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Domenica, 11 Aprile 2021

Alla vigilia del quarto anniversario della firma del Memorandum d'intesa con la Libia, Amnesty International ha denunciato che nel paese nordafricano si susseguono arresti arbitrari, torture, rapimenti e violenze ai danni di rifugiati e migranti con la complicità e nel silenzio delle istituzioni italiane.

Nel corso del 2020, 11.265 rifugiati e migranti sono stati intercettati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia. Quasi tutti sono stati immediatamente trasferiti nei centri di detenzione ufficiali o in altri luoghi di cattività, dove sono stati trattenuti arbitrariamente e per lunghi periodi di tempo ed esposti al rischio di subire torture e maltrattamenti.

In alcuni casi, documentati da un rapporto pubblicato da Amnesty International nel settembre 2020, persone intercettate in mare e riportate in Libia sono state trasferite in centri semi-clandestini, come la famigerata Fabbrica del tabacco di Tripoli, prima che se ne perdessero completamente le tracce.

Sono oltre 50.000 i rifugiati e i migranti intercettati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia a partire dalla firma del Memorandum d'intesa, all'insegna del quale il governo italiano ha offerto abbondante sostegno alla Libia, in particolare mediante motovedette, formazione alla guardia costiera e assistenza nella dichiarazione di una zona di ricerca e soccorso (SAR) libica e nel coordinamento delle operazioni in mare.

Come più volte ricordato da Amnesty International, “l'Italia ha fornito la propria assistenza senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze per le persone – donne, uomini e bambini – riportate in Libia e rinchiuse nei centri di detenzione o scomparse nel nulla. Pur di ridurre il numero degli approdi irregolari in Italia, le autorità italiane si sono rese complici degli abominevoli crimini di diritto internazionale commessi nei centri di detenzione, che potevano essere ampiamente previsti. Anche quando sono in libertà, i rifugiati e i migranti intrappolati in Libia restano a rischio costante di uccisioni, rapimenti, rapine, violenze e sfruttamento da parte di milizie armate o bande criminali che godono della più completa impunità”.

L’allarme delle Ong

Il bilancio, a quattro anni dall'accordo Italia-Libia sul contenimento dei flussi migratori, è sempre più desolante e riflette il fallimento della politica italiana ed europea, che continua a stanziare fondi pubblici col solo obiettivo di bloccare gli arrivi nel nostro paese, a scapito della tutela dei diritti umani e delle continue morti in mare. Senza disegnare nessuna soluzione di medio-lungo periodo per costruire canali sicuri di accesso regolare verso l'Italia e l'Europa.

 È l'allarme diffuso oggi da ASGI, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Oxfam e Sea-Watch, che rilanciano un appello urgente al Parlamento, per un'immediata revoca degli accordi bilaterali e il ripristino di attività istituzionali di Ricerca e Soccorso nel Mediterraneo centrale.

 "Dalla firma dell'accordo, l'Italia, in totale continuità con l'approccio europeo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ha speso la cifra record di 785 milioni euro per bloccare  i  flussi migratori in Libia e finanziare le missioni navali italiane ed europee. – affermano le organizzazioni firmatarie dell'appello - Una buona parte di quei soldi - più di 210 milioni di euro – sono stati spesi direttamente nel paese, ma purtroppo non hanno fatto altro che contribuire a destabilizzarlo ulteriormente e spinto i trafficanti di persone a convertire il business del contrabbando e della tratta di esseri umani, in industria della detenzione. La Libia non può essere considerata un luogo sicuro dove portare le persone intercettate in mare, bensì un paese in cui violenza e brutalità rappresentano la quotidianità per migliaia di migranti e rifugiati".

 Libia: tutt'altro che porto sicuro

 Come riconosciuto dalle istituzioni internazionali ed europee, comprese le Nazioni Unite e la Commissione europea, la Libia non può in alcun modo essere considerata un luogo sicuro dove far sbarcare le persone soccorse in mare: sia perché è un Paese instabile, dove non possono essere garantiti i diritti fondamentali, sia perché migranti e rifugiati sono sistematicamente esposti al rischio di sfruttamento, violenza e tortura e altre gravi e ben documentate violazioni dei diritti umani. Eppure, continua ad aumentare il contributo italiano ed europeo alla Guardia Costiera libica, che negli ultimi 4 anni ha intercettato e riportato forzatamente nel Paese almeno 50 mila persone, 12 mila solo nel 2020.

