sostenibile del traffico urbano durante la Fase 2. Le associazioni ed i cittadini accolgono con favore l’iniziativa che, nonostante alcune polemiche, rappresenta il primo vero esperimento di soft mobility su scala comunale mai realizzato nel capoluogo ligure.

L’inizio dei lavori per la RME incontra il sostegno delle associazioni e dei cittadini che da tempo chiedono un investimento nella green mobility sull’esempio di altre città italiane ed europee. Le proposte non mancavano: pensiamo, ad esempio, all’ambiziosa Super 11 proposta da ConfProfessioni o alla Ciclopedonale SuperLaValle promossa da Liberi di Muoversi. Concretamente, però, nulla era stato fatto per dotare Genova di una rete urbana integrata per la soft mobility (spostamenti a piedi o in bicicletta). Fino ad oggi.

Complici la Fase 2 dell’emergenza COVID ed una giunta comunale sensibile alle tematiche della mobilità sostenibile, Genova ha finalmente visto l’approvazione e l’inaugurazione di una rete di piste ciclabili che unirà il Ponente ed il Levante cittadino, nonché la Val Bisagno, con un percorso green di 30km. Il progetto ricalca, in realtà, una proposta più ambiziosa per una RME di circa 130km ideata da FIAB Genova e Confprofessioni Liguria, ma è comunque un notevole passo avanti per una città fortemente legata al trasporto a motore.

A Genova, lo sviluppo della mobilità ciclistica è da sempre ostacolato dalla complessità della configurazione orografica e urbanistica del territorio. Queste difficoltà hanno reso vane, per molti anni, le proposte dell’associazionismo e dei cittadini, che richiedevano maggiore sicurezza e sostenibilità per le strade di una città che vanta il triste primato del più alto tasso di mortalità dovuto ad incidenti stradali.

La necessità di coniugare la riapertura degli uffici e delle attività commerciali con l’esigenza di mantenere il distanziamento sociale ha finalmente portato le tematiche della mobilità sostenibile e della soft mobility tra le priorità dell’agenda pubblica. Si pensa infatti che le restrizioni dovute ai protocolli di sicurezza da adottare su autobus, metropolitane, tram e treni spingeranno un numero sempre maggiore di cittadini ad optare per l’uso del mezzo privato, portando ad un incremento stimato di circa 37.000 veicoli a motore per le strade, con conseguenze disastrose per la viabilità e la salute pubblica (dati FIAB).

Di fronte a questa prospettiva, anche i cittadini si sono mobilitati. Attraverso un “tam-tam” digitale, sostenuto successivamente anche dai media locali, i rappresentanti del Gruppo Genova Ciclabile hanno velocemente raccolto più di 8.000 firme per una petizione rivolta al Sindaco, Marco Bucci, e all’Assessore ai Trasporti, Matteo Campora. Nella petizione, si esprime il sostegno del gruppo nei confronti delle misure finora approvate e si chiede di trasformare il “ritorno alla normalità” in un’occasione di cambiamento per la mobilità urbana a vantaggio della salute dei cittadini e dell’ambiente.

Può quindi la RME genovese rappresentare una svolta permanente nel modo di concepire la mobilità in città? È quello che auspicano associazioni e cittadini, che però mettono in guardia: la RME da sola non basta. Saranno necessari interventi a lungo termine ed azioni di comunicazione volte a trasformare tanto la cultura quanto l’immaginario.

Chiara Minigutti

Pubblicato in Liguria

Sul nelpaese.it prosegue la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di  Anna Donegà.

 

State a casa. Ce lo siamo sentiti dire infinite volte in questi mesi di pandemia, un appello arrivato dal Governo, dagli amministratori locali, dai medici.

Ma si fa presto a dire casa. C'è chi una casa non ce l'ha, chi in pochi metri quadrati ha dovuto far convivere una famiglia di 5 persone, chi non ha potuto far giocare i propri figli, chi - anziano solo - non ha avuto la possibilità ricevere visite. L'emergenza che abbiamo vissuto è stata come una lente di ingrandimento che ha evidenziato criticità latenti delle nostre città spesso correlate allo sviluppo urbano degli ultimi decenni.

A Padova, nel quartiere sud, il più popoloso della città con 50.000 abitanti, 100 famiglie hanno  potuto vivere un lockdown diverso. A novembre dello scorso anno è infatti stato inaugurato “Qui Padova” un progetto di housing sociale e rigenerazione urbana frutto di 3 anni di lavoro. Una vera piccola città nella città, con 92 appartamenti su tre palazzine a canone agevolato, spazi comuni per i residenti, un coworking, un albergo low budget, una palestra, una falegnameria sociale, un centro per anziani oltre ad un ristorante e un centro medico poli-specialistico e alla sede di diverse realtà del Terzo Settore tra le quali Fondazione La Casa, tra i promotori dell'iniziativa oltre a due cooperative sociali, una di tipo A e una di tipo B.

