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Mercoledì, 22 Settembre 2021

Alla vigilia del vertice in programma dall'11 al 13 giugno nel Regno Unito, l'Alleanza per il vaccino popolare – una rete di organizzazioni e attivisti che chiede vaccini per tutti e per tutte, ovunque e gratuiti – ha accusato gli stati del G7 di essere, col loro approccio egoista, il principale ostacolo alla fine della pandemia da Covid-19.
 
Secondo l'Alleanza, la promessa fatta dagli stati del G7 di vaccinare il mondo entro il 2022 sarà impossibile da mantenere, se i governi continueranno a bloccare le proposte riguardanti la condivisione dei brevetti e della tecnologia indispensabile per salvare vite umane.
 
Nel 2020 India e Sudafrica – invitati al vertice del G7 – hanno proposto una deroga temporanea alla proprietà intellettuale per consentire ad altri stati di produrre test, trattamenti sanitari e vaccini fino al raggiungimento dell'immunità di gregge globale. La proposta è ad ora appoggiata da oltre 100 stati.
 
All'interno del G7, solo gli Usa hanno espresso sostegno alla proposta, seppur limitata ai vaccini, mentre il Giappone ha dichiarato che non si opporrà a un eventuale accordo.
Germania e Regno Unito continuano a opporsi con veemenza a una soluzione che potrebbe consentire di aumentare enormemente la produzione dei vaccini e salvare milioni di vite umane. Canada, Francia e Italia sono in posizione d'attesa.
 
"La sola contea della Cornovaglia, dove si terrà il vertice del G7, ha somministrato più vaccini rispetto al numero complessivo di dosi iniettate in 22 stati africani. Questo è solo un esempio di come non aver contrastato i monopoli delle grandi aziende farmaceutiche ha prodotto clamorose ineguaglianze nell'accesso ai vaccini. Questo incomprensibile fallimento della leadership globale deve essere immediatamente corretto", ha dichiarato Steve Cockburn, direttore del programma Giustizia economica e sociale di Amnesty International.
 
"La strada intrapresa non porterà beneficio a nessuno. Non ci sarà modo di tornare a una vita normale in nessuna parte del mondo se sarà vaccinata solo la popolazione di una manciata di stati. La pandemia non finirà fino a quando gli stati ricchi continueranno a fare incetta di vaccini, a sostenere i monopoli delle grandi aziende farmaceutiche e a venir meno ai loro obblighi internazionali", ha aggiunto Cockburn.
 
L'Alleanza ha calcolato che, di questo passo, gli stati più poveri del mondo termineranno di vaccinare la loro popolazione nel 2078. Al contrario, gli stati del G7 contano di concludere le loro campagne vaccinali nel gennaio 2022. Alla fine di maggio, il 42 per cento della popolazione degli stati del G7 aveva ricevuto almeno una dose di vaccino, a fronte dell'1 per cento negli stati a più basso reddito.
 
Il 28 per cento dei vaccini consegnati fino alla fine di maggio è stato destinato agli stati del G7, sebbene qui viva solo il 10 per cento della popolazione mondiale. Il Regno Unito ha una popolazione venti volte inferiore rispetto a quella di tutta l'Africa ma ha vaccinato quasi il doppio rispetto all'intero continente africano.
 
Al vertice del Regno Unito, si prevede che gli stati del G7 annuncino l'intenzione di fornire parte delle dosi in eccesso agli stati più poveri, ma questa misura da sola non risolverà il problema.
 
Ciò di cui vi è bisogno è che le aziende farmaceutiche condividano la loro tecnologia e le loro conoscenze, in modo da consentire un massiccio incremento della produzione dei vaccini. I produttori dei vaccini hanno finora ricevuto oltre 100 miliardi di dollari di fondi pubblici eppure neanche uno di loro ha accettato di partecipare al C-Tap (Covid-19 Technology Access Pool) dell'Organizzazione mondiale della sanità, istituito oltre un anno fa per facilitare la condivisione deli brevetti e della tecnologia.
 
Il risultato è che i profitti di aziende come Moderna e Pfizer sono balzati alle stelle e l'elenco dei miliardari comprende ora nove nuovi produttori di vaccini.
 
