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Sabato, 08 Agosto 2020

Martedì, 14 Luglio 2020 - nelPaese.it

Il festival di Libero Cinema in Libera Terra, promosso da Cinemovel e Libera, non si ferma e nell'anno della sua quindicesima edizione si rinnova, presentando una nuova formula, nuovo logo e nuova sigla, per tenere accesi i riflettori su mafie e corruzione, azione indispensabile per promuovere la costruzione di un nuovo umanesimo fondato sull'affermazione dei diritti universali.

«A causa della pandemia, non sarà possibile montare gli schermi di Libero Cinema nelle piazze italiane. Le ruote del cine-furgone sono costrette a fermarsi» ─ dichiara Elisabetta Antognoni, presidente di Cinemovel – «Le ruote possono essere anche di altra natura e lo spirito che caratterizza il nostro viaggio in questo 2020 è ancora più forte. Le radici del nostro albero delle pellicole si sono infatti rafforzate con un fascio di cavi che entra nel mondo digitale. Anche con le ruote ferme l'impegno di Libero Cinema trasforma questo momento di incertezza in un'opportunità per viaggiare ancora più lontano».

Da martedì 14 a giovedì 16 luglio il festival accende lo schermo nella piazza virtuale di MYmovies, media partner del festival, già insieme a Cinemovel Foundation per l'iniziativa Schermi in Classe – #iorestoacasa. per dedicare riflessioni e storie ai diritti del nostro nuovo mondo.

Il 14 luglio, serata di apertura, avrà come protagonista Luigi Ciotti. Al centro del dibattito vi è il tema, oggi quanto mai urgente, della povertà educativa. Le serate del 15 e 16 luglio saranno dedicate all'America Latina e all'Africa, con collegamenti dai due continenti quasi del tutto scomparsi dai "radar" dell'informazione. Prima della proiezione dei film, il Festival propone il format "Diritti al nuovo mondo: Libero Cinema incontra", uno spazio interattivo condotto da Enrico Fontana, con le interviste a personalità della vita sociale, culturale ed economica di vari Paesi, che ci aiuteranno a "leggere" ciò che sta accadendo intorno a noi, per immaginare una società più equa e giusta e per ri-conoscere la dignità di ogni individuo e la sua centralità in ogni nuova progettazione; un'occasione per allargare lo sguardo a quelle persone e a quei luoghi, che oggi è necessario rimettere al centro.

Dopo la tre giorni di luglio, il viaggio di Libero Cinema proseguirà nel mese di settembre, periodo di vendemmia che vede tante cooperative impegnate sui beni confiscati. Nelle 6 tappe in programma dal 14 al 20 settembre che toccheranno Lombardia, Toscana, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, il format "Diritti al Nuovo Mondo: Libero Cinema Incontra" verrà trasmesso online direttamente dai territori, torniamo sui beni confiscati e restituiti alla legalità dove incontreremo i giovani delle cooperative che ogni giorno si misurano con le fatiche e le speranze di cambiamento.

«L'invito è a tutti coloro che vogliono unirsi a questo viaggio, porsi in ascolto e sperimentare nuovi punti di vista, con le storie raccontate dalle persone e dai film di Libero Cinema in Libera Terra, la carovana di cinema itinerante che dal 2006 fa tappa sui beni confiscati alle mafie e restituiti alla collettività per raccontare attraverso il cinema storie di denuncia, di impegno, di riscatto, di diritti negati e affermati», ricorda Nello Ferrieri, cofondatore di Cinemovel.

 Gli incontri si terranno alle 20:45 e alle 21:30 seguirà la proiezione del film. Si può prenotare il proprio posto su www.mymovies.it/live/cinemovel

Pubblicato in Cultura

Il vicepresidente della Regione Friuli Venezia Giulia Riccardo Riccardi parteciperà mercoledì 15 luglio alle 17 a Udine alla tavola rotonda “Noi siamo qui” che presenterà il “Manifesto del Parco di Sant’Osvaldo”.

L’iniziativa si terrà nel Giardino dei Tigli in via Pozzuolo 330 (all’interno del Parco) ed è promossa e organizzata da ASUFC, Parco di Sant’Osvaldo, Consorzio COSM, Cooperative sociali Duemilauno Agenzia sociale, Itaca, Irene 3000, Partecipazione, associazioni Arum, È Vento Nuovo, Arci Bar Sport e gruppo artistico CipArt. Riccardo Riccardi, che è anche assessore regionale alla salute, politiche sociali e disabilità, cooperazione sociale e terzo settore, delegato alla protezione civile, dialogherà con la proprietà del Parco di Sant’Osvaldo, rappresentata dalla direttrice sanitaria ASUFC Laura Regattin, la soprintendente Mibac Simonetta Bonomi, l'assessore alla cultura del Comune di Udine Fabrizio Cigolot, il direttore del Dipartimento di salute mentale di Udine dott. Marco Bertoli, la presidente del Consorzio Cosm, Michela Vogrig. Modererà l’incontro il giornalista Federico Rossi (presidente dell’associazione Colonos).

