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Domenica, 19 Settembre 2021

Martedì, 29 Giugno 2021 - nelPaese.it

 Sul nelpaese.it prosegue la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di Alessia Bellino

 

Erre come Riqualificare, come Rigenerazione urbana, come R-Nord (leggi Erre Nord), il nome del complesso edilizio anni ’70 ai margini del centro della città di Modena, da anni oggetto di attenzioni dell’opinione pubblica per problemi legati alla sicurezza, alla convivenza multiculturale, al degrado. Formato da due torri ad uso abitativo e commerciale, rispettivamente di 7 e 10 piani, R-Nord è caratterizzato da una complessa stratificazione demografica che vede mescolarsi le categorie più fragili della popolazione associate a migrazione, povertà, marginalità. Il Comune di Modena ha investito fin dal 2006 in numerosi cantieri per importanti opere di messa in sicurezza e ristrutturazione e per l’inaugurazione di attività di pubblica utilità (palestra, Croce Rossa, laboratorio didattico, ente di formazione, centro giovani, studentato universitario, spazi di co-working).

L’innovatività del progetto è stata l’apertura fin dagli esordi di un Portierato Sociale accanto alla Polizia Municipale di Quartiere, per contrastare il disagio non solo con il controllo e le prescrizioni, ma anche e soprattutto con la creazione di una comunità e di reti di solidarietà, ordite nel tempo e nello spazio come tanti fili di una trama. Il Portierato non è nato per essere un mero sportello, ma un vero e proprio nucleo di prossimità, che fin dal 2008 ha sviluppato iniziative finalizzate al contrasto del degrado, all’inserimento dei residenti nel tessuto sociale della città e all’integrazione tra diverse culture, tessendo una trama sempre più fitta di azioni basate sulla partecipazione e la socializzazione.

Sono diverse le iniziative intraprese per migliorare la vivibilità del contesto e rendere autonoma la collettività di R-Nord promuovendo azioni auto-sostenibili: ad esempio, attraverso un sistema di banca ore interno, i residenti potevano usufruire gratuitamente di spazi comuni, quali il salone per le feste o il doposcuola per bambini, in cambio di ore di lavoro destinate alla collettività, come il taglio del verde condominiale o la pulizia delle aiuole; i prodotti realizzati al laboratorio di sartoria venivano venduti in bancarelle di autofinanziamento per acquistare nuovi materiali; in caso di donazioni di beni alimentari della grande distribuzione, venivano organizzate serate di ritrovo per giocare a tombola e socializzare tra inquilini di diverse etnie in lingua italiana.

La trama di azioni e relazioni nel tempo è diventata sempre più compatta e colorata e resistente, ma non abbastanza da reggere ai tagli degli anni successivi, che han portato a riduzioni di risorse e allo sfilacciamento di alcuni lembi del tessuto, fino all’avvento dell’emergenza sanitaria del 2020 e alla chiusura del servizio. Il timore è che il delicato tessuto delle relazioni della comunità di R-Nord creato sia ora nuovamente da recuperare e ricucire, perché le comunità, per resistere agli strappi, han bisogno di essere tenute allacciate al contesto in cui si trovano e intrecciate con continuità.

Alessia Bellino

Pubblicato in Emilia-Romagna

Sul nelpaese.it prosegue la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di Simone Di Conza

 

Cosa accade quando ad un’esistenza viene concessa un’opportunità di riscatto, mettendo al servizio della comunità il tempo trascorso in detenzione? È quel che è successo nel progetto “Green Compost”, da poco concluso, presso la Casa Circondariale di Lecce.

Alle tante importanti iniziative di recupero e valorizzazione di beni sottratti alla mafia e alla camorra, si affiancano progetti come questo, in cui ad essere recuperate e valorizzate sono invece le vite dei detenuti. Ed anche in questo caso i benefici per la società sono concretissimi ed al contempo ideali. Grazie alle azioni portate avanti dall’Associazione Green Life, i detenuti dell’istituto penitenziario hanno conciliato aspetti di economia circolare ed attività rieducative.

Gli esiti? Nella casa circondariale la popolazione detentiva e gli operatori hanno collaborato per modificare il sistema di raccolta e gestione dei rifiuti prodotti all’interno del carcere e attuare il recupero della frazione organica dei rifiuti stessi al fine di reimpiegarli nelle colture agricole e delle aree verdi dell'Istituto, con un significativo risparmio per l’intera comunità. Al tempo stesso, i detenuti hanno avuto modo di acquisire nuove professionalità, ben spendibili in una prospettiva di reinserimento lavorativo.

Un circuito virtuoso di inclusione sociale e rieducazione si combina ad azioni di trattamento dei rifiuti e compostaggio di comunità, in un percorso partecipativo di riqualificazione e formazione e di vantaggi ambientali derivanti da quelle medesime azioni di recupero sociale. Il progetto inoltre risulta un possibile modello di buona prassi, facilmente replicabile in altri istituti detentivi con caratteristiche simili, soprattutto nell’ottica di considerare analoghe strutture penitenziarie come comunità “viventi” ed in grado di influire positivamente con il tessuto sociale e produttivo del territorio.

Simone Di Conza

Pubblicato in Puglia
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