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Martedì, 04 Agosto 2020

Martedì, 09 Giugno 2020 - nelPaese.it

Si è svolta presso Umbrò (martedì 9 giugno) la conferenza stampa di centrali cooperative e sigle sindacali - CGIL Umbria, FISASCAT CISL Umbria , FPL UIL Umbria, Legacoopsociali Umbria, Federsolidarietà Umbria, AGCI Solidarietà - per denunciare il non rispetto, da parte della Regione Umbria, del protocollo firmato il 21 aprile scorso che prevedeva che i servizi di welfare sospesi a causa del COVID-19 sarebbero stati rimodulati dalle cooperative sociali e integralmente pagati dalle Aziende USL e i lavoratori del settore sociale, anziché ricorrere all’utilizzo degli ammortizzatori, avrebbero continuato a lavorare ed a essere regolarmente pagati. 

In Umbria nelle cooperative sociali sono occupati 8.000 lavoratori, di cui 800 persone svantaggiate. Impegnati nel garantire la presenza di una rete capillare di servizi educativi, sociali e socio sanitari in tutta la regione e nel fornire servizi di grande importanza per la comunità come, ad esempio, la ristorazione scolastica.

Durante l’emergenza da COVID-19 molti di questi lavoratori sono stati in prima linea, hanno fronteggiato il virus lavorando con dedizione e senso di responsabilità, oggi però le conseguenze economiche dell’emergenza, unite ai ritardi accumulati dalla Regione Umbria nell’applicare accordi e norme esistenti stanno mettendo in crisi l’intero sistema, mettendo a rischio sia gli occupati che la rete di servizi costruita negli ultimi decenni.

Le richieste

“Garantire immediata ed integrale applicazione da parte delle Aziende USL del protocollo d’intesa sottoscritto il 21 aprile scorso da Regione Umbria, ANCI Umbria, centrali cooperative e organizzazioni sindacali che da applicazione all’Art.48 del decreto Cura Italia e alla DGR 232 della Regione Umbria. In base a questo protocollo i servizi di welfare sospesi a causa del COVID-19 sarebbero stati rimodulati dalle cooperative sociali e integralmente pagati dalle Aziende USL e i lavoratori del settore sociale anziché ricorrere all’utilizzo degli ammortizzatori sociali avrebbero continuato a lavorare ed a essere regolarmente pagati. Questo protocollo però non è applicato dalla Regione Umbria e costringe i lavoratori delle cooperative sociali ad utilizzare gli ammortizzatori sociali - ricevendo il 50%. del salario - che nel mese di giugno sono terminati. Per queste ragioni, dopo un primo confronto tecnico avuto con la struttura dell’assessorato alla salute, chiediamo all’Assessore Coletto un intervento urgente e la convocazione di tutti i firmatari del protocollo al fin di verificarne l’applicazione.

Adeguare le rette dei servizi accreditati ferme al 2005 il cui blocco ha costretto organizzazioni sindacali e centrali cooperative a sottoscrivere un accordo di gradualità che fa slittare a dicembre 2020 gli incrementi dei salariali previsti dall’ultimo rinnovo contrattuale, penalizzando in questo modo i lavoratori.

Far rispettare alle Aziende ASL, agli enti partecipati ed ai Comuni la norma regionale che disciplina il Tariffario Regionale delle Cooperative Sociali introdotta per garantire i diritti dei lavoratori delle cooperative sociali ed escludere la logica del massimo ribasso nei rapporti tra cooperative sociali e enti pubblici.

Approvare una norma regionale che impegni le Aziende USL, le società partecipate ed i Comuni ad applicare l’Art. 112 del Codice dei Contratti e degli Appalti Pubblici, al fine di favorire l’inserimento lavorativo delle persone disabili e dei lavoratori svantaggiati, che sono state le prime ad essere espulse dai processi produttivi con la crisi da COVID-19”.

“Chiediamo, infine, l’attivazione di un Tavolo di Crisi tra Giunta Regionale, Organizzazioni Sindacali e Centrali Cooperative per risolvere in modo strutturale le problematiche che interessano la cooperazione sociale nella nostra regione”, concludono cooperative e sindacati.

