Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Martedì, 24 Novembre 2020

Mercoledì, 02 Settembre 2020 - nelPaese.it

Molti Under3 da ieri possono frequentare alcuni dei nidi d’infanzia gestiti dalla Cooperativa sociale Cadiai e con la maggioranza dei posti in convenzione con i Comuni. Diverse strutture hanno infatti già riaperto le porte nel pieno rispetto dei protocolli di sicurezza.

Tra questi i nidi d’Infanzia Abba, Elefantino Blu, Gaia, Giovannino a Bologna, La Cicogna a San Lazzaro di Savena, Balenido a Casalecchio di Reno che fanno parte del Consorzio Karabak.

“Grazie anche all’esperienza fatta nell’organizzazione dei centri estivi che si sono svolti in molte strutture gestite da Cadiai siamo riusciti a mettere in pratica rapidamente quanto stabilito dai protocolli di sicurezza per l’apertura dei nidi d’infanzia – afferma Franca Guglielmetti, Presidente Cadiai –. Sono state prese tutte le precauzioni in linea con le procedure previste, a partire dall’individuazione dei gruppi e degli spazi ad essi dedicati. Inoltre – sottolinea Guglielmetti – in questo momento acquista ancora più valore la cosiddetta outdoor education, un progetto pedagogico da sempre seguito da Cadiai in cui l’educazione all’aperto è parte integrante del percorso dei piccoli ospiti. Nei nostri nidi, non solo in questo periodo, le attività proposte prevedono frequenti uscite all’aperto in spazi esterni organizzati appositamente che consentono l’esplorazione e l’esperienza motoria. Il tutto nel rispetto della sicurezza”.

Nel corso della prossima settimana è prevista l’apertura anche di tutti gli altri nidi Cadiai.

Pubblicato in Emilia-Romagna

 

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta del presidente nazionale della Fish Onlus a genitori e famiglie in occasione dell'apertura dell'anno scolastico. 

 

Care Famiglie, Gentilissimi Genitori,

al termine delle vacanze estive - che mi auguro trascorse serenamente dopo la gravosa quarantena - siamo oramai prossimi all'avvio del nuovo anno scolastico.

Anche e soprattutto durante l'estate la Federazione, con il supporto di tutte le Organizzazioni aderenti, ha operato incalzando e sollecitando costantemente le Istituzioni sugli aspetti che riguardano direttamente i nostri figli e cioè: venga garantita l'apertura delle scuole a tutte le alunne e gli alunni!

Sono stati mesi impegnativi, intensi e convulsi di costante interlocuzione con il Governo e con il Ministero dell'Istruzione. In questi abbiamo riscontrato impegno e dedizione per restituire importanza e dignità alla scuola, fulcro della civiltà e della crescita del nostro Paese.

Il gruppo interno della Federazione che si occupa di inclusione scolastica si è continuamente confrontato con tutte le Associazioni aderenti per elaborare proposte e soluzioni operative, base ineludibile di ogni fruttuoso confronto con le Istituzioni. La sfida posta dalla pandemia COVID costringe a ripensare, spesso radicalmente, spazi, prassi, abitudini per tutelare i nostri figli e i gli operatori dal potenziale contagio. La determinazione e la lucidità devono accompagnarsi alla coesione, collaborazione, unità e solidarietà.

Sappiamo tutti - perché ne siamo stati vivi testimoni - che la scuola per tutti è una grande conquista democratica, iscritta nella nostra Costituzione. La scuola è levatrice di libertà e la sua visione universale e unitaria fornisce quei necessari anticorpi all'omologazione, alla prepotenza, alla arroganza e alla disuguaglianza.

Per questo la nostra Federazione, e con essa le Organizzazioni che la rendono così viva, ha il dovere civico di garantire il massimo della collaborazione alle Istituzioni e contemporaneamente conserva la responsabilità morale di vigilare affinché i diritti delle alunne e degli alunni con disabilità abbiano stessa dignità ed attenzione dei coetanei.

In questi ultimi mesi abbiamo assistito ad un ampio dibattito sulla riapertura delle scuole che ha generato perplessità, paure, timori. È importante ora più che mai porre attenzione alla giusta e corretta informazione, raccogliere le segnalazioni dei singoli, delle famiglie, delle associazioni, accantonando ogni polemica e ogni rivendicazione che possa distrarre l'attenzione dall'unico importante obiettivo in questo momento: aprire le scuole in piena sicurezza e consentire la ripresa della didattica in presenza pur con i dovuti e necessari adattamenti.

