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Martedì, 24 Novembre 2020

Martedì, 15 Settembre 2020 - nelPaese.it

Udine, lettera aperta alle istituzioni sulle condizioni di 30 richiedenti asilo. Alcune organizzazioni “esprimono forte preoccupazione per il trattamento a cui sono stati sottoposti una trentina di richiedenti asilo giunti a Udine, i quali sono stati costretti per circa una settimana a bordo di un pullman, ai fini della quarantena per la prevenzione COVID-19, dormendo e mangiando sui sedili, senza avere a disposizione servizi igienici per lavarsi e sotto il costante controllo delle forze dell’ordine che impedivano loro di allontanarsi dal pullman”.

A dirlo sono Action Aid, ASGI, INTERSOS, Rete DASI, ANPI Friuli Venezia Giulia, Arci di Cordenons, Associazione femminile la Tela, Udine Associazione Immigrati di Pordenone, Circolo di Udine di Libertà e Giustizia, CNCA Friuli Venezia Giulia, Gruppo Immigrazione Salute Friuli Venezia Giulia, Gruppo Solidale "Il cielo è di tutti" di Gemona, Le Donne in Nero di Udine, Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia, Legambiente Friuli Venezia Giulia, Linea d'ombra, ODV Oikos Onlus, Ospiti in Arrivo, Udine Rete Solidale Pordenone Time For Africa che hanno scritto al sindaco, alle istituzioni e al ministro dell'Interno Lamorgese.

“Tali condizioni – affermano i firmatari - risultano lesive della dignità umana e non rispettano gli standard minimi di accoglienza, che la nostra Costituzione e il diritto internazionale, comunitario e italiano impongono di garantire a tutti i richiedenti asilo presenti sul territorio italiano, potendosi configurare come trattamento inumano e degradante vietato dall’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Come dichiarato in diverse occasioni dal Prefetto di Udine, tale soluzione d’emergenza è stata adottata a causa dell’impossibilità di reperire posti in centri d’accoglienza ove i richiedenti asilo potessero effettuare il periodo di quarantena, in un contesto di forte aumento degli arrivi di migranti dalla Slovenia. Riteniamo fondamentale che venga predisposto al più presto un sufficiente numero di posti in strutture d’accoglienza, ove tutti i richiedenti asilo in arrivo nella Provincia di Udine possano effettuare la quarantena e l’isolamento fiduciario in condizioni conformi alla normativa vigente e alle indicazioni del Ministero dell’Interno e delle autorità sanitarie 1 , evitando altresì la concentrazione di numeri elevati di persone in una stessa struttura”.

Qualora permanessero difficoltà nel reperire la disponibilità di posti in strutture d’accoglienza, “auspichiamo che il Capo del Dipartimento della protezione civile voglia proporre al Prefetto di Udine di procedere alla requisizione in uso di una struttura alberghiera o di altro immobile idoneo per ospitarvi persone in quarantena o isolamento fiduciario, ai sensi dell’art. 6, co. 7 del decreto-legge n. 18/2020 convertito con legge n. 27/2020 (c.d. “decreto Cura Italia”), e che il Prefetto di Udine, sentito il Dipartimento di prevenzione dell’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale, voglia al più presto procedere in tal senso. Come è noto, infatti, l’art. 6, co. 7 del d.l. 18/2020 attribuisce poteri straordinari ai Prefetti affinché sia assicurata la possibilità di ospitare persone in quarantena o isolamento fiduciario qualora esse non possano trascorrere tale periodo presso il proprio domicilio, stabilendo che: ‘Nei casi in cui occorra disporre temporaneamente di beni immobili per far fronte ad improrogabili esigenze connesse con l’emergenza di cui al comma 1, il Prefetto, su proposta del Dipartimento della protezione civile e sentito il Dipartimento di prevenzione territorialmente competente, può disporre, con proprio decreto, la requisizione in uso di strutture alberghiere, ovvero di altri immobili aventi analoghe caratteristiche di idoneità, per ospitarvi le persone in sorveglianza sanitaria e isolamento fiduciario o in permanenza domiciliare, laddove tali misure non possano essere attuate presso il domicilio della persona’ “.