Sono previsti anche gli interventi di Andrea Maroè di Giant Trees Foundation, che si soffermerà sulla preziosità del Parco di Sant’Osvaldo a livello botanico e paesaggistico, evidenziando la necessità della sua salvaguardia globale anche dal punto di vista storico e di archeologia industriale. Vania Gransinigh, responsabile dei Civici Musei “Casa Cavazzini” di Udine, offrirà una visione di recupero e riqualificazione dei luoghi del Parco per l'arte contemporanea; Renato Bosa, associazione Italia Nostra, porrà l’accento sull’importanza della tutela dei luoghi di memoria che ospitarono l’ormai ex Ospedale psichiatrico provinciale di Udine; l'archeologa Susi Corazza dell’Università di Udine, che ha portato alla luce l'antico tumulo di Sant’Osvaldo, sito in una località che conserva il significativo nome di Pras de Tombe (Prati della Tomba), risalente al 2000 a.C., con gli architetti Gianluca Rosso e Sophia Los; la scrittrice Elena Commessatti nel cui libro "Genius Loci" ha iniziato il percorso sociale della città di Udine partendo proprio dall'ex manicomio. Porteranno il loro prezioso contributo Nicoletta Oscuro, Assemblea lavoratrici e lavoratori dello spettacolo del Fvg, Enzo Valentinuz, presidente Opificio330 Ets, l’insegnante Carla Di Bert, Lucia Piani per l’Università di Udine, Daniela Careddu del Coordinamento regionale delle associazioni per la salute mentale.

Nel corso della tavola rotonda, quasi 200 le adesioni giunte in pochi giorni che si sommano alle 1400 raccolte l’anno scorso per la tutela e valorizzazione del Parco,, sarà presentato il “Manifesto del Parco di Sant’Osvaldo” per chiedere l’apertura di un tavolo di co-progettazione, composto da tutti i soggetti che negli anni hanno sostenuto e partecipato ad attività e iniziative, e che vogliono e possono portare un contributo per la riqualificazione del Parco come patrimonio botanico, architettonico, culturale e di memoria.

Tra le tante proposte, anche la costituzione di un fondo a partire dalle donazioni delle opere d'arte create al Parco durante la residenza della 6^ edizione di L'Arte non Mente.

 

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

Sarà una giornata interamente dedicata all’agricoltura sociale quella di sabato 25 luglio alla Fattoria sociale di Spoleto. Nella splendida cornice della campagna spoletina, presso la Fattoria sociale in località Protte, infatti, sono in programma due eventi caratterizzati appunto dalla valorizzazione dell’inclusione sociale attraverso l’agricoltura.

Si comincia alle 11.00 con la presentazione del progetto “Raccolti di comunità_il valore aggiunto dell’agricoltura sociale”. Si tratta di un progetto finanziato dalla Regione Umbria (Avviso pubblico in regime di concessione ex art.12 L.241/90 per la presentazione di progetti sperimentali del terzo settore) al quale partecipa la Cooperativa agricola e sociale Fattoria sociale assieme ad altre cooperative umbre.

Il progetto è volto a valorizzare il ruolo sociale dell’agricoltura aumentando le possibilità di inclusione delle persone svantaggiate; ottimizzare i processi produttivi delle cooperative agricole e sociali; promuovere pratiche di partecipazione attività della comunità. Al termine del convegno è previsto un piccolo aperitivo.

Durante tutta la giornata sarà allestito uno spazio espositivo dedicato alle cooperative che si occupano di agricoltura sociale e sarà quindi possibile acquistare prodotti biologici e conoscere più da vicino il loro mondo.

La sera, a partire dalle 18,00, invece, spazio alla seconda edizione della Festa dell’agricoltura sociale. Si tratta di un apericena con musica live che coinvolgerà i ragazzi che frequentano i centri handicap. L’evento è realizzato in collaborazione con il Forum umbro dell’agricoltura sociale e grazie al sostegno della Fondazione Francesca, Valentina e Luigi Antonini. Il Forum dell’agricoltura sociale rappresenta un punto di riferimento per chiunque si avvicini al mondo dell’agricoltura sociale ed  ha tra i principali obiettivi  quello di promuovere l’inclusione sociale (https://www.forumagricolturasociale.it/) e la cultura del biologico.

L’iniziativa sarà l’occasione per capire come sostenere le produzioni agricole del territorio e i prodotti biologici, ma anche comprendere come l’agricoltura possa promuovere azioni terapeutiche ed educative.