Molti vengono detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione ufficiali, dove la popolazione oscilla tra le 2.000 e le 2.500 persone. Tuttavia, meno noti sono i numeri dei detenuti in altri luoghi di prigionia clandestini a cui le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie non hanno accesso e dove le condizioni di vita sono persino peggiori. La detenzione arbitraria è però solo una piccola parte del devastante ciclo di violenza, in cui sono intrappolati migliaia di migranti e rifugiati in Libia. Uccisioni, rapimenti, maltrattamenti a scopo di estorsione sono minacce quotidiane, che continuano a spingere le persone alle pericolose traversate in mare, in assenza di modi più sicuri per cercare protezione in Europa.

Obiettivo raggiunto: nessun soccorso nel Mediterraneo centrale

Dal 2017 - denunciano ancora le 6 organizzazioni - sono stati spesi 540 milioni di euro dall'Italia, solo per finanziare missioni navali nel Mediterraneo, il cui scopo principale non era quello di soccorrere le persone. Nello stesso periodo, secondo i dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), quasi 6.500 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l'Europa attraverso il Mediterraneo centrale, mentre tutti i governi italiani che si sono succeduti hanno ostacolato l'attività delle navi umanitarie, senza fornire alternative alla loro presenza in mare. Persino le recenti modifiche della normativa in materia di immigrazione non hanno di fatto eliminato il principio di criminalizzazione dei soccorsi in mare, che era stato introdotto dal secondo Decreto Sicurezza.

Nel corso del 2020, l'Italia ha bloccato inoltre sei navi umanitarie con fermi amministrativi basati su accuse pretestuose, lasciando il Mediterraneo privo di assetti di ricerca e soccorso e ignorando, allo stesso tempo, le segnalazioni di imbarcazioni in pericolo. Contribuendo così alle 780 morti e al respingimento di circa 12.000 persone, documentate durante il corso dell'anno dall'OIM.

Infatti, la risposta delle istituzioni Ue alla crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale si limita alle operazioni di monitoraggio aereo di Frontex, EUNAVFORMED Sophia e, ora, Irini, che di fatto contribuiscono spesso alla facilitazione dei respingimenti verso la Libia. Intanto le operazioni di monitoraggio aereo civile, seppur discontinue e anch'esse ostacolate, nel 2020 hanno avvistato quasi 5.000 persone in pericolo in mare in 82 casi, testimoniando continui episodi di mancata o ritardata assistenza da parte delle autorità.

Dall'Italia, nessuna notizia sulla dichiarata modifica dell'accordo

Infine, pur di fronte al tragico fallimento dell'accordo da anni sotto gli occhi dell'opinione pubblica - sottolineano le organizzazioni - nulla si è più saputo rispetto alla proposta libica di modifica del Memorandum, annunciata il 26 giugno 2020 e che a detta del Ministro degli Esteri Luigi di Maio andava "nella direzione della volontà italiana di rafforzare la piena tutela dei diritti umani".

Né tantomeno sono stati resi noti gli esiti della riunione del 2 luglio 2020 del Comitato interministeriale italo-libico, o se ci siano stati nuovi incontri, e neppure a quali eventuali esiti finali sia giunto il negoziato che avrebbe dovuto portare un deciso cambio di rotta nei contenuti dell'accordo.

L'appello al Parlamento

Tenendo conto dell'attuale crisi politica, le organizzazioni chiedono quindi al Parlamento di istituire una Commissione di inchiesta, che indaghi sul reale impatto dei soldi spesi in Libia e sui naufragi nel Mediterraneo e di presentare un testo che impegni il Governo a: “interrompere l'accordo Italia-Libia, subordinando qualsiasi futuro accordo bilaterale alla transizione politica della crisi libica, nonché alle necessarie riforme del sistema giuridico che eliminino la detenzione arbitraria e prevedano adeguate misure di assistenza e protezione per migranti e rifugiati; dare l'indirizzo a non rinnovare le missioni militari in Libia, chiedendo con forza la chiusura dei centri di detenzione nel paese nord-africano; promuovere, in sede europea, l'approvazione di un piano di evacuazione dalla Libia delle persone più vulnerabili e a rischio di subire violenze, maltrattamenti e gravi abusi; dare mandato per l'istituzione di una missione navale europea con chiaro compito di ricerca e salvataggio delle persone in mare; promuovere, in sede europea, l'approvazione di un meccanismo automatico per lo sbarco immediato e la successiva redistribuzione delle persone in arrivo sulle coste meridionali europee, sulla base del principio di condivisione delle responsabilità tra stati membri su asilo e immigrazione; promuovere la revoca dell'area di ricerca e soccorso libica, poiché solo finalizzata all'intercettazione e al respingimento illegale delle persone in Libia; riconoscere il ruolo delle organizzazioni umanitarie nella salvaguardia della vita umana in mare, mettendo fine alla loro criminalizzazione e liberando le loro navi ancora sotto fermo”.