La tanto pubblicizzata iniziativa denominata Covax è in crisi. Alla fine di maggio, attraverso Covax erano state distribuite 77 milioni di dosi, un terzo rispetto all'obiettivo prefissato. Al ritmo attuale, le dosi distribuite alla fine del 2021 saranno solo 250 milioni di dosi, il 10 per cento del totale della popolazione degli stati più poveri che hanno aderito al progetto. Di conseguenza, gli stati che facevano affidamento sul Covax stanno esaurendo le scorte e molte persone che hanno ricevuto la prima dose non sanno se e quando arriverà la seconda.
 
Questa crisi nelle forniture è dovuta in parte al mancato contrasto ai monopoli farmaceutici e in parte all'eccessivo affidamento fatto sulle forniture di vaccini di AstraZeneca dall'India, stato dove ora viene data priorità alla popolazione interna. I principali fornitori di vaccini al progetto Covax hanno recentemente annunciato che non saranno in grado, entro la fine dell'anno, di fornire ulteriori vaccini.
 
Le donazioni provenienti dagli stati ricchi sono sicuramente urgenti per salvare il progetto Covax ma proprio affidarsi alle donazioni è il sintomo di un sistema guasto, in cui volutamente i vaccini sono stati prodotti in quantità scarsa e a costi elevati.
Le soluzioni concrete, ribadisce l'Alleanza, sono l'immediata deroga ai brevetti, la condivisione della tecnologia e il finanziamento della produzione mondiale dei vaccini. Secondo i calcoli degli analisti dell'Alleanza, in un anno potrebbero essere prodotte otto miliardi di dosi ad un costo di meno di 25 miliardi di dollari.

Evento promosso da Amnesty International, MEI e Voci per la Libertà, con il Patrocinio della Camera dei Deputati, dell'Università e del Comune di Bologna. Rai Radio1 seguirà in diretta l'iniziativa. Da mezzogiorno a mezzanotte, dodici ore di musica per "Voci X Patrick – Maratona musicale per chiedere la liberazione di Patrick Zaki", un grande evento in streaming in programma l'8 febbraio ad un anno esatto dalla formale incarcerazione dello studente egiziano.

L'appello lanciato dagli organizzatori al mondo della musica ha avuto un enorme successo. Saranno infatti oltre 200 gli interventi di artisti, giornalisti, conduttori e organizzatori di festival in quella che si preannuncia come la più grande mobilitazione musicale dedicata a Zaki, studente egiziano dell'Università di Bologna che è detenuto nelle carceri egiziane come prigioniero di coscienza a causa del suo lavoro per i diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social media.

L'evento ha il Patrocinio della Camera dei deputati nonché quello di Alma Mater Studiorum Università di Bologna, del Master GEMMA Università di Bologna (al quale studiava Patrick Zaki) e del Comune di Bologna.

Tra gli artisti che parteciperanno alla maratona ci saranno Roy Paci, Grazia di Michele, Pierpaolo Capovilla, Alberto Fortis, Marina Rei, Cosimo Damiano Damato/ Erica Mou/ Antonio Iammarino, Pippo Pollina, Valerio Piccolo e Pino Pecorelli, Lorenzo Lavia e Arianna Mattioli, la Med Free Orkestra, il Parto delle Nuvole Pesanti, Stefano Saletti con Barbara Eramo e Banda Ikona, Maurizio Capone & BangtBungt, Ivan Segreto, H.E.R., Gianluca Costantini e tanti altri.

Rai Radio1 - media partner del festival Voci della libertà - rilancerà l'iniziativa con collegamenti in diretta e interviste ai protagonisti, grazie a una staffetta tra i principali programmi. Radio Popolare invece trasmetterà in differita l'evento a partire dalle 24.

Le dodici ore di maratona saranno diffuse dalle ore 12 sulle pagine Facebook e YouTube di Voci per la Libertà – Una canzone per Amnesty, MEI Meeting degli Indipendenti, Amnesty International Italia e di tutti coloro che vorranno condividere.

