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Lunedì, 21 Settembre 2020

Venerdì, 11 Settembre 2020 - nelPaese.it

Un pomodoro simile al ciliegino, molto resistente agli ambienti caldi e aridi, all'attacco dei patogeni e molto ricco di vitamina C. Questo l'oggetto e i primi risultati di uno studio in corso, realizzato dal CREA Orticoltura e Florovivaismo e l'Università Politecnica di Valencia nell'ambito del progetto HORIZON 2020 – BRESOV, coordinato dall'Università di Catania e che vede coinvolti 22 Istituzioni di Ricerca di 13 Paesi.   

Lo studio si propone di identificare nuove varianti genetiche responsabili delle caratteristiche di lunga conservazione nelle tipologie di pomodoro "da serbo" e in grado di conferire resistenze all'attacco di malattie e adattabilità a condizioni di coltivazione in zone con scarsa disponibilità di acqua. Sono state studiate circa 150 varietà da serbo, pomodorini con forme a ciliegino ovoidale e piriforme, cuticola spessa e colore variabile dal rosso al giallo. Dal punto di vista qualitativo, studi precedenti hanno dimostrato che questi pomodori hanno elevato contenuto in vitamina C, beta-carotene, e spiccate proprietà organolettiche.  

I pomodori da serbo sono tipiche varietà autoctone, poi diversificatesi nel tempo, tradizionalmente coltivati nel sud Italia e in Spagna, dove sono state selezionate negli anni per la loro elevata qualità e conservabilità nonché per la loro capacità di adattarsi agli ambienti caldi e allo scarso regime irriguo. 

Responsabili del progetto per il CREA sono il direttore Teodoro Cardi e il ricercatore Pasquale Tripodi. Nell'ambito dello studio, il centro di ricerca Orticoltura e Florovivaismo, coadiuvato dalle unità operative dei centri di Ingegneria e Trasformazioni Agroalimentari e Cerealicoltura e Colture Industriali, ha coordinato le analisi sui geni mettendo in condivisione le collezioni di pregio che sono state selezionate nel corso degli anni. In tal modo è stata svolta un'attività fondamentale di valorizzazione delle risorse genetiche, per cui il CREA è riconosciuto come eccellenza Internazionale.   

"L'aspetto principale della ricerca – afferma Pasquale Tripodi – è la possibilità di ottenere pomodori che sappiano adattarsi alle condizioni ambientali provocate dai mutamenti climatici in atto. Pertanto, oggi è fondamentale selezionare varietà produttive in grado di tollerare condizioni di stress dovute a scarso regime idrico, elevate temperature climatiche e attacchi di patogeni. Ciò permette di ampliare gli areali di coltivazione e allo stesso tempo di assicurare una maggiore sostenibilità ambientale".  

La ricerca è stata condotta su un'ampia gamma di varietà autoctone per il consumo fresco, tipologie da serbo recuperate dal bacino del Mediterraneo, cultivar tradizionali e d'élite di pomodoro coltivato (S. lycopersicum) diffuse in tutto il mondo. Mediante metodi "next generation sequencing", consistenti in tecniche di sequenziamento su larga scala di piccoli frammenti di DNA, sono stati identificati i geni soggetti a pressione selettiva e presumibilmente responsabili delle caratteristiche fenotipiche delle cultivar da serbo.   

 Lo studio, che ha incluso anche varietà di pomodoro da mensa e da industria, ha permesso di identificare nelle cultivar da serbo i geni coinvolti nelle risposte di resistenza a patogeni e siccità. Inoltre, sono stati evidenziati i cromosomi che regolano i meccanismi di maturazione del frutto. Grazie alle analisi genomiche e alle prove di coltivazione, sono state selezionate varietà migliorate, in grado di tollerare carenze idriche, stress da caldo e con un buon livello di resistenza a patogeni fungini. Attualmente le selezioni sono in fase di valutazione in diversi ambienti del bacino del Mediterraneo, con l'obiettivo di valutare le performance produttive nei più ampi areali e studiare il contenuto di sostanze antiossidanti.  

Le nuove conoscenze potranno essere utili nell'ambito dei programmi di miglioramento genetico e per la valorizzazione delle cultivar studiate sui mercati globali. Nuovi esperimenti per identificare potenziali geni di interesse agronomico e qualitativo sono attualmente in via di svolgimento. Lo studio è stato pubblicato il 1° settembre scorso sulla rivista Horticulture Research del gruppo "Nature" (la prima secondo gli indici bibliometrici impact factor 2019 per quanto riguarda il settore orticoltura) al seguente link: https://www.nature.com/articles/s41438-020-00353-6   

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Quando c'è di mezzo la salute non sono possibili scorciatoie. Lo abbiamo vissuto durante il Lockdown a causa del Covid.19 e in ambito sportivo mi permetto - da Presidente del Gruppo di Interesse Specialistico in Fisioterapia Sportiva di AIFI - di fare la stessa considerazione a seguito del nuovo incidente a Nicolò Zaniolo. Molteplici sono state in questi giorni le reazioni sportive, cliniche e popolari che ha suscitato. Reazioni che ci interrogano e ci pongono delle domande che intrecciano il profilo professionale con quello sociale e sportivo.