 

 

Nei giorni scorsi ASGI ha verificato che l'accertamento socio-sanitario dell'età di una persona trattenuta nel Centro per il Rimpatrio di Ponte Galeria di Roma, che si è dichiarata minorenne, è stato eseguito al di fuori della procedura stabilita dalla legge, senza il coinvolgimento della Procura della Repubblica che, a partire dal 6 maggio 2017, è l'unica titolare della procedura per tali verifiche .

L'8 gennaio 2020 è stata perciò inviata una lettera alla Questura, alla Procura della Repubblica e al Tribunale di Roma, oltre che al Garante Nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale,  al Garante Nazionale per l'Infanzia e l'adolescenza  e ai garanti regionali  per segnalare il caso, chiedendo  di vigilare sul rispetto delle garanzie riconosciute dall'ordinamento in favore dei minori stranieri non accompagnati, esposti al concreto rischio di una generalizzata indebita compressione dei diritti loro spettanti.

"Esprimiamo preoccupazione per l'attuazione di tale prassi di identificazione, che appare lesiva del diritto del minore e in contrasto con la normativa italiana che prevede una serie di specifiche e inderogabili tutele e la cui corretta applicazione costituisce un presupposto essenziale affinché siano loro applicate le misure di protezione e assistenza previste".

In occasione della giornata internazionale dei migranti ASGI lancia l'allarme sulle attività di respingimento messe in pratica da Frontex e ne chiede l'immediata interruzione. 

A seguito delle accuse mosse nei confronti dell'Agenzia da un'inchiesta condotta da diversi giornalisti, che “dimostrava la complicità di Frontex in una serie di episodi di respingimento verso la Turchia nel mare Egeo, diversi europarlamentari hanno richiesto le dimissioni del direttore Fabrice Leggeri il quale - in audizione presso la Commissione LIBE il 1 dicembre - ha negato qualsiasi coinvolgimento dell'agenzia e del suo personale negli episodi di respingimento”. 

Eppure la pratica illegale di violenti respingimenti di migranti che si sono verificati per molti mesi alle frontiere esterne dell'UE - in piena impunità è dettagliatamente descritta nelle 1500 pagine del Libro nero sui respingimenti collettivi, reso noto oggi e compilato da una Rete di monitoraggio presente alle frontiere.

In una nota di approfondimento ASGI cerca di delineare “il controverso ruolo di Frontex e il regime di impunità nel quale gravita l'Agenzia evidenziando i principali punti critici presenti nel mandato di Frontex e nel suo operato: un rischio elevato di violazioni dei diritti fondamentali particolarmente evidenti nell'ambito della sorveglianza della frontiera marittima; l'opacità circa il concreto funzionamento delle operazioni di Frontex; la scarsa trasparenza in merito ai mezzi utilizzati e soprattutto in merito alla catena di comando delle operazioni alle frontiere europee con una conseguente allarmante tentativo di deresponsabilizzazione dei funzionari europei operanti nell'agenzia di frontiera”.

A fronte di quanto emerso dalle inchieste giornalistiche e dalla successiva audizione, ASGI richiede: “l'interruzione immediata da parte di Frontex di qualunque attività di respingimento alle frontiere marittime; l'interruzione da parte di Frontex di qualsiasi forma di complicità operativa con le autorità dei Paesi Membri e dei Paesi Terzi che attuano violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri, quali ad esempio respingimenti collettivi; la messa in atto da parte di Frontex e delle istituzioni UE di meccanismi giurisdizionali effettivi, indipendenti ed efficaci al fine di permettere di contestare le violazioni dei diritti fondamentali da parte dell'Agenzia e del suo personale”.

In attesa che vengano attivati meccanismi efficaci di controllo e accountability, ASGI chiede “la cessazione di qualunque attività di Frontex, che si è dimostrata – ancora una volta – complice di gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle persone in movimento”. 