“Nei giorni di chiusura totale gli abitanti hanno realizzato di essere davvero vicini di casa e che stavano condividendo qualcosa” afferma Caterina Benato, referente del  progetto “Dire, fare, abitare”, finanziato dalla Regione del Veneto all'associazione Enars Aps per facilitare lo sviluppo di comunità all'interno di Qui Padova e nel quartiere. Il 29 marzo gli abitanti, con il supporto degli operatori e dei volontari del progetto, hanno organizzato la prima tombolata dal balcone, replicata anche le domeniche successive e allargata agli abitanti del circondario. Il giorno di Pasqua i condomini hanno condiviso il pranzo, rigorosamente dal balcone. E' stata poi la volta della ginnastica, con l'insegnante nel cortile e tutti a seguire da casa. E ovviamente non è mancata la solidarietà tra vicini che, durante il lockdown, hanno potuto conoscersi meglio anche grazie a “I soliti ignoti” versione Qui Padova. E' così che hanno potuto scoprire che provengono da 10 paesi diversi da tutti i continenti, che hanno un'età media di 35 anni, che circa ¼ degli appartamenti sono occupati da nuclei monofamiliari e che ci sono una decina di persone anziane e 24 bambini e ragazzi da 0 a 15 anni.

“Sicuramente c'è stata una accelerata in questi 100 giorni nelle relazioni di vicinato. Il progetto 'Dire, fare, abitare' è nato, prima del Covid-19, dalla consapevolezza che il processo che porta un luogo ad essere un luogo dell'abitare collaborativo non può essere dato per scontato e va costruito con percorsi partecipativi” prosegue Benato. Per questo nelle prossime settimane si lavorerà ad un percorso di formazione sulla base delle necessità emerse dagli abitanti, verrà attivato uno spazio per le mamme e si attiverà il primo centro estivo di Qui Padova. Da settembre l'auspicio è di poter partire con l'azione prevista nelle scuole, per portare le testimonianze dei condomini e costruire con i ragazzi un manuale collettivo sul concetto dell'abitare. Perchè gli adulti di domani possano crescere con una idea di casa più inclusiva e aperta oltre le quattro mura.

Il progetto Qui Padova è promosso da Cassa Depositi e Prestiti, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Sinloc, Regione Veneto, InvestiRE SGR, Fondazione La Casa Onlus, Fondazione Housing Sociale.

 Anna Donegà

Pubblicato in Veneto

Sul nelpaese.it prosegue la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di  Monia De Marcellis

 

Cosa fanno i ragazzi con disabilità una volta finita la scuola? Ci avete mai pensato? Se ve lo siete chiesti più volte, soprattutto pensando a chi vive in piccoli paesi dove i servizi non sono molti. Montorio al Vomano (TE) ospita una splendida opportunità per questi ragazzi, sto parlando del centro diurno inaugurato nel 2012 e che da allora organizza attività socio-educative per ragazzi e adulti con differenti disabilità che vivono nella zona.

Alessia Frattaroli, l’attuale responsabile del centro, dipinge bene il contesto in cui si colloca la struttura. Si tratta di una zona con un alto rischio di isolamento e dove non ci sono servizi per persone con disabilità. Questo vuol dire che molti ragazzi rischiano di rimanere a casa oppure si dirigono verso strutture lontane trascorrendo fuori l’intera giornata. Ma a Teramo non ci sono servizi? Sì ma le strutture sono poche e questo rende difficile accogliere tutte le richieste. Il centro diurno rappresenta così una soluzione perfetta per tutte le persone che vivono nella zona della comunità montana perché permette ai ragazzi di essere impegnati e rimanere vicino casa.

Psicomotricità funzionale, laboratorio di cucina, piscina, giardinaggio sono solo alcune delle attività organizzate dal centro. Come mi spiega Alessia, tutte sono finalizzate allo sviluppo dell’autonomia della persona. Fare la spesa, pulire la stanza o prendere l’autobus non sono attività così scontate per chi ha una disabilità, per questo motivo il centro stimola i ragazzi a cimentarsi in queste sfide quotidiane.

“Lavoriamo solo al mattino ma sfruttiamo tutto il tempo a disposizione” dice Alessia, gli attuali finanziamenti non permettono di essere attivi nel pomeriggio non avendo la possibilità di fornire pasti né di usufruire di un servizio di trasporto. Questo non scoraggia i ragazzi che sono ben felici di essere coinvolti anche nelle attività organizzate con la cittadinanza.

Attesissimo è il Natale, con la creazione di oggettistica e dell’immancabile calendario annuale. Questo impegno suscita grande entusiasmo e partecipazione tra i ragazzi non solo perché ognuno viene coinvolto a seconda delle proprie abilità e attitudini, ma anche perché creare qualcosa per gli altri è una forte motivazione che spinge i ragazzi a dare il massimo.

Parlando con Anna, la mamma di Filippo, si percepisce benissimo quanto il centro sia importante anche per le famiglie dei ragazzi. “Se lui è sereno siamo sereni tutti”, non è quello che affermerebbe ogni genitore nei confronti dei propri figli? Si capisce così come l’operato del centro ha un forte impatto anche sulle famiglie dei ragazzi, che si vedono alleggerire il carico della loro gestione in una zona dove purtroppo non ci sono altri servizi.