 

Pubblicato in Umbria

Continua l’analisi di SWG su come la pandemia legata al Covid-19 stia modificando i comportamenti e gli atteggiamenti di individui e consumatori. Questa settimana il "radar" mette in primo piano: l’andamento della preoccupazione per il virus, il trend emozionale del periodo, le preoccupazioni economicooccupazionali e la propensione a svolgere diversi tipi di attività; le posizioni degli italiani sulle misure di distanziamento nella «fase 3» e sulle polemiche ad esse legate; la questione scuola vista dai genitori: la chiusura delle scuole a giugno, i centri estivi, la riapertura a settembre.

Vissuti individuali

Riappropriarsi della propria vita quotidiana: i dati sempre più rassicuranti sulla situazione dell’epidemia nel nostro Paese e la progressiva ripresa delle attività lavorative spinge con forza il desiderio di ritrovare la normalità perduta. Al netto di viaggiare sui mezzi pubblici ed assistere ad uno spettacolo al chiuso, la maggioranza degli intervistati si sente sicura a svolgere tutte le normali azioni della quotidianità e mostra di voler pienamente riprendere in mano la propria vita. Il virus non fa più paura e cresce la quota di chi pensa che possa essere definitivamente sconfitto. Il centro dell’attenzione si sposta ora sui temi economici ed occupazionali, dove invece la preoccupazione rimane particolarmente alta.

Sostegno alle misure di distanziamento

Con l’allentarsi della presa dell’epidemia sono venute meno molte delle misure di sicurezza imposte per ridurre la propagazione del virus, ma alcune sono rimaste in vigore. La maggior parte dei cittadini le approva, non le ritiene eccessive e pochi condividono le proteste di chi vorrebbe lasciare al singolo la scelta di quali comportamenti adottare. È opinione diffusa, infatti, che i cittadini mediamente non sono in grado di autoregolarsi da soli e quindi c’è bisogno di imposizioni di regole al fine di tutelare la collettività.

Alcune delle misure in vigore però non trovano la condivisione della maggioranza degli italiani: la riapertura delle frontiere, gli incontri illimitati e il riavvio delle attività di cinema, teatri e spettacoli suscitano ampie perplessità in quanto ritenute premature, mentre le limitazioni a matrimoni e piscine sono giudicate eccessive per un terzo dei rispondenti. In ogni caso prevale nettamente la consapevolezza che il pericolo non sia passato del tutto e una minoranza crede alla tesi che il virus sia diventato innocuo.

La questione scuola preoccupa

La decisione di mantenere chiuse scuole e asili fino alla fine dell’anno scolastico viene compresa e accettata dalla maggioranza dei genitori, ma produce anche dei malumori non trascurabili. Le modalità con le quali riprenderanno le lezioni a settembre non sono ancora definite, ma di ipotesi se ne fanno tante. Un quarto dei genitori, specialmente chi ha figli alle elementari, spinge per una ripresa normale, senza regole particolari.

Il 55% vorrebbe invece garantite misure di sicurezza, soprattutto spazi più ampi e protocolli sanitari ben definiti, in particolare sanificazione degli ambienti e misurazione della temperatura. Prevale la contrarietà per quanto riguarda l’obbligo di portare le mascherine durante le lezioni e le ipotesi di dividere le classi. Anche i centri estivi rivestono notevole importanza per i genitori, molti dei quali si troverebbero in serie difficoltà non potendone fruire.

Politica

I Gilet Arancioni guidati da Antonio Pappalardo manifestano in alcune città contro l'obbligatorietà delle misure di sicurezza e distanziamento sociale, ritenendo che non ci debba essere alcuna imposizione, le persone devono poter decidere da sole se portare le mascherine, andare al cinema o abbracciarsi non ricevono consensi: l’80% non condivide quella piazza.

Per quanto riguarda il consenso per i partiti calano i partiti di governo, la Lega tiene al 27% mentre sprofonda Italia Viva superata anche da Azione di Calenda.