Questi i link diretti dello streaming su Facebook: www.facebook.com/564528913596212/posts/3604479502934456/ e su YouTube: https://youtu.be/ujKJoGG829A

Dicono i promotori: "Crediamo che Patrick Zaki sia un prigioniero di coscienza, detenuto esclusivamente per il suo lavoro per i diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social media. Dedichiamo questa iniziativa a tutti i prigionieri di coscienza che sono stati rapiti, torturati, scomparsi e detenuti illegalmente. E a tutte quelle giovani donne e uomini che viaggiano per il mondo per studiare, ricercare, condividere e costruire una società migliore".

Tra le partnership: Free Patrick Zaki (contest di Poster For Tomorrow), la Fondazione Lelio Luttazzi, il Movimento Napoli Capitale, la Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia.

Tra i media partner: Radio Rai 1, Radio Popolare, Musplan, Effe Radio, Indieffusione, Noise Symphony, Fly Web Radio, Funny Vegan, Classic Rock on Air, Radio Elettrica, Indieland e tanti altri.

Alla conduzione si alterneranno: Enrico Deregibus, giornalista e consulente di Voci per la Libertà e MEI, Pierpaolo Lala di Coolclub, Claudio Agostoni di Radio Popolare, Simone Mercurio di Indieland Radio, Radio Flyweb, Maura Cenciarelli di Radio Elettrica, Savino Zaba di Rai Radio1.

Secondo quanto dichiarato oggi da Amnesty International, l'uso ripetuto da parte delle forze armene e azere di armi notoriamente inaccurate e indiscriminate, tra cui bombe a grappolo e armi esplosive con effetti a largo raggio su aree civili popolate, costituisce una violazione del diritto umanitario internazionale e durante l'ultimo conflitto ha causato l'uccisione di moltissimi civili e il ferimento di centinaia, la distruzione di abitazioni e di infrastrutture chiave. 

Il nuovo rapporto dell'organizzazione, Sotto tiro: le vittime civili degli attacchi illegali nel conflitto del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian, si basa su una ricerca sul campo condotta su entrambe le parti del conflitto ed esamina dettagliatamente 18 attacchi ad opera delle forze armene e azere che hanno causato l'uccisione illegale di civili. Almeno 146 civili, tra cui minori e anziani, hanno perso la vita negli attacchi durante i 44 giorni di conflitto, tra la fine di settembre e l'inizio di novembre 2020.

Le forze armene hanno impiegato missili balistici non accurati, sistemi a lancio multiplo non guidato (Mlrs) e artiglieria. Anche le forze azere sono ricorse all'utilizzo di artiglieria non guidata e al sistema Mlrs. Le autorità di entrambe le fazioni hanno negato di aver lanciato attacchi indiscriminati sulle aree civili e di aver utilizzato munizioni a grappolo, nonostante prove evidenti del contrario.  

"L'impiego di armi letali inaccurate in prossimità di aree civili costituisce una violazione del diritto bellico da parte delle forze armene e azere ed è un segno di disprezzo per la vita umana", ha dichiarato Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l'Europa orientale e l'Asia centrale.  "Dei civili sono stati uccisi, le loro famiglie distrutte e innumerevoli abitazioni sono state demolite perché tutte le parti in conflitto hanno utilizzato armi notoriamente imprecise su paesi e città", ha aggiunto Marie Struthers. 

Le vittime civili sarebbero state sicuramente in numero maggiore se non fosse per il fatto che molte persone avevano abbandonato le aree colpite o si erano rifugiate nelle cantine all'inizio del conflitto.   

Sopralluoghi in decine di siti colpiti dagli attacchi 

Dopo l'accordo a tre del 10 novembre, che mette fine al conflitto, tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre 2020 Amnesty International ha effettuato sopralluoghi in decine di siti colpiti dagli attacchi in Azerbaigian e Armenia. L'organizzazione ha intervistato 79 tra sopravvissuti, testimoni e familiari di civili uccisi e feriti durante i raid, oltre ad autorità civili e militari locali, membri di Ong e giornalisti.