 

Stop alle violazioni nel funzionamento degli hotspot. È questo l'appello lanciato da ASGI, CILD, Indiewatch e Actionaid, che dopo una permanenza a Lampedusa per il progetto 'In Limine', hanno riscontrato irregolarità nell'organizzazione dei centri di prima accoglienza. Violazioni che, secondo le associazioni, sembrerebbero anticipare aspetti che il decreto Salvini legalizzerà a tutti gli effetti.

"La politica europea negli ultimi anni- spiega l'avvocato ASGI, Salvatore Fachile- ha sperimentato una serie di primi blocchi dei flussi migratori, politica iniziata da Minniti e portata avanti da Salvini. Nessuna inversione di rotta dunque, in quanto l'Italia si sta comportando solo da Paese vassallo seguendo la linea delle Commissione Europea che dal 2016 sceglie di agire in questo modo. Salvini e Minniti hanno dunque tentato di anticipare delle norme future sulle frontiere, poiché al momento c'è un vuoto legislativo in materia, che comporta che agli stranieri venga fornita solo un'assistenza primaria".

Per quanto riguarda gli aspetti legali, invece, secondo le associazioni i cittadini stranieri non vengono minimamente seguiti e indirizzati: "Con il 20% delle persone che arrivano, perché l'80% rimane in carcere libico - aggiunge ancora l'avvocato Fachile - vengono applicate procedure velocissime in cui la commissione si reca negli hotspot incontrando i richiedenti asilo, che non vengono né avvisati, né preparati all'incontro. In quell'occasione la commissione valuta i richiedenti, che in caso di rifiuto hanno solo 15 giorni per impugnare il diniego, altrimenti si viene espulsi". 

"Sono stati fatti firmare documenti di rinuncia alla richiesta d'asilo che venivano presentati ai migranti come pratiche per il trasferimento. A Lampedusa non serve solo assistenza sanitaria, ma legale, perché gli ospiti dichiarano di sentirsi abbandonati a loro stessi, in un grande carcere all'aperto, senza possibilità di ricevere aiuto", spiega Sami Aidoudi, mediatore culturale.

La denuncia delle associazioni è chiara: i cittadini stranieri degli hotspot hanno subìto svariate violazioni dei loro diritti, che potrebbero però diventare legge con il decreto Sicurezza.

Gli illeciti non farebbero riferimento solo a una scarsa informazione sull'andamento della pratica legale per l'ottenimento della protezione, ma anche su una prassi che il dl Sicurezza regolamenta nell'art. 7-bis, relativo al rifiuto automatico della domanda di protezione internazionale per coloro che provengono da paesi ritenuti 'non a rischio'. 

"Numerosissimi cittadini tunisini- ha dichiarato Adelaide Massimi, operatrice legale progetto "In limine" - hanno raccontato che chi veniva da paesi a rischio veniva incanalato subito per ricevere la protezione internazionale, mentre per i paesi non ritenuti a rischio venivano posti veti nel fare la domanda. Abbiamo riscontrato una totale assenza di valutazione caso per caso delle persone da rimpatriare e un'assenza di tutela anche per quanto riguarda i minori, tenuti negli hotspot per diversi giorni in situazioni di promiscuità con adulti". 

Se il decreto Salvini dovesse diventare legge, quindi, la domanda presentata da un richiedente proveniente da un Paese di origine sicura verrebbe valutata attraverso la procedura accelerata in frontiera, che la giudicherebbe "manifestamente infondata". Se prima la procedura accelerata spettava solo ai sospettati di fare la domanda di protezione internazionale per ragioni strumentali, oggi è l'inverso, e si presume quindi che tutti facciano domanda strumentale, lasciando ai cittadini stranieri il compito di dimostrare che hanno bisogno, nonché diritto di restare nel suolo italiano. Compito davvero arduo per chi arriva in paese straniero e non conosce nemmeno la lingua.

 "Contestiamo fortemente sia il trattenimento negli hotspot, in quanto provvedimento in contrasto con l'articolo 13 della Costituzione, che stabilisce l'inviolabilità della libertà personale, sia l'impossibilità di chiedere la protezione internazionale per chi proviene da paesi non a rischio- afferma Lucia Gennari, avvocato ASGI- Ci opponiamo a queste misure di espulsione collettiva, ricordando che anche la Corte europea dei diritti dell'uomo le vieta. Metteremo in campo diverse misure contro queste misure incostituzionali".

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