È possibile che futuri nuovi contagi possano riportarci alla didattica a distanza, magari in via temporanea. Così come appare certo che vi saranno inevitabili cambiamenti logistici e di assetto organizzativo, che nel possibile verranno monitorati, affrontati e auspicabilmente risolti al meglio.

In tali casi, facendo tesoro di quanto accaduto durante il periodo di lockdown, occorrerà rafforzare il sistema di didattica a distanza attraverso il coinvolgimento pieno e totale degli insegnanti curriculari, di sostegno e degli assistenti per l'autonomia e la comunicazione che dovranno attivarsi, grazie ad una attenta programmazione dei singoli Dirigenti Scolastici, per evitare l'interruzione dell'attività formativa. La Federazione sosterrà con fermezza ogni azione necessaria per superare le difficoltà che si dovessero manifestare.

D'altronde, come sosteneva il filosofo Karl Popper "tutta la vita è risolvere problemi". Ed ancora, , ed io con lui, che "il futuro è decisamente aperto. Esso dipende da noi... da quello che noi e molte altre persone facciamo e faremo": oggi noi, domani i nostri figli, le nuove generazioni.

Per questo serve l'aiuto di tutti, nessuno escluso.

La scuola e la famiglia devono parlarsi, incontrarsi, collaborare. Una società aggressiva, orientata a esaltare l'interesse individuale a discapito della comunità, rischia di accentuare le diseguaglianze. A farne le spese sono soprattutto i nostri ragazzi e le nostre ragazze. La nostra società ha bisogno di ascolto, di dialogo, di rispetto e di maggiore fiducia. E la fiducia comincia dalla famiglia per poi passare dalla scuola che diviene speranza, sempre, ovunque e rappresenta la finestra di opportunità per il futuro dei nostri figli. Per questo dobbiamo essere coesi per renderla più forte ed efficace perché l'educazione non si impone, matura in noi con la partecipazione attiva nella scuola, nella famiglia, nella società, con la riflessione e con il dialogo.

È con questo messaggio che auguro e auspico per tutte le studentesse e gli studenti, per tutte le nostre alunne e alunni con disabilità, un buon e sereno inizio anno scolastico. Lo stesso augurio giunga anche a tutti i dirigenti scolastici, insegnanti e a quanti a qualsiasi titolo operano nel mondo della scuola.

Vincenzo Falabella

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Un quarto degli oltre 3 milioni di casi di Covid-19 in India, oggi primo paese al mondo per velocità di diffusione del virus, si registrano nello stato di Maharashtra, il più colpito dall’epidemia. Di questi, due casi su tre sono a Mumbai, città che attrae persone dalle zone rurali in cerca di lavoro, anche se la maggior parte finisce per vivere in condizioni precarie. Negli insediamenti informali in città mancano spesso l'acqua corrente, servizi igienici adeguati e una raccolta dei rifiuti funzionante. Sono inoltre estremamente affollati, spesso con cinque o sei persone che condividono un'unica stanza di dieci metri quadrati o perfino spazi ancora più piccoli.

La possibilità limitata di distanziamento fisico rende estremamente difficile ridurre l’aumento dei casi Covid-19 negli slum del distretto M-est di Mumbai, dove le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF), insieme al personale delle autorità sanitarie locali, hanno assistito oltre 400.000 persone da inizio giugno a fine agosto. Nel centro di trattamento per il Covid-19 da 100 posti letto presso l'ospedale Shatabdi, MSF ha contribuito al miglioramento della gestione dei pazienti con sintomi lievi e moderati. Qui i team MSF stanno fornendo anche assistenza ambulatoriale, attività di promozione della salute e contribuiscono a rafforzare le misure di prevenzione e controllo delle infezioni all'interno degli ospedali e nelle comunità.

“Abbiamo fornito mascherine, sapone e kit per l'igiene ai residenti degli slum, oltre a curare pazienti positivi con l'obiettivo di decongestionare i centri specialistici per il Covid-19" dice il dottor Hemant Sharma, coordinatore del progetto Covid-19 di MSF a Mumbai. "Per migliorare il trattamento dei pazienti in condizioni critiche, abbiamo anche installato cinque macchine per l'ossigeno".