Nella lettera si evidenzia inoltre come durante il periodo di quarantena o isolamento fiduciario, pur nei limiti imposti da tale condizione, “debba essere garantito il rispetto delle norme previste dal d.lgs. 142/2015, incluso l’accesso all’informativa in materia di protezione internazionale e all’orientamento legale, come peraltro avviene ad esempio nella vicina città di Trieste all’interno delle strutture per la quarantena e l’isolamento fiduciario dei cittadini stranieri che giungono in Italia dalla rotta balcanica.

Si vedano in particolare le “Indicazioni operative ad interim per la gestione di strutture con persone ad elevata fragilità e marginalità sociosanitaria nel quadro dell’epidemia di COVID 19” redatte dall’INMP su mandato del Ministero della Salute.

“Si auspica, infine, che le autorità competenti non intendano ricorrere alla soluzione di ospitare su unità navali, per il periodo della quarantena, i migranti che giungono in Friuli Venezia-Giulia in modo autonomo attraverso le frontiere terrestri, come indicato nell’Avviso pubblicato il 10 settembre dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Tale soluzione, infatti, sarebbe a nostro avviso discriminatoria e lesiva dei diritti delle persone interessate, oltre che più costosa e meno efficiente dal punto di vista della predisposizione delle misure di prevenzione sanitaria. Inoltre, non risulta esservi alcuna necessità di ricorrere alle c.d. “navi quarantena”, posto che sul territorio della Regione Friuli Venezia Giulia vi è un sufficiente numero di strutture che potrebbero essere utilizzate a tale scopo, come peraltro rappresentato da alcuni dei Prefetti del Friuli Venezia-Giulia al Ministro dell’Interno nel corso della sua recente visita a Trieste”, aggiungono i firmatari.

“Certi di trovare attenzione rispetto alla necessità di garantire il pieno rispetto della normativa vigente e della dignità della persona nell’adozione delle misure di prevenzione del contagio da COVID-19 nei confronti dei richiedenti asilo accolti a Udine, restiamo a disposizione per un incontro con le autorità competenti e auspichiamo un pronto riscontro alla presente vista l’urgenza della situazione”, conclude la lettera.

 

Pubblicato in Migrazioni

In vista della ripresa delle attività dopo la pausa estiva il presidente di Legacoop March Gianfranco Alleruzzo ha scritto una lettera ai cooperatori e tutti i professionisti impegnati nei vari ambiti della cooperazione.

“In questo periodo – scrive Alleruzzo - si sta progressivamente tornando al lavoro facendo grande attenzione ai rischi legati alla diffusione del contagio da Covid-19. Un impegno che sta trasformando la quotidianità, rendendola non solo più complessa, ma anche molto più faticosa. Bene, anche in questo caso Voi cooperatrici e cooperatori sappiate che fate la differenza”

“Qualsiasi sia il lavoro che state svolgendo – prosegue nella missiva - che siate operai o agricoltori, educatori o infermieri, guide turistiche o autisti, soci volontari o dirigenti: Voi fate la differenza. Perché le responsabilità delle vostre mansioni sono alleggerite dalla concretezza dell’essere cooperatori e cooperatrici, che vi permette di affrontare la crisi del covid-19 sapendo che non esiste nessuna distanza sociale da rispettare, ma solo la necessaria attenzione alle norme che riducono i rischi conseguenti alla vicinanza fisica. Sembra una piccola cosa, ma in realtà trasforma radicalmente il modo con il quale si affronta la crisi da Covid-19”.

“Cooperare significa essere consapevoli di essere parte di un grande progetto sociale e collettivo che non si esaurisce con la vostra cooperativa, ma abbraccia la comunità dei cooperatori e delle cooperatrici. Siete vicini socialmente l’uno all’altro e per questo Voi siete in grado di fare la differenza, anche in questo difficile momento. Legacoop Marche augura ad ognuno di Voi sentirsi parte del progetto cooperativo che state vivendo, consapevoli che in ogni momento potete sempre contate su questo grande movimento”, conclude il presidente di Legacoop Marche.

Pubblicato in Marche

Giovani, con basso livello di istruzione, stranieri, con bassi redditi da lavoro. Sono queste le categorie di lavoratori più esposti alle conseguenze del blocco (totale e/o parziale) delle attività produttive. Tutte tipologie che già si trovavano in una condizione di fragilità prima dell’emergenza sanitaria, e concentrate nei settori più pesantemente soggetti al lockdown: manifattura, costruzioni, commercio, alloggio e ristorazione, intrattenimento e cultura.