E per il futuro? “Le idee ci sono” ammette Alessia. Riesco a farmi raccontare l’intenzione di creare con i ragazzi bomboniere solidali per tutto l’anno seguendo il principio fondante del centro: sviluppare la loro autonomia. Realizzare progetti a lungo termine però non è facile a causa dell’incertezza economica. Una stabilizzazione del finanziamento garantirebbe la continuità del servizio e l’ampliamento delle opportunità offerte. Quando le chiedo come fanno a sostenersi Alessia mi ricorda il contributo prezioso offerto dal Comune di Montorio, dalla Comunità Montana e anche dalla Fondazione Tercas. “E poi i privati ci fanno delle belle sorprese” afferma infine. Come dice la signora Anna, qualsiasi contributo è prezioso.

Monia De Marcellis

Pubblicato in Abruzzo

Sul nelpaese.it al via la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di  Carmelo Roccaro

 

Ha già compiuto il suo primo anno di vita la Fondazione di comunità Agrigento e Trapani in Sicilia, fortemente voluta dall’Arcivescovo di Agrigento, cardinale Montenegro e dal Vescovo di Trapani, monsignor Fragnelli, ed è già una realtà degna di nota.

Il Mar Mediterraneo bagna le coste di queste due antiche diocesi confinanti, una storia in comune, ne ha determinato l’antico splendore, ha visto questo territorio decadere nella sua marginalità attuale, costituisce oggi uno degli elementi che apre ad una grande prospettiva di rinascita. Il posizionamento geografico strategico, infatti, consegna a questa terra di frontiera importanti opportunità di crescita economica, da quella del settore agroalimentare a quello culturale e naturalistico.

Questi ambiti, infatti, unitamente a quello turistico, possono fungere da leva per rilanciare il territorio. Creare lavoro, soprattutto tra i giovani, favorire l’affrancamento dal condizionamento di poteri criminali e sviluppo sostenibile. Solo così si potrà arrestare lo spopolamento graduale e progressivo di queste provincie, problema doloroso che investe tutte le regioni del Meridione. Questa la scommessa della Fondazione: generare innovazione sociale e innescare processi di sviluppo economico legato alle enormi potenzialità che il territorio offre.

La Fondazione nasce dopo circa tre anni di animazione territoriale nell’ambito del programma di Sostegno alle Fondazioni di Comunità di Fondazione Con Il Sud e tra i fondatori troviamo, tra gli altri, anche la Fondazione Peppino Vismara, Banca Popolare Etica e il - Centro Ricerche Economiche e Sociali per il Meridione

Molto interessante appare evidenziare l’approccio ad una nuova visione di comunità, molto vicina a quella che in passato aveva fatto grande questa terra, inclusiva e multiculturale, dove siciliani e stranieri, insieme, interagiscono e contribuiscono al suo sviluppo, con pari dignità e opportunità.

“Per fare questo” ci dice il direttore, Giuseppe la Rocca,” è necessario adottare strategie che vadano oltre i confini fisici del territorio, attivare reti, anche internazionali, che possano innescare sviluppo su modelli avanzati e qualitativamente elevati. La Fondazione di comunità ha il compito di attivare risorse sociali e intellettuali che possano rivitalizzare spazi di reciprocità e di co-responsabilità per potere far fronte ai bisogni sociali e favorire la co-produzione di beni e servizi. L’esperienza ci dice che la riscoperta della cultura del dono, della partecipazione e della responsabilità, favoriscono lo sviluppo sociale ed economico del territorio”

In oltre un anno di attività, la Fondazione ha avviato delle iniziative per il sostegno alle imprese giovanili socialmente responsabili attraverso il Microcredito per l’Economia Civile e di Comunione.

Attraverso il progetto MIVA ha avviato un corso formativo di cucina interculturale e Haccp per 15 giovani italiani e stranieri. Ha costituito un Fondo “imprenditori con la comunità” con l’obiettivo di attirare imprese e manager a sostegno di un progetto pluriennale in favore di imprese giovanili socialmente responsabili. La Fondazione ha, inoltre, avviato un iter per l’istituzione del “Parco culturale ecclesiale agrigentino” volto alla valorizzazione e alla fruizione in chiave esperienziale del ricco patrimonio culturale diocesano, per contribuire, così, a generare attività imprenditoriali giovanili, con occupazione qualificata nell’ambito dei Beni culturali. Creare coesione locale e benessere individuale e collettivo diventano, così, gli obiettivi generali e strategici della Fondazione

“Generare opportunità, valore sociale, innescare processi di sviluppo, sapere infondere fiducia” conclude La Rocca” è la vera scommessa di questa Fondazione di Comunità”

Certamente una nuova frontiera, un’opportunità per un territorio in attesa di riscatto e dal futuro ancora aperto.

Carmelo Roccaro

Pubblicato in Sicilia
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Giugno 2020 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30