Pubblicato in Nazionale

Il bilancio numero 27 della Cooperativa sociale Itaca si è chiuso con un risultato operativo della gestione positivo, il fatturato ha superato per la prima volta la soglia dei 50 milioni di euro, in aumento l’occupazione, favorevoli anche i riscontri sulla qualità dei servizi svolti ai quasi 30 mila beneficiari di attività socio assistenziali ed educative attraverso più di 200 contratti e 100 committenti sparsi tra Friuli Venezia Giulia, Veneto, Alto Adige e Lombardia.

Il 3 giugno l’Assemblea generale dei soci della Cooperativa sociale Itaca si è svolta senza la presenza fisica dei soci. Per ridurre al minimo i rischi connessi all’emergenza sanitaria da Covid-19, i lavori hanno previsto l’intervento delle socie e dei soci esclusivamente attraverso piattaforma online e tramite 8 Rappresentanti designati, ai quali le socie e i soci si sono previamente rivolti, indifferentemente nei diversi territori, per conferire loro la delega con istruzioni di voto. Un segnale incoraggiante di vicinanza oltre che di partecipazione sono state le 680 deleghe raccolte con specifiche istruzioni di voto, oltre il 50% degli aventi diritto, che hanno sostanzialmente “costretto” Itaca a ritenere valida l'Assemblea già in prima convocazione (la seconda convocazione era prevista il giorno successivo).

“L’emergenza sanitaria derivante dalla pandemia da Covid-19 ha già cambiato la nostra complessiva attività – afferma la presidente di Itaca, Orietta Antonini -. Molti obiettivi e molte azioni sono già stati ripensati e altri lo saranno a breve, ciò in un’ottica di continuità della gestione e accogliendo la sfida di rendere possibili e sostenibili, in quanto essenziali, le relazioni di cura con le regole del distanziamento fisico e sociale”.

I numeri

Il valore della produzione è aumentato da 48,1 milioni di euro nel 2018 a 50,3 milioni di euro nel 2019, registrando un incremento del 4,6%. Parimenti, è cresciuto il costo del lavoro che è passato da 38,4 a 40,6 milioni di euro (+5,5%). È aumentata anche l’occupazione, la presenza femminile è restata all’83% i lavoratori mediamente occupati sono stati 2068 con un incremento del 5,8%, di cui 1242 (il 60%) è rappresentato da soci. Si è registrato, altresì, un consolidamento della mutualità anche economica (migliori condizioni per i soci), che nel 2019 ha superato gli 800 mila euro.

“La solidità patrimoniale e finanziaria della Cooperativa Itaca – afferma la presidente Orietta Antonini – deriva anche da un contesto esterno positivo per quanto riguarda la collocazione in Friuli Venezia Giulia, dove vige l’esenzione Irap e dove il rispetto nella puntualità dei pagamenti da parte dei committenti pubblici ha consentito un minor ricorso all’indebitamento. Inoltre, siamo in una regione che finora ha mantenuto un buon equilibrio nell’esternalizzazione dei servizi pubblici, senza la massiccia privatizzazione presente in molti altri territori”.

In Veneto si evidenziano il rafforzamento nell’area Residenziale anziani con l’acquisizione della gestione della Casa anziani di Fonzaso, nonché lo sviluppo e consolidamento del servizio Operativa di comunità dell’Ulss 2 Marca trevigiana nel lavoro con i giovani sui territori trevigiani e nel veneziano.

Fatturato per aree di intervento e beneficiari

Le attività del 2019 distinte per macro tipologie di servizi hanno restituito i seguenti risultati:

servizi residenziali agli anziani 28% con € 13,3 mil. e più di 1000 beneficiari; servizi domiciliari e territoriali agli anziani 11% con € 5,6 mil. e ca 3000 beneficiari; servizi semi e residenziali a disabili adulti 15% con € 7mil. e circa 350 beneficiari; servizi residenziali e territoriali alla salute mentale 11% con € 5,3 mil. e più di 550 beneficiari; servizi territoriali e domiciliari a minori 30% con €14,6 mil. con ca 4700 beneficiari; servizi giovani e sviluppo di comunità 4% con € 2 mil. e quasi 20 mila beneficiari; progettualità speciali e altri ricavi 1% con € 400 mila.

