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Domenica, 16 Maggio 2021

Martedì, 30 Marzo 2021 - nelPaese.it

Oggi ricorre il sessantesimo anniversario della firma della Convenzione Unica sugli stupefacenti, siglata a New York il 30 marzo 1961, il testo che è alla base del sistema proibizionista e della "war on drugs". La rete italiana della Società civile ha promosso un webinar internazionale, dal titolo "LA CONVENZIONE UNICA SUGLI STUPEFACENTI: 60 ANNI DI UN EPIC FAIL?", che si terrà proprio oggi dalle 18 alle 20 (info e iscrizioni su https://www.fuoriluogo.it/epicfail).

Per Leonardo Fiorentini, segretario nazionale di Forum Droghe "non è un caso il silenzio assoluto delle Istituzioni mondiali e nazionali su questo anniversario. Il fallimento delle politiche globali sulle droghe è acclarato, e da qui l'imbarazzo e la scelta di non ricordare al mondo gli errori e i danni provocati. Il sistema delle convenzioni e l'azione degli Stati membri dell'ONU dovevano eliminare completamente la produzione e uso illegale di droga entro 25 anni. Ne sono passati 60 di anni e produzione, traffico e consumo non sono mai stati così vari e ampi: non lo dico io, lo hanno detto i Governi stessi riuniti a Vienna nel 2019."

"Quegli stessi governi nel 1998 – ricorda Fiorentini - avevano rilanciato, annunciando un mondo senza droghe in 10 anni. 20 anni dopo, nel 2018, il World Drug Report dell'UNODC attestava l'esistenza di 269 milioni di consumatori di sostanze nel mondo. Un aumento del 54% rispetto al 1998: le persone che usano sostanze sono dunque aumentate a velocità esattamente doppia rispetto all'aumento della popolazione mondiale (+27%) nonostante politiche pesantemente repressive, eradicazioni forzate e fumigazioni aeree con glifosato, carcerazioni indiscriminate e in alcuni casi torture e pena di morte. Tra il 2009 e il 2018 la produzione di oppio e coca è aumentata rispettivamente del 125% e del 30%, mentre nessun segno di riduzione si è avuto per la cannabis. Un quarto delle entrate complessive della criminalità organizzata proviene dal narcotraffico. Nel 2018 il fatturato del mercato globale della droga è stato stimato tra i 426 e i 652 miliardi di dollari. Ben oltre la metà dei profitti vengono riciclati, e di questi meno dell'1% viene sequestrato.

 "A questo punto – conclude il Segretario di Forum Droghe – è tempo di cambiare rotta. Lo hanno già fatto Uruguay e Canada e 16 stati USA (questa settimana potrebbe essere il turno di New York) legalizzando la cannabis, lo ha fatto il Portogallo e lo sta facendo la Norvegia puntando sulla decriminalizzazione. In Italia invece siamo fermi alla legge Jervolino-Vassali, concepita oltre 30 anni orsono sulla spinta proibizionista degli USA di Reagan e della San Patrignano di Muccioli."

 

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

A un anno dall’esordio della didattica a distanza, resta in chiaroscuro il giudizio degli italiani sul funzionamento della DAD: appena 3 su 10 la valutano positivamente. Fra i genitori di figli in età scolare, il dato cresce al 34%, e raggiunge il 48% fra gli insegnanti. Pur essendo riconosciuta oggi una migliore organizzazione rispetto alla fase emergenziale, un problema – sociale ancora prima che scolastico – grava più di altri sul bilancio della didattica a distanza: per il 51% dei genitori italiani, a 12 mesi di distanza, in DAD non è ancora garantito un accesso adeguato a tutti gli studenti.

Sono alcuni dei dati che emergono dall’indagine condotta dall’Istituto Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini, nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Demopolis ha studiato l’evoluzione percepita, il presente e le prospettive della didattica a distanza nella valutazione dell’opinione pubblica, con focus sui genitori di figli minori (5-17 anni), su insegnanti ed operatori del terzo settore.

I coprotagonisti di questa sperimentazione indotta dalla pandemia, i genitori italiani, rilevano come la DAD si sia effettivamente meglio strutturata dopo la fase emergenziale (67%) ed abbia prodotto maggiore autonomia nell’uso delle tecnologie da parte dei ragazzi (57%). La durata delle sessioni, tuttavia, non soddisfa ancora la maggioranza: per uno su due, l’orario scolastico completo resta un obiettivo irrealizzato.