 

 

Pubblicato in Umbria

La percezione della pericolosità del virus è sempre meno diffusa. Non solo gli italiani ritengono sempre meno probabile contrarlo, ma si sentono anche molto meno vulnerabili rispetto al passato. Lo spiega il radar di Swg: solo il 20% degli italiani è preoccupato di contrarre il virus.

Nel compenso crescono rabbia e tristezza, parimenti ad un marcato peggioramento della percezione della situazione economica, tanto nel lungo, quanto nel breve periodo.

A due mesi dalla conclusione del lockdown il virus non fa più paura e la sperimentazione della nuova normalità sta trovando un proprio equilibrio, con un numero sempre maggiore di italiani che ritornano a fare acquisti, andare al ristorante. Il new normal è percepito nella maggioranza dei casi come diverso rispetto al passato, ma la nuova normalità non appare migliore di quella pre-Covid, anzi più facilmente peggiore.

In un quadro complessivo di marcata incertezza, gli ultimi sette giorni hanno mostrato un forte peggioramento dei vissuti e delle percezioni individuali. A questo riguardo, l’impennata registrata nei sentimenti di rabbia e tristezza conferma come gli italiani continuino a muoversi su uno stretto crinale, che potrebbe portare a repentini capovolgimenti del sentiment collettivo.

Governo: ancora fiducia

Come viene percepito il modo in cui si muove e agisce l’esecutivo? Il secondo Governo Conte, che gode   di un gradimento piuttosto elevato, anche se con segnali di qualche difficoltà, non viene considerato particolarmente decisionista, viene piuttosto ritenuto o attendista o equilibrato.

Il ruolo del Premier è centrale ma, secondo i cittadini, il potere non è concentrato nelle sue mani. Ma nemmeno il PD e il M5S hanno un peso determinante, le decisioni che contano vengono prese da una cerchia ristretta di collaboratori di Conte. E le scelte più che collegiali appaiono essere la sintesi di posizioni conflittuali.

Gli elettori delle forze della maggioranza sono sostanzialmente soddisfatti dello stile del Governo e ritengono che nell’attuale situazione sia difficile fare di meglio. Al contrario, le opposizioni si mostrano molto critiche denunciando un eccessivo stallo causato dall’incapacità e dalla tendenza.

La fede al tempo del Covid

L’emergenza Covid-19 sembra aver messo in difficoltà parte degli italiani sul piano della spiritualità. popolazione più anziana è quella che manifesta di aver subito di più il fenomeno: aumenta una dimensione spirituale che diventa più personale a discapito della partecipazione a celebrazioni o visite ai luoghi di culto.

Emerge inoltre una dimensione caritatevole che porta un quinto degli italiani a fare elemosina o a comprare generi alimentari e farmaci per le fasce di popolazione più bisognose.

Pubblicato in Economia sociale

L’emergenza coronavirus ha messo a nudo ritardi strutturali sia sul fronte dell’accesso alle tecnologiche (rete e dispositivi) sia sulle competenze digitali, con profondi divari territoriali, tra Nord e Sud ma non solo. I divari nella velocità della connessione della rete internet oggi sono spesso sovrapponibili ai tempi di spostamento fisico tra città maggiori e aree interne. Le disuguaglianze digitali, come confermano le analisi dell’Osservatorio promosso da Con i Bambini e Openpolis nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, rappresentano una ulteriore dimensione della povertà educativa.

In Italia vivono 9,6 milioni di minori, durante il lungo lockdown 8 milioni e mezzo di bambini e ragazzi sono rimasti a casa. Uno scenario che ha acuito una serie di disagi preesistenti. Il 41,9 per cento dei minori, ad esempio, vive in una abitazione sovraffollata e il 7 per cento affronta anche un disagio abitativo (problemi strutturali). La povertà cresce al diminuire dell'età (la fascia 0-17 anni è quella dove l'incidenza della povertà assoluta resta maggiore) e, parallelamente, cresce all'aumentare del numero di figli: più una famiglia è numerosa, più è probabile che si trovi in povertà assoluta (circa il 20 per cento delle famiglie con 3 o più figli si trova in povertà assoluta). È di questo quadro sociale che dobbiamo tenere conto quando segnaliamo che l'emergenza ha imposto (o ribadito) alcune esigenze, in termini di digitalizzazione.

Il divario digitale si va infatti a sommare ai fattori di disuguaglianza già esistenti: dalla condizione sociale al luogo di residenza. Basti pensare al gap in termini di velocità della rete vissuto dai ragazzi che abitano nelle aree interne (in Umbria, ad esempio, il 7 per cento delle famiglie senza internet imputa il motivo all'assenza di banda larga). Oppure alla disparità subita dalle famiglie che non possono garantire ai propri figli computer adeguati e connessioni veloci. (il 5,3 per cento delle famiglie con un figlio non può permettersi l’acquisto di un pc).