È quanto emerge dallo studio “I lavoratori e le famiglie esposte al lockdown”, elaborato nell'ambito del progetto MonitorFase3 nato dalla collaborazione tra Prometeia e Area Studi Legacoop per testare l’evoluzione dell’economia e dei mercati in conseguenza dell'epidemia Covid-19.

In riferimento alla classe di età, la categoria di lavoratori più a rischio è quella degli under 35 (il 73% del totale di classe), seguita dalla fascia 40-44 anni (65%). La percentuale più bassa si registra negli over 54 (49%). In riferimento al livello di istruzione, i più a rischio risultano i lavoratori con licenza media (il 70% del totale del relativo livello di istruzione), seguiti da quelli con diploma di scuola secondaria (62%), licenza elementare (55%), laurea (38%).

L’analisi è stata condotta utilizzando le informazioni fornite dall’indagine sui bilanci delle famiglie di Banca d’Italia relativa all’ultimo anno disponibile, per identificare, tra chi dichiara di lavorare in uno dei settori per cui è stato disposto il lockdown totale o parziale, i lavoratori a rischio, o “potenzialmente bloccati”, e quelli effettivamente “sottoposti a blocco”. Su questa base, poi, si sono suddivise le famiglie in due tipologie: famiglie senza alcun lavoratore sottoposto a blocco; famiglie con almeno un lavoratore sottoposto a blocco.

Alcuni indicatori sulla solidità economico-finanziaria segnalano la maggiore fragilità delle famiglie con almeno un lavoratore bloccato. Ad esempio, il 52% delle famiglie con un lavoratore bloccato è in affitto o ha un mutuo, contro il 43% delle famiglie con nessun lavoratore bloccato. Inoltre, le famiglie con almeno un lavoratore bloccato hanno reddito e ricchezza netta più bassi (rispettivamente, 35.806 Euro contro 36.026, e 198.555 contro 230.559 Euro) nonché attività finanziarie e liquidità più limitate (rispettivamente, 23.840 Euro contro 32.854; 11.505 contro 18.253 Euro).

“Osserviamo con attenzione l’evoluzione di questa crisi economica ma pure sociale” – afferma M. Lusetti, Presidente di Legacoop – “dobbiamo tutti contribuire a fornire soluzioni adeguate a far ripartire prontamente il Paese. Attenzione, però: avvicinandosi l’autunno, dobbiamo essere consapevoli della effettiva profondità della questione sociale che rischia di aprirsi: lo shock dei mesi passati non ha colpito nello stesso modo imprese e settori, ma pure ceti e singole persone. Come era facile prevedere, anzi, l’impatto più pesante è arrivato sui ceti più fragili, esposti, precari, e ha creato disequilibri preoccupanti. Ora ne abbiamo la conferma e offriamo una fotografia piuttosto precisa per indirizzare misure che leniscano le lacerazioni. Altrimenti la locomotiva che tutti stiamo spingendo non ripartirà, o lo farà più lentamente.”

Lo studio di Prometeia e Area Studi Legacoop evidenzia, infatti, come il lockdown non ha solo comportato una perdita di reddito per le famiglie esposte al blocco, ma ha impedito e/o scoraggiato il consumo di beni e servizi nel comparto della ristorazione, del turismo e delle attività ricreative.

La riduzione dei consumi di beni “voluttuari” aggiunge quindi un ulteriore elemento di vulnerabilità per i lavoratori più deboli: alla perdita di reddito causata dal blocco delle attività si somma quella dovuta al loro prolungato rallentamento a causa di una domanda che stenta a ripartire. Beni e servizi “voluttuari” incidono di più sulla spesa delle famiglie più “ricche”, che hanno ridotto tali consumi a causa delle misure di contenimento imposte dal governo, non tanto per un’effettiva riduzione del loro reddito.

Per le famiglie più povere è più alta la quota di spesa per beni e servizi essenziali, più difficile da contenere nonostante la perdita di reddito da esse subita ed esacerbata della lenta ripresa dei consumi nei comparti in cui sono occupati i lavoratori più fragili.

 

 

 

 

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