Nella valutazione di chi ha figli in età scolare, le criticità della DAD, dopo un anno di operatività, restano la distrazione degli studenti durante le lezioni (73%), ma anche la complessa situazione emotiva dei ragazzi (63%) e la scarsa dotazione tecnologica delle case (51%), limite segnalato con maggiore evidenza dagli insegnanti (68%). Si differenziano, genitori ed insegnanti, anche nella valutazione dei carichi di lavoro: eccessivo è stato l’impegno richiesto alle famiglie secondo il 39% dei genitori; il dato cresce al 61% tra chi ha i figli alle Elementari. Inoltre, per il 31% dei genitori l’orario scolastico è troppo ridotto: sul tema concorda appena il 15% degli insegnanti.

“In quest’ultimo anno la didattica a distanza ha tenuto in piedi un’idea di scuola seppur con molte difficoltà per famiglie, ragazzi e insegnanti – commenta Marco Rossi-Doria, vicepresidente di Con i Bambini. Come emerge chiaramente dall’indagine, oltre ai deficit di accesso e inclusività, una preoccupazione diffusa riguarda il contesto emotivo e relazionale di bambini e ragazzi. Dobbiamo recuperare la dimensione affettiva e di socialità perché l’esperienza vissuta con grande responsabilità da bambini e ragazzi è pari solo a quella dei loro bisnonni. Non può essere però solo un compito della scuola, in generale l’educazione dei minori è una responsabilità di tutta la comunità. Ed è una consapevolezza che, come conferma il sondaggio, cresce rapidamente nel Paese. Occorre implementare e consolidare patti educativi, alleanze nel tempo tra scuola, famiglie, civismo educativo e istituzioni locali, per uscire da questa crisi ma soprattutto per costruire una società più equa, matura e responsabile”.

Secondo i risultati del sondaggio Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini, a distanza di un anno, malgrado i mesi di riorganizzazione ed i fondi a disposizione per i dispositivi, il 16% di ragazzi si collega ancora oggi da smartphone. Del resto, il 41% dei genitori intervistati confessa di aver avuto difficoltà a supportare i figli in DAD proprio per connessioni o dispositivi insufficienti in casa. 3 su 10 segnalano la difficile conciliazione dei tempi lavorativi con le dinamiche della didattica a distanza. Circa un quinto segnala di non essere stato in grado personalmente di supportare i figli nell’attività didattica.

“L’indagine – spiega il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento - conferma il costo sociale ed evolutivo imposto dall’emergenza e dalla chiusura prolungata delle scuole su bambini e ragazzi, con effetti consistenti sull’incremento delle disuguaglianze e della povertà educativa tra i minori nel nostro Paese. Nell’anno del Covid, un vastissimo orizzonte di normalità relazionale, di dinamiche sociali, di occasioni di apprendimento è stato precluso ai minori. L’83% dei genitori testimonia come l’aspetto maggiormente negativo nella didattica a distanza, per bambini e ragazzi, sia stata l’assenza di relazioni con i compagni”.

Per il 65% la fatica nel seguire le lezioni in remoto si è rivelata una grave ipoteca sulla quotidianità. 6 genitori su 10 segnalano oggi la tendenza dei figli all’isolamento e all’abbandono della vita sociale; il 55% ricorda il danno della riduzione degli stimoli esterni alla scuola.

Un’estate per ripartire: valutazioni degli italiani sulla proposta di attività estive nelle scuole per i bambini e i ragazzi

In questo contesto riscuote pieno successo la proposta del Ministro dell’Istruzione Bianchi di aprire le scuole in estate, con la programmazione di attività destinate a bambini e ragazzi.

Oggi, il 70% degli italiani, intervistati da Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini, condivide l’ipotesi di tenere aperte le scuole sino alla fine del mese di luglio per organizzare attività educative, gratuite e non obbligatorie, di laboratorio e di socializzazione anche all’esterno (teatro, musica, sport, lingue, visite, ecc.) per ragazzi e bambini, con il coinvolgimento di educatori ed operatori specializzati di associazioni ed enti del Terzo Settore, in vista di un ritorno alla normalità in settembre. L’idea piace ai genitori, più al Nord (75%) che al Sud (61%).

Bisognerebbe puntare, secondo gli italiani, a restituire ai minori l’accesso alla pratica sportiva (58%), progettare recuperi curriculari (54%), promuovere attività ludiche (53%) e progressi nelle lingue straniere (51%), favorire la riscoperta delle città e della natura.

Si tratterebbe di aprire le scuole alla comunità ed ai territori, rammentando che la scuola non può essere l’unica istituzione deputata alla crescita dei ragazzi. Si tratta del resto di una nuova consapevolezza che si afferma in seno all’opinione pubblica: oggi, per il 71% degli italiani la responsabilità della crescita dei minori è di tutta la comunità.

E nelle analisi dell’Istituto Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini, il dato è in crescita costante: nel novembre 2019, la convinzione di una responsabilità collettiva della crescita dei minori raggiungeva il 46% degli italiani; lo scorso novembre il dato era cresciuto al 67%, per attestarsi oggi al 71%.