Lo scrive in una lettera Andrea Piazze, Presidente Nazionale GIS Sport - AIFI (Associazione italiana fisioterapisti italiani). 

La lettera

Nel merito cosa è accaduto a questo fortissimo centrocampista ventunenne? Lo scorso 12 gennaio 2020, durante la sfida con la Juventus, Zaniolo era incorso nel peggiore infortunio immaginabile per un calciatore: la lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio. Per lui questa lesione significava Campionato ed Europei (non si poteva ancora immaginare che questi ultimi sarebbero stati posticipati di un anno) a rischio.

A seguito di quel primo grave incidente avevamo mandato un messaggio chiaro: non ci sono "panacee" che possano permettere a Zaniolo di ridurre i tempi di recupero dalla rottura del legamento crociato anteriore. La parola d'ordine – avevamo detto - era 'prudenza', utilizzare il tempo indicato da chi fa ricerca in argomento (9-12 mesi) per lavorare con l'atleta e raggiungere quel livello di funzioni e capacità necessarie al suo ritorno in campo in sicurezza, altrimenti il rischio di recidiva sarebbe stato dietro l'angolo. Il consiglio che avevamo dato alle società, ma anche ai media, era quello di non aumentare la pressione su questi atleti per abbreviare il loro ritorno in campo. In quella sede avevamo suonato un campanello d'allarme: i recuperi a tempi record rischiano di diventare "prassi" perché a volte direttamente incentivati anche.... da aspetti extrasportivi ed extraclinici.

Alcuni giorni fa, purtroppo, durante la partita della Nazionale contro l'Olanda, calendarizzata in maniera scellerata al rientro dalle "miniferie" tra un finale di campionato posticipato dal lockdown, caratterizzato da diverse e "inesplorate" modalità di allenamento, e l'inizio della preparazione della prossima stagione, il ginocchio di Nicolò ha fatto crack. Stesso infortunio: lesione del legamento crociato anteriore, ma ginocchio diverso da quello operato a inizio anno. Si è fatto male al ginocchio sano! Quindi casualità e pura sfortuna...

Cosa è accaduto esattamente questa volta al centrocampista della Roma e della Nazionale? Ebbene, prima di tutto si tratta di un nuovo infortunio, ed in quanto tale si tratta di un evento traumatico legato alla stessa pratica sportiva del calcio. Ma tutti i clinici, da chi opera ai colleghi Fisioterapisti, sanno che la letteratura scientifica e le statistiche cliniche parlano chiaro: esiste un nesso ben evidente su infortuni al ginocchio controlaterale di quello operato in precedenza. Ad un follow up di 10 anni dal primo intervento ben il 33% dei calciatori ha subito un nuovo infortunio al ginocchio. Di questi, nella metà dei casi, è stato lesionato il legamento crociato del ginocchio controlaterale.

Quindi, oltre che poter affermare che circa la metà dei calciatori (di tutti i livelli, dal professionista all’amatore) non tornano alla pratica sportiva per più motivi dopo il primo intervento, quelli che tornano alla pratica sportiva, sono fortemente soggetti a recidiva di infortunio sul ginocchio operato ma anche sul controlaterale sano.
Nicolò non ne è il primo caso, anche a livello nazionale professionistico. Quindi entriamo nel campo degli infortuni da considerare evitabili, su cui un forte atteggiamento precauzionale e procedurale sarebbe auspicabile.

Come è dunque possibile tutto questo? Perché un nuovo incidente, così simile al primo e così nuovamente grave? Restiamo proprio convinti sia questione di sfortuna, di casualità? Puro destino? La domanda che oggi il sistema calcio probabilmente è obbligato a farsi è: il calcio può continuare a rischiare di sacrificare così i suoi campioni? Forse è giunto il tempo di una nuova (e più stringente) alleanza tra i soggetti coinvolti: calciatori, società, procuratori, medici dello sport, fisioterapisti, media, sponsor, anche con i tifosi, vista la loro giustificata richiesta di continuo spettacolo e risultati, per impedire che interessi non direttamente coinvolti con la salute dei calciatori facciano pressioni indebite e giungano a governare non tanto la guarigione di un atleta, quanto il suo ritorno in campo anche in condizioni "non precauzionali".