Dal 25 giugno al 15 agosto, MSF ha effettuato test a 1.979 pazienti, di cui 759 risultati positivi al Covid-19. Dal 1° luglio al 15 agosto, 246 pazienti con sintomi Covid-19 da lievi a moderati sono stati ammessi al centro per il trattamento del virus dell'ospedale Shatabdi, mentre 39 sono stati trasferiti in altre strutture per ricevere cure specialistiche.

"Quando mi è stato detto che ero risultata positiva al coronavirus, ho avuto paura e sono stata presa dal panico" racconta Radha, una donna di 25 anni ricoverata nel centro Covid-19 supportato da MSF. "Avevo tanta paura perché sapevo quali difficoltà hanno affrontato le persone risultate positive. Dopo aver saputo della mia positività, anche i membri della mia famiglia erano molto spaventati. Mia madre ha iniziato a piangere. Quando i miei vicini lo hanno saputo, hanno smesso di parlare con me e con i miei familiari. Hanno chiuso le porte. Pensavano che si sarebbero infettati a causa mia. Quando mi vedevano, rientravano nelle loro case, mi evitavano".

Con l’intensificarsi dell’epidemia MSF e il ministero della salute locale hanno aumentato gli screening, i test e i trattamenti per ridurre il numero di nuove infezioni e decessi. "Quando abbiamo saputo del primo caso nella zona in cui vivo, la gente della mia comunità ed io stesso eravamo spaventati" afferma Santosh Choure, team leader dei promotori della salute di MSF a Mumbai. “A causa della paura del contagio, molti dei miei vicini sono tornati ai loro villaggi. Anche se in piccole case, le persone non permettevano ai loro figli di uscire e agli estranei di avvicinarsi”.

Dal 2006, MSF cura a Mumbai pazienti affetti da tubercolosi resistente ai farmaci e casi complicati di HIV. "La maggior parte dei nostri 256 pazienti affetti da tubercolosi proviene dagli slum dove, a causa delle cattive condizioni di vita, il rischio di contrarre malattie è alto" afferma il dottor Sharma di MSF. “Per decenni le due principali epidemie di tubercolosi e HIV hanno portato all’allontanamento delle persone infette. Se il Covid-19 prende piede in questa comunità sarà una triplice tragedia”.

Disinformazione e notizie false

Lo stigma subìto da coloro che risultano positivi al virus e la diffusione di informazioni errate sul Covid-19 hanno creato ulteriori sfide per gli operatori chiamati a fermare la diffusione della malattia. "Lo stigma e la disinformazione stanno davvero complicando le nostre attività per la prevenzione e il trattamento del Covid-19" aggiunge Santosh di MSF. “A causa dello stigma, molte persone non vengono per i test anche se hanno sintomi. E per via della disinformazione che circola su WhatsApp, alcuni negano l'esistenza della pandemia, sostenendo che sia un’azione degli ospedali e dell'industria farmaceutica per fare soldi, mentre altri credono che ai pazienti ospedalizzati vengano prelevate parti del corpo".

Con la minaccia di una seconda e più intensa ondata di Covid-19 all'orizzonte, Radha, la donna ricoverata nel centro Covid-19 supportato da MSF, ritiene che ci sia bisogno di solidarietà, di combattere la disinformazione e di un'accelerazione degli investimenti nella ricerca di un vaccino che dovrà essere per tutti. "Non è solo la battaglia di una persona, ma spesso tendiamo a dimenticarlo. Dobbiamo preoccuparci di ciò che accadrà agli esseri umani e agire".

Pubblicato in Salute

In un rapporto pubblicato oggi Amnesty International ha accusato le forze di polizia, le forze di sicurezza, i servizi segreti e le direzioni delle carceri dell'Iran di aver commesso, con la complicità di giudici e procuratori, una scioccante lista di violazioni dei diritti umani nei confronti dei manifestanti arrestati durante le proteste del novembre 2019.

Il rapporto contiene le orrende testimonianze di decine delle 7000 persone arrestate perché stavano prendendo parte alle manifestazioni o si stavano semplicemente limitando a osservarle, le quali sono state vittime di sparizione forzata o di detenzione in isolamento e che durante gli interrogatori svolti senza avvocato sono state ripetutamente torturate per estorcere "confessioni".