[“La nostra rete di servizi, beneficiari, famiglie, istituzioni pubbliche e private, partnership e collaborazioni, assume una rilevanza fondamentale per ripensare ad un welfare sostenibile, accogliente e universale. Il conteggio dei beneficiari dei nostri servizi – evidenzia la presidente di Itaca, Orietta Antonini – ci ha restituito quasi 30 mila beneficiari a fine 2019, suddivisi in circa 230 servizi, di cui quasi 20 mila sono giovani e i restanti 10 mila sono rappresentati da minori, disabili e anziani di cui più della metà seguiti individualmente”.

Pubblicato in Lavoro

Proteggere i detenuti, gli agenti di Polizia Penitenziaria e gli operatori sanitari dall’epidemia di coronavirus e scongiurare il rischio che gli istituti penitenziari, luoghi chiusi dove molte persone vivono insieme spesso in condizioni di sovraffollamento, possano divenire focolai di contagio e diffusione della malattia. Sono gli obiettivi dell’intervento di Medici Senza Frontiere (MSF) nel carcere di San Vittore a Milano, partito a fine marzo in collaborazione con la Direzione della struttura, a seguito dell’individuazione dei primi casi positivi e della creazione di un centro di cura e trattamento del Covid-19 interno al carcere, di riferimento regionale. Da San Vittore, l’intervento MSF si è successivamente esteso anche in altri istituti penitenziari in Lombardia, Marche, Piemonte e Liguria.

Il supporto di MSF, svolto da medici, infermieri, esperti di igiene con una lunga esperienza nella gestione di epidemie, riguarda tutte le misure per contenere la diffusione del virus e proteggere detenuti, agenti, operatori e volontari impegnati nella struttura. In particolare, sono state definite le procedure per l’ingresso dei nuovi detenuti, per individuare casi sospetti, verificarne la diagnosi e identificare i contatti dei casi confermati; individuati circuiti interni per passare in sicurezza dalle zone “pulite” a quelle “sporche” e viceversa; ottimizzate le attività di sanificazione di tutti gli ambienti. Nel reparto Covid-19 all’interno del carcere, MSF ha inoltre supportato l’implementazione dei protocolli sulla presa in carico dei pazienti positivi, inclusa l'eventuale necessità di trasferimento all’ospedale.

Una parte fondamentale dell’impegno di MSF nel carcere sono le sessioni di formazione e promozione alla salute svolte da operatori umanitari e volontari dell’organizzazione per tutte le persone nel carcere sulle misure di prevenzione e l’utilizzo dei dispositivi di protezione: come indossare guanti, mascherine, camici monouso o che tipo di detergenti utilizzare per igienizzare i diversi ambienti.

“In un carcere, mantenere il distanziamento sociale è una sfida complessa. Il nostro obiettivo è aiutare a implementare delle procedure per avere lo stesso livello di sicurezza in tutti gli spazi e per tutte le persone all’interno della struttura. Solo se tutti sanno come proteggersi e si impegnano a farlo, siamo tutti protetti: vale ovunque, ma in carcere ancora di più perché si vive in un contesto di grande vicinanza fisica” dichiara Sara Sartini, capo progetto MSF a San Vittore. “In un’epidemia non esistono zone a rischio zero, è proprio quando abbassiamo la guardia che facciamo aumentare il pericolo. In carcere, aree comuni come quella che ospita la macchinetta del caffè per gli agenti o gli spazi comuni per i detenuti, potrebbero essere più pericolose dell’area Covid positiva”.

Per ridurre i rischi di contagio nei luoghi di detenzione e garantire protezione a detenuti e operatori del carcere, agenzie ed esperti internazionali hanno elaborato raccomandazioni specifiche rivolte alle autorità carcerarie e di sanità pubblica dei governi, a partire da quelle contenute nel documento di indirizzo pubblicato dall’ufficio dell’OMS per l’Europa il 15 marzo scorso. Tuttavia, rispetto alla situazione delle carceri in Italia, molte di queste misure rischiano di essere di difficile applicazione o scarsa efficacia, se non accompagnate da iniziative di decongestionamento degli istituti penitenziari per consentire in questo modo l’effettiva applicazione delle misure di contenimento dell’epidemia di Covid-19.