“Come dimostra il rapporto, le diseguaglianze digitali incidono notevolmente sulla povertà educativa minorile – spiega Marco Rossi-Doria, Vice Presidente di Con i Bambini. Se una famiglia del ceto medio con pochi figli possiede più dispositivi in casa e una famiglia svantaggiata, numerosa e con più figli non ha accesso alla rete internet fissa e non possiede nessun pc o ne ha solo uno per tutti, è chiaro che siamo davanti a un significativo fattore discriminante per la crescita di bambine, bambini e adolescenti. In questi casi, purtroppo numerosi, nonostante il grande sforzo di accompagnamento fatto dal Terzo settore, manca proprio un supporto educativo che deve essere tutelato in primis dal diritto allo studio. Non è sufficiente fornire temporaneamente e in comodato d’uso un dispositivo della scuola, che aumenta anche il divario auto percepito e il senso di precarietà – sottolinea Rossi-Doria – lo Stato dovrebbe garantire alle famiglie in povertà relativa grave o in povertà assoluta la possibilità di accesso a internet veloce e almeno un computer dedicato ai ragazzi”.

La sfida digitale

I ritardi da recuperare sono molti, e sono tutti riconducibili a un processo di digitalizzazione non ancora abbastanza inclusivo per i minori e le famiglie. Ce lo mostrano, tra le altre cose, la quota di famiglie che prima della crisi dichiaravano di non avere internet a casa per motivi economici, in particolare nel Mezzogiorno. Il 12,3 per cento dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni non possiede un pc o tablet a casa, quota che aumenta considerevole al Sud (20 per cento).

Mentre l’Europa si prepara alla sfida della gigabit society, partendo non a caso proprio dai luoghi dove si formano le conoscenze di bambini e ragazzi per realizzare una società sempre più interconnessa, l’Italia è agli ultimi posti delle classifiche europee. Siamo al 25esimo posto su 28 nella classifica DESI 2020 (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società) seguiti solo da Romania, Grecia e Bulgaria. Il nostro paese è al 22esimo posto su 28 nella quota di famiglie con accesso a internet da casa nel 2019, mentre il 2 per cento delle famiglie con figli non ha internet a casa per motivi legati al costo. Il doppio della media Ue.

Allo stesso tempo, restano ancora profondi i divari tra le diverse regioni italiane. A fronte di una media nazionale del 76,1 per cento di famiglie connesse, restano indietro soprattutto le regioni meridionali. La Calabria con il 67,3 per cento (quasi 9 punti al di sotto della media nazionale) mantiene invariato il ritardo rispetto alla regione più connessa (il Trentino Alto Adige, 81,1% con una differenza di 13,8 punti percentuali. Seguono Molise e Basilicata (69%), Sicilia (69,4%) e Puglia (69,6%). Con l'eccezione della Sardegna, nessuna regione del Sud ha una quota di famiglie con accesso a internet superiore al dato nazionale.

Oltre 1 milione di minori vive nei 4 mila comuni dove nessuna famiglia è raggiunta dalla rete fissa a 30Mbps. Nella classifica delle province con più minori in comuni non raggiunti dalla rete fissa di banda larga veloce, ai primi tre posti troviamo tre territori meridionali (Nuoro, Isernia, Oristano).

Le aree metropolitane registrano la quota più alta di famiglie che dispongono di una connessione domestica (80,4 %). Nonostante una crescita significativa (+23,8 punti), i piccoli comuni con meno di 2.000 abitanti restano quelli con meno famiglie connesse. Tra le cause, il costo e la copertura della rete dove si abita. Al Nord, l'alto costo del collegamento è indicato dal 6-7 per cento di chi non ha una connessione a internet, quota quasi doppia al Sud e nelle isole con l’11,9 per cento delle famiglie senza internet. La Campania è la regione con più famiglie che segnalano gli ostacoli legati al costo (14,3%).

La digitalizzazione delle scuole

Finita l’emergenza, quali scuole troveranno i ragazzi una volta tornati in classe? Il presupposto affinché il potenziamento della connettività delle scuole sia efficace, è ovviamente la presenza di una strumentazione tecnologica adeguata per la didattica (lavagne multimediali, tablet, pc). Ma, da sole non bastano. L'indagine ufficiale del Miur relativa all'anno scolastico 2014/15 offre alcune indicazioni in questo senso. Le regioni con più tecnologie per alunno sono risultate essere, oltre alla Lombardia, alcune regioni meridionali come la Calabria (prima per numero di dispositivi, uno ogni 5,3 alunni), la Sicilia e la Puglia, grazie ai contributi europei 2007-13.