Le testimonianze sono state rese da difensori dei diritti umani, attivisti per i diritti delle minoranze, comuni cittadini tra cui minori di 10 anni, persone prelevate dagli ospedali dove erano state ricoverate, giornalisti e persone che prendevano parte alle commemorazioni funebri dei manifestanti uccisi. Dallo scorso novembre, centinaia di persone sono state condannate a periodi di carcere e alle frustate e alcune di loro anche alla pena capitale, al termine di processi gravemente irregolari svolti a porte chiuse, durati spesso meno di un'ora e di fronte a giudici di parte che si sono sistematicamente basati su "confessioni" estorte con la tortura.

"Nei giorni delle proteste di massa, il mondo fu scioccato dalle immagini delle forze di sicurezza iraniane che uccidevano o ferivano intenzionalmente manifestanti inoffensivi. Ma quello che è accaduto dopo, lontano dagli occhi dell'opinione pubblica, è un catalogo di crudeltà", ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. "Invece di indagare sulle denunce di sparizioni forzate, maltrattamenti e torture e altri crimini commessi contro i detenuti, i procuratori iraniani si sono resi complici della campagna repressiva, formulando accuse di reati contro la sicurezza nazionale ai danni di centinaia di persone che avevano unicamente esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e manifestazione pacifica. I giudici, dal canto loro, hanno distribuito verdetti di colpevolezza basandosi su 'confessioni' estorte con la tortura e spesso mandate in onda in televisione, accompagnate da grottesche dichiarazioni di alti rappresentanti dello stato che elogiavano i servizi segreti e le forze di sicurezza", ha aggiunto Eltahawy.

Amnesty International ha raccolto i nomi e i dettagli relativi a oltre 500 manifestanti, giornalisti e difensori dei diritti umani sottoposti a processi irregolari dopo le proteste del novembre 2019. Le condanne inflitte variano da un mese a 10 anni di carcere per vaghi o pretestuosi reati contro la sicurezza nazionale, come "riunione e collusione per compiere reati contro la sicurezza nazionale", "diffusione di propaganda contro il sistema", "disturbo all'ordine pubblico" e "offesa alla Guida suprema".

Almeno tre imputati, Amirhossein Moradi, Mohammad Rajabi e Saeed Tamjidi, sono stati condannati a morte per aver commesso il reato di "moharebeh" (atti ostili contro Dio) mediante atti di vandalismo. Un quarto imputato, Hossein Reyhani, è in attesa del processo per un reato per cui è prevista la pena di morte.

In oltre una decina di casi, alle condanne alla pena detentiva è stata aggiunta quella delle frustate, eseguita in almeno due casi. Amnesty International ha sollecitato gli stati membri del Consiglio Onu dei diritti umani e l'ufficio dell'Alta commissaria Onu per i diritti umani a occuparsi della prolungata e sistematica impunità che circonda le gravi violazioni dei diritti umani in Iran, anche attraverso l'avvio di un'inchiesta a guida Onu che accerti le responsabilità e garantisca la non ripetizione di tali violazioni.

Amnesty International ha inoltre sollecitato tutti gli stati membri delle Nazioni Unite a chiedere alle autorità iraniane di rilasciare immediatamente e senza condizioni tutte le persone attualmente in carcere solo per aver esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica in relazione alle proteste del novembre 2019; di annullare tutte le condanne emesse al termine di processi irregolari, tra cui quelli basatisi su "confessioni" estorte con la tortura; e di assicurare alla giustizia i responsabili delle violazioni dei diritti umani.

Torture diffuse

Dalle ricerche di Amnesty International è emerso che la tortura è stata usata massicciamente ai danni di uomini, donne e anche bambini dalle forze di polizia, dalle forze di sicurezza, dai servizi segreti e dal personale delle carceri sia durante l'arresto che in seguito nel corso della detenzione. I procuratori e i giudici sono venuti meno ai loro obblighi di legge di condurre indagini indipendenti e imparziali all'interno dei centri di detenzione, tra cui quelli diretti dalle forze di sicurezza e dai servizi segreti, e di assicurare che i divieti di detenzione segreta e di tortura fossero rispettati.