Il gruppo di Risposta alle crisi di Amnesty International ha analizzato frammenti di munizioni utilizzate negli attacchi e ha esaminato video, fotografie e immagini satellitari relative al conflitto.  "La nostra ricerca ha rivelato un modello di attacchi indiscriminati e sproporzionati, ad opera di entrambe le parti, che hanno causato l'uccisione e il ferimento di civili e danni alle proprietà e agli edifici. Gli attacchi sono stati condotti ripetutamente su aree residenziali civili distanti dal fronte e dove spesso non sembravano esserci obiettivi militari nelle vicinanze," ha proseguito Marie Struthers. 

Gli attacchi ad opera delle forze armene 

 Amnesty International ha documentato otto attacchi condotti dalle forze armene su paesi e villaggi in Azerbaigian, durante i quali sono stati 72 i civili rimasti uccisi.  Il 17 ottobre, nella città di Ganja, 21 civili sono rimasti uccisi e più di 50 sono stati feriti da un missile balistico SCUD-B che ha colpito la zona di Mukhtar Hajiyev. Nigar, la figlia di Sudaba Asgarova è morta nell'attacco, il giorno prima del suo 15° compleanno. "Era la mia unica figlia. Era tutto ciò che avevo", ha detto Sudaba ad Amnesty International. 

Ramiz Gahramanov, 64 anni, ha raccontato ad Amnesty International che nello stesso attacco sono rimasti uccisi la figlia Khatira, 34 anni, insieme a suo figlio Orhan, 11 anni, e alle sue due figlie Maryam, sei anni, e Laman, 18 anni. Ramiz ha raccontato: "Ho guardato verso il basso e quando ho visto che la casa era stata completamente distrutta ho immediatamente capito che erano tutti morti, perché nessuno sarebbe potuto sopravvivere a una tale distruzione. Non sono riuscito a trovare i corpi dei miei nipoti. Alcuni pezzi sono stati ritrovati solo giorni dopo, nella strada adiacente, mentre altre parti non sono state più trovate". 

Il 27 ottobre, cinque persone sono rimaste uccise e 14 ferite per il lancio di un attacco con bombe a grappolo da parte delle forze armene sul villaggio di Qarayusufli, che ha anche causato danni ingenti alle case. Tra le vittime, una bambina di sette anni, Aysu Iskandarli, che in quel momento stava giocando sull'altalena in giardino. Le forze armene hanno anche lanciato numerosi missili di grande calibro sulla città di Barda il 28 ottobre, a oltre 20 km dal fronte. Tre missili sono finiti nel centro della città, due dei quali vicino a due ospedali. Il terzo, un missile Smerch 9M55 di produzione russa contenente 72 sub-munizioni 9N235, ha raggiunto il centro di una rotatoria affollata, provocando la morte di 21 civili.  

 Il 27 settembre, giorno di inizio del conflitto, le forze armene hanno lanciato un attacco di artiglieria a Gashalti, vicino Naftalan, provocando l'uccisione di cinque persone della famiglia Gurbanov e distruggendo parte della loro casa. Bakhtiar Gurbanov, che ha perso i genitori, insieme alla moglie del fratello, un nipotino e una nipotina, ha detto ad Amnesty International: "La nostra famiglia è stata distrutta. Avevamo iniziato dei lavori di ristrutturazione prima della guerra, adesso non riusciamo più a stare qui".  

Gli attacchi ad opera delle forze azere 

Amnesty International ha documentato nove attacchi condotti dalle forze armate dell'Azerbaigian su paesi e villaggi nella regione del Nagorno-Karabakh e uno in Armenia, che hanno causato la morte di 11 civili. Secondo le autorità locali de facto, sono almeno 52 i civili armeni rimasti uccisi durante il conflitto.