Nell’anno scolastico 2018/2019 nelle scuole italiane, ogni 100 alunni, erano presenti in media 5,7 pc/tablet e 1,8 lim (o proiettori interattivi/smart tv). Prima dell'emergenza, i dati indicano profonde differenze interne anche all’interno delle stesse regioni. Ad esempio in Campania, al dato di Benevento (prima nella regione, sia per lim che per pc per alunno) si contrappone quello della città metropolitana di Napoli (ultima nel rapporto dispositivi/alunni). In Puglia, la città metropolitana di Bari è prima nella regione per diffusione delle lavagne multimediali, mentre sui computer è Brindisi ad avere i valori più alti. Agli ultimi posti nel rapporto pc/alunni la provincia di Foggia. Nell'Italia settentrionale invece spiccano Sondrio (10,9 pc o tablet ogni 100 alunni), Rovigo e Lecco.

Agli ultimi posti invece Genova, Rimini e Gorizia. In quella centrale, al dato della provincia di Siena (10,6 pc e tablet ogni 100 alunni) si contrappone quello della città metropolitana di Roma (con 3,6 pc e tablet).

Servono scuola ma soprattutto studenti digitali

Le competenze digitali dei giovani, sono molto distanti dalla media europea. In termini di competenze (email, videochiamate, trasferimento file, utilizzo software, ecc), secondo l’indicatore dell’Eurostat, in Italia la quota di giovani tra 16 e 19 anni che padroneggiano gli strumenti digitali è più bassa (64%) rispetto alla media UE (83%) con oltre 20 punti di distacco da Regno Unito, Germania e Spagna.

Siamo penultimi (26 su 28) nella classifica dei paesi Ue dove i giovani leggono di più i giornali online. E anche qui con forti differenze sociali interne. Quasi il 74% degli studenti di famiglie avvantaggiate usa internet per leggere notizie, mentre tra quelli svantaggiati la quota scende a poco più del 60%.

Si tratta di un gap che, come tutti quelli emersi dal rapporto Con i Bambini - Openpolis, ci parla di disuguaglianze che vanno ben oltre quelle digitali. Riguardano il diritto dei minori a non cadere nella trappola della povertà educativa. Senza un vero percorso educativo, il solo utilizzo del pc a scuola non comporta competenze più elevate. La faglia del divario digitale si sta progressivamente spostando dall'accesso all'uso che viene fatto della rete.

Un divario educativo interno e con gli altri paesi Ue che non potrà essere compensato solo con più computer e tablet. Senza questa consapevolezza, nessun provvedimento, da solo, sarà sufficiente a recuperare i ritardi. Perché non stiamo parlando solo di divari tecnologici, comunque gravi ma risolvibili attraverso interventi economici mirati ed efficaci. Stiamo parlando di disuguaglianze sociali radicate, profonde, per cui serve una strategia di lungo periodo, sinergica con quella per il contrasto della povertà educativa.

I report dell’Osservatorio #conibambini, oltre a fornire dati aggiornati, permettono a decisori, operatori e media un’analisi del fenomeno in una dimensione di data journalism, con dati a livello comunale o subcomunale.

 

Pubblicato in Nazionale

I governi dovranno essere chiamati a rispondere delle morti di operatori sanitari cui non hanno fornito strumenti di protezione durante la pandemia da Covid-19. Lo ha dichiarato Amnesty International, pubblicando un rapporto sulla situazione degli operatori sanitari a livello globale.

Sulla base dell’analisi delle informazioni disponibili, oltre 3000 operatori sanitari sono morti da Covid-19 ma, precisa l’organizzazione per i diritti umani, questo dato rischia di essere assai sottostimato.

Inoltre, Amnesty International ha documentato casi di operatori sanitari che, per aver espresso preoccupazione per la loro salute, hanno subito rappresaglie: dalle minacce al licenziamento, dagli arresti all’imprigionamento.

“Chiediamo ai governi, proprio mentre la pandemia si sta ancora di più diffondendo, di iniziare a prendere sul serio la salute e la vita degli operatori sanitari. Gli stati dove il peggio deve ancora arrivare non devono ripetere gli errori fatti da quei governi la cui mancata protezione dei diritti degli operatori sanitari ha avuto conseguenze devastanti”, ha dichiarato Sanhita Ambast, ricercatrice e consulente di Amnesty International sui diritti economici, sociali e culturali.

“Ciò che inquieta di più è vedere che alcuni governi stanno punendo gli operatori sanitari che esprimono preoccupazione rispetto a condizioni di lavoro che possono mettere in pericolo le loro vite. Gli operatori sanitari in prima linea sono i primi a rendersi conto che le politiche del loro governo non stanno funzionando e le autorità che li puniscono non possono essere prese sul serio quando affermano che stanno dando priorità alla salute pubblica”, ha aggiunto Ambast.

Migliaia di perdite di vite umane

Non esiste attualmente un tracciamento globale di quanti operatori sanitari e altri lavoratori addetti a servizi essenziali siano morti dopo essere stati contagiati dal Covid-19. Tuttavia, Amnesty International ha raccolto e analizzato un ampio numero di informazioni disponibili e ha concluso che oltre 3000 operatori sanitari sono morti in 79 paesi a seguito del contagio.