“Mettere in atto adeguate procedure di prevenzione e controllo del contagio è indispensabile per contenere la diffusione del virus all’interno delle carceri. Ma per proteggere davvero detenuti e agenti e coordinare efficaci azioni di salute pubblica negli istituti detentivi, ferme restando le esigenze di giustizia e pubblica sicurezza, resta importante affrontare in modo incisivo il problema del sovraffollamento di queste strutture in tutta Italia” dichiara Marco Bertotto, responsabile per gli affari umanitari di MSF.

Secondo l’ultimo bollettino del Garante nazionale dei detenuti, oggi in Italia le persone detenute negli Istituti penitenziari sono 52.250, su una capienza effettiva di 46.731. Al 5 giugno il numero dei casi confermati di Covid-19 è sceso a 74 tra le persone detenute e 62 tra il personale penitenziario. I numeri si addensano in alcuni Istituti del Nord Italia.

"I dati in diminuzione sui contagi negli istituti penitenziari sono incoraggianti ma non bisogna abbassare la guardia: l'attenzione a tutte le misure di prevenzione deve rimanere alta, soprattutto nel momento in cui ripartono i colloqui e altre attività a contatto con l’esterno" conclude Bertotto di MSF.

Pubblicato in Salute

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo e la Guardia di Finanza hanno scoperto una vasta rete di attività nel settore del gioco d'azzardo da parte di clan della mafia siciliana. A dieci persone sono state applicate misure cautelari come il carcere e gli arresti domiciliari. I boss avevano ottenuto concessioni governative nel settore e gestivano nove agenzie di scommesse tra Palermo, Napoli e la provincia di Salerno per un volume di gioco stimato in 100 milioni di euro.

“Mettiamoci in gioco”, la Campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo sottolinea che, ancora una volta, "vengono alla luce interessi mafiosi nel settore dei giochi legali". Le numerose indagini fin qui realizzate offrono "un quadro impressionante della presenza delle mafie nel gioco d'azzardo". Per questo Mettiamoci in gioco chiede nuovamente che "siano approvate al più presto misure incisive per limitare le infiltrazioni mafiose nel settore. Le proposte elaborate in sede di Commissione parlamentare antimafia sono un eccellente punto di partenza per avere una legislazione più adeguata all'attivismo delle organizzazioni mafiose nel gioco d'azzardo". 

Aderiscono alla campagna Mettiamoci in gioco: Acli, Ada, Adusbef, Ali per Giocare, Anci, Anteas, Arci, Associazione Orthos, Auser, Aupi, Avviso Pubblico, Azione Cattolica Italiana, Cgil, Cisl, Cnca, Conagga, Confsal, Ctg, Federazione Scs-Cnos/Salesiani per il sociale, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fp Cgil, Gruppo Abele, InterCear, Ital Uil, Lega Consumatori, Libera, Missionari Comboniani, Scuola delle Buone Pratiche/Legautonomie-Terre di mezzo, Shaker-pensieri senza dimora, Uil, Uil Pensionati, Uisp.

Pubblicato in Economia sociale

Il prossimo 11 giugno alle ore 12 a Gioia Tauro (Reggio Calabria), il Museo archeologico Mètauros, dedicherà allo studioso rosarnese Giuseppe Valarioti, in occasione del quarantennale della sua scomparsa, la saletta conferenze del suo Museo.

Per via delle restrizioni previste dall’emergenza COVID-19, l’evento si svolgerà a porte chiuse ma sarà visibile in diretta streaming sulla pagina Facebook del Museo archeologico Metauròs.

Giuseppe “Peppe” Valarioti, era un insegnante precario di lettere e, da giovane consigliere comunale, aveva inaugurato una nuova stagione politica, denunciando apertamente il potere mafioso, le connivenze e lo sfruttamento dei lavoratori della Piana di Gioia Tauro. Il suo nome è diventato nel tempo un simbolo della lotta antimafia, ma Valarioti non era solo un politico, era anche uno studioso che amava l’archeologia e l’arte, aveva pubblicato numerosi scritti sul patrimonio culturale della sua terra e credeva che la cultura fosse l’unico strumento per contrastare la ‘ndrangheta e offrire ai giovani un’alternativa. 