I campioni di rilevazione demoscopica

L’indagine è stata condotta dall’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, per l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, su un campione demoscopico stratificato di 2.004 intervistati, statisticamente rappresentativo dell’universo della popolazione italiana maggiorenne.

Il sondaggio è stato realizzato con modalità integrate cawi-cati-cami dal 23 al 26 marzo 2021. L’Istituto Demopolis ha analizzato, accanto alla popolazione italiana nel suo complesso, anche alcuni target particolarmente significativi con rilevazioni mirate su campioni ragionati di genitori con figli minorenni, insegnanti, rappresentanti del Terzo Settore. Supervisione della rilevazione di Marco E. Tabacchi.

Coordinamento dell’indagine a cura del direttore di Demopolis Pietro Vento, con la collaborazione di Giusy Montalbano e Maria Sabrina Titone.

Pubblicato in Nazionale

Gli Enti di Promozione Sportiva rimarcano ancora una volta la discriminazione che stanno subendo attraverso il divieto di poter organizzare le proprie attività nelle zone rosse d’Italia.  Una disparità di trattamento che giorno dopo giorno sta causando lentamente la morte per asfissia di migliaia di ASD e società sportive dilettantistiche la cui unica attività possibile è rimasta quella di contare quanti tesserati perdono in favore di altri organismi sportivi.  Il testo è stato firmato da Antonino Viti – ACSI , Bruno Molea – AICS , Luca Stevanato – ASC, Claudio Barbaro – ASI, Luigi Fortuna – CSAIN, Francesco Proietti – CSEN, Vittorio Bosio – CSI, Luigi Musacchia - CSN Libertas, Antonio Dima – CUSI, Paolo Serapiglia – ENDAS, Gian Francesco Lupattelli – MSP, Marco Perissa – OPES, Ciro Bisogno – PGS, Tiziano Pesce – UISP  e Damiano Lembo – US Acli 

 "È sotto gli occhi di tutti il fatto che il Governo, attraverso scelte basate su pesi e misure differenti - scrivono gli enti - abbia consentito soltanto alle Federazioni la possibilità di organizzare eventi “di interesse nazionale” nelle cosiddette zone rosse e non solo certo quelli delle categorie di vertice assoluto.  E allora, ancora una volta, ci domandiamo come sia possibile che il rischio di contagiosità al Covid 19 sia considerato alto solo nei nostri eventi sportivi (“di preminente interesse nazionale”), ma non in quelli organizzati dalle Federazioni nazionali? Chiediamo di avere la stessa possibilità di riapertura che GIUSTAMENTE è stata concessa alle FSN, per un movimento, quello della promozione sportiva di base, da sempre impegnato su azioni quotidiane di prevenzione e promozione della salute.  Viceversa, la diretta conseguenza di questa politica dello sport di base a una sola marcia, è che si sta innescando una sorta di “razzia” a scapito degli Enti di Promozione sportiva"

"È quanto abbiamo anche sottolineato alla Sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali nel corso del  primo incontro con gli Enti di Promozione Sportiva svoltosi la settimana scorsa. Comprendiamo che si è appena insediata e  che non ha vissuto in prima persona tutte le vicende dei DPCM legati agli Enti di Promozione  Sportiva, ma proprio per questo e proprio perché da tale incontro non sono scaturite molte speranze  di modifica delle prescrizioni del Governo e di prossime riaperture, chiediamo ora di poter  incontrare al più presto il Ministro della Salute, Roberto Speranza, che evidentemente è stato indicato come il principale responsabile di tali decisioni, vedendo palestre e impianti sportivi ancora  come pericolosi luoghi di contagio così come le stesse competizioni", aggiungono.  

"Al Ministro vorremmo invece spiegare, dati alla mano, che se sul territorio ci sono luoghi sicuri e  protetti, quei luoghi sono proprio le palestre e gli impianti sportivi che il Governo ha scelto di riaprire  solo in parte, lasciandone chiusi migliaia in tutta Italia senza, a questo punto, alcuna fondata  motivazione. Ripetiamo, il virus non guarda in faccia nessuno, ma noi siamo qui a ribadire che abbiamo le stesse identiche credenziali delle Federazioni ed è arrivato il momento di farci rientrare in campo senza più alcuna disparità.  Tutto questo sta causando, oltre a pesanti danni sociali, ingentissimi danni economici, acuiti anche dal fatto, situazione che cogliamo l’occasione per denunciare nuovamente, che non siano ancora  stati previsti, neppure dall’ultimo Decreto, adeguati sostegni per le associazioni e le società sportive  di base per la loro mancata attività istituzionale", conclude la nota.  

Pubblicato in Sport sociale
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