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Domenica, 19 Maggio 2019

Popolare, ironica, tifosa. Anna Trieste è una giornalista televisiva molto seguita dai tifosi (napoletani) e non. Volto a Il Processo del Lunedì, Quelli che il calcio e TikiTaka, oltre a tante trasmissioni delle reti locali, e firma di punta del quotidiano Il Mattino, Anna ha migliaia di fans sui suoi account social. Non parla solo di calcio e condivide tante battaglie civili. In particolare lancia anche l’attenzione su temi poco dibattuti proprio sulle piattaforme social.

Dalle sue pagine lancia, spesso, appelli e testimonianza su un disturbo alimentare che riguarda anche lei. In questa intervista si racconta e lancia un appello a tutte le ragazze, e persone, che nel silenzio soffrono del disturbo da dismorfismo corporeo.

Che cos’è il “disturbo da dismorfismo corporeo”?

“Questo tipo di disturbo rientra nel più ampio campo dei disturbi del comportamento alimentare. Quelli più noti sono l’anoressia e la bulimia, in realtà ci sono tanti altri sotto la sigla Dca (Disturbi comportamento alimentare, ndr). L’anoressia mostra segni evidenti, mentre la bulimia ha caratteristiche più nascoste ma sempre altamente pericolose. Poi ci sono varie forme tra cui una che viene indicata con un termine inglese: binge eating. Sono persone che, pur avendo un rapporto normale col cibo, occasionalmente mangiano una quantità spropositata e poi, anche se non vomitano come i bulimici, fanno grande uso di lassativi. La maggior parte di questi disturbi, poi, si fonda su un'errata percezione corporea di se stessi concentrando, spesso, una fissazione compulsiva su una parte del proprio corpo in particolare.  Alla base c’è un problema che ha origine altrove e porta a vedere una cosa non vera allo specchio: per prendere coscienza occorre un medico”.

Nella tua esperienza diretta come è avvenuta la presa di coscienza?

“Il mio problema non è iniziato con l’adolescenza come spesso può capitare. È nato dopo una mia prima relazione di coppia a 18 anni. Era una persona che tendeva a sottolineare tutte le cose di me che non andavano bene o che si dovevano migliorare. Infatti fino a 18 anni non ho mai pensato che i miei piedi piatti fossero un problema. Cosa invece che questa persona mi fece notare e con cui sono stata 8 anni: lui mi ha fatto sorgere questa attenzione verso il mio fisico. ‘Tu sei una bella regazza, però’, era la frase che mi ripeteva sempre e c’era sempre quel ‘però’ che significava dover dimagrire, andare in palestra e altre cose. Quando ci siamo lasciati e avevo 25 anni mi sono trovata da sola a gestire questa cosa”.

E cosa hai fatto?

“Ho iniziato a girare tra tanti dietologi da cui andavo solo per un paio di kg in più. E loro mi dicevano che dal punto di vista della salute io stavo bene. Ma io non sono mai andata da un dietologo non perché ero in sovrappeso ma perché nello specchio io mi vedevo grassa”.

Cosa ha comportato questo disturbo nelle relazioni sociali e affettive?

“Quando hai un rapporto non sano col cibo, a Napoli soprattutto, le conseguenze sulle relazioni sociali ci sono. Banalmente, la frase bellissima ‘andiamoci a mangiare una pizza insieme' diventa una mazzata. Perché per chi come me ha un controllo maniacale del cibo l'invito a cena si trasforma in una paura di ingrassare anche per una pizza. Io per anni ho mangiato meno di quello che dovevo e mi ha comportato anche una serie di problemi come anemia e perdita dei capelli. Quando arriva l’invito a cena inizi a calcolare quanto devi mangiare in meno in modo da non subire conseguenze. Poi spesso declini l’invito e col tempo si diradano le occasioni per uscire con le persone”.

Sei un personaggio popolare, in tv e sui social. Approfitti di questa popolarità per parlare di questo argomento: quanta difficoltà c’è nell’affrontare i disturbi alimentari?

“Io parto dal presupposto che non mi considero una persona ‘guarita’. Ho fatto passi avanti grazie a una nutrizionista che mi ha rieducata a una sana alimentazione nonostante le mie ricadute. Però combatto, soprattutto contro i sensi di colpa di cui siamo divorati quando abbiamo un disturbo alimentare. Per questo uso la platea dei lettori per mandare questo messaggio e parlarne. Perché le persone che soffrono non ne parlano e ci si vergogna a farlo. Anche se una sola persona, leggendo un mio post, si sente meno sola ho fatto la metà del mio dovere. Ricevo i messaggi dei genitori che hanno il problema con una figlia e sono incentivati a parlarne perché hanno letto un mio post. Io concepisco i social in questo modo: una comunità di mutuo soccorso”.

Infine, cosa diresti ora rivolgendoti a una ragazza o a una donna che ha questo disturbo?

“Bisogna farsi aiutare da una persona competente. Da soli non ci si riesce: servono e ci sono specialisti e centri adatti. È l’unico modo e lo dico dopo averlo fatto io stessa: quando stai annegando è necessario che ci sia qualcuno a salvarti. Bene, il mio messaggio forte è questo: fatevi aiutare”.

 

 

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