Una figura, quindi, in linea con la missione del Museo archeologico Metauròs che, da oggi, oltre alle storie dei greci e dei romani avrà la possibilità di raccontare ai suoi visitatori, per lo più scolaresche, anche quella di Giuseppe Valarioti, affinchè la memoria non sia solo ideale ma possa tramutarsi in azioni concrete capaci di creare cambiamento a partire dalle giovani generazioni.

Alla cerimonia saranno presenti le sorelle Francesca, Angela e Teresa e la nipote di Valarioti Vanessa Ciurleo; l’on. Peppino Lavorato, già sindaco di Rosarno; il funzionario referente del Museo Simona Bruni e il sindaco di Gioia Tauro Aldo Alessio. La giornata sarà arricchita dai contributi video del direttore della Direzione regionale Musei Calabria Antonella Cucciniello; di Alessio Magro, autore del libro “Il caso Valarioti”; di Francesca Chirico di Stopndrangheta.it e dell’assessore alla Cultura del comune di Gioia Tauro Carmen Moliterno, che saranno condivisi sui canali social del Museo.

 

Pubblicato in Calabria

E' in partenza Evvai (Empolese Valdarno Valdelsa Aperti Inclusivi), il progetto cofinanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (Fami) 2014-2020. Capofila di Evvai è il Consorzio CO&SO Empoli che può contare su una rete di partner: Arci Empolese Valdelsa, l'associazione Nosotras, l'associazione Arturo, la Società della Salute Empolese Valdarno Valdelsa, Consorzio Opere di Misericordia, Movimento Shalom e le cooperative La Pietra d'Angolo e Lo Spigolo.

Evvai si propone di realizzare interventi e servizi volti a favorire l’inclusione e l’integrazione della popolazione migrante titolare di protezione internazionale e fuoriuscita dai sistemi di accoglienza. L'obiettivo del progetto è infatti portare a termine il percorso di autonomia iniziato nei centri di accoglienza e contribuire all'inserimento di questa fascia della popolazione sotto più punti di vista: sociale, culturale e lavorativo.

“Evvai è l'occasione – afferma il presidente di CO&SO Empoli, Marco Peruzzi - per continuare a lavorare con buona parte dei soggetti che fanno accoglienza sul territorio. Ci dà l'opportunità di portare avanti quello che con i centri di accoglienza straordinaria e con i progetti Sprar abbiamo finora realizzato, ampliando però notevolmente le azioni e la visione sul futuro”.

Casa, accompagnamento al lavoro e inclusione sociale sono i macrotemi attorno ai quali ruota Evvai. La questione abitativa è uno dei pilastri, dal momento che le persone fuoriuscite dal sistema di accoglienza sperimentano ben presto la difficoltà di giungere rapidamente ad un’autonomia abitativa. Per questo Evvai mira a costruire azioni che facilitino la loro inclusione sul territorio e l’abbattimento di quelle difficoltà economiche e sociali che rendono difficile il percorso, proponendo modalità di approccio innovative.

Altro grande tema è il lavoro. In questo caso il progetto attiverà percorsi di formazione non formale e interventi che facilitino la conoscenza del contesto territoriale e delle opportunità di occupazione e metterà in piedi iniziative volte a facilitare la conciliazione casa-lavoro per consentire il possibile accesso all'occupazione di persone che si trovano in una situazione di vulnerabilità dal punto di vista familiare.

Per favorire un pieno inserimento sociale il progetto prevede il coinvolgimento delle associazioni di volontariato con azioni che investono sull'integrazione e su attività di animazione e coinvolgimento comunità locali. Evvai prevede poi la creazione di un Tavolo Tematico Territoriale, un’opportunità di coordinamento che promuova la condivisione di azioni territoriali che vadano nella direzione dell'integrazione.

 

 

Pubblicato in Toscana
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