Gli stati col più alto numero di operatori sanitari risultano essere la Russia (545), il Regno Unito (540, compresi 262 assistenti sociali), gli Usa (507), il Brasile (351), il Messico (248), l’Italia (188), l’Egitto (111), l’Iran (91), l’Ecuador (82) e la Spagna (63).

Si tratta di dati con ogni probabilità assai sottostimati e anche le comparazioni tra stati risultano difficili. Ad esempio, la Francia ha raccolto dati solo da alcuni ospedali e case di cura. In Egitto e Russia, i numeri forniti dalle associazioni di categoria sono stati contestati dai governi. 

Scarsità dei dispositivi di protezione individuale

In quasi tutti i 63 stati oggetto del rapporto di Amnesty International, gli operatori sanitari hanno denunciato la grave scarsità dei dispositivi di protezione individuale (Dpi). In alcuni di questi stati, come l’India e il Brasile, e in diverse parti dell’Africa il peggio potrebbe ancora arrivare. Un medico di Città del Messico ha riferito che i suoi colleghi spendono circa il 12 per cento del loro stipendio nell’acquisto dei Dpi.

Le restrizioni commerciali possono aver acuito il problema. Nel giugno 2020, 56 stati e due raggruppamenti (Unione europea e Unione economica eurasiatica) avevano in vigore provvedimenti per vietare o limitare l’esportazione di alcuni, se non tutti, i tipi di Dpi o di loro componenti.

“Gli stati devono assicurare che sia a disposizione un numero sufficiente di Dpi all’interno dei loro territori ma le restrizioni commerciali rischiano di acuire la mancanza di tali prodotti in stati che dipendono dalle importazioni. La pandemia da Covid-19 è un problema globale che richiede cooperazione globale”, ha sottolineato Ambast.

Le rappresaglie

In almeno 31 degli stati oggetto del rapporto di Amnesty International, gli operatori sanitari e i lavoratori dei servizi essenziali hanno scioperato, minacciato di scioperare o effettuato proteste per denunciare i rischi per la salute legati allo svolgimento della loro attività professionale.

In Egitto Amnesty International ha documentato nove arresti di operatori sanitari, tra marzo e giugno, per le consuete vaghe accuse di “diffusione di notizie false” e “terrorismo”. Queste persone in realtà si erano limitate a criticare l’efficacia della risposta del governo alla pandemia. In molti casi le autorità hanno usato il pugno di ferro contro gli scioperi e le altre azioni di protesta. 

“Molti [di noi] preferiscono comprarsi da soli i Dpi per evitare questo estenuante avanti e indietro. [Le autorità] stanno costringendo i medici a scegliere tra la morte e il carcere”, ha riferito un altro medico egiziano, che ha denunciato come i colleghi che osano parlare siano sottoposti a minacce, interrogatori da parte dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (i servizi di sicurezza civili), procedure amministrative e sanzioni.

In Malesia la polizia ha disperso un picchetto pacifico nei confronti della sede di un’azienda che fornisce servizi di pulizia a un ospedale. I promotori del presidio volevano denunciare il trattamento iniquo subito dai membri del sindacato dell’azienda e la fornitura insufficiente di Dpi agli addetti alle pulizie. La polizia ha arrestato cinque operatori sanitari per “manifestazione non autorizzata”, in violazione del loro diritto alla libertà di associazione e di riunione.

“Gli operatori sanitari e i lavoratori dei servizi essenziali hanno il diritto di protestare contro i trattamenti ingiusti che subiscono. Sono loro i primi a poter aiutare le autorità a migliorare la risposta alla pandemia ma rinunciano a farlo se la conseguenza è di trovarsi in carcere o di temere di finirci”, ha commentato Ambast.

In numerosi stati operatori sanitari e lavoratori dei servizi essenziali sono stati licenziati o sono stati sottoposti ad azioni disciplinari per aver espresso le loro preoccupazioni.

Negli Usa l’infermiera Tainika Somerville è stata licenziata per aver pubblicato un video su Facebook nel quale leggeva una petizione per chiedere più Dpi. Alla data del 29 maggio, nella struttura sanitaria dove lavorava c’erano stati 34 contagi e 15 morti da Covid-19 eppure lo staff aveva appreso solo dai mezzi d’informazione, e non dalla direzione, che in quella struttura c’erano pazienti positivi.

In Russia due medici, Yulia Volkova e Tatyana Reva, stanno subendo rappresaglie per aver denunciato la mancanza dei Dpi. La prima è stata incriminata per violazione delle norme sulle notizie false e rischia una multa di 100.000 rubli (quasi 1240 euro), la seconda sta subendo un’azione disciplinare che potrebbe portare al suo licenziamento.