Stepanakert, il centro più importante della regione è stato spesso oggetto di attacchi, a volte anche più volte nel corso della stessa giornata. Alcuni sono stati condotti facendo ricorso ad armi indiscriminate per loro natura, come i missili Grad da 122 millimetri e le munizioni a grappolo, vietate a livello internazionale.  Una serie di attacchi avvenuti il 4 ottobre ha portato all'uccisione di quattro civili e al ferimento di alcune altre decine. Naver Lalayal ha raccontato ad Amnesty International come suo padre Arkadi, 69 anni, è rimasto ucciso nell'attacco:

"Dall'inizio del conflitto, i miei genitori si erano rifugiati nello scantinato dell'edificio insieme ad altre persone che vivevano lì e salivano abitualmente nell'appartamento per utilizzare il bagno e la cucina. Quella mattina mio padre era salito e stava sul balcone quando è esploso un missile nel giardino. È rimasto ucciso sul colpo e la maggior parte dell'appartamento è andata distrutta".  Una giovane con disabilità fisica e intellettiva è rimasta ferita e traumatizzata dallo stesso attacco.   

Un esperto di armi indipendente ha analizzato i frammenti di munizioni che Amnesty International aveva osservato sul posto e li ha identificati come "probabili parti di missile balistico Extra", un'arma di produzione israeliana, di cui è noto l'acquisto da parte dell'Azerbaigian. Sono molti altri i luoghi della città colpiti nella stessa giornata, tra cui figurano le zone in prossimità di una scuola chiusa e dell'ufficio del Comitato internazionale della Croce rossa. 

Nel caso di altri attacchi su Stepanakert, sembra che le forze azere abbiano deliberatamente preso di mira delle infrastrutture chiave, tra cui la struttura di pronto intervento, un grande complesso nell'area di confine orientale della città. Il 2 ottobre alle 14 circa, un attacco missilistico ha colpito il parcheggio automobilistico adiacente, ferendo mortalmente uno dei soccorritori, il venticinquenne Hovhannes Aghajanyan, causando il ferimento di 10 suoi colleghi e danneggiando seriamente l'hangar che ospita i veicoli di soccorso.

A Martuni, il 27 settembre, nel giro di quattro minuti si sono verificati 12 attacchi; uno di questi ha provocato il ferimento a morte di una bimba di otto anni, Victoria Gevorgyan, e ha ferito gravemente e traumatizzato suo fratello di due anni Artsvik. "Victoria era il nostro angioletto. È volata via... Il suo fratellino adesso si sveglia dicendo che ci sono gli aerei nel cielo che lanciano le bombe", ha detto la madre Anahit Gevorgyan ad Amnesty International.

Davit Khachatran, che vive a Martakert, ha detto ad Amnesty International che entrambi i genitori e suo zio, tutti con più di 60 anni, sono rimasti uccisi sul colpo quando il 30 settembre l'entrata dell'edificio di fronte al loro negozio di ortofrutta è stata colpita da un missile Grad. Il missile si trovava ancora sui gradini dell'edificio quando Amnesty International si è recata sul posto a metà dicembre.  

 "Le autorità armene e azere devono avviare immediatamente delle indagini imparziali sul continuo e spesso spietato impiego di armi esplosive pesanti ad opera delle proprie forze armate in aree civili popolate. Mentre i leader armeni e azeri iniziano a elaborare accordi in materia di sicurezza, è fondamentale che i responsabili di tali violazioni siano rapidamente chiamati a risponderne e che le vittime ottengano riparazioni", ha concluso Marie Struthers.

Amnesty International ha dichiarato che il trattamento inumano cui sono sottoposti migranti e rifugiati nel mondo rischia di fermare i passi avanti nel contrasto alla pandemia da Covid-19.  L’organizzazione per i diritti umani ha ammonito che se non si agirà con urgenza, il sovraffollamento dei campi e dei centri di detenzione produrrà nuovi focolai della pandemia. 

Inoltre, sottolinea Amnesty International, "il confinamento e le limitazioni ai movimenti hanno aggravato condizioni già drammatiche di vita, mettendo milioni di persone in pericolo di morire di fame o di malattie". 

Per queste ragioni, Amnesty International sta sollecitando un’azione globale condivisa per assicurare che centinaia di migliaia di migranti e rifugiati abbiano accesso adeguato a cibo, acqua, cure mediche e servizi igienico-sanitari.