Ormai, la realtà dei fatti ci insegna tristemente che non sia più utile, al mondo del calcio, raccontare cosa la scienza consigli e indichi sia corretto fare in situazioni del genere (cosa che tutti gli operatori del settore dovrebbero fare al massimo grado di serietà e competenza) ma serve che il mondo stesso del calcio protegga i suoi atleti come un “bene” da custodire e preservare di fronte a eventi del genere.

Tornando all’inizio, collegandosi al problema della pandemia che stiamo vivendo, rimarchiamo come in ogni ambito di quotidianità e partecipazione sociale, non siano possibili scorciatoie, pena la mancanza di safety, ed in questo, il mondo dello sport non fa differenza. Infatti anche nel caso del grave infortunio di un calciatore, non sono possibili scorciatoie, pena la possibile rovina della carriera di un campione.

Pubblicato in Sport sociale

L'84% ha rinviato progetti di vita o di lavoro a causa dell'emergenza sanitaria, il 41% ha intenzione (o lo ha già fatto) di ridurre pranzi e cene al ristorante, il 29% prevede che nel 2021 la sua vita personale peggiorerà. Gli italiani vivono sospesi in una sorta di bolla, in cui casa e famiglia rimangono ancore di salvezza.

È quanto emerge dall'anteprima digitale del “Rapporto Coop 2020 – Economia, Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e di domani” redatto dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori). Nel rapporto sono contenuti i dati si due sondaggi, dal titolo“Italia 2021 il Next Normal degli italiani”, condotti in agosto: il primo ha coinvolto un campione di 2mila italiani rappresentativo della popolazione over 18, mentre il secondo 700 opinion leader e market maker fruitori delle passate edizioni del Rapporto. Tra questi sono stati selezionati 280 soggetti (imprenditori, amministratori delegati e direttori, liberi professionisti) che secondo Coop sono “in grado di anticipare più di altri le tendenze future del Paese”.

C'è poco ottimismo negli italiani. Il 56% ritiene che ci sarà un peggioramento della situazione dell'Italia in generale, il 32% è pessimista sul destino della “situazione finanziaria ed economica famigliare”, il 26% teme che peggiorerà il suo benessere psicologico e il 22% ha paura che nel 2021 la sua situazione lavorativa cambi negativamente. Tra coloro che pensano di avere nei prossimi mesi problemi economici, il 60% afferma che attingerà ai propri risparmi, il 48% agli aiuti del Governo, il 36% si rivolgerà a parenti e amici.

Nella bolla degli italiani hanno un grande ruolo internet e i social. Il 30% degli intervistati sostiene che nel 2021 aumenterà il tempo trascorso su internet e il 19% quello passato sui social. 

Su cosa l'Italia debba puntare per ripartire, il gruppo di opinion leader intervistati da Coop ritiene che siano prioritarie l'istruzione (42%), il lavoro (36%), la digitalizzazione (36%), le infrastrutture (34%) e la sanità (28%). Inoltre un italiano su cinque prevede di aumentare il tempo dedicato ai corsi di formazione.

La casa come salvagente a cui tenersi stretti fa il paio con un’altra costante che distingue ancora nel postcovid gli italiani dai cugini europei: il cibo. Alla spesa alimentare, pur nell’emergenza e in una evidente contrazione generalizzata degli acquisti, gli italiani non rinunciano e solo il 31% dichiara di voler acquistare prodotti di largo consumo confezionato più economici a fronte di un 37% della media europea; un dato decisamente inferiore al 50% registrato lo scorso anno e al 57% del 2013 (anno in cui eravamo in piena crisi economica con un Pil a -1,8%). E anche a emergenza sanitaria finita solo il 18% dice di voler acquistare prodotti più economici. Guardando dentro al carrello si nota una straordinaria inversione di tendenza rispetto alla fotografia scattata appena un anno fa dal RapportoCoop2019.

Allora era fuga dai fornelli, un fenomeno che in realtà continuava in progressione costante tanto da dimezzare in 20 anni il tempo passato a cucinare ogni giorno ridotto allora a appena 37 minuti. Complice il lockdown invece gli italiani hanno rimesso le mani in pasta e continuano a farlo, tanto che si registra una costante crescita nelle vendite degli ingredienti base (+28.5% nella grande distribuzione su base annua) a fronte della contrazione dei piatti pronti (-2,2%). Supportati o meno da aiuti tecnologici (la vendita dei robot da cucina ha fatto registrare a giugno +111% rispetto all’anno prima), il 30% dedicherà ancora più tempo alla preparazione del cibo e il 33% sperimenterà di più.

Uno su tre lo farà per “mangiare cose salutari”, ma c’è anche un 16% che lo ritiene un modo per mettersi al riparo da possibili occasioni di contagio. La preparazione domestica dei cibi è probabilmente anche la nuova strategia degli italiani per non rinunciare alla qualità e contemporaneamente alleggerire il proprio budget familiare.

 

Pubblicato in Nazionale
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