Salari ingiusti e mancanza di incentivi economici

Oltre alle condizioni insicure di lavoro, Amnesty International ha rilevato come alcuni operatori sanitari e lavoratori dei servizi essenziali stiano ricevendo salari ingiusti o addirittura non siano pagati affatto.

Nel Sud Sudan i medici assunti dal governo non ricevono lo stipendio da febbraio, né incentivi economici o coperture assicurative. In Guatemala almeno 46 operatori sanitari di un “ospedale-Covid” non hanno ricevuto lo stipendio per due mesi e mezzo.

In alcuni stati non sono previsti incentivi economici nel contesto della pandemia, in altri i “bonus” escludono determinate categorie di lavoratori. Amnesty International intende sollecitare i governi a considerare il contagio da Covid-19 una malattia professionale, a fornire risarcimenti e altre forme di sostegno agli operatori sanitari contagiati e a considerare questi ultimi tra i gruppi prioritari ai quali effettuare i tamponi.

Il rapporto di Amnesty International descrive casi di stigma e violenza nei confronti degli operatori sanitari e dei lavoratori dei servizi essenziali, proprio a causa della loro attività professionale. In Messico un’infermiera è stata inzuppata di cloro mentre camminava lungo una strada e nelle Filippine a un lavoratore di un ospedale è stata gettata sul volto della candeggina.

Casi del genere evidenziano un clima di disinformazione e stigma e mettono in luce quanto sia importante che i governi forniscano informazioni accurate e accessibili sulla diffusione della pandemia. In Pakistan, a partire da aprile, Amnesty International ha registrato numerosi episodi di violenza contro operatori sanitari: ospedali sono stati vandalizzati, medici sono stati aggrediti e uno di loro è stato persino ucciso dalle Forze antiterrorismo. Nonostante alcuni ministri abbiano assicurato che gli ospedali del paese hanno le risorse necessarie, pazienti in condizioni critiche di salute non sono stati ammessi al ricovero a causa della mancanza di letti, ventilatori e altri strumenti salva-vita. Questa disinformazione mette in pericolo la vita degli operatori sanitari, che non vengono creduti quando dicono che non ci sono posti a disposizione per ulteriori ricoveri.

Raccomandazioni

“Chiediamo a tutti gli stati colpiti dal Covid-19 di rivedere in modo indipendente e pubblico la preparazione e la risposta alla pandemia, allo scopo di proteggere meglio i diritti umani e le vite nel caso di un nuovo scoppio”, ha concluso Ambast.

Tra le varie azioni da intraprendere, gli stati dovrebbero riesaminare se i diritti degli operatori sanitari e dei lavoratori dei servizi essenziali – tra cui il diritto a condizioni di lavoro eque e favorevoli e il diritto alla libertà d’espressione – siano stati protetti in modo adeguato.

Gli stati dovrebbero inoltre assicurare risarcimenti adeguati agli operatori sanitari e ai lavoratori dei servizi essenziali contagiati durante lo svolgimento della loro attività professionale. Infine, gli stati dovrebbero disporre l’apertura di indagini su tutti i casi in cui operatori sanitari hanno subito rappresaglie per aver espresso preoccupazione sulla loro salute e la loro sicurezza e fornire rimedi effettivi a coloro che hanno subito trattamenti ingiusti, ad esempio annullando i licenziamenti di coloro che avevano osato prendere la parola per denunciare la situazione.

 

Pubblicato in Nazionale

Si terrà venerdì 17 luglio in Piazza Duomo a Mascali (Catania) la presentazione del volume "Etna 1928-2018, a 90 anni dall'eruzione e dalla ricostruzione di Mascali".

L'evento si svolgerà alla presenza del Presidente della Regione Siciliana, On. Nello Musumeci, e vedrà la partecipazione, tra gli altri, del Direttore dell'Osservatorio Etneo dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (OE-INGV), Stefano Branca, e del Sindaco del Comune di Mascali, Luigi Messina.

La raccolta di saggi, realizzata con il contributo dell'INGV, della Regione Siciliana e del Comune di Mascali, ripercorre le presentazioni multidisciplinari delle conferenze organizzate nel 2018 in occasione delle celebrazioni del 90° anniversario dell'eruzione.

L'eruzione laterale dell'Etna del 1928, iniziata il 2 novembre, è stata il principale evento eruttivo del XX secolo, nonché l'unico, dal Settecento ad oggi, a causare la distruzione di un centro abitato alle pendici del vulcano siciliano. In soli diciassette giorni, infatti, una colata lavica fuoriuscita da una fessura eruttiva apertasi sul fianco nord-orientale del vulcano, a 1.200 metri di altitudine, percorse ben 9 chilometri cancellando dalle mappe topografiche l'antica città di Mascali, un tempo principale centro dell'omonima ed economicamente florida Contea soggetta al vescovo di Catania.