“Non è possibile contrastare il virus quando così tante persone nel mondo vivono in campi e centri di detenzione incredibilmente sovraffollati e insalubri. In un periodo in cui ci sarebbe bisogno più che mai di compassione e collaborazione, alcuni governi hanno intensificato discriminazioni e violenze: impedendo la fornitura di cibo e acqua, intrappolando le persone o addirittura rimandandole indietro verso la guerra e la persecuzione”, ha dichiarato Iain Byrne, direttore del programma Diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International.

“In molti campi il rischio di morire di fame è più grande di quello del coronavirus. Di fronte a questa agghiacciante rinuncia alla responsabilità collettiva di proteggere i rifugiati e i migranti, sollecitiamo tutti gli stati ad agire immediatamente per impedire che accada una catastrofe dei diritti umani”, ha aggiunto Byrne.

Le azioni di molti governi, denuncia Amnesty International, sono state guidate da discriminazione e xenofobia. Ad esempio, le autorità locali della Bosnia ed Erzegovina hanno intenzionalmente smesso di fornire acqua al campo di Vucjak per costringere gli abitanti a spostarsi altrove.

Molti rifugiati vivono in condizioni economiche precarie e l’isolamento e il coprifuoco hanno reso ancora più difficile trovare di che sopravvivere.  In Giordania, nel campo di Zaatari, l’isolamento ha impedito alle persone di svolgere qualsiasi tipo di lavoro e queste non sono più in grado di pagare anche i servizi minimi essenziali. 

In Francia ad aprile, nel campo informale di Calais, cibo e acqua hanno iniziato a scarseggiare e il confinamento ha impedito di muoversi per comprare qualcosa da mangiare anche a coloro che avevano il denaro per farlo. Molti governi hanno proseguito a imprigionare senza motivo persone che avevano chiesto asilo, ponendoli così a rischio di contrarre il virus.

Ovunque, manca un numero sufficiente di tamponi e dispositivi di protezione, tanto per i detenuti quando per il personale dei centri. Le persone che si trovano nei centri di detenzione per migranti dell’Australia hanno supplicato di essere rilasciate perché temono che il personale, privo di dispositivi di protezione, possa contagiarli.

Altri governi hanno violato il diritto internazionale rimandando indietro persone con la scusa delle misure di contenimento della pandemia. Gli Usa, dove continua a vigere un’agenda politica anti-immigratoria e opportunistica, tra il 20 marzo e l’8 aprile sono state rimandate indietro 10.000 persone neanche due ore dopo il loro arrivo.

Le autorità della Malesia hanno rifiutato l’approdo a un’imbarcazione di rifugiati rohingya alla deriva da due mesi, alla fine soccorsa dalla Guardia costiera del Bangladesh; nel frattempo però erano morte almeno 30 persone che si trovavano a bordo. Diverse centinaia di rohingya sono in disperato bisogno di un intervento di ricerca e soccorso in mare.

Costringere le persone a tornare in paesi dove è presumibile che subiranno persecuzione e tortura è una violazione del principio di non respingimento, al cui rispetto non è prevista alcuna eccezione.

Amnesty International chiede a tutti i governi di “garantire forniture adeguate di acqua, cibo e cure mediche all’interno dei campi e alle persone in quarantena; prendere in considerazione la regolarizzazione temporanea di tutti i migranti a prescindere dal loro status, assicurare che le misure di stimolo economico e le protezioni valgano per tutti i richiedenti asilo e i rifugiati e che i programmi di ricollocamento proseguano ove ve ne siano le condizioni; decongestionare i campi, i centri di detenzione per migranti e gli insediamenti informali, individuando strutture abitative degne e sicure e in cui siano garantite forniture adeguate di cibo, acqua e cure mediche; rilasciare tutte le persone detenute per ragioni legate all’immigrazione se in quelle condizioni il loro diritto alla salute non può essere garantito; rispettare i diritti dei richiedenti asilo e il principio di non respingimento.

“I governi continuano a dire che ci salveremo tutti insieme. Una frase che non ha senso fino a quando non si inizieranno a proteggere milioni di persone che stanno convivendo con la pandemia lontano dalle loro case e dai loro cari. Quei governi che lasceranno morire di fame o di sete i rifugiati avranno affrontato la crisi in modo clamorosamente sbagliato”, ha concluso Byrne.

 

 

 

 

 

 

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