La tortura è stata usata per punire, terrorizzare e umiliare i detenuti e per ottenere le loro "confessioni" e dichiarazioni incriminanti non solo circa la partecipazione alle proteste ma anche riguardo alla presunta associazione con gruppi di opposizione, difensori dei diritti umani, organi di stampa stranieri e governi stranieri. Le vittime sono state bendate o incappucciate; prese a pugni e calci e frustate; picchiate con manganelli, tubi di gomma, coltelli, bastoni e cavi elettrici; sospese o costrette a rimanere in posizioni dolorose per lunghi periodi di tempo; private di cibo e acqua potabile a sufficienza: poste in isolamento a volte per settimane o persino per mesi; e private delle cure mediche necessarie a curare le ferite riportate durante le proteste o a seguito delle torture.

Diversi prigionieri sono stati anche costretti a rimanere nudi e poi colpiti con getti d'acqua fredda; sottoposti a temperature estreme e/o a luci e suoni intensi; colpiti al volto con lo spray al peperoncino o esposti ad altre sostanze chimiche; sottoposti al waterboarding (semi-annegamento) e a finte esecuzioni. Ad alcuni detenuti sono state strappate le unghie delle mani e dei piedi.

Gli addetti agli interrogatori e il personale delle prigioni hanno commesso violenze sessuali contro detenuti di sesso maschile, li hanno sottoposti a offese di natura sessuale, hanno applicato la corrente elettrica ai testicoli e hanno spruzzato lo spray al peperoncino sulla zona genitale.

Questa è la testimonianza di un ex detenuto della provincia del Khorasan Razavi, sottoposto alla tortura del waterboarding: "[Le persone che mi stavano interrogando] hanno inzuppato d'acqua un asciugamano e mi hanno coperto il volto. Poi hanno iniziato a far scorrere lentamente l'acqua sull'asciugamano, mi sentivo soffocare. Hanno smesso per un po'. Appena mi sono sentito meglio, hanno ricominciato. Mi hanno anche preso a calci e a pugni e frustato con un cavo sulle piante dei piedi".

Questa è invece la testimonianza di un uomo sottoposto alle scosse elettriche: "Sono la peggiore forma di tortura. Senti come se il tuo intero corpo fosse bucato da milioni di aghi. Se rifiutavo di rispondere alle loro domande, aumentavano il voltaggio e le scosse erano più forti. Tremavo violentemente e avevo la sensazione che tutto il mio corpo stesse andando a fuoco. La tortura ha avuto effetti permanenti sulla mia salute fisica e mentale. Ancora oggi, non riesco a dormire di notte".

Una vittima di tortura della provincia di Teheran ha raccontato di quando è stata appesa mani e piedi a un palo in quello che è chiamato il metodo del "pollo arrosto". "Il dolore era pazzesco. Urinavo su me stesso. La mia famiglia sa che sono stato torturato, ma non ha mai saputo in che modo. Scoppio a piangere perché ora non so con chi parlarne".

In tutti i casi documentati da Amnesty International, le vittime hanno subito anche varie forme di tortura psicologica per costringerle a "confessare": offese e umiliazioni, minacce di stupro, intimidazioni e minacce di arrestare, torturare o uccidere i familiari, compresi gli anziani o le mogli e stuprare le parenti.

Sparizioni forzate

Dalle ricerche di Amnesty International è emerso che molti degli arrestati sono stati sottoposti a sparizione forzata, per settimane o anche mesi, trattenuti in centri segreti gestiti da varie agenzie di sicurezza come il ministero dell'Intelligence o le Guardie rivoluzionarie. Altre persone sono state trattenute in carceri o stazioni di polizia sovraffollate, accampamenti militari, centri sportivi e scuole.

Familiari in pena hanno raccontato ad Amnesty International di aver visitato ospedali, obitori, stazioni di polizia, tribunali, uffici della procura, prigioni e altri centri di detenzione per chiedere notizie dei loro cari, vedendosi sempre negare ogni informazione e minacciare l'arresto se avessero insistito o denunciato pubblicamente la scomparsa dei congiunti.

Uno dei casi documentati nel rapporto di Amnesty International riguarda un familiare di due detenuti scomparsi dopo l'arresto.

 

Ad Amnesty International risultano ancora in corso tre sparizioni forzate, tra qui quelle di Mehdi Roodbarian e Mostafa Roodbarian, due fratelli di Mahshahr, nella provincia del Khuzestan.

Pubblicato in Dal mondo
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Settembre 2020 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
  1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30