Nel 2018, per ricordare il 90° anniversario dell'eruzione, il Comune di Mascali, in collaborazione con la Regione Siciliana, l'Osservatorio Etneo dell'INGV, la Soprintendenza per i Beni Culturali di Catania, l'Istituto Comprensivo "Mascali" e l'Associazione Culturale "Mascali 1928", ha voluto recuperare la memoria storica e il patrimonio immateriale di quell'evento per raggiungere un pubblico il più ampio possibile, anche attraverso attività di carattere culturale e scientifico.

Con quindici saggi curati da esperti e ricercatori, il volume "Etna 1928-2018, a 90 anni dall'eruzione e dalla ricostruzione di Mascali" si propone di conservare immutato nel tempo il ricordo e il valore di un evento naturale storico, che ha modificato per sempre il volto di quel territorio e gettando le basi per un'opera di ricostruzione che ha saputo conservare, in parte innovandoli, i tratti della Sicilia più autentica.

 

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In Grecia, un numero crescente di rifugiati in gravi condizioni di salute fisica e mentale rischiano di essere privati dei loro alloggi, esclusi dai sussidi e lasciati a vivere in strada senza un rifugio e adeguate cure mediche, dichiara Medici Senza Frontiere (MSF). In cerca di una soluzione rapida per decongestionare i campi sovraffollati sulle isole, il governo greco ha cominciato a sfrattare di più di 11.000 beneficiari di protezione internazionale dalle strutture di accoglienza, di cui molti estremamente vulnerabili.

 MSF chiede al governo greco di sospendere gli sfratti delle persone vulnerabili, compresi i sopravvissuti a violenza sessuale, tortura e maltrattamenti, gli anziani e le persone con malattie croniche, e di individuare soluzioni abitative immediate e ampliare i programmi di accoglienza già esistenti.

 “Abbiamo pazienti in gravi condizioni che vengono abbandonati, mentre donne in fase avanzata di gravidanza dormono a Victoria Square, nel centro di Atene" afferma Marine Berthet, coordinatrice medica di MSF in Grecia. "Nel mezzo di una pandemia globale, i governi dovrebbero proteggere le persone ad alto rischio di contrarre il Covid-19, non gettarle in strada lasciandole senza protezione, riparo o accesso alle cure mediche".

A giugno, una paziente di MSF estremamente vulnerabile è morta per arresto cardiaco poco dopo essere stata minacciata di sfratto ed aver quindi lasciato il suo alloggio.

"La nostra paziente era paraplegica e presentava molteplici gravi patologie, tra cui diabete e malattie cardiovascolari, eppure era stata minacciata di sfratto in più occasioni" continua Berthet di MSF. “Con la paura di perdere la casa, la sua famiglia l'ha portata al campo di Schisto dove suo figlio vive in un container con altre 12 persone. Due giorni dopo ha avuto un arresto cardiaco ed è morta”.

Almeno altri 30 pazienti di MSF in gravi condizioni di salute sono stati privati del loro alloggio o notificati di sfratto e ora rischiano di essere tagliati fuori dai programmi di sussidio.

"Il caso della donna deceduta è solo la punta dell'iceberg. Abbiamo pazienti affetti da cancro, sopravvissuti alla tortura, madri sole con malattie croniche e donne in gravidanza con complicazioni che si trovano a vivere per strada, senza alcun supporto” conclude Berthet di MSF.

A molti pazienti di MSF con gravi malattie croniche sono stati tolti i propri beni ed è stato intimato di andare via, senza alcuna indicazione su dove andare. Decine di altri pazienti sono stati informati di dover andar via, mentre i loro sussidi venivano sospesi nonostante le loro condizioni di vulnerabilità. Nel frattempo, le piazze cittadine si riempiono di rifugiati vulnerabili, tra cui bambini, donne in gravidanza, neonati, persone con patologie croniche, sopravvissuti a torture e violenze sessuali.

Nel giugno di quest'anno, il Ministero per l’immigrazione e l’asilo della Grecia si è impegnato a ridurre le spese del programma per gli alloggi dei richiedenti asilo fino al 30%, nonostante a febbraio siano stati assegnati al governo greco fondi UE per ampliare il sistema di accoglienza sulla terraferma. Ad oggi non è stata resa disponibile alcuna soluzione abitativa aggiuntiva.

Per supportare le centinaia di rifugiati che dormono nelle strade di Victoria Square ad Atene, MSF sta trasferendo chi ha maggiore urgenza di cure mediche nel proprio centro ambulatoriale nella capitale greca, ma i bisogni più elementari delle persone restano scoperti.

MSF chiede urgentemente al governo greco, all'UE e a tutte le organizzazioni coinvolte nella fornitura di alloggi, di trovare soluzioni abitative immediate per tutti i rifugiati che oggi dormono nelle strade di Atene e di fermare gli sfratti fino a quando tutte le barriere amministrative che ostacolano l'integrazione e l'accesso alle cure mediche siano state rimosse.

 

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